Immigrazione
Menarono a Cicalone. L’anarco-tirannide sempre più spudorata
Simone Cicalone, conosciuto anche come Cicalone Simone, è un personaggio internet oramai molto popolare. Accento romano, mento importante, corporatura solida e occhi grandi, il ragazzo è decisamente non antipatico. Più di 700 mila follower su YouTube e 1.400 video caricati: tanto lavoro, tanto seguito.
Ex pugilatore, conoscitore delle arti marziali, si è fatto notare negli anni per i suoi video sui social, tra cui la serie «Scuola di botte», in cui si faceva beffe delle tecniche insegnate da alcune scuole di arti marziali e difesa personale – come quelle dei discepoli dell’israeliana Krav Maga, definiti dal Cicalone come «krav maghi» – che non hanno efficacia se trasposte in situazioni di violenza in strada.
Il Cicalone negli anni ha ampliato il format arrivando a fare lunghi video in cui gira per le zone più malfamate di alcune città – Roma, Firenze, Milano, Mestre – per mostrarne il degrado e la pericolosità. Va da sé che quello che ciò che va ad incontrare scortato spesso da altri ragazzotti, magari professionisti di qualche combat sport) è, spessissime volte, la prevalenza di orde straniere a comandare intere zone urbane.
La CGIL poco tempo fa ha attaccato aspramente le «ronde» cicaloniane, che invece sono difese da esponenti del partito di governo FdI.
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Lo youtuber ieri sarebbe stato oggetto di quello che definisce «un’agguato» presso la linea A della metro di Roma, luogo infestato da borseggiatori e bande di sudamericani e quindi teatro di vari illuminanti video cicaloneschi.
«Cicalone e gli altri componenti del suo gruppo stavano per iniziare le loro riprese quando sarebbe scattata l’aggressione» ricostruisce Il Fatto Quotidiano. Sul posto è intervenuta la polizia per la segnalazione di una rissa. A quanto ricostruito dagli agenti, i borseggiatori coinvolti sarebbero tre e una di loro, una donna, è stata portata in ospedale in codice giallo».
Anche Cicalone e la sua videoperatrice sarebbero poi andati al Pronto Soccorso. L’uomo avrebbe detto di essersi fatto male a «naso, ginocchio e collo».
Testimone della scena sarebbe stata la parlamentare M5S Marianna Ricciardi, che si era data appuntamento con Cicalone per «esprimere il mio punto di vista» sulla attività del boxeur youtuber «e su un problema che esaspera i cittadini, quello della sicurezza nelle metropolitane di Roma che anch’io utilizzo».
L’onorevole grillina dice di essersi trovata dinanzi ad una «una scena da far west»: «davanti ai miei occhi i ragazzi sono stati aggrediti da un gruppo di borseggiatori che si erano evidentemente organizzati e che hanno picchiato anche la videomaker rompendo la videocamera» è il virgolettato de Il Fatto.
«Ad aggredire Cicalone sarebbe stato un gruppo di almeno dieci persone. Gli agenti, intervenuti con diverse pattuglie, sono riusciti a fermare due uomini, mentre le donne sono riuscite a scappare» scrive Open.
«Mentre noi stiamo qua – spiega il popolare ex pugile – questi sono tornati a rubare in metropolitana», sottolineando che «il “servizio” sulla metro è stata una vera e propria imboscata. Uno c’ha attirato da una parte, picchiandosi in faccia da solo, e poi sono usciti fuori come funghi», racconta Cicalone.
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La notizia potrebbe essere davvero interessante perché indice di un ragionamento più profondo che i gruppi criminali stranieri, anche quelli più micrologici, stanno facendo riguardo la realtà italiana.
È facile pensare che qualcuno nel commando Cicalone lo conoscesse. I ragazzi sanno su YouTube, difficile non imbattersi su un personaggio come lui che parla di strada e che, visto il successo di pubblico, magari è pure premiato dall’algoritmo.
E quindi, stando alla prospettiva proposta, se si trattasse davvero di «un’imboscata» come dice lui, e non di una rissa nata estemporaneamente, saremmo di fronte ad una dichiarazione precisa fatta da una banda: questo è il nostro territorio, lo devono vedere tutti. Deve essere noto al pubblico, a tutti sempre.
Da una parte, ci sarebbe un salto criminologico non da poco: una volta i criminali zonali facevano il possibile per non apparire pubblicamente, per non dimostrare il loro possesso di un dato territorio. Era il tempo in cui il nome dei ras del quartiere non veniva fatto ad alta voce, e quando questo veniva beccato magari poi entrava ed usciva dalla questura con un giornale in faccia.
Ora, invece, il crimine avrebbe perso il pudore. I social media hanno elevato alla massima potenza la questione del narcisismo criminale, assai visibile anche nei video di trapper tra pistole, droga e soldi in contanti. Più ancora dei gansta rapper afroamericani, i cantanti italiani (cioè, per lo più nordafricani) della trap esibiscono direttamente la loro contiguità con il crimine.
In pratica, se avesse ragione Cicalone, ci sarebbe un piccolo gruppo che avrebbe detto a lui, al suo pubblico, all’Italia, allo Stato italiano questa è casa nostra. Se si fosse trattato di un agguato programmato si tratterebbe di un segnale precisa: qui facciamo quello che vogliamo, anche al di fuori della legge.
Saremmo quindi, pienamente, nel concetto di no-go zone, ossia un’area metropolitana dove lo Stato ha cessato di avere davvero potere, in barba alla sua Costituzione, in barba al concetto stesso di Stato (che non può, non deve, tollerare altro potere, altro monopolio della violenza, all’interno del suo territorio: era quello che un tempo si diceva della lotta alla mafia) in barba ai diritti dei cittadini, in barba alla loro sicurezza.
È quanto accaduto a Peschiera del Garda due anni fa, quando migliaia e migliaia di ragazzini stranieri invasero la cittadina lacustre dove – tra caos e molestie – rivendicarono apertamente che quella non era più Italia. È ancora drammatico vedere le immagini delle cariche dei celerini, in inferiorità numerica schiacciate, filmate dai giovani immigrati tra schiamazzi e risate.
È quanto visibile a Milano, a Berlino, a Colonia, a Lione in ogni città durante capodanni e mondiali di calcio: immigrati che devastano, molestano (la taharrush gamea, nome arabo per la pratica della molestia di massa ai danni della donna) senza freno alcuno, senza temere alcuna ritorsione.
L’atteggiamento della no-go zone rivendicata dal crimine non è nuova, anche da un punto di vista mediatico. Si rimane basiti nel vedere come negli anni il giustiziere anti-degrado di Striscia la Notizia, il campione di bike trial Vittorio Brumotti, invece di provocare un fuggi-fuggi generale quando si presente in qualche piazza di spaccio si ritrova spesso circondato, e anche lui menato, da personaggi che sanno perfettamente di chi si tratta, e sono infastiditi da tanta intraprendenza civica.
Ecco che vediamo spacciatori che prima insultano, poi aggrediscono il giornalista-ciclista dinanzi alle telecamere, senza nessun pudore residuo. Anche lì, stanno dicendo: questa zona è nostra, lasciaci commettere reati in pace, diciamolo pure a tutto il mondo.
Difficile non credere che tale sicumera dei balordi derivi direttamente dalla percezione che essi hanno dello Stato e delle sue punizioni. Se le forze dell’ordine non intervengono, se mi prendo e mi rilasciano subito, forse vuol dire che posso farlo, specie nella zona dove lo faccio sempre: se interessasse loro fermarmi, saprebbero anche dove trovarmi. No?
Era la drammatica visione che uscì qualche mese fa da un agghiacciante servizio sempre di Striscia la notizia sulle borseggiatrici degli autobus milanesi: fermata dall’inviato, la ragazza diceva: lasciami in pace, cosa ti interessa se rubo, non interessa nemmeno alla polizia…
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La spudoratezza del criminale, crediamo, è un ingrediente necessario della configurazione sociopolitica in caricamento, che su queste pagine abbiamo chiamato «anarco-tirannia». Il concetto fu al volgere del millennio dall’americano Samuel Todd Francis (1947-2005), che descrisse la crescente condizione dello Stato moderno che regola tirannicamente o oppressivamente la vita dei cittadini – tasse, multe, burocrazia – tuttavia non può, o meglio non vuole, proteggere gli stessi rispettando le leggi fondamentali.
Facciamo spesso l’esempio della rivolta etnica delle banlieue francesi della scorsa estate come l’esempio più evidente (con più di un miliardo di euro di danni, ma nessuna vera repressione dei perpetratori). Parimenti, vediamo tutta la cifra dell’anarco-tirannide nel pazzesco, tragico video in cui il poliziotto a Mannheim attacca il connazionale che stava tentando di fermare un immigrato armato di coltello. Il poliziotto viene quindi pugnalato e ucciso.
Abbiamo visto l’anarco-tirannia anche nella tragedia di Udine di pochi giorni fa, con la morte del giapponese (ma cresciuto in Italia, tifosissimo dell’Udinese) Shinpei Tominaga, ucciso gratuitamente mentre si trovava fuori con gli amici.
Da notare che l’anarco-tirannia non prevede per l’onesto cittadino la medesima libertà: se il criminale è lasciato libero di devastare una zona della città con ogni sorta di crimine anche violento e rimanere più o meno impunito, il contribuente continua ad essere inseguito dal fisco, dalle multe, da imposizioni di ogni sorta (ricordate le mascherine? Il green pass?), pena punizioni dure.
Impossibile non capire che è questa la realtà che l’oligarcato ha in mente per la società, dove gli individui pensanti devono essere tenuti impegnati a tentare di sopravvivere per unirsi e reclamare maggiore distribuzione della ricchezza.
Impossibile non comprendere che l’immissione di milioni di immigrati in ogni Paese occidentale sia parte del piano di caricamento della società anarco-tirannica, quella dove, come scritto dal conte Coudenove-Kalergi, la massa meticcia sarà resa docile e manipolabile. Il tabù piazzato sopra ogni discorso della sostituzione etnica – che epperò è dinanzi ai nostri occhi – è tutto qui.
Infine, visto che pare che in questo episodio si parla di gang non meglio specificata di latinos, vogliamo fare un appunto riguardo a parole che recentemente ci hanno colpito.
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Vogliamo ricordare, en passant, la scioccante dichiarazione – che citava anche l’Italia – fatta dal presidente del Salvador Nayib Bukele a Tucker Carlson appena dopo la cerimonia di giuramento come presidente del Paese.
Bukele ha parlato della cifra satanica di gang sudamericane, dove sarebbero attivi rituali di sacrificio umano, con tanto di uccisione cerimoniale di bambini.
Nel suo discorso il presidente salvadoriano ha ricordato che in particolare di MS-13, tra gli altri Paesi, ha una presenza anche in Italia. Di fatto, è noto il caso lombardo del 2015 del capotreno il cui braccio fu praticamente mozzato a colpi di machete.
«Ma man mano che l’organizzazione cresceva, sono diventati satanici. Hanno iniziato a fare rituali satanici» afferma il presidente Bukele. «Non so esattamente quando sia iniziato, ma era ben documentato. «Sono diventati un’organizzazione satanica. Ricordo il giornale che lo ha raccontato, è un giornale molto noto che ha fatto questa intervista con un membro di una gang in persona. (…) E il ragazzo a cui gli hanno chiesto quante persone aveva ucciso, aveva risposto “non ricordo. Non ricordano quanti. Probabilmente 10, 20”. Non se lo ricordava».
«Poi gli hanno chiesto e tu, qual è la tua posizione nella banda? Ha spiegato come è salito di posizione. “Ma ho lasciato la banda”, ha detto. Perché ha lasciato la banda? “beh, perché ero abituato a uccidere, ero abituato a uccidere le persone. Ma ho ucciso per il territorio. Ho ucciso per raccogliere soldi. Ho ucciso per estorsione. Ma poi sono arrivato in questa casa, e stavano per uccidere un bambino».
Lascia fare il gangster, e ti ritrovi davanti alla possibilità che dietro casa si consumino omicidi rituali demoniaci. Per la mafia nigeriana forse è già così, anche in Italia.
E quindi, c’è da fare un pensiero: l‘anarco-tirannia porta inevitabilmente alla satanizzazione della società.
Uno Stato che tollera al suo interno no-go zone di qualsiasi tipo finisce giocoforza ad ingenerare l’inversione della società, cioè la fine della civiltà cristiana, ciò l’avvento di un ordine sociale di matrice differente – di matrice, nei casi che vediamo, sempre più apertamente demoniaca.
Chi è in grado di comprendere la posta in gioco?
Chi è in grado di guardare i propri figli e non sentire timore e rabbia dinanzi alla prospettiva del Regno Sociale di Satana sempre più manifesto?
Roberto Dal Bosco
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Immagine screenshot da YouTube
Animali
I migranti di Ceuta picchiano a morte un cucciolo di delfino: la mente progressista in cortocircuito
🇪🇸 Spanish men intervened to rescue a baby dolphin from Moroccan migrants in Ceuta.
Follow: @europa pic.twitter.com/ovaBcKqCEz — Europa.com (@europa) September 3, 2026
The illegal migrants in Ceuta pulled a baby dolphin out of the sea today and clubbed it to death for fear fun.
Get them out of Europe immediately pic.twitter.com/4ERzMgH8kC — Visegrád 24 (@visegrad24) September 3, 2026
🇪🇸 Migrants in Ceuta filmed dragging a baby dolphin from the sea
A disturbing video recorded at El Trampolín beach in Ceuta shows a group of migrants taking a baby dolphin out of the water and carrying it along the beach.pic.twitter.com/v7zhuUxv09 — NewsForce (@Newsforce) September 3, 2026
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Immigrazione
Gran Bretagna, carcerati bianchi costretti a convertirsi da bande musulmane
Le carceri britanniche stanno diventando un terreno favorevole al reclutamento di bande islamiche, con detenuti bianchi che si convertono sotto minaccia di violenza, mentre il sistema libera in anticipo i terroristi, tiene i manifestanti in cella più a lungo dei pedofili e destina centinaia di milioni all’ospitalità di detenuti stranieri. Lo riporta Modernity News.
Nuovi dati del ministero della Giustizia britannico hanno messo in luce una realtà dura all’interno delle prigioni di Inghilterra e Galles. Un musulmano su cinque in carcere è bianco, quasi quattro volte la quota del 5,8% osservata nella popolazione generale. Il numero di detenuti musulmani bianchi è passato da 2.767 nel 2022 a 3.218 alla fine di giugno 2025, con un incremento del 16%.
Nel complesso, i detenuti musulmani sono cresciuti del 14% nello stesso arco di tempo, da 14.037 a 16.051, arrivando a rappresentare circa il 18% della popolazione carceraria, sebbene i musulmani siano solo il 6,5% della popolazione del Paese. Il ministro della Giustizia ombra Nick Timothy ha presentato i dati e le conseguenze che ne derivano. «La percentuale di musulmani bianchi nelle nostre carceri è talmente superiore a quella della popolazione generale da sollevare seri interrogativi», ha affermato.
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«Sappiamo che gli esperti hanno ripetutamente messo in guardia contro le conversioni forzate che avvengono dietro le sbarre, perpetrate da bande islamiche. Dobbiamo essere onesti e ammettere che qualcosa non va: il Partito Laburista deve indagare con urgenza ed estirpare le conversioni forzate nelle carceri», ha esortato il ministro.
I consulenti governativi registrano questo schema da anni. Jonathan Hall KC, revisore indipendente della legislazione antiterrorismo, ha descritto i terroristi islamici come «autoproclamati emiri» che controllano i prigionieri attraverso «leadership e reclutamento». Ciò comprendeva il prendere di mira «detenuti vulnerabili o soli, utilizzando la guida, la condivisione di cibo o doni materiali» e la «conversione supportata da violenza implicita o esplicita».
Usman Khan, l’attentatore di London Bridge, mentre era detenuto, spingeva i prigionieri ad assumere nomi musulmani e a indossare abiti musulmani, cercando al contempo di convertire altri.
Ian Acheson, che ha studiato l’estremismo islamico nelle carceri, ha dichiarato che le conversioni avvengono spesso «come risposta pragmatica a chi controlla il potere e lo spazio nelle nostre prigioni». Soprattutto negli istituti di massima sicurezza, la sicurezza è un bene prezioso e un gran numero di giovani violenti cerca un senso di appartenenza. «Quindi, in questo caso, l’Islam assume caratteristiche tipiche delle bande criminali».
Un’indagine commissionata dal governo nel 2023 e condotta da Colin Bloom ha accertato che le gang imponevano ai nuovi arrivati di convertirsi all’Islam, pena gravi conseguenze. «Non dichiararsi musulmano significava che, nella migliore delle ipotesi, al nuovo detenuto veniva negata la ‘protezione’ da parte della gang musulmana dominante in quel braccio del carcere, o, nella peggiore, veniva sottoposto a violenze e intimidazioni da parte della stessa gang».
Un avvocato che visita di frequente i penitenziari di massima sicurezza ha riferito che il processo inizia quasi subito. «È qualcosa che accade poche ore dopo il loro arrivo in un braccio del carcere. Appena giungono in prigione, vengono inseriti nella gerarchia delle gang. In alcuni casi ci sono interi piani dominati da gang musulmane».
Alcune conversioni sono opportunistiche: «musulmani di convenienza» che cercano più tempo per la preghiera o cibo halal migliore. Altre sono forzate. I Corani lasciati sui letti veicolano un messaggio chiaro. Il ministero della Giustizia ribadisce di non tollerare intimidazioni o coercizioni basate sulla religione e sostiene che le carceri intervengono tempestivamente. Eppure i numeri continuano a salire, e ora ci sono 140 cappellani musulmani rispetto agli 87 della Chiesa d’Inghilterra.
Si tratta dello stesso sistema carcerario che continua a ospitare migliaia di detenuti stranieri a un costo enorme per il contribuente britannico. Le cifre indicano 10.487 criminali stranieri che costano 629 milioni di sterline (135 milioni di euro) all’anno: una somma che potrebbe finanziare 16.500 agenti di polizia o 15.000 infermieri del Servizio Sanitario Nazionale (NHS). L’Albania è in cima alla lista, seguita da Irlanda e Polonia. Le espulsioni procedono lentamente, ostacolate da documenti mancanti, Paesi di origine non collaborativi e rivendicazioni ai sensi della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
Vanessa Frake, consulente per le carceri di Reform UK, ha definito il conto «sbalorditivo». Ha sottolineato la lunga procedura: passaporti scartati, lentezza nella corrispondenza diplomatica, rifiuti da parte dei Paesi di origine e richieste di tutela della vita familiare ai sensi dell’articolo 8. Persino l’accordo per il rimpatrio di 200 detenuti albanesi prevedeva condizioni e pagamenti giornalieri all’Albania inferiori a quelli che il Regno Unito versa per mantenerli.
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Mentre i criminali stranieri e le reti islamiste si infiltrano nel sistema, le autorità hanno mostrato una diversa urgenza quando si tratta di concedere la libertà anticipata. Zahid Iqbal, condannato nel 2013 per aver pianificato un attentato dinamitardo contro una base dell’esercito utilizzando un manuale di Al-Qaeda, ha ottenuto la libertà vigilata con tre anni di anticipo, nonostante precedenti violazioni delle condizioni di libertà vigilata e avvertimenti da parte dei responsabili del carcere e delle autorità comunitarie.
Colin Sutton, consulente per la criminalità di Reform UK, ha definito la decisione «sconcertante». «Non si trattava di un tizio che tramava qualcosa nella sua camera da letto. Si trattava di qualcuno che organizzava addestramenti. Aveva legami con al-Qaeda. Era un vero terrorista.» I più ampi programmi di rilascio anticipato del Partito Laburista hanno accelerato lo svuotamento delle celle per gestire il sovraffollamento. Migliaia di detenuti, compresi quelli condannati per reati violenti, sono stati rilasciati prima di quanto consentito dalle precedenti normative.
Anche dopo le pause parziali e le esclusioni per alcuni reati sessuali, la direzione intrapresa rimane chiara: la gestione della capienza delle carceri ha la priorità sulla costante tutela della sicurezza pubblica, scrive Modernity News. Si confronti questo con il trattamento riservato ai cittadini britannici che protestano contro le conseguenze dell’immigrazione di massa o che esprimono la propria opinione online.
Lucy Connolly, già incarcerata per un singolo post su X dopo gli attentati di Southport, ha rischiato di essere nuovamente incarcerata per aver ripubblicato un commento satirico su Donald Trump e Keir Starmer. Gli agenti della libertà vigilata hanno considerato la battuta come «incitamento alla violenza» in seguito a una denuncia anonima.
Nell’Essex, sono scoppiate proteste fuori da un hotel che ospitava il migrante etiope Hadush Kebatu, dopo che quest’ultimo aveva aggredito sessualmente una ragazza di 14 anni e una donna. Kebatu è stato condannato a 12 mesi di carcere.
I manifestanti britannici coinvolti nei disordini successivi hanno ricevuto pene detentive ben più severe. Charlie Land è stato condannato a 32 mesi. Jonathan Glover a 30 mesi.
Lee Gower, un padre di famiglia del posto e allenatore di football giovanile, ha ricevuto una condanna a due anni e nove mesi. Altri residenti locali hanno ricevuto condanne da 22 a 33 mesi. Le pene detentive complessive per molti di loro hanno superato i 17 anni, un periodo più lungo di quello inflitto all’autore dei disordini. I giudici hanno sottolineato che la violenza contro la polizia è inaccettabile. Eppure la disparità di pena è innegabile.
«Gli abitanti del luogo che reagiscono a un’aggressione sessuale su un minore da parte di un uomo arrivato con una piccola imbarcazione trascorrono più tempo in casa rispetto all’uomo che ha commesso l’aggressione» conclude Modernity News.
Il carcere costituisce un terreno fertile per la radicalizzazione islamica a causa dell’isolamento, della crisi identitaria e del bisogno di protezione e appartenenza. Molti detenuti, soprattutto quelli con lunghe condanne o origini di emarginazione, vivono una «crisi della presenza» che li rende recettivi alle narrative estremiste. Il processo si articola in fasi successive.
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Nella pre-radicalizzazione fattori di rabbia, frustrazione e ricerca di senso predispongono l’individuo. Nell’identificazione egli cambia abitudini visibili, intensifica le preghiere, si fa crescere la barba e frequenta nuovi compagni allontanandosi dai precedenti riferimenti. Segue l’indottrinamento, in cui detenuti carismatici o autoproclamati imam approfondiscono interpretazioni salafite-jihadiste che presentano l’Occidente come nemico e legittimano la violenza.
L’ultima fase è la jihadizzazione, con l’accettazione dell’azione violenta anche dopo la scarcerazione.
In Francia il carcere è da anni considerato un incubatore della radicalizzazione islamista. Al 1° maggio 2025 risultavano detenuti 754 individui segnalati per radicalizzazione: 351 condannati o indagati per terrorismo islamista (detti TIS) e 403 detenuti di diritto comune che si sono radicalizzati in cella (detti DCSR, detenuti sospettati di radicalizzazione).
Oltre la metà del totale, quindi, ha compiuto il percorso ideologico dietro le sbarre. Il processo segue dinamiche analoghe a quelle osservate in Italia: isolamento, crisi identitaria, ricerca di protezione e di un nuovo status. Reclutatori carismatici, spesso ex criminali diventati autoproclamati imam, individuano i più fragili e li avvicinano prima con la solidarietà, poi con un’interpretazione salafita-jihadista che giustifica la violenza contro la società considerata infedele.
La Francia ha risposto con un dispositivo specifico: i Quartiers d’évaluation de la radicalisation (QER), dove per quindici settimane un’équipe pluridisciplinare osserva il detenuto, seguito dai Quartiers de prise en charge spécifique (QPCR) o dall’isolamento. Nonostante il sovraffollamento cronico, il tasso di recidiva terroristica dopo la scarcerazione resta bassissimo. Casi come Mehdi Nemmouche, radicalizzato in carcere prima di unirsi all’ISIS, o Chérif Chekatt, mostrano però che il rischio non è eliminato. Ogni anno decine di TIS escono e i profili più recenti sono considerati più pericolosi perché legati a fatti violenti o progetti di attentato.
Nelle carceri italiane i musulmani rappresentano circa il 16% della popolazione detenuta e ogni anno si registrano decine di conversioni. Il sovraffollamento e la scarsità di personale facilitano il proselitismo tra i reclusi.
Casi come quello di Anis Amri, radicalizzato in istituti siciliani prima dell’attentato di Berlino, illustrano quanto concreto sia il fenomeno: il tunisino, sbarcato a Lampedusa nel 2011, si finse minore e poi finito in carcere divenne jihadista. Attuò la strage dei mercatini di Natale di Berlino del 2016.
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Immagine generata artificialmente
Immigrazione
Ceuta in subbuglio: può la carità cristiana ignorare il bene comune?
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Un’operazione politica dietro la tragedia umana
All’interno dello stesso episcopato spagnolo, diverse voci hanno riconosciuto che gli eventi non potevano essere ridotti a una semplice emergenza umanitaria. L’arcivescovo Luis Argüello di Valladolid, presidente della Conferenza episcopale spagnola, ha usato termini insoliti nel discorso ecclesiastico contemporaneo: «L’invasione di Ceuta è una prova» e «la demografia è un’arma». Ha così denunciato l’uso di intere popolazioni come mezzo per esercitare pressione tra gli Stati; dietro le immagini di sofferenza si cela un’operazione politica in cui gli stessi migranti sono al contempo strumenti e prime vittime. Il bilancio umano tra i migranti a Ceuta è effettivamente pesante: sono stati ufficialmente registrati almeno 97 decessi. L’arcivescovo Ramón Valdivia, amministratore apostolico di Cadice e Ceuta, ha parlato anche di una «crisi politica internazionale» aggravata da una «tragedia umana». In una lettera pubblicata l’8 agosto, ha descritto senza mezzi termini la situazione in cui versano gli abitanti e la rabbia alimentata dalla «mancanza di protezione» che le autorità avrebbero dovuto impedire. Ha inoltre menzionato i giovani marocchini attirati da «promesse maligne», i bambini abbandonati diventati «carne da cannone per i predatori» e gli adulti che hanno approfittato del caos per sfuggire alla giustizia nel proprio Paese. Il vescovo Valdivia ha tuttavia difeso l’operato delle parrocchie, della Caritas e del Centro San Antonio, che si sono mobilitati fin dalle prime ore per distribuire acqua e cibo. Ha inoltre richiesto che in tutte le parrocchie della diocesi venga organizzata una veglia di preghiera per «la pace, la stabilità e la giustizia a Ceuta».Sostieni Renovatio 21
Carità senza prudenza?
Altri interventi si sono concentrati maggiormente sull’accoglienza dei rifugiati, talvolta al punto da sembrare che ignorassero le cause del disastro e la sofferenza della popolazione locale. Padre Ángel García, fondatore dell’associazione Mensajeros de la Paz, ha visitato il centro di accoglienza temporaneo per migranti. Parlando alle telecamere dell’emittente televisiva LaSexta, ha descritto i migranti in attesa di entrare come «santi» perché mantenevano la calma e non organizzavano rivolte. Questa descrizione riassume una tendenza terzomondista diffusa nel discorso della Chiesa da oltre sessant’anni: lo straniero, per il semplice fatto di essere un migrante, diventa una figura quasi sacra, mentre qualsiasi preoccupazione per la sicurezza degli abitanti o per il controllo delle frontiere tende a essere dipinta come mancanza di compassione. Il direttore del Dipartimento Migrazione della Conferenza Episcopale Spagnola, Fernando Redondo Pavón, ha anch’egli chiesto che i migranti non vengano «criminalizzati» né che si generi in loro timore. Ha difeso la regolarizzazione straordinaria recentemente approvata dal governo di Pedro Sánchez, definendola «molto positiva e necessaria», pur negando che abbia avuto alcun effetto deterrente. L’arcivescovo José Rodríguez Carballo di Mérida-Badajoz ha condannato le mafie e ribadito il diritto dei governi di gestire i flussi migratori nell’interesse comune, ma il suo intervento si è concentrato soprattutto sulla denuncia dello sfruttamento politico della crisi: «sarebbe un peccato gravissimo manipolare e approfittarsi dei poveri». Questo principio deve essere applicato a tutti coloro che sfruttano queste popolazioni, compresi gli Stati che aprono o chiudono le frontiere in base ai propri interessi diplomatici, le organizzazioni che perpetuano l’illusione di un facile passaggio verso l’Europa e i leader politici che si rifiutano di considerare le conseguenze delle loro scelte sulle popolazioni locali.Aiuta Renovatio 21
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Per accogliere «per quanto possibile»
Anche il catechismo pubblicato sotto Giovanni Paolo II riconosce questa distinzione, sebbene il suo insegnamento rifletta già un cambiamento. Per secoli non è esistito un «diritto di migrare» indipendente da circostanze specifiche, come le esigenze del paese ospitante, la guerra, la persecuzione o la carestia. Il catechismo numero 2241, tuttavia, continua a esortare le nazioni prospere ad accogliere gli stranieri “per quanto possibile”, ma afferma anche il diritto delle autorità politiche di regolamentare l’immigrazione «per il bene comune affidato alle loro cure». Infine, ricorda agli immigrati il loro dovere di rispettare il patrimonio materiale e spirituale del paese ospitante, le sue leggi e le sue responsabilità civiche. Tuttavia, come ha dimostrato Laurent Dandrieu in Chiesa e immigrazione: il grande disagio (2), il discorso della Chiesa ha gradualmente sconvolto questo equilibrio. Per diversi decenni, gli interessi del migrante hanno teso a diventare l’unico criterio morale, mentre i diritti delle nazioni europee, la loro identità, la loro sicurezza e la loro continuità storica sono stati relegati in secondo piano. La carità è così separata dalla prudenza, dalla giustizia e dal bene comune, al punto da rendere l’accoglienza dei migranti un imperativo quasi assoluto. A Ceuta, gli eventi ci hanno brutalmente ricordato questi limiti: una città di 80.000 abitanti non può assorbire decine di migliaia di persone in poche ore senza che l’ordine pubblico, le strutture di supporto e la vita quotidiana vengano sconvolti in modo spettacolare. Pertanto, contrapporre la compassione per i migranti alla protezione dei residenti è un falso dilemma; la vera carità aiuta le persone in pericolo, ma cerca anche le cause del loro esodo, combatte chi le sfrutta, protegge le comunità minacciate e rispetta le esigenze del bene comune. Ricordando che «la carità richiede una gerarchia», padre Molina non ha limitato la carità cristiana, bensì le ha restituito l’ordine, la prudenza e il realismo che l’emotività dei media troppo spesso le sottrae. NOTE 1) Theologica, IIa-IIae, q. 26 e q. 31 2) Laurent Dandrieu, Église et immigration : le grand malaise. Le pape et le suicide de la civilisation européenne, Parigi, Presses de la Renaissance, 2017. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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