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Tra quanto assassineranno Donald Trump?

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È un periodo dove stanno saltando fuori verità sempre più indicibili. In particolare, negli ultimi giorni questioni di importanza immane sono saltate fuori lungo lo strano asse Trump-Carlson-Musk.

 

Tucker Carlson, come sa il lettore di Renovatio 21, aveva il programma di news più seguito di tutta la TV via cavo USA. Il suo show, in genere aperto da monologhi memorabili lunghi anche 20 minuti, andava in onda cinque giorni alla settimana alle otto di sera, tenendo incollati non solo tutti gli americani di tendenza conservatrice, ma pure, i numeri non mentono, anche molti democrat: i suoi ascolti erano multipli di quelli della CNN.

 

Rupert Murdoch, il padrone della rete dove trionfava Carlson, Fox News, lo ha, per ragioni ancora avvolte nel mistero (ma sulle quali Renovatio 21 ha avanzato una tetra ipotesi…), licenziato in tronco.

 

Dopo settimane, Carlson è riapparso su Twitter, ora comprato da Elon Musk, con il quale Tucker aveva fatto una densa intervista (rivelatrice di tante cose rispetto al mondo di Big Tech e dell’Intelligenza Artificiale) qualche giorno prima di essere licenziato. Il popolare giornalista decide dunque di far partire una sorta di embrione di programma, ancora poco definito nella tempistica e nel calendario, sul social network muskiano.

 

Il risultato è clamoroso: i suoi video vengono visti decine di milioni, a volte centinaia di milioni di volte. Di fatto, siamo a multipli del pubblico da record che raggiungeva su Fox, che era già a sua volta un ordine di grandezza superiore alle reti dell’establishment come CNN, MSNBC, etc.

 

Carlson quando era su Fox già aveva iniziato ad essere preso come un oracolo: la sincerità con cui affrontava ogni tema, rifiutando nel caso la vulgata imposta dal suo editore – un caso su tutti, quello dei vaccini, attaccati da Tucker sin dalla prima ora – lo avevano reso una rarissima figura di giornalista a cui il pubblico americano dava la sua fiducia. Probabilmente, l’unico.

 

Ora, tale potere oracolare è moltiplicano: tutto quello che viene detto nel programma di Carlson ha un valore immenso.

 

L’intervista fatta a Budapest a Orban dell’altro giorno è qualcosa di epocale: con le parole del premier magiaro a Carlson, si apre un fronte interno alla NATO, di cui l’Ungheria è parte. Al contempo, nello stesso spezzone, oltre che la lode a Trump come unica soluzione al rischio di distruzione totale che stiamo vivendo, Orban ha rivelato di essere pronto alla guerra contro chiunque toccherà il gasdotto che gli porta il combustibile russo. Una decisione presa con la Serbia, ha detto il primo ministro ungherese.

 

Aggiungiamo che prima di pubblicare il video con l’intervista ad Orban, Carlson aveva postato una breve clip in cui veniva accolto in modo regale all’ambasciata della Serbia a Budapest, dove era in visita il presidente serbo Vucic, che gli ha fatto trovare a riceverlo mezzo governo di Belgrado, tutti entusiasti di incontrare Tucker. Nel video, che non si è capito se prelude ad una prossima intervista, si vedeva ad un certo punto Carlson che, in auto per le strade della capitale magiara, diceva che era particolarmente interessante sentire Vucic, in quanto la Serbia è un Paese che la NATO ha bombardato…

 

 

Si sta aprendo, in modo definito, una nuova ondata di NATO-scetticismo in America? Ed è pure possibile parlarne liberamente, grazie al Twitter di Musk?

 

Come riportato da Renovatio 21, a dispetto delle apparenze, grandi nomi della politica e dell’amministrazione americana, presidenti e senatori, funzionari e politologi, hanno espresso negli anni avversione nei confronti del Patto Atlantico, visto più come un fattore di destabilizzazione per il mondo che non come strumento di pace.

 

Va rammentato qui qualcosa che Carlson dichiarò in un’intervista anni fa, quando gli chiesero che cosa lo avesse «svegliato» rispetto alla narrazione dei media dominanti, di cui Carlson (già reporter e presentatore per la CNN) era parte integrante: figlio di un diplomatico (e giornalista), Carlson è praticamente cresciuto a Washington, educato in scuole di élite, frequentando il gotha politico-mediatico.

 

Alla domanda riguardo cosa lo avesse allontanato dal suo mondo washingtoniano (fatto di cene e feste, dove ha peraltro avuto modo di incontrare Hunter Biden), Carlson diede una risposta inaspettata: fu, nel 2015, il candidato presidente Donald Trump, quando, ancora considerato una sorta di disturbo flamboyant che sarebbe stato espulso con le primarie, si chiese: a cosa serve ora la NATO?

 

Tucker, essendo uomo di TV, conosceva Trump, e, dice, non ne aveva quest’opinione altissima. Eppure la domanda risuonava in lui fortissima: già, a cosa serve ora la NATO? La domanda era più che legittima…

 

Il giornalista tentò di parlarne ai suoi amici e vicini di Washington. Notò una reazione scomposta, irrazionale. Tutti quelli con cui tentava di parlarne, dicevano, si irritavano, e cominciavano ad attaccare il «buffone» Trump, senza tuttavia fornire la minima risposta alla domanda. A cosa serve la NATO?

 

Qui, dice, si è svegliato. È stato, come si dice ora, redpillato. C’era qualcosa che non si poteva toccare, anche se era perfettamente legittimo, in teoria, e logico, farlo. Carlson si era già amaramente pentito, anni prima, di aver sostenuto la guerra in Iraq: dopo aver fatto da tamburista per i neocon nell’invasione del 2003, era andato a Baghdad per scrivere un articolo sul campo riguardo ad un amico reporter morto lì qualche mese prima. Vide una situazione talmente allucinante che, tornato a casa, trovò la forza per rimangiarsi tutto quello che aveva scritto sulle operazioni di Bush in Medio Oriente.

 

Ora, con Trump, il quadro era divenuto ancora più netto: sì, c’è un potere americano, che puoi chiamare Deep State o anche Permanent Washington, che vuole la guerra, vuole morte e distruzione, come fosse indemoniata. Tale potere è dominante nei circoli della capitale (quelli in cui lui era cresciuto, e in cui ha vissuto per anni) ma è per molti versi antitetico all’America reale che trovi appena esci dalle metropoli, che, sotto la guida dei democrat, sono oramai zone di guerra, territori falliti senza più legge né sicurezza.

 

Ottenuto il programma nell’ora di punta su Fox, e portatolo in vetta come trasmissione di quel genere più vista del Paese, Carlson ottenne di spostare lo studio di registrazione in una casa del Maine, in mezzo ai boschi, dove si era ritirato allontanandosi da Washington.

 

È da qui, dallo studio domestico che Fox ha abbandonato, che Trump ha giocato una delle sue ultime, geniali mosse elettorali. Invece che presentarsi a Milwaukee per il primo dibattito fra candidati presidenti repubblicani – la corsa per le primarie – lui, forte di un margine sugli inseguitori che i sondaggi dicono essere di 40, 50 o financo 60 punti, l’ex presidente decide di chiamare Carlson, e proporgli un’intervista da mettere online su Twitter esattamente cinque minuti prima della diretta del dibattito fra i suoi concorrenti repubblicani.

 

Le conseguenze di questa manovra hanno proporzioni da sisma: la videointervista Carlson-Trump viene vista 260 milioni di volte, il dibattito delle primarie repubblicane mandato in onda da Fox News (sì, la stessa azienda che ha cacciato Tucker) ha invece 12,8 milioni di telespettatori.

 

In pratica, Trump demolisce ogni speranza, se ne avevano, di essere sostituito come candidato Repubblicano. Al contempo il social di Musk dimostra di essere un veicolo migliore per la politica delle TV tradizionali con i loro riti politici, come il debate per le primarie di partito.

 

La politica e i media vengono, ancora una volta dopo il 2016, disintermediati da Trump. Carlson lo ha capito, e lo ha capito anche Musk: Twitter ora diviene un attore mediatico centrale, non solo un deposito di dichiarazioni (i tweet di questo o quel politico, di questo o quell’ente) ma un teatro live che sbaraglia la TV.

 

È davanti a questa ulteriore, sottile rivoluzione in corso che vanno ascoltate le parole che Carlson, tornato dall’Ungheria, ha proferito durante il podcast del comico Adam Corolla, che era spesso ospite di Tucker Carlson Tonight ai tempi di Fox News.

 

Come riportato da Renovatio 21, durante l’ora di conversazione con Corolla ha detto senza mezzi termini che si aspetta «una guerra calda tra USA e Russia entro un anno».

 

«Siamo già in guerra con la Russia, ovviamente, stiamo finanziando i loro nemici (…) Penso che potrebbe accadere facilmente (…) Penso che potremmo fare una cosa del tipo “Golfo del Tonchino” farci strada, dove all’improvviso i missili atterrano in Polonia, e “Sono stati i russi! Il nostro alleato NATO è stato attaccato! Stiamo andando in guerra!” Vedo ciò accadere molto facilmente».

 

Qui l’allusione è ad un attacco false flag – cioè un’operazione sotto copertura per fingere di essere attaccati, come accadde con l’incidente del Golfo del Tonchino per mandare le truppe USA contro il Vietnam del Nord – di cui abbiamo già visto un esempio proprio qualche mese fa con il missile ucraino che uccide due polacchi nella loro fattoria in territorio della Polonia.

 

Nella stessa intervista, Carlson sgancia un’altra bomba. Con espressione perfettamente seria, dice di aspettarsi l’assassinio di Donald Trump.

 

«Nessuno lo dirà, ma non so come si possa non arrivare a questa conclusione. Capisci cosa intendo? Hanno deciso, Permanent Washington ed entrambi i partiti, hanno deciso che c’è qualcosa in Trump che è troppo minaccioso per loro. Semplicemente non possono permettere che succeda» dice Carlson a Carolla.

 

«Inizi con le critiche, poi passi alla protesta, poi passi all’impeachment, ora passi alle accuse in tribunale, e nessuno di queste cose funziona, cosa succede dopo? Facci un disegnino, amico. Stiamo accelerando verso l’assassinio, ovviamente».

 

 

La spiegazione di tale enorme affermazione è, in realtà, piuttosto logica.

 

«Una volta che inizi a incriminare i tuoi avversari politici, sai che devi vincere altrimenti ti incrimineranno se vincono. Quindi non possono perdere. Faranno di tutto per vincere. Allora come fanno? Non tireranno fuori di nuovo il COVID, so che tutti a destra hanno paura rifaranno il COVID e l’obbligo di mascherine: non possono farlo. Sono già stati smascherati. Non funzionerà».

 

E quindi «Cosa faranno? Andranno in guerra con la Russia, ecco cosa faranno».

E chi è, come giustamente ricordato da Orban durante l’intervista sempre di Carlson, l’unico uomo che può riportare la pace?

 

Anzi, chi è l’uomo che ha detto che farà cessare la guerra in 24 ore una volta tornato presidente?

 

Sì, Donald Trump. Per continuare la guerra, estenderla, globalizzarla, hanno bisogno di rimuovere questo ostacolo. Minacciarlo con più di mezzo millennio di carcere non serve a nulla: lui continua e, soprattutto, il suo indice di gradimento sale. Non solo: ora anche i tiepidi sono convinti che contro The Donald, vi sia una cospirazione, perché i processi sempre più sbilenchi, con evidenza lo comprovano. Gli fanno la foto segnaletica: e la popolazione esplode, è l’immagine più iconica dell’anno, forse del decennio.

 

Qualcuno chiederà: se è così pericoloso per l’establishment, perché non lo hanno ammazzato prima?

 

La risposta che possiamo dare è che nel 2016 nessuno si aspettava che divenisse presidente, secondo alcune ricostruzioni nemmeno lui, la moglie e parte del team. Rammenterete i sondaggi che davano Hillary in testa con distacchi abissali, le previsioni di possibilità di vittoria di oltre il 90% per la Clinton pubblicate anche sui giornali italiani. Recentemente Trump ha ricordato che, alle ore 17 del giorno delle elezioni, Hillary e i suoi già stavano festeggiando, prima ancora che le urne fossero chiuse…

 

Del resto, Trump era solo un clown messo lì per dare un tono all’ambiente. E non è mai stata smentita, neanche dal diretto interessato, la storia secondo cui la candidatura presidenziale fosse stata suggerita a Trump proprio dai Clinton, che volevano gettare un petardo nelle primarie repubblicane 2015 e magari mandare fuori scena quello che credevano essere il candidato più pericoloso contro cui doveva correre Hillary, Jeb Bush.

 

È opinione di molti sostenitori di Trump che anche le elezioni del 2016 fossero truccate, ma i brogli non furono abbastanza da fermare la valanga di voti per il biondo appaltatore del Queens star della reality TV.

 

Quell’elezione già aveva fatto emergere pattern sociopolitici (e geopolitici) che sarebbero divenuti drammaticamente centrali negli anni a venire.

 

Da una parte, la demonizzazione della Russia, indicata dai democratici, in quella che è davvero una teoria del complotto senza alcuna base, come artefice dell’elezione di Trump, pupazzo di Putin. L’isteria russofobica ha generato conseguenze enormi: ha guastato i rapporti con Mosca anche una volta eletto Trump, che non poteva fare accordi con Putin senza essere linciato dalla stampa e dalla politica goscista come marionetta del Cremlino.

 

Di più: recentemente il giornalista Glenn Greenwald, quello che portò alla ribalta il caso Snowden, ha dato una lettura psicanalitica non improbabile del conflitto russo-ucraino: i miliardi e le armi che i democratici USA stanno dando a Kiev per combattere la Russia sono una sorta di risposta al più grande trauma psicopolitico della loro esistenza, cioè la mancata elezione a presidente di Hillary Clinton nel 2016.

 

Dall’altra parte, era emersa in quella corsa elettorale la demonizzazione dell’avversario, un astio estremo nei confronti del personaggio che è rimasto invariato durante la presidenza e dopo, anzi è cresciuto. Anche qui si è parlato di un fenomeno psicologico specifico, la Trump Derangement Syndrome, la «sindrome da disturbo Trump», che è una bella definizione che avremmo voluto avere durante i quasi trenta anni di «sindrome da disturbo Berlusconi» che lo Stato-partito italiano con i suoi politici goscisti, i suoi media venduti,  i suoi oligarchi ci ha inflitto senza pietà continuativamente.

 

Infine, in quella fatale campagna elettorale venne a galla forse il fenomeno più rilevante, ed inquietante, che avremo visto poi concretarsi tragicamente nell’era Biden: la demonizzazione della stessa popolazione che vota, che Hillary definì «basket of deplorables» – il «cestino di miserabili».

 

Si tratta di un salto di paradigma, politicamente: puoi attaccare l’avversario, ma non i suoi elettori. Quelli devi portarli a te, sedurli… saranno comunque i tuoi cittadini quando salirai al potere… Invece no. Non più.

 

I deplorables che non votavano per lei, vennero insultati da Hillary, e poi programmaticamente perseguitati da Biden. Lo dichiarò, con una scenografia stile Albert Speer e due Marines ai lati, nel famoso discorso chiamato «Dark Brandon», in cui si scagliava non contro Trump, ma contro gli americani MAGA, cioè i suoi sostenitori. E non si trattava di retorica, per quanto perversa: appena eletto, era cominciato la traslazione del concetto di terrorismo, per cui le agenzie di sicurezza non dovevano più occuparsi degli islamisti, ma dei genitori che protestano per l’insegnamento del gender o della Critical Race Theory a scuola, per i papà e le mamme che rifiutano i lockdown, le mascherine e i vaccini per i loro figli: tutti questi miserabili erano divenuti, concretamente, potenziali domestic terrorists.

 

Ecco che si spiegano le persecuzioni contro i pro-life, con padri di famiglia prelevati da squadre d’assalto in casa per aver protestato fuori dalle cliniche degli aborti.

 

Ecco che si comprende perché l’FBI abbia cominciato a istituire un sistema di spie contro i cattolici che vanno alla Santa Messa in latino.

 

Ecco che capiamo da dove venga la persecuzione contro chiunque fosse in Campidoglio quel fatale 6 gennaio.

 

È un mutamento immane che abbiamo tante volte cercato di spiegare su Renovatio 21: lo Stato non cerca più la convivenza fra i suoi cittadini, ma l’eliminazione del segmento cui non riesce a dare a bere la sua narrativa. Tale porzione di cittadini è considerata come sacrificabile: il senso della pandemia, dell’apartheid biotica che avete subito, del green pass che vi impedisce di lavorare e vivere, è tutto qua.

 

Nel nuovo concetto di Stato, voi non siete più inclusi. Voi sarete sacrificati. E le aziende private, lo sapete, sono allineate: ecco perché Facebook vi censura, perché il negozio non vi fa entrare senza certificato verde e mascherina. Come dimostrano chiaramente anni di World Economic Forum a Davos, la convergenza tra multinazionale e Stato, tra pubblico e privato è oramai totale – lo chiamano Grande Reset.

 

Perché, entrati oramai in questa nuova era, a chi vi sta sopra non interessa più il vostro voto, né il vostro danaro. Ecco perché è così facile emarginarvi, eliminarvi.

 

Donald Trump rappresenta un immenso ostacolo a questa trasformazione in atto. Va in cerca di voti con manifestazioni oceaniche, ama la gente. È ricco, ma più che con i grandi donatori, ora pare stia facendo soldi con le t-shirt della sua foto segnaletica. Si oppone alla globalizzazione, mette in riga la Cina.  Si oppone all’immigrazione selvaggia dal confine meridionale – cioè il piano Kalergi in versione USA. Pare avere a cuore la classe media, quella che il partito di Davos vuole eliminare, e che il mandarinato pandemico ha ferito a morte.

 

Aggiungiamoci pure, come dicevamo sopra, che non ama molto la NATO. Quell’organizzazione di superpotenza militare, anche atomica, basata a Bruxelles, che è per coincidenza la stessa città di Marc Dutroux, cioè, pardon, la stessa città dell’Unione Europea. (Scusate, ci eravamo per un attimo confusi, è stato un lapsus)

 

Il lettore capisce da sé che, non sarà mai un pazzo solitario, né i soli nemici politici, a tentare di ucciderlo: dietro il suo assassinio ci sarà un piano immenso, un sistema globale in via di realizzazione, un mondo intero, un potere planetario in grado di schiacciare perfino un presidente americano.

 

È già successo. Uccisero Kennedy che era un uomo di pace, un uomo in grado disinnescare con Krushev la più tremenda crisi atomica, quella dei missili sovietici a Cuba. Per evitare di ritrovarsi ancora una volta ad avere a che fare con un così, sei anni dopo uccisero il fratello, Robert Kennedy, quando era ancora candidato alle primarie democratiche, con ampie prospettive di vittoria. (Il figlio di Robert, Robert Kennedy jr., anche lui candidato democratico, sappiamo prende sul serio la possibilità di essere assassinato anche lui)

 

 

Non che Trump non conosca la situazione, anzi.

 

Uno dei momenti più incredibili offerti dalla trasmissione di Tucker Carlson quando era su Fox fu la puntata in cui disse – forte di una fonte che non poteva nominare ma che, assicurava, conosceva la realtà delle cose – che il presidente John Kennedy fu ammazzato con il coinvolgimento della CIA. Era la prima volta che, dopo 60 anni di bisbigli impubblicabili, qualcuno lo diceva forte e chiaro.

 

Sì, la CIA ha ucciso il presidente degli USA, quello che avrebbe dovuto servire. Le implicazioni di questo sono gigantesche: la storia degli USA, apprendiamo, non la fanno i presidenti, ma un potere non eletto che può trucidarli a piacere…

 

«È un Paese completamente diverso da quello che pensavamo fosse. È tutto falso» aveva confessato a Carlson la sua fonte.

 

Ora, è probabile che il lettore sia giunto con rapidità alla conclusione a cui sono arrivati in tanti: la fonte di Tucker non può che essere Donald Trump.

 

È una situazione di significato profondo davvero. Siamo a livelli di una tragedia, di un racconto mitico.

 

L’eroe sa quale può essere il suo destino. Sa che può essere ucciso, magari dai suoi stessi uomini. Eppure non desiste, e porta avanti la sua battaglia senza fermarsi, pienamente conscio del fato che incombe.

 

Dio salvi Donald Trump.

 

Signore, riporta la pace nel mondo.

 

Lettore, fallo anche tu: prega. Perché ne abbiamo davvero bisogno.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

 

 

Geopolitica

La Danimarca istituisce una «guardia notturna» per monitorare Trump

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La Danimarca ha creato, stando alle indiscrezioni, un’apposita «guardia notturna» per tenere d’occhio le uscite del presidente statunitense Donald Trump, in seguito alle sue reiterate pretese espresse nei primi mesi di quest’anno sull’annessione della Groenlandia, territorio autonomo del regno.

 

Trump aveva ventilato per la prima volta l’idea di acquisire l’isola nel 2019, suggestionata prontamente da Copenaghen e dal governo locale groenlandese. Ritornato alla Casa Bianca, ha ripreso l’argomento con veemenza, qualificando la Groenlandia come essenziale per la difesa nazionale americana e non scartando l’opzione di un intervento armato per imporne il dominio.

 

Copenaghen, che interpreta questa insistenza come un’aggressione esplicita alla propria integrità territoriale, ha replicato potenziando le difese artiche e incrementando la sorveglianza sia militare che civile sull’isola.

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Come rivelato da Politiken mercoledì, il dicastero degli Affari Esteri danese ha varato un’ulteriore misura, affidando a una «guardia notturna» il compito di scrutare ogni sera le parole di Trump, per compensare il fuso orario di sei ore tra Washington e la capitale danese.

 

Il servizio parte alle 17:00 ora locale e si conclude alle 7:00 del mattino seguente, allorché va compilato un resoconto sulle affermazioni presidenziali, da diffondere tra i vertici governativi. Tale squadra, a quanto si apprende, si concentra in modo specifico sulla dialettica trumpiana relativa a Danimarca e Groenlandia.

 

Fonti vicine al quotidiano hanno confidato che l’incarico mira a sgravare i funzionari dall’obbligo di «correre ai ripari all’istante» in caso di annunci trumpiani, con la guardia che assicura un flusso costante di aggiornamenti al governo.

 

Sempre secondo il giornale, questa «guardia notturna» rappresenta una delle tante trasformazioni introdotte dalle autorità danesi nel corso del secondo quadriennio trumpiano: tra le altre innovazioni, il team dedicato alla diplomazia pubblica all’ambasciata di Washington è stato duplicato, mentre la presenza groenlandese nello stesso stabile è stata potenziata.

 

Jacob Kaarsbo, già capo analista del Servizio di intelligence della difesa danese, ha commentato che l’episodio evidenzia come l’assunto degli Stati Uniti quale alleato leale e imprescindibile della Danimarca sia definitivamente tramontato.

 

«Le alleanze poggiano su principi condivisi e su una visione comune dei pericoli», ha osservato Kaarsbo. «Trump non ne condivide alcuno con noi».

 

Come riportato da Renovatio 21, mesi fa Trump, con a fianco il segretario NATO Mark Rutte nello Studio Ovale, aveva dichiarato che l’annessione della Groenlandia avverrà e l’Alleanza Atlantica potrebbe perfino essere coinvolta.

 

La presenza nell’ultima uscita di Trump della parola «destino» appare come un riferimento esplicito alla teoria del «Destino Manifesto» degli USA, ossia la logica per cui il Paese egemone dovrebbe spingere emisfericamente la sua espansione in tutto il continente.

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La ridefinizione del Golfo del Messico come «Golfo d’America», i discorsi di annessione del Canada come ulteriore Stato dell’Unione e la manovra su Panama – canale costruito dagli USA proprio a partire da ideali non dissimili – vanno in questo senso di profonda riformulazione geopolitica della politica Estera della superpotenza.

 

Trump ha ripetutamente affermato che la proprietà dell’isola artica danese ricca di minerali sarebbe necessaria per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Ex colonia danese, la Groenlandia ha ottenuto l’autogoverno da Copenaghen nel 1979.

 

Come riportato da Renovatio 21, Trump a marzo aveva dichiarato che gli USA conquisteranno la Groenlandia al 100%.

 

Come riportato da Renovatio 21, parlamentare danese e presidente del comitato di difesa Rasmus Jarlov ha avvertito a metà marzo che le aspirazioni degli Stati Uniti di annettere l’isola potrebbero portare a una guerra tra le nazioni della NATO. L’eurodeputato danese, Anders Vistisen, durante un discorso al Parlamento europeo a Strasburgo si era spinto a dire: «mi lasci dire le cose in parole che può capire… Signor Trump, vada a fanculo».

 

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Geopolitica

Trump: il Sudafrica è indegno di essere parte membro di «qualsiasi cosa»

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Il Sudafrica non otterrà un invito al summit del G20 del prossimo anno in Florida, in quanto ritenuto «non degno» di figurare come membro «in alcun contesto», ha asserito il presidente statunitense Donald Trump, richiamando presunti maltrattamenti nei confronti degli agricoltori bianchi e un contenzioso sul trasferimento della guida del consesso. Le autorità di Pretoria hanno bollato l’iniziativa come «deplorevole» e fondata su «disinformazione e falsazioni».   Tale decisione fa seguito al vertice del G20 del 2025 svoltosi a Johannesburg, il primo ospitato sul suolo africano, che ha avuto luogo malgrado il boicottaggio imposto da Washington. I vertici delle principali economie mondiali hanno sottoscritto un comunicato che pone l’accento su interventi per il contrasto al cambiamento climatico, alleggerimento del debito per i Paesi più svantaggiati e disparità globali: obiettivi delineati da Pretoria nel corso del suo mandato presidenziale.   L’assemblea si è archiviata con il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa che ha calato il martelletto, dopo aver rigettato la mozione americana di delegare a un emissario statunitense la consegna del testimone. Martedì successivo, Pretoria ha ceduto la presidenza a Washington attraverso un rito formale e contenuto.   In un messaggio divulgato mercoledì su Truth Social, Trump ha aspramente censurato Pretoria per aver declinato di affidare la guida del G20 a un delegato dell’ambasciata statunitense intervenuto alla sessione conclusiva di domenica.

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«Pertanto, su mia direttiva, il Sudafrica NON otterrà un invito al G20 del 2026, che si svolgerà nella magnifica città di Miami, in Florida, il prossimo anno», ha sentenziato.   Trump ha reiterato le vecchie doglianze sul presunto consenso governativo sudafricano a sevizie «terrificanti» contro «gli afrikaner e altri eredi dei coloni olandesi, francesi e tedeschi», asserendo che «stanno massacrando i bianchi e consentendo che le loro tenute agricole vengano espropriate senza criterio».   Il presidente USA ha annunciato che Washington sospenderà «ogni forma di versamenti e sovvenzioni» all’economia più avanzata del continente africano, con decorrenza immediata.   «Il Sudafrica ha palesato al globo di non meritare l’ammissione in nessuna nazione», ha concluso Trump.   Il presidente sudafricano ha replicato, rigettando gli sforzi per emarginare il proprio Paese dal consesso, e sottolineando che Pretoria «non tollera offese da parte di un’altra nazione riguardo alla sua partecipazione e al suo ruolo in sedi multilaterali».   Il Ramaphosa rammentato che gli Stati Uniti hanno optato «volontariamente» per disertare il summit del G20, acclamato dagli altri leader come uno dei «più fruttuosi».   «Il Sudafrica proseguirà il suo impegno come membro a pieno titolo, dinamico e propositivo del G20», ha chiosato Ramaphosa.   Come riportato da Renovatio 21, l’imbarazzante incontro nello studio ovale tra Trump e il presidente sudafricano Ramaphosa, dove il primo mostrò al secondo le immagini del massacro dei bianchi nel Paese, avvenne pochi giorni dopo che Trump aveva pubblicamente accolto decine di rifugiati afrikaner.   A inizio mese l’amministrazione Trump ha dichiarato che le ammissioni di rifugiati per l’anno fiscale 2026 saranno limitate a sole 7.500 unità, il numero più basso di sempre, con priorità per i sudafricani bianchi in fuga dalle persecuzioni.   L’Ordine Esecutivo è stato emesso dopo che l’amministrazione Trump ha duramente criticato il governo sudafricano per le nuove misure di riforma agraria che consentono l’appropriazione di terreni privati senza indennizzo. L’amministrazione Trump ha affermato che le misure sarebbero state utilizzate per colpire i proprietari terrieri bianchi, come misure simili erano state adottate in altri paesi africani, in particolare lo Zimbabwe.

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I primi sudafricani bianchi ammessi negli Stati Uniti con questa nuova designazione, 59 in totale, sono sbarcati negli Stati Uniti a maggio.   La scena di scontro nello Studio Ovale ha ricordato ad alcuni osservatori quella del presidente ucraino Volodymyro Zelens’kyj all’inizio di quest’anno, quando quest’ultimo fu cacciato dalla Casa Bianca. Lo Studio Ovale sta divenendo de facto un luogo della verità detta fuori dai denti, dove le maschere diplomatiche cadono, e i leader internazionali possono venire castigati per la loro inadeguatezza o i loro crimini veri e propri.   Come riportato da Renovatio 21, vari gruppi boeri da anni ritengono di essere oggetti di una vera persecuzione se non di una pulizia etnica, con abbondanza disperante episodi di crimine, torture e violenza efferata di ogni sorta. I boeri hanno cercato, e trovato, anche l’aiuto della Russia di Vladimiro Putin.   Come riportato da Renovatio 21, Ernst Roets, responsabile politico del Solidarity («Movimento di Solidarietà»), un network di organizzazioni comunitarie sudafricane che conta più di 500.000 membri, ha dichiarato che, nonostante le indicibili violenze e torture subite dalle comunità bianche in Sud Africa, nel prossimo futuro «l’Europa sarà peggio».

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Geopolitica

Mearsheimer: l’Europa occidentale si trova di fronte a un «futuro desolante»

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Secondo il politologo statunitense John Mearsheimer, capofila della scuola realista nello studio delle relazioni internazionali, l’Europa occidentale è destinata a un «futuro tetro» a causa del conflitto ucraino, provocato – a suo avviso – dall’Occidente e in particolare dagli Stati Uniti.

 

In un’intervista concessa al politologo Glenn Diesen e diffusa martedì, Mearsheimer ha spiegato che la guerra ha generato un’insicurezza profonda nel Vecchio Continente e ha creato «enormi difficoltà» nelle relazioni tra Washington e gli alleati europei.

 

Il professore di scienze politiche all’Università di Chicago ha osservato che la collaborazione su piani politici, militari ed economici si è complicata, citando i recenti negoziati come esempio di come gli europei stiano «litigando con gli USA su come gestire l’Ucraina».

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L’Europa, ha proseguito Mearsheimer, è «in guai seri» per due motivi principali legati al declino dell’impegno americano nel continente, che attribuisce in gran parte alla «presenza storica di una robusta forza militare statunitense in Europa».

 

Dopo la Guerra Fredda, governi di Washington e Bruxelles hanno esteso la NATO proprio per «collocare l’ombrello di sicurezza americano sulle teste degli europei orientali e occidentali», ha ricordato.

 

Tuttavia, questo equilibrio è ora minacciato da un «profondo mutamento nella distribuzione del potere» a livello globale. Negli anni Novanta e nei primi 2000 gli USA potevano mantenere massicci contingenti in Europa, ma l’ascesa della multipolarità li ha spinti a «rivolgere l’attenzione all’Asia».

 

Le sue parole riecheggiano il discorso tenuto da Mearsheimer al Parlamento europeo all’inizio di novembre, dove ha proclamato la fine dell’era unipolare con l’emergere di Cina e Russia come superpotenze. «Gli Stati Uniti non sono più l’unica grande potenza mondiale», ha concluso il professore statunitense a Brusselle.

 

Come riportato da Renovatio 21, il Mearsheimer aveva sostenuto in un’intervista che i governi occidentali continuano a perseguire politiche mirate a indebolire la Russia fino a privarla definitivamente del suo status di grande potenza.

 

Come riportato da Renovatio 21, il Mearsheimer aveva preconizzato ancora nel 2015 lo sfascio dell’Ucraina, accusando, già all’ora, l’Occidente di portare Kiev verso la sua distruzione invece che verso un’era florida che sarebbe seguita alla neutralità dichiarata dagli ucraini.

 

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Il politologo appartiene alla schiera delle grandi figure politiche americane che hanno rifiutato la NATO, talvolta prima ancora che nascesse. Uno è George Frost Kennan (1904-2005), ex ambasciatore USA in URSS, lucido, geniale mente capofila della scuola «realista» delle Relazioni Estere (quella oggi portata avanti accademicamente proprio da Mearsheimer) e funzionario di governo considerato «il padre della guerra fredda».

 

Mearsheimer è noto altresì per il controverso libro La Israel lobby e la politica estera americana, tradotto in Italia da Mondadori. Il libro contiene una disamina dell’influenza di Tel Aviv sulla politica americana, e identifica vari gruppi di pressione tra cui i Cristiani sionisti e soprattutto i neocon.

 

Il cattedratico statunitense ha anche recentemente toccato la questione israeliana dichiarando che le intenzioni dello Stato Ebraico sarebbero quelle di allargare il più possibile il conflitto nell’area di modo da poter svuotare i territori dai palestinesi: «più grande è la guerra, maggiore è la possibilità di pulizia etnica».

 

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Immagine di Maarten via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0

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