Geopolitica
Lavrov avverte Israele: non «seminare una tempesta» in Siria
Israele dovrebbe astenersi dal risolvere i suoi problemi geopolitici a spese della Siria dilaniata dalla guerra, ha ammonito il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov. Le azioni sconsiderate dello Stato Ebraico potrebbero erodere il quadro di sicurezza in Medio Oriente, ha avvertito, durante una conferenza stampa online giovedì.
Lavrov ha sottolineato che la Russia insiste affinché la Siria resti un paese indipendente dopo la scomparsa dell’ex presidente Bashar Assad, ribadendo che Mosca mantiene i contatti sia con Damasco che con altri partner regionali. «La disintegrazione della Siria non deve essere consentita», ha affermato.
Alla luce di ciò, il ministro ha esortato Israele, che ha istituito una cosiddetta «zona cuscinetto» nel territorio siriano riconosciuto a livello internazionale, «a comprendere la propria responsabilità in questi sforzi collettivi e ad astenersi dal garantire la propria sicurezza a spese degli altri».
«Non ci si può aspettare di distruggere tutte le strutture militari in un Paese vicino e poi vivere in pace e armonia per sempre. È come seminare una tempesta che inevitabilmente tornerà a perseguitare coloro che si impegnano in tali azioni».
Dopo la rimozione di Assad e il successivo asilo in Russia, Israele ha lanciato molteplici attacchi aerei oltre confine, prendendo di mira basi aeree siriane, depositi di armi e altre strutture militari per impedire che le armi finissero «nelle mani sbagliate». Lo Stato Ebraico ha affermato di aver distrutto il 70-80% delle capacità militari strategiche del suo vicino, con la marina siriana sostanzialmente eliminata come forza operativa.
Secondo il Lavrov, un altro aspetto del benessere della Siria dipende dalla situazione nella parte orientale del paese ricca di petrolio. Gli Stati Uniti, ha accusato il ministro, hanno «occupato illegalmente una parte significativa del territorio, comprese aree con grandi giacimenti petroliferi e terreni fertili», aggiungendo che i ricavi dall’esportazione di queste risorse vengono convogliati verso «strutture separatiste» che gli americani hanno creato nel Paese.
Il ministro anche affrontato le osservazioni del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che ha recentemente giurato di «seppellire» i militanti curdi, che Ankara considera terroristi, in Siria se non deporranno le armi. «Comprendiamo le legittime preoccupazioni della leadership turca… riguardo alla sicurezza lungo il confine», ha detto Lavrov, aggiungendo che i «legittimi interessi di sicurezza della Turchia devono essere garantiti in un modo che preservi la sovranità, l’integrità territoriale e l’unità della Siria».
Precedenti resoconti dei media sostenevano che la Turchia e la nuova leadership di Damasco stavano prendendo in considerazione un’operazione militare congiunta per espellere i curdi dalle aree di confine se non fossero riusciti a integrarsi con l’esercito siriano. Il presidente russo Vladimir Putin non ha escluso che Ankara potesse procedere con tale azione, pur esortando entrambe le parti a risolvere le loro divergenze pacificamente.
Come riportato da Renovatio 21, in un discorso pubblico della settimana scorsa Putin ha dichiarato che il principale beneficiario della crisi in corso in Siria è Israele.
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Nel giustificare l’invasione israeliana della Siria, il primo ministro israeliano Beniamino Netanyahu ha spiegato che lo Stato degli ebrei non può permettere che gruppi jihadisti colmino il vuoto creato al confine siriano e minaccino le comunità israeliane sulle alture del Golan. Da allora, il governo israeliano ha anche approvato un piano per raddoppiare la popolazione ebraica delle alture del Golan e rafforzare la regione. «Continueremo a tenercela stretta, a farla fiorire e a stabilirci lì», si legge in una dichiarazione del capo del governo israeliano.
Come riportato da Renovatio 21, negli ultimi giorni Israele ha rifiutato di lasciare la zona cuscinetto della parte meridionale della Siria., dove. è stato dichiarato le truppe israeliane istituiranno una «zona sterile di difesa» per prevenire qualsiasi «minaccia terroristica» dopo la caduta del governo dell’ex presidente siriano Bashar Assad.
Parlando mercoledì a Channel 4, un portavoce di HTS si è rifiutato condannare apertamente gli attacchi israeliani, limitandosi ad affermare che il gruppo vuole che «tutti» rispettino la sovranità della «nuova Siria».
Come riportato da Renovatio 21, il villaggio druso di Hader, in territorio siriano, sta chiedendo di essere annesso allo Stato di Israele temendo la violenza dei nuovi dominatori sunniti takfiri contro le minoranze.
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Immagine di tatarstan.ru via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
Geopolitica
Gli Houthi rivendicano nuove conquiste. La guerra civile yemenita si aggrava
NEW: Footage of the Houthis driving through the city of Al-Turbah in Yemen. https://t.co/Kqdi5dcPTI pic.twitter.com/S11LYNOTJ5
— OSINT News (@OSINTNewsqrb) October 4, 2026
NEW: The Houthis have captured the vital town of Al-Turbah, southern Taizz Governorate, Yemen.
Turbah is the second largest city in the Governorate and lies on the Taizz–Aden road. pic.twitter.com/5XoqgCysRC — OSINT News (@OSINTNewsqrb) October 4, 2026
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Geopolitica
L’esercito regionale etiope riconquista la capitale ribelle
Le forze governative etiopi e i combattenti alleati hanno riconquistato Mekelle, capitale della regione settentrionale del Tigrè, che i ribelli avevano preso d’assalto meno di due settimane fa.
Domenica i combattenti delle Forze di Pace del Tigrè (TPF), movimento filo-governativo, hanno annunciato su Facebook di aver «preso il pieno controllo» della città. Un filmato diffuso dalla TPF e datato 3 ottobre mostra uomini armati in uniforme militare e furgoni che percorrono le strade, con i clacson che suonano tra gli applausi della folla.
Secondo l’agenzia Reuters, che cita una fonte vicina alla milizia, le forze sono entrate nel centro città sabato pomeriggio, seguite dalle truppe federali.
Il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigrè (TPLF), che governa la regione, ha confermato la ritirata in una dichiarazione pubblicata su Facebook. Nel comunicato si legge che l’amministrazione regionale «ha deciso di lasciare temporaneamente Mekelle e operare da un’altra località, mentre le nostre forze continuano a svolgere le loro operazioni militari».
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Secondo l’AP, i residenti hanno segnalato saccheggi di uffici governativi durante il ritiro, mentre le interruzioni di internet e della telefonia mobile hanno reso difficile verificare gli sviluppi.
Le truppe federali hanno inoltre ripreso l’aeroporto di Mekelle, occupato dai combattenti del TPLF il 23 settembre. L’occupazione aveva spinto Ethiopian Airlines a sospendere i voli verso la città e verso altre due destinazioni nel Tigrè.
Il Paese dell’Africa orientale fatica a trovare una stabilità duratura da quando un accordo di pace mediato dall’Unione Africana e firmato nel novembre 2022 ha posto fine alla guerra del Tigray, durata due anni e costata centinaia di migliaia di morti. Il conflitto nacque da una lotta di potere tra il governo federale e il TPLF, il cui dominio decennale sulla politica nazionale si era concluso con l’insediamento del primo ministro Abiy Ahmed nel 2018. Restano irrisolte le controversie sul disarmo, sul territorio e sul ritorno degli sfollati.
L’ultima escalation è seguita alla formazione di un’alleanza di opposizione tra il TPLF e altri sei gruppi armati, tra cui ex nemici sul campo di battaglia, che puntano a rovesciare Abiy. Il 24 settembre le Forze di Difesa Nazionali Etiopi hanno dichiarato di aver ucciso 272 combattenti del TPLF e di averne feriti altri 260 in una controffensiva. Le autorità regionali del Tigray hanno affermato che le loro truppe sono entrate in una «battaglia difensiva» dopo essere state attaccate dalle forze federali con aerei, droni e artiglieria.
I combattimenti hanno inoltre aggravato una crisi diplomatica regionale. L‘Etiopia accusa Egitto e Sudan di sostenere i ribelli, aggiungendo pure l’Eritrea. Tutti e tre negano. La coalizione riunisce ex nemici, tra cui il TPLF e il Movimento Nazionale Amhara Fano, che hanno combattuto su fronti opposti durante la guerra del 2020-2022, nonché l’Esercito di Liberazione Oromo.
Giovedì Addis Abeba ha annunciato la chiusura della propria ambasciata in Eritrea e l’espulsione di dieci diplomatici eritrei, citando «atti di ostilità diretti e indiretti» da parte di Asmara. L’Eritrea ha risposto interrompendo le relazioni diplomatiche e sostenendo che l’Etiopia stesse complottando per impadronirsi dei suoi porti e appoggiasse gruppi di opposizione eritrei per perseguire un cambio di regime.
Addis Abeba ha anche intimato a un diplomatico egiziano di lasciare il Paese entro 48 ore. Il Cairo ha reagito imponendo lo stesso termine a un consigliere dell’ambasciata etiope.
Come riportato da Renovatio 21, un anno fa un’operazione delle forze etiopi avevano arrestato diecine di presunti miliziani ISIS.
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Come riportato da Renovatio 21, il caos dilagato in Etiopia potrebbe aver avuto determinati padrini geopolitici stranieri e soggetti internazionali che vi hanno lucrato non poco: tutto va considerato nell’ottica dell’enantiodromia su suolo africano tra il vecchio potere USA e quello rampante della Repubblica Popolare Cinese, più interessata che mai a continuare il recente dominio stabilito sul Continente Nero.
Il contrasto tra il TPLF e lo Stato etiope aveva portato anche a speciose accuse contro l’attuale direttore dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus, già ministro della Salute etiope ed ex dirigente del TPLF, che il capo di Stato maggiore generale Berhanu è arrivato ad accusare addirittura di traffico d’armi.
L’Etiopia è altresì interessata da un conflitto strisciante con il vicino Egitto a causa di una diga che Addis Abbeba vuole porre sul Nilo. Secondo alcuni analisti, tale frizione potrebbe sfociare in una vera e propria guerra, la prima che può chiamarsi apertamente come guerra per l’acqua.
Come riportato da Renovatio 21, la guerra civile ha avuto come effetto collaterale la quasi cancellazione del cristianesimo dal Tigrè.
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Immagine screenshot da Facebook
Geopolitica
L’ex premier polacco: «tutti sanno che Kiev sta appropriandosi indebitamente degli aiuti occidentali»
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