Famiglia
La Camera bassa delle Filippine approva la legge sul divorzio
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Il provvedimento ha avuto 126 voti a favore e 109 contrari. Per diventare legge dello Stato occorre ancora l’approvazione del Senato. In nome della propria Costituzione che tutela la famiglia le Filippine sono l’unico Paese a non avere questo istituto nella propria legislazione. La Chiesa cattolica contraria alla legge su cui si discute da anni.
Il 22 maggio, la Camera dei rappresentanti, la camera bassa del Parlamento filippino, ha approvato in seconda lettura la legge sul divorzio. La proposta n. 9349 ha ricevuto i voti favorevoli di 126 deputati, mentre 109 si sono opposti e 20 si sono astenuti, secondo quanto dichiarato dal Segretario generale della Camera Reginald Velasco.
Conosciuta come «Legge sul divorzio assoluto», la proposta mira a riconoscere l’istituto del divorzio nel Paese che attualmente riconosce il matrimonio come indissolubile, riconoscendo solo la nullità decretata dai tribunali canonici nei casi di gravi lacune nel vincolo. Le Filippine attualmente sono l’unico Paese del mondo (insieme al Vaticano) a non prevedere il divorzio nella propria legislazione in nessuna forma.
Per diventare legge dello Stato occorre ancora l’approvazione del Senato filippino. Se la legge dovesse essere approvata anche dall’altro ramo del Parlamento, i coniugi potranno presentare la domanda di divorzio se separati da almeno cinque anni. La proposta prevede comunque tra la presentazione della domanda e la sentenza un ultimo tempo di 60 giorni per una possibile conciliazione.
Il disegno di legge cita come possibilità motivazioni anche la violenza fisica o la condotta gravemente abusiva diretta contro il firmatario, un figlio comune o il figlio del firmatario; la violenza fisica o la pressione morale per costringere il firmatario a cambiare affiliazione religiosa o politica; la tossicodipendenza o l’alcolismo abituale o il gioco d’azzardo cronico; l’omosessualità.
Il tema è oggetto di discussione da anni nel Paese: già nel 2018 la Camera aveva approvato un provvedimento analogo, ma in quel caso il Senato non completò l’iter legislativo.
La Costituzione filippina del 1987 contiene una sezione che dichiara: «Il matrimonio come istituzione sociale inviolabile è il fondamento della famiglia e deve essere protetto dallo Stato».
E la Chiesa cattolica filippina ha più volte espresso la sua contrarietà. Il vescovo del vicariato apostolico di Taytay, Palawan, mons. Broderick Pabillo, presidente della Commissione episcopale per i laici già nel 2021 espresse preoccupazione davanti a questo disegno di legge «perché i legislatori dovrebbero sostenere le famiglie». Già in precedenza l’arcivescovo di Lingayen-Dagupan, mons. Socrates Villegas, nel 2015 quando era presidente della Conferenza episcopale dichiarò che «un matrimonio fallito non è motivo di divorzio».
Nel dibattito alla Camera dei rappresentanti la deputata Arlene Brosas del «Partito delle donne Gabriela» ha sostenuto che «il divorzio è una scelta basata sui diritti: il diritto di unirsi in matrimonio deve includere anche il diritto di uscirne».
Il deputato Edcel Lagman, tra i promotori del disegno di legge, ha sostenuto che la legge proibirebbe comunque i «divorzi lampo». Ha detto di rispettare le opinioni contrarie «basate sul loro credo religioso, sul timore dei vescovi e sulla necessità di evitare il dispiacere dei rispettivi coniugi», ma a ha comunque annunciato che verrà immediatamente lanciata una campagna per l’approvazione anche al Senato.
Al contrario, il deputato Rufus Rodriguez si è espresso con «un forte e sonoro no alla legge sul divorzio», sostenendo che il provvedimento violerebbe la Costituzione filippina.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Essere genitori
Bambini nella neve, bambini nel bosco: pedolatria olimpica e pedofobia di sistema
Un bambino di undici anni è stato lasciato a terra dall’autista della corriera di linea che doveva riportarlo a casa dopo la scuola, da San Vito a Vodo di Cadore, perché il biglietto ordinario, di cui pure era in possesso, non era valido in costanza di celebrazioni olimpiche. Così, se ne è ritornato a piedi camminando all’imbrunire per sei chilometri e due ore. Per fortuna è arrivato alla meta sano e salvo.
Il signor Salvatore Russotto, dipendente della ditta di trasporti responsabile del misfatto, si è scusato con la famiglia del piccolo e si è detto mortificato per non aver avuto la prontezza di trovare lì per lì una soluzione congrua alle circostanze, soprattutto all’età del viaggiatore. Ha semplicemente fatto – automaticamente e stolidamente – quello che gli era stato detto di fare. «L’azienda ci aveva dato disposizioni chiare: invitare a scendere chiunque non avesse il titolo di viaggio valido. Non ci hanno detto nulla sui minorenni che vanno fatti salire comunque». «Mi fa male il cuore, a pensarci a mente fredda mi rendo conto di aver sbagliato, chiedo scusa al bambino e alla sua famiglia». «Mi assumo la responsabilità e pagherò quello che ci sarà da pagare».
È stata aperta un’inchiesta; intanto, il signor Russotto ha ricevuto un provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato. E intanto, la ditta opera a pieno regime.
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Sulla vicenda, che ha suscitato un grande clamore mediatico, si sono scatenati i commentatori sociali compulsivi invocando punizioni esemplari verso l’unico birillo esposto alla pubblica gogna e al libero insulto: l’autista disumano.
Ma ai giustizieri sommari, agli incontinenti da tastiera e in genere a coloro cui va bene così – capro espiatorio e via – andrebbe mostrata qualche altra faccia di quello che sembra un monolite, nella realtà è un poliedro. Perché, guardando all’insieme, il quadro forse si fa un po’ diverso, e come sempre c’è un dito e c’è una luna.
A partire dalla trovata del biglietto olimpico, che non è un’invenzione del signor Russotto. Per viaggiare da scuola a casa, infatti, l’undicenne avrebbe dovuto davvero esibire il biglietto speciale ultramaggiorato (di quattro volte tanto) imposto a chiunque, per qualsiasi motivo, tocchi percorrere un pezzo qualsiasi della tratta Calalzo-Cortina e viceversa durante il lungo arco temporale investito dai giochi invernali.
Per muoversi su e giù per la valle con mezzi privati, ai residenti e persino ai lavoratori abituali, è richiesto un permesso speciale, proprio allo scopo di disincentivare l’uso dell’auto a favore dei trasporti pubblici. Che però, appunto, costa(va)no una follia. Un modo come un altro, insomma, per costringere tutti, nessuno escluso, a prendere parte all’ultimo opulento rituale collettivo, offrendo sacrifici – non a Zeus, ma ad altre divinità sopravvenute.
Solo dopo il fattaccio, la provincia ha cercato di salvare la faccia: in prima battuta, con grande sprezzo del ridicolo, ha graziosamente concesso ai residenti che ne facessero regolare domanda di provare a ottenere un rimborso dei biglietti già acquistati, fino a esaurimento fondi, e tanti auguri; poi, crepi l’avarizia, ha addirittura ripristinato, per i residenti, il prezzo consueto dei biglietti.
Ci si chiede: serviva una storia come questa, e i riflettori puntati addosso a una fettina del sistema che sta dietro ai lustrini, per portare alla luce una fettina del latrocinio che si consuma all’ombra dei giochi? Perché di latrocinii e di sfregi e di soprusi olimpici in danno dei territori e dei loro abitanti, di lavoratori e di studenti, di incolpevoli cittadini e di poveri contribuenti, è difficile ormai tenere il conto. Per conferma, chiedere ai milanesi.
Ma non è tutto qui. Il tempismo e il genio risolutore delle istituzioni si sono magicamente manifestati – stavolta sub specie Malagò – anche nei confronti del bambino, al quale è stato offerto un ruolo nella cerimonia di apertura delle olimpiadi a titolo di compensazione. Motivazione a favor di telecamera: «per scaldargli il cuore». Famiglia entusiasta, dice festante la mamma: «siamo increduli, dalle stalle alle stelle». Da una scarpinata, insomma, è nata una star: giornaloni, trasmissioni TV, parti in commedia (occhio ora al San Remo all’orizzonte), foto, luci e sipari.
Dalla favola resta fuori l’autista, privato dello stipendio in attesa del verdetto della ditta di cui è dipendente. Non escludiamo che in questo tripudio di gioie, una volta scontata un po’ di graticola, ne uscirà graziato, e l’immagine dell’azienda lucidata a festa anche lei. Perché le Olimpiadi rendono tutti più buoni e più belli, dentro e fuori, come dice la pubblicità. Certo è che, nel mentre, il signor Russotto sta materialmente pagando: paga il proprio zelo spinto fin oltre il dovuto.
E qui sommessamente ricordiamo che, come lui, hanno agito tanti suoi colleghi in tempo di altri lasciapassare, quando ai bambini senza tessera verde era impedito di salire sul bus, o addirittura venivano costretti a scendere a corsa iniziata, magari in mezzo al nulla. Eppure, nessuno allora si stracciava le vesti. Anzi, la gente plaudiva ai bravi controllori, ai diligenti gregari rispettosi delle regole, perché è così che si fa: gli infedeli al culto di Stato andavano puniti in modo esemplare, senza limiti di età. Ai bambini si poteva infliggere impunemente ogni sorta di vessazione e infatti ogni sorta di vessazione è stata loro inflitta, nell’invasamento orgiastico fomentato da raffiche di dpcr e dalla loro libera interpretazione a senso unico non alternato. Si stava celebrando un altro rito, allora, i cui effetti devastanti sono oggi manifesti, e sono incalcolabili.
Evidentemente quella lezione lì qualcuno l’ha imparata, senza accorgersi che nel frattempo la scena era mutata, che ora vige in via provvisoria un’altra religione, e che i suoi sacerdoti preferiscono indossare la maschera dei difensori dell’infanzia perché si porta bene, e poi perché nella nuova fiction ecumenica manca un nemico oggettivo sul quale sfogare sadismi repressi, manca l’elemento dissenziente sul quale infierire: manca il mostro – o mostriciattolo – no vax.
La piega pedolatrica olimpica serve a lavarsi la coscienza, ad autoconvincersi e a convincere il pubblico pagante che questa società, pedofoba e pedofila, è una società che difende i bambini.
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E invece i bambini sono le sue prede privilegiate e fuori dalle quinte degli spettacoli di distrazione di massa continuano a essere programmaticamente maltrattati, indottrinati, manipolati, strappati alle loro mamme e ai loro papà se refrattari alle liturgie. Continuano a soffrire, defraudati di tutto quanto dovrebbe spettare all’età dello stupore e della scoperta.
Il paradigma con cui dobbiamo fare i conti non è, come vorrebbero farci credere, la bella festa di Riccardo, eroe olimpico per caso e per magnanimità dei potenti. Il vero paradigma è il Forteto, è l’infinita serie di famiglie dilaniate dai servizi sociali, è la scientifica distruzione della casa nel bosco e di mille altre case sui cui muri gli addetti alla sorveglianza hanno individuato una crepa attraverso la quale far penetrare la zampa del lupo, più o meno travestito. Storie dove manca il finale in cui vissero tutti felici e contenti grazie a un intervento dall’alto.
Nessuna carica istituzionale interverrà a fermare i lupi (che non sono gli autisti di autobus) e a consolare quel fiume carsico di dolore allo stato puro che scorre ovunque sotto di noi; nessuno arriverà mai a «scaldare il cuore» di quei bambini.
La vera guerra da cui proteggere i corpi e le anime dei nostri piccoli è una guerra silenziosa che ci tocca combattere da soli, a mani nude.
Elisabetta Frezza
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Immagine generata artificialmente
Famiglia
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