Arte
La Cina vuole mettere al bando il cosplay. Grande lezione di civiltà
La Repubblica Popolare Cinese vuole dare un giro di vite contro i cosplayer. La notizia sta rimbalzando in tutto il fandom globale di anime e manga, sconvolgendo la nerditudine intossicata dall’industria culturale giapponese.
Come parte di un nuovo disegno di legge sulla sicurezza proposto dai legislatori cinesi all’inizio di questo mese, la «Legge sulle sanzioni per l’amministrazione della pubblica sicurezza» aggiungerà una linea che potrebbe rendere il cosplay illegale in determinate circostanze.
Per chi non conoscesse il termine, il cosplay è l’attività di indossare costumi e accessori per rappresentare un personaggio specifico del proprio fumetto, cartone, serie, film preferito. Si tratta di un fenomeno con molta diffusione presso i fanatici di prodotti culturali nipponici, che usano travestirsi in occasione di mostre e convegni sul tema. I risultati sono spesso visivamente sgradevoli se non disturbanti, in alcuni casi addirittura pericolosi per la fiducia nella specie umana.
Una clausola particolare della legge stabilirebbe che i cittadini non potevano indossare abiti che «ferissero i sentimenti della Nazione cinese», definizione poi ampliata con una definizione secondo la quale qualsiasi abbigliamento potrebbe essere vietato se «mettesse a repentaglio lo spirito nazionale cinese o ferisse i sentimenti nazionali».
Sebbene la legge non affermi specificamente che il cosplay viene messo fuori legge, molti commentatori vedono l’emendamento proposto come una conseguenza del recente rilascio di acque reflue nucleari in mare da parte del Giappone, operazione assai contestata da coreani e cinesi, popoli non sempre ben disposti nei confronti dei giapponesi, i quali, ricordiamo pure, avevano invaso le loro terre nella prima parte del Novecento.
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Le ruggini tra Cina e Giappone in particolare non si sono mai placate, anche davanti alla chiara cooperazione economica fra i due Paesi, percolando in polemiche completamente inaspettate: è il caso della costruzione del grattacielo Shanghai World Financial Center, un colosso di 492 metri completato nel 2008, che è stato fino al 2015 il palazzo più alto della città.
L’edificio ha sulla sua sommità un buco trapezoidale, ma la forma originaria era tonda. I cinesi accusarono il costruttore, la giapponese Mori Building Company, di voler simboleggiare, con il buco circolare, la bandiera del Giappone, che avrebbe così subliminalmente svettato inarrivabile sopra la seconda più importante città cinese, già teatro di una tremenda occupazione nipponica testimoniata nel romanzo autobiografico di James Ballard divenuto poi film di Steven Spielberg L’Impero del Sole.
Il cosplay potrebbe essere quindi visto come una sorta di cavallo di Troia attivato dal Sol Levante per manipolare la gioventù cinese.
In un recente video del canale giapponese Fuji TV, è stato mostrato un conflitto tra un impiegato cinese di un parco pubblico e alcuni cosplayer.
Da tempo si discute di un possibile decoupling di Cina e Giappone in termine di cartoni e fumetti, visto che la Cina starebbe facendo crescere in qualità e quantità un’industria propria, al punto di mettere in prospettiva un possibile sorpasso.
All’inizio di quest’anno, un co-fondatore dello Studio MAPPA, Masao Maruyama, ha dichiarato che in futuro la Cina potrebbe benissimo superare il Giappone nel settore degli anime.
«In Giappone, le persone non sono più addestrate all’animazione. L’unico motivo per cui la Cina non ha ancora raggiunto il Giappone è a causa di una serie di restrizioni imposte alla libertà di espressione lì. Se di più la libertà sarà liberata, il Giappone sarà sopraffatto in un batter d’occhio» ha dichiarato il Maruyama.
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Renovatio 21 ritiene che la Repubblica Popolare Cinese sia co-responsabile della devastazione economica occidentale, oltre che della sanguinaria persecuzione dei cristiani e dell’assassinio di centinaia di milioni, forse un miliardo (considerando ora la provetta selvaggia cinese) di bambini non nati.
Purtuttavia, non è che possiamo restare indifferenti davanti ad una grande lezione di civiltà come questa: proibire il cosplay per salvare il decoro e pure l’onore di una generazione che si sta richiudendo in se stessa, rintronandosi in un autismo disperante a forza di cartoni e pupazzetti.
Per cui, per una volta – un orologio rotto due volte al giorno ha ragione – stavolta stiamo con Xi e contro i cosplayer.
No al cosplay. Sì alla vita.
Qualcuno che voglia finanziare una campagna di pubblicità progresso in merito, c’è?
(Stiamo facendo satira: cosplayer italioti, non mandatoci anche voi messaggi minatori)
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Immagine di Cory Doctorow via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)
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«I like Chopin» per sempre. Renovatio 21 intervista Gazebo
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La crisi della musica dal vivo: l’esempio di Perugia
La situazione della musica dal vivo nei locali notturni di Perugia sta vivendo una fase di crisi profonda e palpabile, tanto che non si contano le serate prima annunciate e poi annullate nel corso di questi ultimi quattro mesi. Per ottemperare alla nuova circolare del ministero dell’Interno (n. 4493 del 5 febbraio 2026), molti locali sono finiti nel mirino delle forze dell’ordine che, attraverso controlli e sopralluoghi a tappeto, hanno spesso emesso sanzioni o disposto la chiusura temporanea dei luoghi non a norma con il regolamento inasprito dal Viminale.
La circolare chiarisce una volta per tutte il confine tra un pubblico esercizio (bar, ristorante) e un locale di pubblico spettacolo (discoteca).
Musica e Ballo: la musica è ammessa solo come «sottofondo». Se il volume impedisce la normale conversazione o se viene allestita una pista da ballo (anche solo spostando i tavoli), l’attività non è più considerata accessoria, ma diventa spettacolo prevalente.
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Se un bar opera di fatto come una discoteca, scattano immediatamente gli obblighi degli articoli 68 e 80 del TULPS, che richiedono licenze molto più stringenti e il parere della Commissione di Vigilanza. Se un locale ospita più di 100 persone o supera i 200 metri quadri, scattano automaticamente i controlli antincendio più severi (DPR 151/2011). Nel conteggio delle persone presenti devono essere inclusi non solo i clienti, ma anche tutto lo staff, i titolari e i fornitori.
Tradotto in sintesi, non si tratta di un divieto di fare musica, ma di una rigorosa distinzione tecnica. Se un locale vuole far ballare o organizzare eventi di intrattenimento principale, deve avere le stesse dotazioni di sicurezza e le stesse licenze di una discoteca vera e propria, pena sanzioni pesanti o la sospensione dell’attività.
Ecco che così il «pachiderma burocratico» dello Stato fa sentire tutto il suo peso su molti locali che operavano sul filo del rasoio, proponendo cene spettacolo o un’orchestrina che, con le sue note ballabili, faceva alzare i commensali una volta terminata la cena. Ciò ha comportato una riduzione significativa di piccoli eventi live, a discapito delle numerose band che vivono di musica e a danno del cliente, che si ritrova privato di quell’entertainment che gli permetteva di svagarsi dopo la pizza, bevendo un calice di vino e intrattenendosi nel ballo.
A questo c’è da aggiungere che la nuova amministrazione a trazione sinistra, guidata dal sindaco Vittoria Ferdinandi, non sembra al momento aver incentivato i live nell’acropoli, limitandosi recentemente a patrocinare due giornate celebrate storicamente dalla sinistra italiana — il 25 aprile e il primo maggio — con concerti a sfondo rosso/arcobaleno. Va bene, viva la musica dal vivo, ci mancherebbe altro; ma vorremmo rivederla anche in quei posti al chiuso a ciò deputati o nelle tante piazze del centro storico che, durante l’anno, hanno bisogno di ossigeno musicale per non rimanere in apnea di turisti e di perugini, i quali appaiono ormai quasi totalmente disinteressati al centro, fatta eccezione per i mesi estivi e per il Festival di Umbria Jazz.
Molte maestranze che operano nel mondo musicale, a ridosso delle ultime elezioni comunali, erano talmente entusiaste nel veder tornare la sinistra al potere dopo due mandati del moderato Andrea Romizi, da essere sicure che la «Dada» (appellativo con cui viene soprannominata la nostra sindaca dagli amici) avrebbe inondato la città di musica. Tutto ciò non è avvenuto e così anche i «kompagni musici» non hanno resistito, inscenando questa settimana un flash mob con un ensemble di strumentisti degno di un’orchestra di taglia media. Peccato che le loro rimostranze siano state palesate sulle scalinate della Cattedrale di San Lorenzo, proprio a ridosso dell’ingresso e in concomitanza con la Santa Messa.
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Ebbene, è lecito protestare, ma occorre avere la consapevolezza che sarebbe buona norma non suonare mentre il parroco sta celebrando. Ero presente alla funzione e, stando in terza fila, a causa del rumore invadente non riuscivo a distinguere le parole del sacerdote. Non so come sia stato possibile ignorare che alle 18:00 in Duomo si celebri la messa vespertina, tanto più che al cospetto dei «ribelli» era presente anche un assessore; mi fa quantomeno riflettere che una carica comunale non sapesse, o abbia avallato, questa infelice concomitanza di orario.
Già troppe volte le funzioni sono sporcate dall’insipienza e dall’invadenza turistica che affolla le chiese noncurante della celebrazione. Protestare è giusto e lecito, ma si dovrebbe rispettare un protocollo, specialmente quando è impossibile non essere a conoscenza degli orari delle funzioni pomeridiane in San Lorenzo.
È un paradosso tutto perugino: locali sanzionati per un volume troppo alto e manifestazioni rumorose avallate (o ignorate) sul sagrato del Duomo in piena celebrazione. La battaglia per la musica dal vivo è sacrosanta, specialmente in una città che di note dovrebbe vivere – Umbria Jazz ne è fulgido esempio – ma perde di credibilità quando dimentica l’educazione civica elementare. Tra il rigore del Viminale e la confusione della piazza, Perugia resta in attesa di una direzione d’orchestra capace di riportare armonia, evitando che la «rivoluzione musicale» promessa si risolva in una sgradevole cacofonia.
Francesco Rondolini
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Immagine di Alex Barrow via Flickr pubblicata su licenza CC BY-SA 2.0
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La triste situazione dell’industria discografica e il mercato della musica live
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- La distruzione della gavetta: Senza il passaggio fondamentale nei club e nei festival di medie dimensioni, gli artisti non sviluppano la tenuta scenica né un repertorio in grado di reggere due ore di spettacolo. Si passa da uno o due singoli virali allo stadio, saltando i gradini della maturazione artistica.
- L’indebitamento precoce: I giovani talenti si trasformano, spesso inconsapevolmente, in debitori delle multinazionali del live. Diventano ingranaggi di una macchina che deve autoalimentarsi per ripagare gli enormi anticipi concessi, perdendo qualsiasi libertà contrattuale ed espressiva.
- La svalutazione del valore culturale: Se il biglietto viene regalato con la spesa al supermercato o svenduto attraverso canali aziendali pur di riempire i vuoti visivi, si abitua il pubblico a non riconoscere più il reale valore economico (e artistico) del lavoro culturale.
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