Razzismo
Gli Stati Uniti accolgono i richiedenti asilo sudafricani bianchi
Il primo gruppo di sudafricani bianchi è arrivato negli Stati Uniti lunedì, dopo che il presidente Donald Trump ha offerto loro un rifugio sicuro da quello che ha definito «genocidio».
Funzionari del Dipartimento di Stato hanno accolto 59 persone, compresi bambini piccoli, in un hangar dell’aeroporto fuori Washington, DC.
«Voglio che sappiate tutti che siete davvero i benvenuti qui e che rispettiamo ciò che avete dovuto affrontare in questi ultimi anni», ha dichiarato il Vice Segretario di Stato Christopher Landau. «Molte di queste persone hanno esperienza di minacce di intrusione nelle loro case, nelle loro fattorie e una reale mancanza di interesse o di successo da parte del governo nel fare qualcosa per risolvere questa situazione».
In precedenza gli Stati Uniti avevano concesso asilo a 54 afrikaner – detti anche boeri – discendenti dei coloni olandesi, che costituiscono circa il 7% della popolazione del Sudafrica.
Today @DeputySecState welcomed the first group of Afrikaner refugees fleeing persecution from their native South Africa. We stand with these refugees, many of them farmers and former business owners, as they build a better future for themselves and their children here in the… pic.twitter.com/W16RJSU3tB
— Department of State (@StateDept) May 12, 2025
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Come riportato da Renovatio 21, vari gruppi boeri da anni ritengono di essere oggetti di una vera persecuzione se non di una pulizia etnica, con abbondanza disperante episodi di crimine, torture e violenza efferata di ogni sorta.
Parlando ai giornalisti lunedì, Trump ha ribadito il suo impegno per accelerare la naturalizzazione dei sudafricani bianchi. «Perché vengono uccisi, e noi non vogliamo vedere persone uccise», ha detto Trump. «È un genocidio in atto, di cui voi non volete scrivere, ma è una cosa terribile che sta accadendo».
Il presidente ha accusato i media di essere rimasti in silenzio su quella che ha definito una campagna contro i contadini bianchi, affermando: «se fosse il contrario, quella sarebbe l’unica storia di cui parlerebbero».
Il governo di Pretoria ha fermamente negato le affermazioni di Trump secondo cui starebbe discriminando la minoranza bianca del Paese o tollerando gli attacchi contro i contadini bianchi.
Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha respinto le accuse di Trump definendole «completamente false». Il ministro degli Esteri Ronald Lamola ha dichiarato: «non ci sono dati a sostegno di una persecuzione dei sudafricani bianchi, o in particolare degli afrikaner bianchi, che sono agricoltori».
Pretoria aveva attirato l’attenzione internazionale dopo l’approvazione, a gennaio, di una controversa legge che consente l’espropriazione di terreni – la maggior parte dei quali di proprietà di agricoltori bianchi – senza indennizzo. Il governo ha presentato la misura come un correttivo alle disparità nella proprietà terriera risalenti all’era dell’apartheid.
Trump, in reazione, aveva sospeso i finanziamenti al Sudafrica. A febbraio, la Casa Bianca ha affermato che il Sudafrica ha promulgato «politiche governative volte a smantellare le pari opportunità nell’occupazione, nell’istruzione e negli affari, e una retorica odiosa e azioni governative alimentano una violenza sproporzionata contro i proprietari terrieri razzialmente sfavoriti».
Il portavoce presidenziale Vincent Magwenya ha affermato che lo Stato «non può espropriare proprietà in modo arbitrario o per uno scopo diverso dall’interesse pubblico».
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Trump aveva offerto un reinsediamento in America ai sudafricani bianchi ancora mesi fa.
Come riportato da Renovatio 21, la Corte Suprema del Sudafrica due mesi fa ha respinto la richiesta di considerare la canzone Kill the Boer («uccidi il boero») un incitamento all’odio.
Nel 2022 la divisione per l’uguaglianza della Corte Suprema del Sudafrica ha stabilito che la canzone «Kill the Boers» non costituisce un caso di «incitamento all’odio». Chiedere il massacro di un’intera classe sociale, se non di un’intera razza non è hate speech, se a farlo cantare alle masse è Julius Malema, leader marxista-leninista del partito Economic Freedom Fighers (EFF), panafricanista, anticapitalista, antimperialista, con una certa passione, si dice, per le BMW che guiderebbe anche con un po’ troppa velocità.
La Corte Suprema sudafricana ha respinto l’accusa per cui quel canto è genocida poche settimane fa.
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Come riportato da Renovatio 21, ancora due anni fa Elon Musk, originario di Pretoria che non ha problemi a parlare di un vero e proprio «genocidio bianco in Sudafrica, aveva accusato il New York Times di supportare gli appelli al massacro razziale in corso.
Musk ha anche dichiarato di recente di non poter operare con la sua società Starlink nel suo Paese natìo in quanto non-nero.
Come riportato da Renovatio 21, Ernst Roets, responsabile politico del Solidarity («Movimento di Solidarietà»), un network di organizzazioni comunitarie sudafricane che conta più di 500.000 membri, ha dichiarato che, nonostante le indicibili violenze e torture subite dalle comunità bianche in Sud Africa, nel prossimo futuro «l’Europa sarà peggio».
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La BBC paga i dipendenti bianchi meno di quelli appartenenti a minoranze etniche
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Razzismo
Ben-Gvir come i nazisti: «ci sono persone che non meritano di vivere»
Dichiarazioni del ministro ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir tornano a far discutere.
Come riportato da Renovatio 21, Ben Gvir ha recentemente chiesto in maniera pubblica l’assassino sistematico quotidiano di diecine di palestinesi.
Intervenendo domenica al podcast di Rom Braslavski e contestando l’adesione temporanea di Netanyahu alla posizione di Trump sulla riduzione del numero di gazani uccisi ogni giorno, il responsabile delle carceri israeliane, il Ben-Gvir, ha auspicato l’uccisione di 30-40 gazani ogni notte: «Non è un segreto, non sono d’accordo con il primo ministro. Credo che a Gaza si debbano effettuare omicidi mirati, eliminando 30-40 persone ogni notte. Non solo coloro che rappresentano una minaccia immediata: ci sono persone che non meritano di vivere. Non dovrebbero vivere. Non sono nemmeno persone».
Le parole del potente ministro dello Stato Ebraico hanno ricordato immediatamente a molti l’espressione nazista «Lebensunwertes Leben» («vita non degna di essere vissuta»), una definizione usata dal regime nazista per indicare quelle fasce della popolazione che, secondo il regime nazista, non avevano diritto alla vita e venivano destinate al programma di «eutanasia involontaria», Aktion T4.
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Il termine deriva dal saggio del 1920 Die Freigabe der Vernichtung lebensunwerten Lebens di Karl Binding e Alfred Hoche, che proponeva l’eliminazione di malati mentali, disabili gravi e “vite senza valore” per ragioni etiche ed economiche. I nazisti lo radicalizzarono all’interno della Rassenhygiene (igiene razziale) e del darwinismo sociale.
A partire dal 1939, con l’Aktion T4, il regime organizzò l’uccisione sistematica di decine di migliaia di bambini e adulti con disabilità fisiche o psichiche (incluso l’autismo, il cui studio fu iniziato proprio da un medico austriaco, il dottor Hans Asperger), attraverso gas, iniezioni e fame. I medici selezionavano le vittime in base a criteri di «produttività» e «purezza razziale»: chi non poteva lavorare o generare prole «sana» era considerato un peso per la Volksgemeinschaft (comunità del popolo) e quindi eliminabile.
Il concetto non si limitò ai disabili: fu esteso a ebrei, rom, omosessuali, «asociali» e prigionieri politici, presentando lo sterminio come atto «scientifico» (anche a quell’epoca c’erano «gli esperti») e «umanitario», liberando risorse economiche e sociali e purificando la razza ariana.
Il programma quindi si estese ai campi di concentramento, ma anche al ghetto di Varsavia, i cui profughi hanno con probabilità discendenti tra coloro che ora perpetrano la pulizia etnica Striscia di Gaza.
Il ministro della Propaganda nazista Joseph Goebbels descrisse costantemente il popolo ebraico come «subumano» e dotato di «caratteristiche marcatamente parassitarie». Goebbels si suicidò il 1° maggio 1945 a Berlino, dopo aver ucciso la moglie e i sei figli con il cianuro.
Hans Frank, capo del regime nazista sulla Polonia occupata, rinchiuse gli ebrei nei ghetti, ridusse le loro razioni e sovrintese alla liquidazione del ghetto di Varsavia. «In ogni caso, inizierà una grande migrazione ebraica. Ma cosa dovremmo fare con gli ebrei? Pensate che si insedieranno nell’Ostland, nei villaggi? A Berlino ci dissero: “Perché tutta questa fatica? Non possiamo fare nulla con loro né nell’Ostland né nel Reichskommissariat. Quindi liquidateli voi stessi”. Signori, vi chiedo di liberarvi da ogni sentimento di pietà. Dobbiamo annientare gli ebrei ovunque li troviamo e ogniqualvolta sia possibile». Frank fu impiccato a Norimberga.
Dopo il 1945 il termine «Vita indegna di essere vissuta» era divenuto simbolo della barbarie nazista e dell’abisso etico raggiunto quando lo Stato decide chi merita di vivere. Con evidenza, i tempi stanno cambiando.
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E l’avvocato israeliano disse: la vita di un ebreo vale 10 milioni di palestinesi
Israeli lawyer Yehuda Shimon has sparked a viral debate after calling for the complete genocide of the survivors in Gaza because he says one Jewish life is equivalent to 10 million Palestinians.
“That just sounds racist.” “Yes, I know.” https://t.co/0IiliidFg5 pic.twitter.com/lZpPNgBWhk — Alex Jones (@RealAlexJones) August 2, 2026
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