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Economia

Crisi e rinascita della Sicilia. Conversazione con il professor Mario Pagliaro

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Qual è la situazione della più grande regione d’Italia? Parliamo, per chi non lo sapesse, della Sicilia: terra magnifica e contraddittoria, terra problematica e fertile, paradigma di dramma e bellezza – e, per le sue eterne risorse, per la sua ubicazione, per la sua storia, luogo di fondamentale importanza per il futuro dell’Italia e non solo.

 

Renovatio 21 ha intervistato il professor Mario Pagliaro, chimico del CNR e accademico d’Europa, autore della preziosa guida all’energia solare Helionomics, figura da noi spesse volte interpellato per parlare di energia. Proprio con una sua intervista, Renovatio 21 è stata la prima testata giornalistica in Italia ad anticipare nell’estate del 2021 l’imminente aumento dei prezzi dell’energia in Italia.

 

L’Italia ha ormai 3 mila miliardi di debito pubblico. La deindustrializzazione procede senza sosta: ogni giorno si registra la chiusura di uno o più stabilimenti. È ripresa, a tassi persino maggiori di quelli ante 2020, l’emigrazione giovanile di massa.

 

La rinascita dell’Italia passa da quella della Sicilia? Oppure, il Meridione e la Sicilia continueranno a spopolarsi ad un tasso persino più rapida di quella di Piemonte e Lombardia? Su questo e su altro abbiamo sentito il chimico siciliano.

 

La Sicilia nelle regioni del Nord suscita grande curiosità. Di fatto, se ne sa poco. Tutti però sappiamo come sia un’isola potenzialmente ricchissima. La prima domanda dunque riguarda le ricchezze non sfruttate della Sicilia: quali sono?

Sono numerosissime: la Sicilia ospita le miniere di sali potassici più grandi di Europa. Dispone di grandi giacimenti di petrolio e di gas naturale a terra e in mare, utilizzati solo in piccola parte. È sede di una vastissima superficie agricola fatta di terreni oltremodo fertili coltivati con le più svariate colture. Ed ospita un patrimonio storico-artistico fra i maggiori al mondo, inclusi templi antecedenti alla dominazione greca, teatri greci e romani, cattedrali bizantine e castelli medioevali.

 

Persino le risorse marine sono enormi: da quelle ittiche all’acqua di mare ricchissima di sali di magnesio. Ad esempio, le acque di Augusta dove la concentrazione di magnesio è così elevata rispetto a quella delle acque costiere italiane che ne rende particolarmente conveniente l’estrazione industriale, come avveniva fino a pochi anni fa.

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Nonostante queste ricchezze, la Sicilia perde migliaia di abitanti ogni anno: perché?

Per lo stesso motivo per cui ormai da anni a depopolare sono anche il Centro e il Nord dell’Italia: il livello altissimo delle tasse e dei contributi sociali da pagare allo Stato su ogni ora lavorata incentivano le imprese esistenti a chiudere e a delocalizzare ormai da oltre 20 anni. Mentre qualsiasi giovane dotato di capacità imprenditoriali non aprirà mai la sua impresa in Sicilia o nel resto d’Italia, quando spostandosi in Croazia o in Albania o in Tunisia pagherebbe tasse e contributi che sono una piccola frazione di quelli dovuti in Italia.

 

I siciliani emigrano ormai per le stesse ragioni dei liguri: l’offerta di lavoro è bassa, e quel poco lavoro che c’è è retribuito poco e male. Di qui, l’emigrazione d massa dei giovani verso tutti i Paesi del Nord Europa e verso i Paesi del Golfo persico. Negli Emirati Arabi lavorano ben pagati decine di migliaia di italiani e molte migliaia di siciliani.

 

La stampa nazionale da decenni il messaggio fatto passare dalla stampa è Regione Siciliana come un continuo spreco di soldi pubblici. Puntualmente, ad esempio, si parla dei famosi forestali siciliani oppure delle decine di migliaia di dipendenti regionali. È così?

Non è così. Dalla motorizzazione civile alla gestione del patrimonio storico-artistico alle acque e persino le autostrade, a gestire con sempre maggiore difficoltà dovuta alla crisi finanziaria queste ed altre risorse è la Regione Siciliana, e non lo Stato come avviene nelle regioni «a statuto ordinario» nate tre decenni dopo il 1946, anno di fondazione della Regione Siciliana.

 

Fino al 1991, guidata da un grande presidente come Rosario «Rino» Nicolosi, la Regione Siciliana è stata protagonista di una prolungata stagione di sviluppo, peraltro accompagnata dagli interventi infrastrutturali della Cassa per il mezzogiorno: dighe, reti idriche, infrastrutture stradali, case popolari, sviluppo agricolo, riforestazione, recupero del patrimonio storico-artistico, e credito attraverso le banche pubbliche, controllate dalla Regione. Poi, esattamente come per il resto d’Italia, è iniziato un declino che dura ormai da 30 anni.

 

Però ci sono anche enormi potenzialità: quali sono?

Agricoltura e bioeconomia, turismo ed energia solare sono i 3 assi del nuovo sviluppo della Sicilia. La rinascita dell’agricoltura è già in corso, con il fortissimo e imprevisto rialzo dei prezzi dell’olio di oliva e del succo di arancia, e quindi delle arance. La Sicilia ospita la quasi totalità dell’industria agrumaria italiana, cioè quella della trasformazione degli agrumi in succo, ed è la terza regione per produzione olearia in Italia.

 

Fino all’avvio della guerra nelle ex repubbliche dell’URSS, la Sicilia stava anche beneficiando del forte e prolungato rialzo dei prezzi del grano. Poi i prezzi si sono più che dimezzati per le enormi importazioni di grano dalle ex repubbliche sovietiche che hanno dirottato sull’Europa una parte significativa del loro enorme export di cereali. Quando le importazioni cesseranno, i prezzi del grano torneranno a salire rapidamente, superando quelli di anteguerra.

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Sono attive in Sicilia alcune innovazioni della filiera agricola…

L’agricoltura poi trova nuovi sbocchi nella bioeconomia perché dagli scarti di lavorazione agricoli e della pesca si traggono già oggi – senza che nessuno lo sappia – prodotti che valgono più dei frutti. Lasci che le citi il caso dell’azienda nutraceutica napoletana che nell’area industriale di Termini Imerese produce integratori alimentari a base di flavonoidi ottenuti dagli agrumi siciliani, che poi vende con successo in tutta Italia.

 

E il turismo?

Il turismo da quasi un decennio anni conosce in Sicilia una crescita enorme che ha portato all’apertura di migliaia di B&B tanto nelle storiche città siciliane che nelle località turistiche costiere, oltre a decine di agriturismi, all’ampliamento degli alberghi esistenti e alla costruzione di nuovi, spesso con capitali provenienti dal Nord Italia e dall’estero.

 

Questo è accaduto perché inizialmente le società del turismo hanno dirottato sulla Sicilia il turismo prima diretto in Nord Africa. Poi, il passaparola reso possibile da internet e dai telefoni digitali ha fatto il resto: amici e parenti dei primi turisti, anche italiani, ricevono messaggi, foto e video entusiasti: «venite in Sicilia: è bellissima, e costa poco».

 

E così la Sicilia, storicamente tenuta fuori dai grandi flussi turistici, ha iniziato a intercettarli.

 

Parliamo del suo tema: l’energia solare-

Basta un numero: in Sicilia lo scorso primo settembre c’erano 120mila impianti fotovoltaici, di cui 107mila sono installati sul tetto di abitazioni e 13mila sui tetti di aziende e uffici cui danno ogni giorno gratis abbondante energia elettrica, facendo crollare la bolletta.

 

Appena 15 anni fa, quando iniziammo le attività formative del Polo Fotovoltaico della Sicilia, in Sicilia c’erano una decina di impianti. Non ci credeva nessuno: invece, il fotovoltaico è divenuto la fonte di energia elettrica più installata al mondo ogni anno. E in Sicilia ci sono oltre 1 milione e mezzo di edifici che vanno ancora solarizzati.

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Benché migliore di quella del resto d’Italia, anche in Sicilia la situazione demografica non è buona. Può darci qualche dato aggiornato?

Certo. La Sicilia fra il 2014 e il 2023 ha perso 300.425 abitanti: una media di oltre 30.000 ogni anno. Soltanto nel 2021 gli abitanti persi sono stati poco più di 300 a causa del fatto che con le chiusure nessuno lasciava la Sicilia. Oggi siamo in grado di capire la reale dimensione della nuova emigrazione siciliana.

 

Dal 2018, anno dell’avvio del censimento permanente della popolazione, Istat dà infatti la popolazione censita ogni anno, e non più quella rilevata dalle anagrafi, visto che moltissimi dei residenti che lasciano la Sicilia non cancellano la propria residenza dalle anagrafi comunali. Infatti nel 2018 ISTAT comunicò una riduzione della popolazione siciliana superiore alle 118mila unità. Effetto, appunto, della differenza fra popolazione censita e quella registrata alle anagrafi.

 

All’inizio del 2024 la popolazione siciliana censita era di 4.794.512 residenti. Nel 2023 è diminuita di oltre 19.000 unità.

 

Cosa prevederebbe un disegno di rinascita dell’isola?

Come il resto d’Italia, la Sicilia ha bisogno di un profondo cambiamento delle classi dirigenti, e di un ritorno alle politiche di programmazione pubblica dell’economia che hanno reso grande l’Italia fra il 1933, anno di fondazione dell’IRI, e il 1991. È verosimile che l’aggravarsi della crisi delle relazioni internazionali con le guerre ormai in corso ai confini europei, e di quella delle finanze pubbliche dovuta all’insostenibilità economica del sistema dei cambi fissi fra monete nazionali alla base dell’euro, determinerà tale cambiamento già nel breve periodo.

 

Italia e Sicilia hanno all’estero decine di migliaia di concittadini di altissime competenze, che con l’approfondirsi della crisi torneranno a dare un importante contributo alla rinascita economica e sociale del Paese e della Sicilia. Ce ne sono altrettanti in tutta Italia, che fino ad oggi hanno rifuggito da ogni impegno pubblico.

 

L’aggravarsi della crisi farà sì che molti di loro saranno chiamati ad un impegno pubblico diretto.

 

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Economia

Gli Stati Uniti minacciano l’Europa con il divieto di esportazione del diesel

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Gli Stati Uniti stanno spingendo Francia e Germania ad attingere alle proprie riserve di emergenza di gasolio per contribuire ad abbassare i prezzi mondiali, minacciando di bloccare le esportazioni di carburante in caso di rifiuto. Lo riferisce l’agenzia Reuters.   Washington chiede all’Unione Europea di rilasciare 120 milioni di barili nell’arco dei prossimi sei mesi, nel quadro della strategia con cui il presidente Donald Trump intende ridurre i costi del carburante all’interno del Paese in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.   Il prezzo del diesel ha toccato livelli record sia negli Stati Uniti sia nell’UE. Secondo l’Agenzia statunitense per l’informazione energetica (EIA), nella terza settimana di settembre la media americana ha superato i 6,50 dollari al gallone, con un rincaro di 2,60 dollari su base annua, mentre nell’UE i prezzi sono saliti a 2,23 euro al litro, stando ai dati della Commissione Europea.

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La crisi del carburante è particolarmente acuta in Texas, dove domenica il governatore Greg Abbott ha dichiarato lo stato di calamità in tutto lo Stato, a causa dell’impennata dei prezzi del diesel e delle interruzioni negli approvvigionamenti. Alcuni distributori hanno esaurito le scorte, mentre la scarsità ha spinto altri a razionare il carburante o a ritoccare drasticamente i prezzi. Il provvedimento ha temporaneamente allentato le restrizioni sui carburanti e sul trasporto su strada, consentendo fra l’altro un uso più ampio sulle strade pubbliche del gasolio colorato non tassato.   Alla base della crisi c’è la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che ha interrotto i flussi di rifornimento dal Medio Oriente attraverso lo Stretto di Ormuzzo. La Russia, tra i maggiori esportatori mondiali di gasolio, ha ridotto le spedizioni per tutelare le forniture interne dopo che gli attacchi dei droni ucraini hanno danneggiato le sue raffinerie. Anche la Cina ha sospeso le esportazioni di carburante previste per ottobre, per rafforzare le proprie scorte.   Washington ha intensificato la pressione su Parigi e Berlino. Giovedì la testata ha riferito, citando fonti a conoscenza dei colloqui, che l’amministrazione Trump è particolarmente «frustrata» perché Francia e Germania non hanno onorato fino in fondo gli impegni assunti in precedenza sul rilascio delle scorte di emergenza di petrolio e prodotti petroliferi. «È nell’interesse dell’Europa collaborare con gli Stati Uniti mentre perseguiamo diverse strade per incrementare l’offerta di prodotti raffinati e ridurre i costi per i consumatori», ha dichiarato a Reuters un funzionario americano.   La minaccia arriva dopo che Trump ha affermato, all’inizio della settimana, che Washington sta valutando «molto seriamente» di limitare le esportazioni di diesel statunitense per far scendere i prezzi interni in vista del voto di metà mandato. Un divieto colpirebbe l’Europa con particolare durezza, dato che l’UE si è in larga parte sganciata dal carburante russo ed è sempre più dipendente dalle forniture americane.   I dati di Vortexa mostrano che a settembre le importazioni europee di gasolio sono già scese a un minimo storico di circa un milione di barili al giorno, con spedizioni via mare inferiori di oltre il 25% rispetto allo scorso anno. La Russia, che prima delle ultime restrizioni pesava per circa il 9,5% dell’export mondiale di gasolio, ha prolungato i blocchi alle esportazioni fino a ottobre. Sempre a settembre gli Stati Uniti hanno coperto il 41% delle importazioni europee, con circa 400.000 barili al giorno, e le loro esportazioni complessive di gasolio sono rimaste vicine ai massimi, attorno a 1,6 milioni di barili al giorno.   L’impennata dei prezzi ha già messo sotto pressione diverse economie europee, tra cui Finlandia, Danimarca, Grecia e Germania, mentre la Francia ha segnalato carenze in alcune stazioni di servizio.   Secondo la Commissione Europea, le raffinerie del continente lavorano già quasi al massimo della capacità, e anche la distribuzione è messa a dura prova dai livelli eccezionalmente bassi del Reno, dovuti alla siccità, che limitano le spedizioni di carburante via nave verso l’entroterra. Per compensare le perdite di approvvigionamento, il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto all’inizio del mese alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen di allentare temporaneamente le norme UE sulla qualità del diesel e di aumentare l’impiego di biocomponenti, una misura che potrebbe far crescere la produzione fino al 20%.   Il segretario all’Energia americano Chris Wright ha detto giovedì di essere «molto fiducioso» che l’Europa rilascerà più carburante, sostenendo che servono forniture aggiuntive in vista del riscaldamento invernale e della stagione del raccolto. «Ora è il momento di immettere più gasolio sul mercato, e quel gasolio è disponibile», ha dichiarato a Fox News.   Intanto i governi europei hanno tenuto una serie di riunioni d’emergenza per cercare una via d’uscita, sotto la crescente pressione di Washington per lo sblocco delle riserve. Giovedì Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Commissione europea hanno discusso di un possibile prelievo, prima che i Paesi dell’UE e la Commissione si ritrovassero venerdì per nuovi colloqui di crisi. Il commissario europeo all’Energia Dan Jorgensen ha definito un nuovo rilascio di gasolio «una possibilità», mentre l’Irlanda, che detiene la presidenza di turno del Consiglio dell’UE, ha descritto il mercato del diesel come «molto teso».   I 120 milioni di barili richiesti corrisponderebbero a circa il 40% delle scorte di emergenza di gasolio dell’Unione, secondo gli ultimi dati Eurostat disponibili, risalenti a maggio 2025. Francia e Germania detenevano insieme circa il 35% delle riserve strategiche di gasolio del blocco. L’Europa ha già attinto alle proprie scorte una volta quest’anno, impegnando 107,5 milioni di barili nel rilascio record di marzo coordinato dall’AIE, di cui il 68% costituito da prodotti raffinati. I dati comparabili per il 2026, che indicano quanto gasolio di emergenza sia ancora disponibile, non sono ancora stati pubblicati.

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Il direttore generale dell’AIE, Fatih Birol, ha sollecitato i Paesi europei a utilizzare le proprie riserve di gasolio, mentre Berlino ha precisato che l’agenzia non ha ancora chiesto formalmente alla Germania di rilasciarle.   Anche la Francia spinge per una risposta coordinata. Macron ha parlato di crisi energetica con Trump durante la notte, e la presidenza francese ha riferito che entrambe le parti sono favorevoli a un’azione concertata «senza restrizioni alle esportazioni».   Secondo quanto riportato, Parigi avrebbe proposto che i Paesi europei mettano sul mercato 50 milioni di barili di gasolio, mentre i membri dell’AIE ne rilascerebbero altri 50 milioni di greggio. I governi dell’UE hanno inoltre discusso l’ipotesi di vincolare qualsiasi ulteriore rilascio di gasolio all’impegno degli Stati Uniti a non imporre un divieto unilaterale di esportazione.

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Economia

Impennata dei costi energetici, le esportazioni di acciaio dell’UE calano di un quinto

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Le esportazioni di acciaio dall’Unione Europea sono diminuite del 20% nella prima metà del 2026 rispetto all’anno precedente. Lo riporta il Financial Times , che cita dati dell’associazione di settore Eurofer.

 

Le spedizioni verso gli Stati Uniti, che impongono un dazio del 50% sull’acciaio UE, sono calate del 29%. Le esportazioni verso Turchia, India e Cina sono diminuite di almeno il 18% ciascuna, poiché i produttori più economici hanno venduto a prezzi inferiori rispetto alle acciaierie europee. La produzione di acciaio grezzo nell’UE è diminuita del 3% nel 2025, attestandosi a 126 milioni di tonnellate, un minimo storico, e di un ulteriore 1% nei primi cinque mesi di quest’anno, riporta EIRN.

 

«Siamo l’unica grande regione ad adattare al ribasso la capacità produttiva di acciaio», ha dichiarato al Financial Times il direttore generale di Eurofer, Axel Eggert , aggiungendo che il settore «non tornerà» ai livelli del 2015, pari a circa 155 milioni di tonnellate. La sola Cina, ha affermato, esporta all’incirca la stessa quantità di acciaio prodotta dall’intero mercato UE.

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L’energia rappresenta il peso maggiore. I prezzi del gas nell’UE sono aumentati di oltre il 140% da gennaio, spinti al rialzo dalla guerra in Medio Oriente. Geert Van Poelvoorde, presidente di ArcelorMittal Europe e futuro presidente di Eurofer, ha definito «pericolosa» la struttura dei costi dell’acciaio europeo, affermando che essa lo rende inaccessibile ai mercati di esportazione.

 

Bruxelles ha introdotto quote di importazione a luglio, ha imposto dazi antidumping fino al 90% su alcuni prodotti cinesi e ha sottoposto l’acciaio alla sua tassa sul carbonio alle frontiere, che addebita agli importatori le emissioni mentre i produttori dell’UE pagano i permessi di emissione di carbonio.

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Economia

Trump valutando il divieto di esportazione del diesel

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La Casa Bianca sta ancora considerando «molto seriamente» un blocco all’esportazione del diesel, ha detto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, mentre i prezzi del carburante salgono in vista delle elezioni di medio termine di novembre.   L’interruzione delle spedizioni da parte del maggiore esportatore mondiale potrebbe peggiorare la scarsità globale e mettere l’Europa, molto dipendente dalle importazioni, in difficoltà nel reperire rifornimenti.   I prezzi del diesel sono saliti bruscamente per la crisi mondiale dell’offerta, alimentata dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che ha danneggiato in modo grave il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Ormuzzo . Anche la Russia, tra i principali esportatori di diesel, ha ristretto le esportazioni di carburante per stabilizzare il mercato interno dopo gli attacchi dei droni ucraini alle sue raffinerie.   La produzione di diesel negli Stati Uniti riesce ora a malapena a coprire la domanda interna, facendo temere che un aumento delle esportazioni possa ridurre ulteriormente le scorte sul mercato nazionale.

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Domenica Trump ha detto a un giornalista di Fox News che l’amministrazione stava valutando la misura. «La stiamo esaminando molto seriamente, potremmo farlo», ha affermato mentre partecipava al torneo di golf Presidents Cup vicino a Chicago, ammettendo che la mossa potrebbe far salire un po’ i prezzi della benzina.   Trump aveva anticipato l’idea la settimana scorsa. «Ho detto di non mandare il diesel», ha dichiarato ai giornalisti prima di un incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj.   Questa possibile decisione arriva mentre i prezzi del carburante sono in forte rialzo. I dati dell’Energy Information Administration indicano che il prezzo medio nazionale del diesel ha toccato il record di 6,529 dollari al gallone (1,72 dollari al litro) il 21 settembre, rispetto ai 5,454 dollari di sole cinque settimane prima, per la scarsità di offerta globale e i prezzi elevati del petrolio greggio che spingono i costi verso l’alto.   L’ipotesi che il maggiore esportatore mondiale di diesel interrompa le forniture ha provocato reazioni negative nette da parte dell’industria energetica statunitense. L’American Petroleum Institute ha avvertito che un divieto potrebbe spingere le raffinerie a tagliare la produzione di diesel, benzina e carburante per aerei, riducendo le forniture interne e aggravando la crisi globale del carburante.   Il diesel resta un pilastro dell’economia industriale grazie a una combinazione unica di densità energetica, affidabilità ed efficienza. Nel trasporto pesante alimenta camion, autobus e navi che muovono la gran parte delle merci, garantendo autonomia e coppia elevate anche a pieno carico.   In agricoltura è il carburante di trattori e mietitrebbie, macchine che richiedono potenza costante per ore in condizioni difficili. L’edilizia e le miniere dipendono da escavatori e gru diesel, capaci di lavorare dove non arriva una rete elettrica.   Anche la logistica portuale e ferroviaria ne fa largo uso, così come i gruppi elettrogeni che assicurano energia di emergenza a ospedali, data center e cantieri.   Rispetto ad altri combustibili, il diesel offre un rendimento superiore e costi di esercizio contenuti, oltre a una rete di distribuzione capillare. I motori moderni, con filtri antiparticolato e sistemi SCR, hanno ridotto sensibilmente le emissioni inquinanti. Per molte applicazioni pesanti, le alternative elettriche o a idrogeno non sono ancora competitive per costi, autonomia e infrastrutture, e per questo il diesel accompagnerà ancora a lungo la transizione energetica.

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Un diesel caro è uno dei modi più rapidi in cui uno shock energetico si trasmette all’intera economia, perché quasi tutto ciò che viene prodotto, coltivato o venduto passa attraverso un motore diesel in qualche fase.   Il carburante è un costo di base del trasporto merci: quando sale, aumentano i prezzi di alimentari, materiali da costruzione, beni di consumo e prodotti online, creando un diffuso fenomeno inflattivo. L’effetto arriva con qualche settimana o mese di ritardo e colpisce di più i beni voluminosi e a basso margine.   Autotrasportatori, agricoltori, pescatori, imprese edili e compagnie di navigazione hanno pochi modi per assorbire il rincaro, subendo una intollerabile pressioni sui loro margini di profitto. Le aziende piccole spesso non riescono a scaricarlo sui clienti e rischiano di chiudere o di ridurre l’attività.   Se i costi di trasporto e di produzione salgono, i consumatori spendono di più per beni essenziali e meno per il resto, e le imprese rinviano gli investimenti. Storicamente i picchi del prezzo del gasolio hanno preceduto o aggravato periodi di stagnazione economica. Trasporto marittimo e aereo diventano più costosi, il che indebolisce i vantaggi delle produzioni delocalizzate e può favorire filiere più corte e regionali.   I Paesi importatori netti di petrolio, soprattutto quelli emergenti, subiscono un peggioramento della bilancia commerciale e pressioni sulla valuta, mentre i paesi esportatori ci guadagnano. Nei Paesi poveri il rincaro pesa anche sul cibo, dato che agricoltura e distribuzione dipendono dal diesel.   Un diesel costoso funziona come una tassa invisibile sull’intera economia, che alimenta l’inflazione e frena la crescita, con costi che ricadono in modo sproporzionato sui settori e sui paesi meno attrezzati per assorbirli.  

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