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Storia

Asta britannica di crani umani annullata dopo le proteste indiane

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Una casa d’aste nel Regno Unito ha ritirato la vendita di un teschio umano in seguito a una protesta in India. Il manufatto risale all’era coloniale britannica, quando i resti umani venivano presi come trofei e finivano in vari musei e collezioni private in Europa e negli Stati Uniti.

 

Si ritiene che il cranio umano del XIX secolo appartenga alla tribù Naga, un gruppo etnico indigeno che abita le colline dell’India nord-orientale, compreso lo stato del Nagaland.

 

Il teschio, attaccato a corna di animali, era previsto per la vendita online questa settimana come lotto n. 64 presso Swan Auction Galleries a Tetsworth, Oxfordshire. Era stato messo in vendita a un’offerta iniziale di 2.100 sterline (2.500 euro), con l’asta che stimava che avrebbe fruttato circa 4.000 sterline (circa 4800 euro).

 

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La stampa ha riportato che il teschio inizialmente faceva parte di una collezione di proprietà dell’architetto belga del XIX secolo Francois Coppens.

 

«Questo pezzo sarebbe di particolare interesse per i collezionisti che si concentrano sull’antropologia e sulle culture tribali», si legge nella descrizione del lotto, secondo l’agenzia di stampa PTI. L’asta includeva resti umani di altre tribù in India, Birmania, Papua Nuova Guinea, Isole Salomone, Nigeria, Congo e Benin.

 

L’asta ha provocato proteste nel Nagaland, guidate dal Primo Ministro Neiphiu Rio, che ha chiesto l’intervento del Ministro degli Affari Esteri indiano S. Jaishankar per fermare la vendita.

 

«È una questione altamente emotiva e sacra per il nostro popolo», ha scritto Neiphiu Rio. «È un’usanza tradizionale del nostro popolo dare il massimo rispetto e onore ai resti dei defunti». Rio ha esortato Jaishankar a sollevare la questione con l’Alto Commissariato dell’India a Londra.

 

In precedenza, il Forum for Naga Reconciliation (FNR), un gruppo del Nagaland, aveva sollevato preoccupazioni in merito all’asta, sostenendo che violava l’articolo 15 della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (UNDRIP). Il gruppo ha contattato direttamente la casa d’aste per condannare la vendita e chiedere che l’oggetto venisse rimpatriato.

 

Il FNR è anche in dialogo con il Pitt Rivers Museum di Oxford in merito agli oggetti conservati nella collezione del museo, come riportato dai resoconti. Nel 2020, il museo ha dichiarato che avrebbe rimosso resti umani e altri «oggetti insensibili» dall’esposizione dopo una revisione etica.

 

«Siamo sollevati di sapere che la casa d’aste ha ora rimosso tutti i resti umani dalla vendita odierna», ha affermato la professoressa Laura Van Broekhoven, direttrice del Pitt Rivers Museum, commentando lo sviluppo mercoledì. Ha condannato la vendita dei resti degli antenati come «offensiva e inaccettabile».

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Questa iniziativa giunge mentre governi e organizzazioni dell’Asia meridionale e dell’Africa stanno sollecitando i paesi occidentali a restituire opere d’arte e manufatti trafugati durante il dominio coloniale.

 

Negli ultimi anni, l’India ha restituito centinaia di antichità che si ritiene siano state rubate dagli inglesi da Regno Unito, Stati Uniti e Australia. Il mese scorso, durante la visita del Primo Ministro Narendra Modi negli Stati Uniti, l’India ha ricevuto 297 articoli, portando il numero totale di manufatti restituiti da vari paesi a 650 nell’ultimo decennio.

 

Il Nagaland – uno Stato ampiamente tribale – fa parte di un’area ancora oggi nota per episodi di sacrificio umano sul territorio. La stampa locale riportò nel 2013 il caso di un uomo di 55 anni dell’Assam (uno Stato che confina con il Nagaland) ucciso dagli abitanti di un villaggio e in seguito seppellito nel tentativo di «soddisfare una dea» in un remoto villaggio nella zona della valle di Barak in Assam.

 

Sempre in Assam, un sacrificio umano si sarebbe svolto anche nel 2019 presso il Tempio Kamakhya di Guwahati, per il quale sarebbero state arrestate 5 persone.

 

Nel vicino Arunachal Pradesh si conosce il culto di Kecaikhati (la «mangiatrice di carne cruda»), conosciuta come una dea particolarmente sanguinaria esterna ai culti braminici, che ha continuato a ricevere sacrifici umani durante una festa annuale e in tempi calamitosi finché il re Suhitpangphaa (1780–1795) o Gaurinath Singha ne ha proibito la pratica.

 

Non è chiaro se la divinità assetata di sangue abbia davvero finito di ricevere sacrifizi.

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Immagine di Thingtsali Sangtam via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

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Pensiero

Il ritorno della diplomazia vaticana. A papa morto

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Renovatio 21 ha spesso sottolineato che una delle tragedie del papato bergogliano è stata senza dubbio la perdita del prestigio diplomatico.   Quello che una vola era un canale di comunicazione saldissimo ed affidabile tra nazioni terrestri – al punto che il Giappone nei primi mesi del 1945 cercò di attivare la Santa Sede per trattare la pace con gli americani, procedimento che per qualche ragione si arenò cagionando la distruzione atomica di Hiroshima e Nagasaki – era ridotto ad una pantomima superficiale, vuota, sbagliata, come nello stile dell’argentino.   La fine del rispetto internazionale per il Vaticano come paciere mondiale è stata incontrovertibile. Lo abbiamo visto negli insulti del romano pontefice ad alcune etnie russe (si è dovuto poi, molto ineditamente per un papa, scusare), agli elogi agli stessi russi (per i quali Kiev e baltici), nelle conferenze stampa aeree dove è sembrato che Bergoglio millantasse iniziative di pace improbabili, nei viaggi a vuoto del cardinale Zuppi (ahimè, ora tra i papabili) a Kiev, dove il governo ha perennemente ignorato e schernito il Sacro Palazzo, persino quando vi è stato ospite. Per non parlare dei disastri con la Cina dove il Partito Comunista Cinese, valutato il peso internazionale del vaticano bergogliano, vìola impunemente gli accordi nominandosi da sé i vescovi, senza ovviamente incorrere in scomunica, e continua senza requie nella persecuzione dei veri vescovi, chiamati per qualche ragione «sotterranei»..   Eppure, sabato mattina una scena di potenza immane si è materializzata ai margini dei funerali papali: Trump ha incontrato Zelens’kyj tra i marmi della Basilica, sedendosi sulle due seggiole messe lì per loro. L’immagine, subito ripubblicata dai canali del presidente statunitense, ha fatto il giro del mondo.    

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Alcuni ora stanno scrivendo che nel vertice di pace estemporaneo è stato snobbato Macron, che ronzava da quelle parti interessato. Così come Starmer, che pure era lì – e, ovviamente, Giorgia Meloni. La quale, ci sovviene, è romana.   Non è chiaro cosa uscirà dalla scena. Alcuni nella stampa mainstream scrivono che Trump, notoriamente avverso all’ucraino, si sarebbe rabbonito. Lo Zelens’kyj, dicono, avrebbe chiesto ancora armi. Tanto per cambiare. A San Pietro, poi – non una cosa che scandalizza il lettore di Renovatio 21, che ricorderà quando Parolin parlò del diritto agli armamenti poco prima che Bergoglio fece quel suo bizzarro rito fatimoide – quello che su queste colonne abbiamo descritto come «consacrazione a mano armata». Il segretario di Stato, il lettore lo sa, ora è nelle prime corsie per lo sprint verso il Soglio petrino.   Tuttavia, nessuno dei retroscena è in realtà importante.   Perché è innegabile la bellezza, la giustizia di questa immagine. Questi pretini, monsignori, belli e sorridenti che portano le sedie. E quei due, qualsiasi cosa si possa pensare di loro, che si mettono a parlare, nel pieno centro della cristianità. Hanno parlato, per forza di cose, di pace. Ciò è bellissimo, ciò è giusto.     Qualcuno dirà: la solita trovata, perfetta, di Trump. Optics. Look. PR – è comunicazione visuale, lui è un maestro, a partire dall’insistenza diacronica per il ciuffo sintetico, inconfondibile, immediato. Non saprei dire: l’ultima volta che aveva saputo ingenerare un’immagine di tale potenza forse Dio stesso gli aveva dato una mano: quando gli spararono e lui alzò il pugno al cielo col volto rigato di sangue e la bandiera USA che garriva sopra di lui.   Il Vaticano quindi pare essere tornato, brevemente, estemporaneamente, involontariamente, il vero luogo della diplomazia, e della pace globale. Dio, la tradizione cattolica – quella per cui questa micrologica monarchia teocratica, per quanto acciaccata, è ancora nella mente e nel cuore di tutta l’umanità e dei suoi leader – lo hanno permesso.   Una preghiera acciocché torni quel tempo dove il centro del mondo coincideva con il centro del suo spirito. Solo da lì si può ricostruire l’equilibro.   Solo ricostruendo la Chiesa si potrà avere la vera pace.   Make Vatican Great Again. Ma sul serio.   Roberto Dal Bosco

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Storia

Documenti CIA rivelano la ricerca segreta di Hitler negli anni ’50

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Secondo i documenti recentemente desecretati, la CIA ha condotto una ricerca segreta di Adolf Hitler in Sud America per un decennio dopo la sua presunta morte. Lo riporta il Washington Post.

 

I documenti, risalenti al periodo compreso tra il 1945 e il 1955 e pubblicati dalla CIA negli ultimi anni, sono stati analizzati dal WaPo questa settimana, e dimostrano che gli agenti sul campo sospettavano che lo Hitler potesse essere fuggito in Sud America sotto falso nome, nonostante l’agenzia disponesse di un rapporto autoptico che ne confermava la morte.

 

Secondo i documenti dell’MI5, Hitler e la sua compagna Eva Braun, che aveva sposato il giorno prima, si suicidarono il 30 aprile 1945 nel suo bunker di Berlino per evitare la cattura. I loro corpi, parzialmente carbonizzati, furono poi ritrovati dai soldati sovietici fuori dalla Cancelleria del Reich. Eppure, gli agenti della CIA hanno continuato a seguire piste fino alla metà degli anni Cinquanta.

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Un dossier del 1945 affermava che agenti del Dipartimento della Guerra statunitense avevano riferito all’FBI che un hotel termale a La Falda, in Argentina, era stato allestito come potenziale nascondiglio. I proprietari dell’hotel, che avevano donato fondi al capo della propaganda Joseph Goebbels, avevano stretti legami con Hitler.

 

L’Intelligence statunitense riteneva che avessero predisposto «tutti i preparativi necessari» per dare rifugio allo Hitler dopo la sconfitta della Germania nella Seconda Guerra Mondiale.

 

Un altro documento dell’ottobre 1955 includeva la foto di un uomo, presumibilmente Hitler, seduto con un amico in Colombia. L’immagine è riprodotta in testa all’articolo. L’uomo, che si faceva chiamare Adolf Schüttelmayor (o Schüttelmayer), avrebbe lasciato la Colombia per l’Argentina nel gennaio 1955.

 

La CIA autorizzò brevemente un’indagine sui trascorsi dello Schüttelmayor, ma in seguito la abbandonò, osservando che «si sarebbero potuti compiere enormi sforzi su questa questione, con remote possibilità di stabilire qualcosa di concreto».

 

Secondo quanto riportato dal giornale di Washington, nessun altro documento della CIA reso pubblico lascia intendere che gli agenti abbiano continuato a cercare lo Hitler dopo il 1955.

 

 

 

Le rivelazioni giungono mentre l’Argentina, ben nota nel dopoguerra come nascondiglio dei fuggitivi nazisti, si prepara a declassificare i documenti governativi relativi a coloro che vi trovarono rifugio dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il clamore intorno alla manovra del presidente argentino Milei – prossimo alla conversione all’ebraismo – ha creato varie fake news sulla materia, ripropagate da improvvisati canali social distributori di sensazionalismo.

 

Si ritiene che ben 10.000 criminali di guerra abbiano utilizzato le cosiddette «ratline» per fuggire dall’Europa. Circa la metà si sarebbe stabilita in Argentina, paese noto per la sua riluttanza ad accogliere le richieste di estradizione.

 

Tra loro c’erano Adolf Eichmann, uno dei principali artefici dell’Olocausto, e Josef Mengele, il famigerato medico di Auschwitz. Eichmann fu catturato dagli agenti israeliani nel 1960 e portato in Israele per essere processato e giustiziato nello Stato degli ebrei.

 

Il dottor Mengele sfuggì alla cattura e secondo quanto riferito morì in Brasile nel 1979, dopo aver subito un infarto mentre nuotava.

 

Complice la pratica della reductio ad Hitlerum, ossia la possibilità di squalificare l’avversario demonizzandolo come nazista, la figura del già pittore austriaco è ancora tremendamente presente nelle cronache attuali, con curiosi cortocircuiti.

 

È il caso di Amazon che ha dovuto ridisegnare il logo perché gli utenti vi avevano veduto il baffetto adolfista, mentre abbondano gli scandali per le dichiarazioni hitleriste del rapper afroamericano Kanye West. L’anno scorso vi fu scandalo quando un’immagine dello Hitlerro fu trasmessa dal megaschermo di uno stadio di Football americano in Michigan.

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Come riportato da Renovatio 21, un politico di nome Hitler è stato eletto in Namibia 4 anni fa. Un politico turco ha invece elogiato senza mezzi termini il cancelliere della Germania nazionalsocialista un anno fa, all’altezza delle continue reductiones ad Hitlerum praticate nei confronti del premier israeliano Beniamino Netanyahu dal presidente della Turchia Erdogan.

 

Il colmo vero tuttavia è arrivato quando un’agenzia di stampa internazionale è arrivata ad intervistare un combattente per l’Ucraina democratica (ai cui soldati è spesso richiesto di nascondere le simbologie di mostrine, stendardi e tatuaggi) che si è presentato con il nome di battaglia «Adolf».

 

Come riportato da Renovatio 21, al momento di lancio dei green pass durante l’Europa pandemica spuntò fuori uno intestato ad Adolf Hitler. Il quale, con tutto l’impegno assassino profuso, non era epperò riuscito a sottomettere l’Europa come ha fatto invece il COVID.

 

La sopravvivenza di Hitler in Amazzonia è al centro di una famosa barzelletta in cui il governo della Germania attuale, incapace di risolvere i problemi del presente, va a chiedergli di tornare per aiutare; Adolfo accetta però ponendo una condizione: «cattivi, stavolta!».

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

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Storia

Politica e storia in una domenica di fioritura del ciliegio in Giappone

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Domenica scorsa marzo a Kanazawa, i giardini Kenrokuen offrivano la vista degli ultimi fiori di pruno e dei primi fiori di ciliegio contemporaneamente, per la gioia dei molti visitatori giapponesi e stranieri.   L’atmosfera, piacevolissima nonostante il tempo uggioso, veniva però guastata da un grosso ingorgo nell’incrocio antistante la stazione, snodo nevralgico della piccola città del Giappone occidentale.   Lo stesso autista del bus su cui viaggiavo sembrava stupito, dalla radio di bordo echeggiavano le voci dei suoi colleghi che cercavano informazioni su quanto stesse accadendo.

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Nemmeno una rapida ricerca su internet forniva informazioni riguardo alla situazione, per cui, assieme agli altri viaggiatori, sono sceso dal bus di fronte al mercato di Omicho per raggiungere la stazione a piedi.  

Giardini Kenrokuen, Kanazawa. Foto dell’autore

  Il notevole schieramento di polizia e il frastuono di altoparlanti distanti mi ha subito chiarito la situazione: uyoku.   Questo è il nome (右翼、letteralmente «ala destra») con cui si definiscono i gruppi dell’estrema destra extraparlamentare giapponese, fautori di un nazionalismo filo-imperiale e ferocemente anticomunista.   Queste formazioni fanno ormai quasi parte del folklore locale giapponese: i loro furgoni neri o bianchi, su cui in genere è issata la bandiera imperiale, appaiono in genere in giro per le città in occasione delle festività nazionali. Dai loro assordanti altoparlanti escono perlopiù canti del periodo tra le due guerre (immaginate Faccetta nera in versione nipponica) e arringhe nazionaliste non troppo fluenti.    

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Il giapponese medio li ignora a causa dell’aura di violenza che li circonda, alcuni dei gruppi sono notoriamente legati alla yakuza, ma la loro effettiva pericolosità è insignificante.   Una manifestazione che arriva a paralizzare un centro urbano é tutt’altro che comune, quindi mi sono chiesto quale fosse stata la causa scatenante e ho fatto una piccola ricerca sulle notizie locali: a mettersi in rotta di collisione con gli uyoku sono stati gli zainichi kankokujin (coreani residenti in Giappone dal periodo dell’annessione nipponica della penisola coreana), forse il principale problema irrisolto della società giapponese.   Alla fine della Seconda Guerra Mondiale circa dei circa due milioni di coreani che si trovavano sul territorio giapponese (immigrati volontariamente o deportati come forza lavoro, a seconda dei casi e delle opinioni) non tutti rientrarono in Corea: circa 600.000 rimasero nell’arcipelago. La guerra di Corea e la conseguente divisione del Paese ha fatto sì che coloro rimasti in Giappone si trovassero in una sorta di limbo burocratico: privi di cittadinanza giapponese e senza un paese in cui ritornare.  
  Ci sono state indubbiamente discriminazioni nei confronti dei Coreani residenti in Giappone (i linciaggi di massa in occasione del grande terremoto del Kanto nel 1923 sono forse la pagina più nera di questa vicenda) ma molti di loro sono riusciti a integrarsi pur mantenendo la propria identità – un esempio su tutti: il visionario miliardario Masayoshi Son.   Non si può negare come la presenza coreana sia significativa anche nel crimine organizzato giapponese e nelle aree grigie che vi gravitano attorno, su tutte l’industria del Pachinko, incrocio tra flipper e slot-machine che riempi le sale giochi nipponiche.   Le associazioni di zainichi kankokujin hanno fatto molto perché le discriminazioni cessassero, ma alcune di esse, manovrate politicamente da ambo le Coree, scelgono un atteggiamento apertamente antagonistico e a volte provocatorio nei confronti della nazione in cui vivono.   E arriviamo al caso di Kanazawa: l’unione dei Coreani residenti in Giappone (在日本大韓民国民団 , Mindan) ha deciso di installare nella città una lapide in memoria di Yun Bong Gil, un attivista coreano che nel 1932 a Shanghai uccise due ufficiali dell’esercito giapponese in un attentato esplosivo. Dopo l’arresto venne traslato in Giappone e fucilato a Kanazawa.    

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Dopo l’annuncio del progetto da parte del Mindan, lo scorso 4 marzo un cinquantenne affiliato ad un’organizzazione uyoku ha schiantato la sua auto contro la sede dell’associazione coreana, senza che ci siano state vittime.   Da allora si susseguono le proteste, ed è facile immaginare che proseguiranno ancora a lungo.   Spiace che strumentalizzazioni politiche di questo tipo avvengano proprio in un momento storico in cui sembrerebbe che la pacificazione tra giapponesi e coreani del Sud stia avvenendo spontaneamente, dal basso. I turisti coreani sono infatti i più numerosi anche nel bel mezzo dell’attuale affluenza record di viaggiatori da tutto il mondo, mentre la popolarità di musica, cibo e serie televisive coreane in Giappone è ai massimi di sempre.   Auspicabilmente il buon senso popolare l’avrà vinta su chi semina discordia per i propri fini.   Taro Negishi Corrispondete di Renovatio 21 dal Giappone

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