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Risoluzione ONU di Srebrenica, «genocidio» e doppi standard in attesa della nuova balcanizzazione

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La recente risoluzione dell’ONU sul «Genocidio di Srebrenica» ha raccolto 84 voti a favore, 19 contrari e 68 astensioni, attribuendo ingiustamente la colpa dei tragici eventi del 1995 all’insieme serbo, mentre l’Occidente ignora la verità. Come previsto dai funzionari serbi, questa mossa non fa altro che approfondire le spaccature esistenti e aumentare le tensioni in Europa. Un articolo della testata governativa russa Sputnik fa il punto sulla situazione.

 

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato giovedì una controversa risoluzione che nomina l’11 luglio «Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica del 1995» e condanna «senza riserve qualsiasi negazione del genocidio di Srebrenica come evento storico».

 

I leader della Serbia e della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (Republika Srpska) riconoscono la tragica morte di migliaia di musulmani bosniaci a Srebrenica come un crimine di guerra perpetrato da alcuni individui, ma rifiutano categoricamente la sua qualificazione come genocidio e contestano le affermazioni avanzate dalle autorità bosniache e dall’Occidente riguardo il bilancio delle vittime.

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«Questo documento non farà altro che aumentare il potenziale di conflitto dei Balcani», ha affermato Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo.

 

Prima del voto, il presidente serbo Aleksandar Vucic aveva avvertito gli Stati Uniti e l’Unione Europea delle conseguenze problematiche della risoluzione.

 


L’ambasciatore russo all’ONU, Vassilij Nebentsia, aveva previsto che la risoluzione avrebbe portato alla «distruzione degli accordi di pace di Dayton» che hanno posto fine alla guerra in Bosnia nel 1995 e stabilirono l’attuale forma della Bosnia-Erzegovina. Le previsioni del diplomatico di Mosca hanno iniziato a materializzarsi il 23 maggio, scrive Sputnik.

 

Milorad Dodik, presidente della Republika Srpska, che fa parte della federazione della Bosnia ed Erzegovina, ha annunciato che entro i prossimi 30 giorni la Republika Srpska presenterà una proposta ai suoi partner in Bosnia ed Erzegovina delineando un piano di separazione pacifica.

 

«In primo luogo, la nostra proposta sarà quella di chiarire le competenze politiche di ciascuna delle nostre entità [compresa la Bosnia ed Erzegovina]. Proporremo di mantenere in vigore l’attuale modello economico, adattandolo poi al processo di separazione pacifica. Il popolo serbo non può più vivere in una Bosnia-Erzegovina simile. Ciò che hanno fatto i bosniaci con la risoluzione su Srebrenica è illegale e dimostra che [gli artefici della risoluzione] non rispettavano i serbi».

 

Nella sua essenza, la Bosnia-Erzegovina è una struttura fragile, scrive l’analisi di Sputnik. Lo Stato balcanico è costituito da due entità principali, la prima parte composta da croati cattolici e bosniaci musulmani – la Federazione della Bosnia ed Erzegovina, e la seconda, Republika Srpska, la parte cristiano-ortodossa, popolata da serbi.

 

L’emigrazione dei croati dalla Bosnia-Erzegovina è stata dilagante, soprattutto dopo il 2013, quando la Croazia è diventata membro dell’UE. Da allora, la comunità croata, composta da 550.000 persone, è andata dissolvendosi, mentre i giovani croati bosniaci partono per lavori migliori nelle grandi città dell’UE. Di conseguenza, la Bosnia-Erzegovina (BiH) è diventata sempre più dominata dai musulmani, spingendo così la Republika Srpska a cercare la riunificazione con la Serbia.

 

Il semplice metodo di conteggio dei voti durante la sessione dell’Assemblea generale dell’ONU su Srebrenica ha sollevato interrogativi. Gli 87 paesi che non hanno votato a favore della risoluzione hanno infatti superato gli 84 che hanno sostenuto la bozza, formalmente proposta da Germania e Ruanda.

 

In un’intervista sempre a Sputnik Darko Mladic, figlio del leader serbo-bosniaco Ratko Mladic, che attualmente sta scontando l’ergastolo per il suo coinvolgimento negli eventi di Srebrenica, ha spiegato perché la risoluzione ha provocato tanta indignazione tra il popolo serbo.

 

Nonostante il fatto che solo poche nazioni abbiano sostenuto l’idea di etichettare gli eventi del 1995 come «genocidio», i serbi hanno la sensazione che la loro intera nazione sia stata ingiustamente stigmatizzata come genocida. Qualsiasi tentativo futuro di sfidare questa percezione potrebbe essere visto come una forma di «negazione del genocidio», rendendo di fatto illegale per i serbi esprimere qualsiasi obiezione.

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«Hanno dovuto cambiare le regole delle Nazioni Unite per far approvare» questa risoluzione, ha spiegato Mladic. «Lo scopo degli autori di questa risoluzione è quello di… impedire alla comunità di ricerca di svolgere ulteriori indagini su ciò che realmente accadde allora [durante la guerra in Bosnia del 1992-1995, ndr]. Non solo a Srebrenica, ma in tutta la Bosnia… Questa risoluzione non promuove la pace, ha un enorme potenziale distruttivo».

 

In un’intervista all’agenzia di stampa Tanjug, Efraim Zuroff, direttore del Centro Simon Wiesenthal per la caccia ai criminali di guerra nazisti, ha criticato il recente voto dell’Assemblea generale dell’ONU definendolo di natura politica. Zuroff ha continuato descrivendo l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite come il «posto peggiore» per un simile voto.

 

In qualità di ricercatore del genocidio nazista contro gli ebrei durante gli anni Trenta e Quaranta, Zuroff ha spiegato che la definizione di «genocidio» accettata a livello internazionale va oltre i crimini di guerra, comprendendo omicidi premeditati con l’intenzione di sradicare un intero gruppo etnico, sostenendo che questa definizione non si applicava agli eventi di Srebrenica del 1995, dove tutte le donne e i bambini musulmani furono evacuati e la maggior parte degli uomini uccisi erano combattenti morti nei campi minati o durante gli scontri a fuoco.

 

Zuroff ha anche affermato che la risoluzione è stata in realtà redatta da musulmani bosniaci, che hanno utilizzato gli inviati tedeschi e ruandesi presso le Nazioni Unite come delegati. I serbi bosniaci e la Serbia ne sono consapevoli, e questo li rende sempre più determinati a far sì che la Republika Srpska lasci la Bosnia-Erzegovina e si unisca alla Serbia.

 

La storia rende i serbi scettici riguardo alle promesse fatte dagli inviati tedeschi all’ONU riguardo alla responsabilità individuale o collettiva nel «genocidio». Dei sette capi di entità post-jugoslave giudicati colpevoli dall’Aia e imprigionati, la maggioranza erano serbi. Serbi bosniaci, serbi croati e persino il defunto presidente Slobodan Milosevic furono tra le persone incarcerate, mentre nessun rappresentante musulmano o croato subì lo stesso destino.

 

I leader serbo-bosniaci Radovan Karadjic, Biljana Plavsic, Momcilo Kraishnik e il primo presidente della Repubblica Serba di Krajina in Croazia, Milan Babic, sono stati tutti condannati al carcere dal tribunale dell’Aja, mentre i leader albanesi del Kosovo Hashim Taci e Ramush Haradinaj sono stati liberati, nonostante ampie prove dei loro crimini, scrive la testata russa.

 

Sia Taci che Haradinaj sono stati rilasciati, nonostante le accuse del procuratore capo delle Nazioni Unite Carla del Ponte, che nei suoi due libri ha dettagliato il loro ruolo nella tortura e nell’omicidio di massa dei serbi del Kosovo.

 

«Se si attacca ‘individualmente’ solo ai politici di una certa origine etnica, allora ovviamente si ritiene responsabile questo gruppo», ha detto a Sputnik George Szamuely, ricercatore senior del Global Policy Institute con sede a Budapest.

 

Un esempio lampante dei doppi standard dell’Occidente può essere visto nel caso di Milan Martic, l’ex presidente della Repubblica Serba di Krajina, un’entità autoproclamata dalla popolazione di etnia serba abitante nelle regioni storiche di Krajina e Slavonia.

 

Nel 1995, le truppe croate invasero la Repubblica Serba di Krajina, provocando quello che è stato descritto come un atto di «pulizia etnica». Nonostante ciò, il Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia ha attribuito la colpa esclusivamente ai leader dell’entità serba distrutta e non ai leader politici e militari croati responsabili della sua distruzione.

 

Di conseguenza, non ci sono più serbi che vivono nella regione, eppure nessun politico musulmano croato o bosniaco è stato ritenuto responsabile del proprio ruolo in questi eventi.

 

La risoluzione delle Nazioni Unite su Srebrenica si aggiunge a un numero crescente di rimostranze inflitte ai serbi, e la Bosnia-Erzegovina potrebbe essere solo la prima vittima di questa ingiustizia legittimata a Nuova York il 23 maggio 2024.

 

A Trent’anni di distanza non possiamo dire che la «balcanizzazione» sia terminata. A gennaio Belgrado ha reso nota la sua contrarietà alla decisione di Washington di vendere missili anticarro alla provincia separatista islamica del Kosovo e intende in risposta rafforzare l’esercito, ha dichiarato venerdì il ministro della difesa serbo Milos Vucevic.

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«Gli Stati Uniti sono un alleato di lunga data di Pristina, quindi non siamo sorpresi da questa mossa, ma siamo ovviamente delusi e abbiamo espresso apertamente il nostro disappunto», ha detto Vucevic al quotidiano serbo Kurir.

 

Gli albanesi hanno dichiarato l’indipendenza nel 2008 con il sostegno degli Stati Uniti, ma la Serbia non ha mai riconosciuto la mossa, nonostante le continue pressioni da parte dell’Occidente, anche recenti: è stato riportato che l’anno passato il cancelliere tedesco Scholz ha detto al presidente serbo Vucic che Belgrado non sarebbe entrata nella UE fino a che non avrebbe riconosciuto l’indipendenza del nuovo Stato albanese.

 

Come riportato da Renovatio 21, le tensioni avevano portato Belgrado a muovere le truppe verso il confine. L’anno scorso in alcuni scontri la polizia kosovara aveva sparato sulla protesta serba. In un momento di tensione i poliziotti di etnia albanese avevano strappato bandiere, mostrato le armi e occupato una diga. Negli scontri tra polizia, manifestanti serbi e truppe NATO fa furono feriti, tra gli altri, alcuni militari italiani, suscitando una reazione rabbiosa da parte del premier Meloni, che potrebbe aver fatto capire da che parte sta quando ha fatto un misterioso viaggio estivo dal premier albanese Edi Rama, uomo di Soros il cui fratello fu accusato di aver interrotto una partita di calcio della nazionale a Belgrado con un drone recante una bandiera della «grande Albania», dove il territorio serbo del Kosovo risulta parte dello Stato di Tirana.

 

Come riportato da Renovatio 21, lo scorso autunno il presidente serbo Vucic ha dichiarato che e forze di pace NATO hanno dato al Kosovo «carta bianca» per uccidere i serbi. In precedenza aveva accusato il Kosovo albanese di voler «iniziare una guerra NATO-Serbia».

 

Una nuova guerra nei Balcani mirerebbe a riportare sui binari il progetto mondialista espletatosi con la presidenza Clinton e continuato con Bush e Obama.

 

Il Kosovo è essenzialmente una creazione dei Clinton, che si appoggiavano al cosiddetto «Ulivo mondiale»: Blair a Londra e l’ex comunista Massimo D’Alema a Roma, che fornì aiuto politico, materiale, militare dal nostro Paese. Lo «Stato» kosovaro fu creato grazie a massicci bombardamenti NATO della Serbia voluti dall’amministrazione americana a fine anni Novanta, in primis il senatore Joe Biden, che, amico personale di Tito, rivendica addirittura di aver indicato ai militari le zone da colpire.

 

Secondo il New York Times il Kosovo è percentualmente il più grande fornitore di foreign fighter ISIS in rapporto alla popolazione.

 

L’ex presidente kosovaro Hashim Thaci, pupillo del segretario di Stato clintoniano Madeleine Albright a lungo al vertice del Paese, è stato accusato di crimini tra cui il traffico di organi.

 

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I carri israeliani prendono di mira un’area vicina alle forze di pace spagnole in Libano

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I carri armati israeliani hanno colpito un’area in cui operano le forze di pace spagnole della missione ONU nel Libano meridionale, ha riferito la stessa UNIFIL, avvertendo che episodi di questo genere stanno diventando «inquietantemente frequenti».   La Forza di interposizione delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL) ha comunicato che lunedì due carri armati Merkava si sono mossi da una posizione dell’esercito israeliano all’interno del territorio libanese, spingendosi più a nord. I peacekeepers hanno intimato ai mezzi di fermarsi, ma uno dei carri ha comunque sparato tre colpi, con due proiettili che sono caduti a circa 150 metri dalla posizione delle forze ONU. Non si sono registrati feriti.   Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno smentito la ricostruzione dell’UNIFIL, affermando che l’operazione era diretta contro «infrastrutture terroristiche» di Hezbollah e che non ha messo in pericolo il personale delle Nazioni Unite. Secondo i militari israeliani, poco dopo l’attacco l’UNIFIL avrebbe chiesto la cessazione del fuoco sostenendo che l’azione fosse avvenuta vicino ai propri uomini, ma un’indagine preliminare avrebbe escluso la presenza di caschi blu nella zona in quel momento.  

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Non si tratta del primo incidente che coinvolge il contingente spagnolo – uno dei più numerosi nella missione, con oltre 600 soldati –, il quale ha più volte denunciato molestie e interferenze da parte delle forze israeliane, che considererebbero la loro presenza «indesiderata» perché testimoni delle operazioni nel sud del Libano.   A seguito degli attacchi la Spagna aveva chiesto che la UE sospendesse l’accordo di libero scambio con Israele. Sia la Spagna che l’Irlanda – altro Paese che offre soldati all’UNIFIL – hanno riconosciuto formalmente lo Stato palestinese all’inizio del 2024.   Le tensioni hanno riguardato anche il contingente UNIFIL italiano: nell’ottobre 2024 una postazione italiana fu colpita dagli israeliani al punto che i nostri soldati furono costretti a riparare nel bunker. Vi furono all’epoca proteste del governo di Roma.   Come riportato da Renovatio 21, i soldati italiani colpiti hanno poi avuto misteriosi danni alla cute e allo stomaco.   La frontiera tra Israele e Libano resta estremamente tesa nonostante il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, entrato in vigore nel novembre 2024 per porre fine a oltre un anno di scontri transfrontalieri, scatenati dagli attacchi di Hezbollah in solidarietà con i palestinesi di Gaza. L’accordo prevede che l’esercito libanese smantelli le infrastrutture militari di Hezbollah e assuma il controllo delle aree sotto influenza del gruppo nel sud.   Il presidente libanese Joseph Aoun ha dichiarato domenica che Beirut proseguirà la campagna per disarmare i gruppi armati, nonostante la persistenza di attacchi israeliani.   Minacce all’UNIFIL sono state fatte direttamente dal primo ministro degli Stati degli ebrei Benjamino Netanyahu.

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Trump dice che la Groenlandia serve per i missili dello scudo stellare Golden Dome

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che l’America deve prendere il controllo della Groenlandia nell’interesse della sicurezza nazionale, poiché l’isola riveste un ruolo essenziale per la realizzazione del sistema di difesa missilistica noto come Golden Dome («Cupola d’Oro»).

 

Nelle ultime settimane le dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia si sono fatte sempre più pressanti: il presidente insiste con determinazione sull’acquisizione del territorio dalla Danimarca, non escludendo il ricorso alla forza per annettere l’isola. Mercoledì ha fornito una nuova motivazione, sostenendo che il possesso della Groenlandia sia indispensabile affinché il progetto Golden Dome possa essere portato a termine.

 

«Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per motivi di sicurezza nazionale. È vitale per la Cupola d’Oro che stiamo costruendo. La NATO dovrebbe farci da apripista per ottenerla», ha scritto Trump sulla sua piattaforma Truth Social.

 

Trump ha presentato l’iniziativa Golden Dome all’inizio dell’anno precedente. Il sistema, che prevede componenti spaziali e opzioni per attacchi preventivi, ha un costo stimato superiore ai 542 miliardi di dollari distribuiti su un periodo di vent’anni.

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Trump ha inoltre sostenuto che la NATO diventerebbe «molto più formidabile ed efficace con la Groenlandia nelle mani degli Stati Uniti», aggiungendo che senza il controllo americano il blocco «non sarebbe una forza efficace o un deterrente».

 

Il presidente ha ribadito la sua tesi secondo cui, in assenza di un intervento statunitense, la Groenlandia finirebbe nelle mani di Russia o Cina – affermazione smentita sia da Mosca e Pechino sia da funzionari locali.

 

Trump ha rilanciato i suoi piani di annessione della Groenlandia fin dall’inizio del secondo mandato, intensificando nelle scorse settimane la pressione per acquisire il territorio autonomo danese «in un modo o nell’altro». Sebbene Copenaghen abbia manifestato disponibilità a collaborare con gli Stati Uniti nel quadro della NATO, mantiene ferma la posizione che il futuro dell’isola debba essere deciso dalla sua popolazione, la quale nel 2008 ha votato per conservare lo status di autonomia all’interno del Regno di Danimarca.

 

Come riportato da Renovatio 21, il primo ministro della Groenlandia, Jens-Frederik Nielsen, ha riaffermato martedì, durante una conferenza stampa congiunta con la premier danese Mette Frederiksen, l’impegno dell’isola verso la Danimarca e l’Unione Europea. Trump ha replicato dichiarando: «Questo sarà un grosso problema per lui».

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Stati del Golfo esortano gli Stati Uniti a non attaccare l’Iran: conseguenze disastrose per il mercato del petrolio

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I principali Paesi arabi del Golfo stanno esercitando pressioni private sugli Stati Uniti affinché rinuncino a qualsiasi attacco militare contro l’Iran, avvertendo che un’azione del genere potrebbe scatenare una grave instabilità regionale e turbare gravemente il mercato petrolifero mondiale. Lo riporta il Wall Street Journal.   L’Arabia Saudita, l’Oman e il Qatar stanno guidando questa iniziativa diplomatica riservata, cercando di influenzare l’amministrazione Trump mentre valuta opzioni militari contro Teheran, in un contesto di diffuse proteste antigovernative in Iran. La campagna di lobbying è scattata dopo che la Casa Bianca avrebbe invitato gli alleati regionali a prepararsi a una possibile azione statunitense.   Nelle comunicazioni private, i Paesi del Golfo hanno sottolineato che un tentativo di rovesciare il regime iraniano comporterebbe conseguenze serie per i mercati del petrolio. La principale preoccupazione riguarda un possibile blocco dello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo cruciale tra Iran e Oman attraverso il quale transita circa il 20% del petrolio mondiale.

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«Non nutrono alcun affetto per il regime iraniano, in nessuna forma o aspetto, ma provano anche una grande avversione per l’instabilità», ha dichiarato al WSJ l’ex ambasciatore statunitense in Arabia Saudita Michael Ratney.   I leader del Golfo temono inoltre che la caduta del governo attuale possa trasferire il potere al più radicale Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran) o sfociare in un caos nazionale generalizzato. Secondo le fonti, i funzionari sauditi hanno assicurato a Teheran che non parteciperanno a eventuali scontri tra Stati Uniti e Iran e non autorizzeranno l’uso del loro spazio aereo per attacchi aerei americani.   Sebbene Trump non abbia ancora preso una decisione definitiva, ha pubblicato sui social media che «AIUTI IN ARRIVO» per i manifestanti iraniani, incoraggiandoli a impossessarsi delle istituzioni statali.   Nel frattempo, Teheran ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di «condannare incondizionatamente» le minacce americane di ricorso alla forza, accusando Washington e Israele di aver fomentato i disordini.

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