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Tra quanto assassineranno Donald Trump?

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È un periodo dove stanno saltando fuori verità sempre più indicibili. In particolare, negli ultimi giorni questioni di importanza immane sono saltate fuori lungo lo strano asse Trump-Carlson-Musk.

 

Tucker Carlson, come sa il lettore di Renovatio 21, aveva il programma di news più seguito di tutta la TV via cavo USA. Il suo show, in genere aperto da monologhi memorabili lunghi anche 20 minuti, andava in onda cinque giorni alla settimana alle otto di sera, tenendo incollati non solo tutti gli americani di tendenza conservatrice, ma pure, i numeri non mentono, anche molti democrat: i suoi ascolti erano multipli di quelli della CNN.

 

Rupert Murdoch, il padrone della rete dove trionfava Carlson, Fox News, lo ha, per ragioni ancora avvolte nel mistero (ma sulle quali Renovatio 21 ha avanzato una tetra ipotesi…), licenziato in tronco.

 

Dopo settimane, Carlson è riapparso su Twitter, ora comprato da Elon Musk, con il quale Tucker aveva fatto una densa intervista (rivelatrice di tante cose rispetto al mondo di Big Tech e dell’Intelligenza Artificiale) qualche giorno prima di essere licenziato. Il popolare giornalista decide dunque di far partire una sorta di embrione di programma, ancora poco definito nella tempistica e nel calendario, sul social network muskiano.

 

Il risultato è clamoroso: i suoi video vengono visti decine di milioni, a volte centinaia di milioni di volte. Di fatto, siamo a multipli del pubblico da record che raggiungeva su Fox, che era già a sua volta un ordine di grandezza superiore alle reti dell’establishment come CNN, MSNBC, etc.

 

Carlson quando era su Fox già aveva iniziato ad essere preso come un oracolo: la sincerità con cui affrontava ogni tema, rifiutando nel caso la vulgata imposta dal suo editore – un caso su tutti, quello dei vaccini, attaccati da Tucker sin dalla prima ora – lo avevano reso una rarissima figura di giornalista a cui il pubblico americano dava la sua fiducia. Probabilmente, l’unico.

 

Ora, tale potere oracolare è moltiplicano: tutto quello che viene detto nel programma di Carlson ha un valore immenso.

 

L’intervista fatta a Budapest a Orban dell’altro giorno è qualcosa di epocale: con le parole del premier magiaro a Carlson, si apre un fronte interno alla NATO, di cui l’Ungheria è parte. Al contempo, nello stesso spezzone, oltre che la lode a Trump come unica soluzione al rischio di distruzione totale che stiamo vivendo, Orban ha rivelato di essere pronto alla guerra contro chiunque toccherà il gasdotto che gli porta il combustibile russo. Una decisione presa con la Serbia, ha detto il primo ministro ungherese.

 

Aggiungiamo che prima di pubblicare il video con l’intervista ad Orban, Carlson aveva postato una breve clip in cui veniva accolto in modo regale all’ambasciata della Serbia a Budapest, dove era in visita il presidente serbo Vucic, che gli ha fatto trovare a riceverlo mezzo governo di Belgrado, tutti entusiasti di incontrare Tucker. Nel video, che non si è capito se prelude ad una prossima intervista, si vedeva ad un certo punto Carlson che, in auto per le strade della capitale magiara, diceva che era particolarmente interessante sentire Vucic, in quanto la Serbia è un Paese che la NATO ha bombardato…

 

 

Si sta aprendo, in modo definito, una nuova ondata di NATO-scetticismo in America? Ed è pure possibile parlarne liberamente, grazie al Twitter di Musk?

 

Come riportato da Renovatio 21, a dispetto delle apparenze, grandi nomi della politica e dell’amministrazione americana, presidenti e senatori, funzionari e politologi, hanno espresso negli anni avversione nei confronti del Patto Atlantico, visto più come un fattore di destabilizzazione per il mondo che non come strumento di pace.

 

Va rammentato qui qualcosa che Carlson dichiarò in un’intervista anni fa, quando gli chiesero che cosa lo avesse «svegliato» rispetto alla narrazione dei media dominanti, di cui Carlson (già reporter e presentatore per la CNN) era parte integrante: figlio di un diplomatico (e giornalista), Carlson è praticamente cresciuto a Washington, educato in scuole di élite, frequentando il gotha politico-mediatico.

 

Alla domanda riguardo cosa lo avesse allontanato dal suo mondo washingtoniano (fatto di cene e feste, dove ha peraltro avuto modo di incontrare Hunter Biden), Carlson diede una risposta inaspettata: fu, nel 2015, il candidato presidente Donald Trump, quando, ancora considerato una sorta di disturbo flamboyant che sarebbe stato espulso con le primarie, si chiese: a cosa serve ora la NATO?

 

Tucker, essendo uomo di TV, conosceva Trump, e, dice, non ne aveva quest’opinione altissima. Eppure la domanda risuonava in lui fortissima: già, a cosa serve ora la NATO? La domanda era più che legittima…

 

Il giornalista tentò di parlarne ai suoi amici e vicini di Washington. Notò una reazione scomposta, irrazionale. Tutti quelli con cui tentava di parlarne, dicevano, si irritavano, e cominciavano ad attaccare il «buffone» Trump, senza tuttavia fornire la minima risposta alla domanda. A cosa serve la NATO?

 

Qui, dice, si è svegliato. È stato, come si dice ora, redpillato. C’era qualcosa che non si poteva toccare, anche se era perfettamente legittimo, in teoria, e logico, farlo. Carlson si era già amaramente pentito, anni prima, di aver sostenuto la guerra in Iraq: dopo aver fatto da tamburista per i neocon nell’invasione del 2003, era andato a Baghdad per scrivere un articolo sul campo riguardo ad un amico reporter morto lì qualche mese prima. Vide una situazione talmente allucinante che, tornato a casa, trovò la forza per rimangiarsi tutto quello che aveva scritto sulle operazioni di Bush in Medio Oriente.

 

Ora, con Trump, il quadro era divenuto ancora più netto: sì, c’è un potere americano, che puoi chiamare Deep State o anche Permanent Washington, che vuole la guerra, vuole morte e distruzione, come fosse indemoniata. Tale potere è dominante nei circoli della capitale (quelli in cui lui era cresciuto, e in cui ha vissuto per anni) ma è per molti versi antitetico all’America reale che trovi appena esci dalle metropoli, che, sotto la guida dei democrat, sono oramai zone di guerra, territori falliti senza più legge né sicurezza.

 

Ottenuto il programma nell’ora di punta su Fox, e portatolo in vetta come trasmissione di quel genere più vista del Paese, Carlson ottenne di spostare lo studio di registrazione in una casa del Maine, in mezzo ai boschi, dove si era ritirato allontanandosi da Washington.

 

È da qui, dallo studio domestico che Fox ha abbandonato, che Trump ha giocato una delle sue ultime, geniali mosse elettorali. Invece che presentarsi a Milwaukee per il primo dibattito fra candidati presidenti repubblicani – la corsa per le primarie – lui, forte di un margine sugli inseguitori che i sondaggi dicono essere di 40, 50 o financo 60 punti, l’ex presidente decide di chiamare Carlson, e proporgli un’intervista da mettere online su Twitter esattamente cinque minuti prima della diretta del dibattito fra i suoi concorrenti repubblicani.

 

Le conseguenze di questa manovra hanno proporzioni da sisma: la videointervista Carlson-Trump viene vista 260 milioni di volte, il dibattito delle primarie repubblicane mandato in onda da Fox News (sì, la stessa azienda che ha cacciato Tucker) ha invece 12,8 milioni di telespettatori.

 

In pratica, Trump demolisce ogni speranza, se ne avevano, di essere sostituito come candidato Repubblicano. Al contempo il social di Musk dimostra di essere un veicolo migliore per la politica delle TV tradizionali con i loro riti politici, come il debate per le primarie di partito.

 

La politica e i media vengono, ancora una volta dopo il 2016, disintermediati da Trump. Carlson lo ha capito, e lo ha capito anche Musk: Twitter ora diviene un attore mediatico centrale, non solo un deposito di dichiarazioni (i tweet di questo o quel politico, di questo o quell’ente) ma un teatro live che sbaraglia la TV.

 

È davanti a questa ulteriore, sottile rivoluzione in corso che vanno ascoltate le parole che Carlson, tornato dall’Ungheria, ha proferito durante il podcast del comico Adam Corolla, che era spesso ospite di Tucker Carlson Tonight ai tempi di Fox News.

 

Come riportato da Renovatio 21, durante l’ora di conversazione con Corolla ha detto senza mezzi termini che si aspetta «una guerra calda tra USA e Russia entro un anno».

 

«Siamo già in guerra con la Russia, ovviamente, stiamo finanziando i loro nemici (…) Penso che potrebbe accadere facilmente (…) Penso che potremmo fare una cosa del tipo “Golfo del Tonchino” farci strada, dove all’improvviso i missili atterrano in Polonia, e “Sono stati i russi! Il nostro alleato NATO è stato attaccato! Stiamo andando in guerra!” Vedo ciò accadere molto facilmente».

 

Qui l’allusione è ad un attacco false flag – cioè un’operazione sotto copertura per fingere di essere attaccati, come accadde con l’incidente del Golfo del Tonchino per mandare le truppe USA contro il Vietnam del Nord – di cui abbiamo già visto un esempio proprio qualche mese fa con il missile ucraino che uccide due polacchi nella loro fattoria in territorio della Polonia.

 

Nella stessa intervista, Carlson sgancia un’altra bomba. Con espressione perfettamente seria, dice di aspettarsi l’assassinio di Donald Trump.

 

«Nessuno lo dirà, ma non so come si possa non arrivare a questa conclusione. Capisci cosa intendo? Hanno deciso, Permanent Washington ed entrambi i partiti, hanno deciso che c’è qualcosa in Trump che è troppo minaccioso per loro. Semplicemente non possono permettere che succeda» dice Carlson a Carolla.

 

«Inizi con le critiche, poi passi alla protesta, poi passi all’impeachment, ora passi alle accuse in tribunale, e nessuno di queste cose funziona, cosa succede dopo? Facci un disegnino, amico. Stiamo accelerando verso l’assassinio, ovviamente».

 

 

La spiegazione di tale enorme affermazione è, in realtà, piuttosto logica.

 

«Una volta che inizi a incriminare i tuoi avversari politici, sai che devi vincere altrimenti ti incrimineranno se vincono. Quindi non possono perdere. Faranno di tutto per vincere. Allora come fanno? Non tireranno fuori di nuovo il COVID, so che tutti a destra hanno paura rifaranno il COVID e l’obbligo di mascherine: non possono farlo. Sono già stati smascherati. Non funzionerà».

 

E quindi «Cosa faranno? Andranno in guerra con la Russia, ecco cosa faranno».

E chi è, come giustamente ricordato da Orban durante l’intervista sempre di Carlson, l’unico uomo che può riportare la pace?

 

Anzi, chi è l’uomo che ha detto che farà cessare la guerra in 24 ore una volta tornato presidente?

 

Sì, Donald Trump. Per continuare la guerra, estenderla, globalizzarla, hanno bisogno di rimuovere questo ostacolo. Minacciarlo con più di mezzo millennio di carcere non serve a nulla: lui continua e, soprattutto, il suo indice di gradimento sale. Non solo: ora anche i tiepidi sono convinti che contro The Donald, vi sia una cospirazione, perché i processi sempre più sbilenchi, con evidenza lo comprovano. Gli fanno la foto segnaletica: e la popolazione esplode, è l’immagine più iconica dell’anno, forse del decennio.

 

Qualcuno chiederà: se è così pericoloso per l’establishment, perché non lo hanno ammazzato prima?

 

La risposta che possiamo dare è che nel 2016 nessuno si aspettava che divenisse presidente, secondo alcune ricostruzioni nemmeno lui, la moglie e parte del team. Rammenterete i sondaggi che davano Hillary in testa con distacchi abissali, le previsioni di possibilità di vittoria di oltre il 90% per la Clinton pubblicate anche sui giornali italiani. Recentemente Trump ha ricordato che, alle ore 17 del giorno delle elezioni, Hillary e i suoi già stavano festeggiando, prima ancora che le urne fossero chiuse…

 

Del resto, Trump era solo un clown messo lì per dare un tono all’ambiente. E non è mai stata smentita, neanche dal diretto interessato, la storia secondo cui la candidatura presidenziale fosse stata suggerita a Trump proprio dai Clinton, che volevano gettare un petardo nelle primarie repubblicane 2015 e magari mandare fuori scena quello che credevano essere il candidato più pericoloso contro cui doveva correre Hillary, Jeb Bush.

 

È opinione di molti sostenitori di Trump che anche le elezioni del 2016 fossero truccate, ma i brogli non furono abbastanza da fermare la valanga di voti per il biondo appaltatore del Queens star della reality TV.

 

Quell’elezione già aveva fatto emergere pattern sociopolitici (e geopolitici) che sarebbero divenuti drammaticamente centrali negli anni a venire.

 

Da una parte, la demonizzazione della Russia, indicata dai democratici, in quella che è davvero una teoria del complotto senza alcuna base, come artefice dell’elezione di Trump, pupazzo di Putin. L’isteria russofobica ha generato conseguenze enormi: ha guastato i rapporti con Mosca anche una volta eletto Trump, che non poteva fare accordi con Putin senza essere linciato dalla stampa e dalla politica goscista come marionetta del Cremlino.

 

Di più: recentemente il giornalista Glenn Greenwald, quello che portò alla ribalta il caso Snowden, ha dato una lettura psicanalitica non improbabile del conflitto russo-ucraino: i miliardi e le armi che i democratici USA stanno dando a Kiev per combattere la Russia sono una sorta di risposta al più grande trauma psicopolitico della loro esistenza, cioè la mancata elezione a presidente di Hillary Clinton nel 2016.

 

Dall’altra parte, era emersa in quella corsa elettorale la demonizzazione dell’avversario, un astio estremo nei confronti del personaggio che è rimasto invariato durante la presidenza e dopo, anzi è cresciuto. Anche qui si è parlato di un fenomeno psicologico specifico, la Trump Derangement Syndrome, la «sindrome da disturbo Trump», che è una bella definizione che avremmo voluto avere durante i quasi trenta anni di «sindrome da disturbo Berlusconi» che lo Stato-partito italiano con i suoi politici goscisti, i suoi media venduti,  i suoi oligarchi ci ha inflitto senza pietà continuativamente.

 

Infine, in quella fatale campagna elettorale venne a galla forse il fenomeno più rilevante, ed inquietante, che avremo visto poi concretarsi tragicamente nell’era Biden: la demonizzazione della stessa popolazione che vota, che Hillary definì «basket of deplorables» – il «cestino di miserabili».

 

Si tratta di un salto di paradigma, politicamente: puoi attaccare l’avversario, ma non i suoi elettori. Quelli devi portarli a te, sedurli… saranno comunque i tuoi cittadini quando salirai al potere… Invece no. Non più.

 

I deplorables che non votavano per lei, vennero insultati da Hillary, e poi programmaticamente perseguitati da Biden. Lo dichiarò, con una scenografia stile Albert Speer e due Marines ai lati, nel famoso discorso chiamato «Dark Brandon», in cui si scagliava non contro Trump, ma contro gli americani MAGA, cioè i suoi sostenitori. E non si trattava di retorica, per quanto perversa: appena eletto, era cominciato la traslazione del concetto di terrorismo, per cui le agenzie di sicurezza non dovevano più occuparsi degli islamisti, ma dei genitori che protestano per l’insegnamento del gender o della Critical Race Theory a scuola, per i papà e le mamme che rifiutano i lockdown, le mascherine e i vaccini per i loro figli: tutti questi miserabili erano divenuti, concretamente, potenziali domestic terrorists.

 

Ecco che si spiegano le persecuzioni contro i pro-life, con padri di famiglia prelevati da squadre d’assalto in casa per aver protestato fuori dalle cliniche degli aborti.

 

Ecco che si comprende perché l’FBI abbia cominciato a istituire un sistema di spie contro i cattolici che vanno alla Santa Messa in latino.

 

Ecco che capiamo da dove venga la persecuzione contro chiunque fosse in Campidoglio quel fatale 6 gennaio.

 

È un mutamento immane che abbiamo tante volte cercato di spiegare su Renovatio 21: lo Stato non cerca più la convivenza fra i suoi cittadini, ma l’eliminazione del segmento cui non riesce a dare a bere la sua narrativa. Tale porzione di cittadini è considerata come sacrificabile: il senso della pandemia, dell’apartheid biotica che avete subito, del green pass che vi impedisce di lavorare e vivere, è tutto qua.

 

Nel nuovo concetto di Stato, voi non siete più inclusi. Voi sarete sacrificati. E le aziende private, lo sapete, sono allineate: ecco perché Facebook vi censura, perché il negozio non vi fa entrare senza certificato verde e mascherina. Come dimostrano chiaramente anni di World Economic Forum a Davos, la convergenza tra multinazionale e Stato, tra pubblico e privato è oramai totale – lo chiamano Grande Reset.

 

Perché, entrati oramai in questa nuova era, a chi vi sta sopra non interessa più il vostro voto, né il vostro danaro. Ecco perché è così facile emarginarvi, eliminarvi.

 

Donald Trump rappresenta un immenso ostacolo a questa trasformazione in atto. Va in cerca di voti con manifestazioni oceaniche, ama la gente. È ricco, ma più che con i grandi donatori, ora pare stia facendo soldi con le t-shirt della sua foto segnaletica. Si oppone alla globalizzazione, mette in riga la Cina.  Si oppone all’immigrazione selvaggia dal confine meridionale – cioè il piano Kalergi in versione USA. Pare avere a cuore la classe media, quella che il partito di Davos vuole eliminare, e che il mandarinato pandemico ha ferito a morte.

 

Aggiungiamoci pure, come dicevamo sopra, che non ama molto la NATO. Quell’organizzazione di superpotenza militare, anche atomica, basata a Bruxelles, che è per coincidenza la stessa città di Marc Dutroux, cioè, pardon, la stessa città dell’Unione Europea. (Scusate, ci eravamo per un attimo confusi, è stato un lapsus)

 

Il lettore capisce da sé che, non sarà mai un pazzo solitario, né i soli nemici politici, a tentare di ucciderlo: dietro il suo assassinio ci sarà un piano immenso, un sistema globale in via di realizzazione, un mondo intero, un potere planetario in grado di schiacciare perfino un presidente americano.

 

È già successo. Uccisero Kennedy che era un uomo di pace, un uomo in grado disinnescare con Krushev la più tremenda crisi atomica, quella dei missili sovietici a Cuba. Per evitare di ritrovarsi ancora una volta ad avere a che fare con un così, sei anni dopo uccisero il fratello, Robert Kennedy, quando era ancora candidato alle primarie democratiche, con ampie prospettive di vittoria. (Il figlio di Robert, Robert Kennedy jr., anche lui candidato democratico, sappiamo prende sul serio la possibilità di essere assassinato anche lui)

 

 

Non che Trump non conosca la situazione, anzi.

 

Uno dei momenti più incredibili offerti dalla trasmissione di Tucker Carlson quando era su Fox fu la puntata in cui disse – forte di una fonte che non poteva nominare ma che, assicurava, conosceva la realtà delle cose – che il presidente John Kennedy fu ammazzato con il coinvolgimento della CIA. Era la prima volta che, dopo 60 anni di bisbigli impubblicabili, qualcuno lo diceva forte e chiaro.

 

Sì, la CIA ha ucciso il presidente degli USA, quello che avrebbe dovuto servire. Le implicazioni di questo sono gigantesche: la storia degli USA, apprendiamo, non la fanno i presidenti, ma un potere non eletto che può trucidarli a piacere…

 

«È un Paese completamente diverso da quello che pensavamo fosse. È tutto falso» aveva confessato a Carlson la sua fonte.

 

Ora, è probabile che il lettore sia giunto con rapidità alla conclusione a cui sono arrivati in tanti: la fonte di Tucker non può che essere Donald Trump.

 

È una situazione di significato profondo davvero. Siamo a livelli di una tragedia, di un racconto mitico.

 

L’eroe sa quale può essere il suo destino. Sa che può essere ucciso, magari dai suoi stessi uomini. Eppure non desiste, e porta avanti la sua battaglia senza fermarsi, pienamente conscio del fato che incombe.

 

Dio salvi Donald Trump.

 

Signore, riporta la pace nel mondo.

 

Lettore, fallo anche tu: prega. Perché ne abbiamo davvero bisogno.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

 

 

Geopolitica

Ben Gvir chiede di strappare le Isole Falkland a Londra e di cederle all’Argentina

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Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha chiesto che le Isole Falkland (Isole Malvinas) vengano strappate al Regno Unito e cedute all’Argentina.

 

«È ora che lo Stato di Israele riconosca pubblicamente che le Isole Malvinas sono territorio argentino occupato, che gli inglesi sottraggono violentemente al popolo argentino. Gli inglesi non si accontentano della semplice occupazione del territorio; vi effettuano anche trivellazioni petrolifere, derubando il popolo argentino del denaro ricavato».

 

«Chiedo al Primo Ministro Benjamin Netanyahu di riconoscere la sovranità dell’Argentina sulle Isole Malvinas e di imporre sanzioni alla Gran Bretagna finché l’occupazione persisterà».

 


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Londra controllava l’arcipelago dal 1833. Nel 1982 l’Argentina invase le Falkland, ma fu sconfitta dall’esercito britannico.

 

È chiaro che il Ben Gvirro si sta esprimendo a sostegno del suo alleato sionista, il presidente argentino Javier Milei, esortandolo ad espandere il proprio territorio. Israele stesso sta attivamente lavorando per espandere il proprio territorio attraverso conquiste, nell’ambito del progetto della Grande Israele. Non solo: voci consistenti parlano di interessi israeliani nell’acquisto di vastissimi terreni in Patagonia.

 

Va detto che il governo dell’Argentina ha avviato una denuncia penale e sanzioni contro la compagnia petrolifera israeliana Navitas Petroleum per le sue attività di esplorazione e trivellazione nella zona delle Falklandsenza l’autorizzazione di Buenos Aires. La vicenda rappresenta un delicato caso geopolitico che mette a dura prova l’asse diplomatico tra il presidente argentino Javier Milei e lo Stato d’Israele.

 

«Il governo sostiene che le società abbiano violato la legge argentina detenendo licenze di esplorazione e sfruttamento di idrocarburi rilasciate dalla Gran Bretagna nel bacino delle Falkland settentrionali. La denuncia si baserebbe sulla legislazione vigente in materia di progetti petroliferi e del gas in aree rivendicate dall’Argentina. Non è chiaro se un tribunale abbia deciso di avviare un’indagine sulla denuncia del governo», ha riferito l’agenzia Reuters martedì.

 

«La denuncia penale inasprisce una disputa di lunga data sulla sovranità tra Argentina e Gran Bretagna per le Falkland e potrebbe mettere alla prova la capacità di Buenos Aires di utilizzare il proprio sistema legale per ostacolare un importante progetto petrolifero offshore sostenuto da investitori stranieri e autorizzato da un territorio britannico autonomo».

 

Mentre Israele appoggia le nazioni che lo sostengono apertamente, come l’Argentina , si scaglia contro le nazioni e le regioni che non lo fanno.

 

La scorsa settimana il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha messo in guardia tutta l’Europa dal partecipare alla guerra contro l’Iran, nella quale lo Stato ebraico ha trascinato con successo gli Stati Uniti .

 

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I vertici israeliani sono stati accusati pure di aver ingegnerizzato, forse con l’ausilio di alleati all’interno della politica statunitense, l’invasione degli immigrati a Ceuta, che ha registrato messaggi aperti di soddisfazione da parte di funzionari israeliani che hanno ricordato l’ostilità di Madrid verso le politiche israeliane recenti.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’asse tra l’Argentina di Milei, che è circondato da rabbini interessanti e sarebbe in procinto di convertirsi al giudaismo, è divenuto chiaro durante i Mondiale, dove il tifo del governo Netanyahu per nazionale albiceleste fu sfacciato,e  poco fortunato.

 

Cosa non saputa da proprio tutti, la quarta città al mondo per numero di cittadini di religione ebraica è Buenos Aires, dove la comunità giudea è fiorente, alla faccia della nomea dell’Argentina come Paese ospite dei gerarchi nazisti fuggiti dall’Europa.

 

Come riportato da Renovatio 21, negli ultimi anni l’Argentina di Milei aveva promesso di prendere il controllo delle isole contese, dicendo di volere discutere con Londra della loro restituzione. Il tono inzialmente tiepido tuttavia sta alzandosi di temperatura.

 

Come riportato da Renovatio 21rivendicazioni delle isole da parte di Buenos Aires sono state viste pure tra i giocatori all’ultimo mondiale americano, perso malamente dagli argentini.

 

Come riportato da Renovatio 21, riguardo alle Falkland è arrivato in settimana anche l’avvertimento di Washington che avrebbe minacciato di rivedere la propria posizione sul controllo britannico delle Isole Falkland per spingere Londra a destinare somme ben più elevate alle proprie forze armate.

 

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Geopolitica

Ursula in Groenlandia attacca Trump e promette 200 milioni di euro

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La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha affermato che il futuro della Groenlandia spetta al suo popolo e alla Danimarca, respingendo la minaccia del presidente statunitense Donald Trump di annettere l’isola artica.   La Groenlandia è un territorio autonomo danese ricco di minerali e situato in posizione strategica vicino al Nord America. La Danimarca, che sovrintende alla politica estera e di sicurezza dell’isola, è membro sia dell’UE sia della NATO. Trump ha ripetutamente sostenuto che gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale e per le sue risorse minerarie, mettendo Washington in contrasto con i suoi alleati europei.   «Il futuro della Groenlandia spetta al popolo della Groenlandia e alla Danimarca deciderlo, a nessun altro», ha dichiarato von der Leyen lunedì a Nuuk, capitale dell’isola, al termine di una visita di due giorni. Ha citato l’integrità territoriale, la sovranità e l’inviolabilità dei confini come principi fondamentali del diritto internazionale.

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Il capo dell’UE ha inoltre annunciato investimenti per 200 milioni di europer quest’anno e il prossimo, nell’ambito degli sforzi di Bruxelles per rafforzare la propria presenza sull’isola. Il pacchetto copre settori quali la connettività internet, l’energia idroelettrica e le materie prime critiche.   Le ricchezze minerarie della Groenlandia sono di particolare interesse per l’UE. L’isola possiede 25 delle 34 materie prime che Bruxelles classifica come critiche, e un accesso più agevole potrebbe aiutare il blocco a ridurre la sua dipendenza dalla Cina.   Il viaggio di von der Leyen è avvenuto mentre Trump, lunedì, pubblicava una mappa che raffigurava la Groenlandia, il Canada e altre parti delle Americhe sotto la bandiera statunitense. L’immagine includeva anche l’Islanda ed era etichettata come «Stati Uniti d’America».   La spinta di Washington per il controllo della Groenlandia ha messo a dura prova le relazioni con la Danimarca e altri alleati europei. Funzionari della Casa Bianca hanno affermato all’inizio di quest’anno che l’uso della forza militare rimaneva «sempre un’opzione», paventando la possibilità di uno scontro tra i due membri della NATO. Trump ha inoltre ripetutamente messo in dubbio l’utilità dell’alleanza per gli Stati Uniti.   La visita ha coinciso anche con l’inizio di Arctic Shield, esercitazioni militari che coinvolgono 11 Paesi della NATO e circa 400 soldati in Groenlandia. Nessun militare statunitense partecipa alle esercitazioni, che si svolgono dal 7 al 18 settembre.   Come riportato da Renovatio 21, la prima ministra Mette Frederiksen due mesi fa ha dichiarato all’incontro atlantico di Ankara  che la NATO aiuterebbe la Danimarca a proteggere la Groenlandia da qualsiasi attacco, incluso, in via ipotetica, da parte degli Stati Uniti.   L’idea che gli Stati Uniti acquisiscano la Groenlandia è emersa in diversi momenti della storia americana. L’isola danese, strategicamente situata nell’Atlantico settentrionale, ospita già una base militare statunitense e si ritiene che contenga preziose risorse minerarie, il cui sfruttamento potrebbe diventare economicamente redditizio in futuro.   Trump si è rifiutato di escludere l’uso della forza militare per ristabilire il controllo sulla Groenlandiapaventando la possibilità di uno scontro tra la NATO e il suo membro dominante. Il leader americano ha accusato l’organizzazione di essere inutile per gli interessi statunitensi, e il suo rifiuto di intervenire direttamente nell’attacco israelo-americano all’Iran è emerso come una delle principali fonti di risentimento.

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Come riportato da Renovatio 21, mesi fa Trump ha dichiarato che la Groenlandia serve per ragioni di difesa, esplicitamente dicendo che vi sarà installato il sistema di scudo stellare Golden Dome. La volontà di annettere l’isola polare è stata ribadita apertis verbis anche nel suo storico discorso al World Economic Forum di Davos dello scorso gennaio.   La Danimarca in risposta ha inviato più truppe sull’isola, mentre la Francia vi ha chiesto esercitazioni NATO. A inizio anno, tuttavia, è emerso che la piccola missione tedesca sull’isola si era ritirata.   Sei mesi fa il segretario del Tesoro USA Scott Bessent ha dichiarato che gli USA prenderanno la Groenlandia grazie alla debolezza europea. Brusselle ha parlato di una «pericolosa spirale discendente», mentre il presidente francese Macron ha promesso una risposta alle «intimidazioni» trumpiane sui dazi e Groenlandia.   In occasione della consegna dei Nobel, quando si aspettava di ricevere il premio Nobel per la pace, Trump rimproverò la Norvegia dicendo che non avendo ricevuto l’encomio allora si sarebbe concentrato nella presa della Groenlandia.   Come riportato da Renovatio 21, il presidente americano avrebbe già ordinato di concepire un piano per l’invasione. Le difese della Groenlandia, ha detto, sono «due slitte trainate da cani».   Il presidente polacco Donald Tusk ha sottolineato che le minacce USA sulla Groenlandia rendono di fatto la NATO un ente inutile.  

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Geopolitica

L’Iran minaccia la Corea del Sud che valuta operazioni militari congiunte a Ormuzzo

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Lunedì il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha lanciato un avvertimento alla Corea del Sud, esortando il Paese a riflettere attentamente prima di unirsi alle operazioni americane nello Stretto di Ormuz.

 

La scorsa settimana l’ufficio del presidente sudcoreano ha annunciato di stare valutando l’adozione di misure militari a sostegno degli sforzi statunitensi volti a garantire la libertà di navigazione delle navi che attraversano lo Stretto di Ormuzzo.

 

Seoul dipende in modo molto significativo dal petrolio che passa attraverso lo Stretto ormusino, Il paese si rifornisce per circa il 70% del suo petrolio greggio dal Medio Oriente, con il 95% delle importazioni petrolifere che passano proprio attraverso Ormuzzo. Anche sul fronte del gas, la dipendenza è rilevante: il 20% del gas naturale liquefatto sudcoreano arriva dal Medio Oriente.

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Le importazioni nette di petrolio della Corea del Sud rappresentano il 2,7% del PIL, e il paese ha riserve strategiche limitate rispetto, ad esempio, alla Cina — il che la rende una delle economie più vulnerabili della regione a uno shock nello stretto. A maggio 2026, l’arrivo di una singola petroliera proveniente da Hormuz è stato descritto come capace di coprire tra il 35% e il 50% del consumo giornaliero di greggio della Corea del Sud — un dato che dà la misura di quanto ogni singolo carico sia strategicamente rilevante.

 

Ora l’Iran afferma che la Corea del Sud subirà «gravi conseguenze» se deciderà di inviare navi, aerei o personale militare nello Stretto ermisino.

 

In un messaggio pubblicato su X, Baghaei ha scritto: «La relazione tra l’Iran e la Repubblica di Corea ha una storia che dura da oltre 64 anni e i legami tra i due Paesi si sono costantemente sviluppati sulla base del reciproco rispetto. L’Iran attribuisce grande importanza alle sue relazioni amichevoli con la Repubblica di Corea».

 

«Tuttavia, al momento il popolo iraniano si sta difendendo dalle azioni aggressive dell’America e, nella situazione in cui sta rispondendo con fermezza ai crimini di guerra americani contro donne e bambini, qualsiasi altro Paese che mantenga una presenza militare o partecipi a operazioni nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz non può che essere considerato come un diretto sostenitore degli autori dell’aggressione, e ciò comporterà gravi conseguenze», ha aggiunto.

 

Il portavoce iraniano ha concluso: «Nessun Paese sovrano e responsabile dovrebbe cedere alle pressioni e alle minacce dell’America e rendersi complice degli atti aggressivi e degli orribili crimini contro il grande popolo iraniano».

 

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Il presidente statunitense Donald Trump ha esercitato pressioni sulle nazioni alleate, tra cui la Corea del Sud, criticandole per il loro rifiuto di partecipare alle operazioni nello Stretto di Ormuzzo.

 

Gli Stati Uniti, il Giappone e la Corea del Sud parteciperanno questa settimana alle esercitazioni militari congiunte «Freedom Edge», suscitando critiche da parte del neo-nominato ministro della Difesa nordcoreano Kim Song-gi.

 

In risposta alle esercitazioni, il dittatore nordcoreano Kim Jong-un ha annunciato lunedì la messa in servizio del secondo cacciatorpediniere della marina militare, affermando: «Le preoccupazioni dei nemici si acuiranno sicuramente. Dobbiamo stabilire in modo più chiaro un deterrente nucleare potente e affidabile, mettere in pratica l’impiego diversificato ed efficace dei nostri sistemi di combattimento nucleare e rafforzare ulteriormente le nostre attività militari per la difesa marittima e la deterrenza bellica».

 

L’Iran e la Corea del Nord intrattengono da decenni una partnership strategica, militare ed economica, il che significa che i due Paesi potrebbero unire le forze contro gli Stati Uniti se le tensioni dovessero continuare ad aumentare.

 

La voce circolante (o fatta circolare…) è che sia possibile che i nordcoreani stiano effettivamente collaborando alla progettazione di una testata nucleare iraniana. Si tratta di un sospetto pubblicato spesso da realtà avverse ai due Paesi. Tuttavia, è invece confermata la cooperazione missilistica tra Teherano e Pyongyango. La Corea del Nord ha intensificato la collaborazione con l’Iran per la produzione di missili balistici e per la progettazione di modelli più avanzati.

 

Ambedue i Paesi disporrebbero di missili ipersonici.

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La relazione tra i due paesi non è nuova. Con lo sviluppo del programma nucleare nordcoreano e il suo ritiro dal Trattato di Non Proliferazione (TNP) nel 2003, Pyongyang era già stata accusata di fornire tecnologia nucleare all’Iran, e nel 2012 i due paesi avevano firmato un accordo di cooperazione scientifica, accademica e tecnologica.

 

Dopo la Guerra dei 12 Giorni (giugno 2025) tra Israele e Iran, la guida suprema Khamenei aveva sempre bloccato la decisione di procedere all’arricchimento al 90% e allo sviluppo di testate miniaturizzate; oggi, con Teheran che cerca di ricostruire la propria deterrenza, la Corea del Nord resta una delle poche opzioni percorribili, dato che il Pakistan (in buoni rapporti con USA e Arabia Saudita) non avrebbe interesse ad aiutare l’Iran.

 

Diversi analisti notano come la guerra contro l’Iran abbia rafforzato a Pyongyang la convinzione che l’arsenale nucleare sia l’unica vera garanzia di sopravvivenza per un regime sotto pressione — una lezione che l’Iran stesso potrebbe voler applicare, rendendo più plausibile una richiesta di assistenza nordcoreana.

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

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