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Come l’Unione Sovietica usò l’anarco-tirannia contro gli oppositori del regime

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Un recente articolo apparso sul sito del Mises Institute torna a parlare del concetto di anarco-tirannia, di cui ci siamo occupati più volte su Renovatio 21 negli ultimi tempi, a seguito delle rivolte etniche, violente ed impunite, viste in Francia e non solo: casi conclamati sono visibili anche in Svezia e in Olanda, e ovunque durante i mondiali del Qatar o i vari capodanni.

 

Il termine «anarco-tirannia» fu coniato trenta anni fa dall’editorialista conservatore Sam Francis, che definì il fenomeno come «la combinazione del potere oppressivo del governo contro gli innocenti e coloro che rispettano la legge e, allo stesso tempo, una grottesca paralisi della capacità o della volontà di usare quel potere per svolgere compiti pubblici fondamentali quali la protezione o la sicurezza pubblica».

 

Secondo l’autore dell’articolo del Mises Ryan McMaken, «la versione americana dell’anarchia-tirannia che sopportiamo attualmente non è l’unica variante, né la peggiore». Egli infatti ricorda che «l’uso dell’anarco-tirannia come politica deliberata risale almeno all’Unione Sovietica di Stalin».

 

Secondo McMaken, la versione sovietica si è manifestata in due modi.

 

Il primo era l’abitudine del regime sovietico di imporre le pene più severe per i «crimini politici». «Questo non vuol dire che il regime sovietico non si preoccupasse della criminalità ordinaria» scrive l’articolo. «Il regime spese ingenti somme di denaro e risorse per combattere la criminalità di strada e radunare le legioni di criminali minorenni che erano comuni nelle strade negli anni Venti e all’inizio degli anni Trenta. Inoltre, il regime nel suo complesso ha cercato di affermare la propria credibilità come strumento di sicurezza e ordine».

 

Tuttavia, era chiaro che il regime era più interessato a punire i cosiddetti criminali politici che i criminali reali. «Questa non è stata certamente un’innovazione del regime sovietico, poiché per millenni i regimi politici hanno considerato crimini politici come tradimento, sedizione e “diffamazione” più pericolosi del semplice furto e omicidio non politico».

 

«I sovietici non erano diversi, sebbene la definizione sovietica di crimine politico si estendesse ben oltre la consueta norma dispotica» scrive McMaken, specificando che qualsiasi cittadino sovietico poteva essere accusato di crimini politici, per un gran numero di infrazioni tra cui il furto di «proprietà socialista», il sottrarsi al lavoro in una fabbrica di proprietà statale, il non aver informato sulle attività antisovietiche di altri, o qualsiasi altra attività che potrebbero essere definiti come atti «borghesi» che minano le leggi socialiste. «La natura degli atti contava meno della motivazione presunta».

 

Un libro di Valery Chalidze sul crimine in URSS scrive che «il nuovo regime concentrò i suoi sforzi di pressione sugli oppositori politici e sugli estranei alla classe. In mezzo alla folla dei nemici veri o presunti del regime, i criminali non politici erano ancora considerati socialmente affini; hanno ricevuto pene detentive più brevi e le hanno scontate in condizioni meno severe». (Corsivo nostro)

 

Al contrario, i «criminali politici» venivano spesso condannati, come Solzhenitsyn, ad anni e anni di Gulag, dove avrebbero affrontato la seconda forma di anarco-tirannide sovietica, ancora più terrificante.

 

Secondo Chalidze, nei Gulag veniva attuata la politica non ufficiale sovietica negli anni Trenta prevedeva l’utilizzo dei criminali comuni come mezzo per eliminare del tutto i criminali politici.

 

«Negli anni Venti e Trenta (…) il regime stava conducendo una campagna per cambiare la composizione di classe della società, e tra i milioni di stranieri di classe nei campi ce n’erano molti di cui i bolscevichi volevano sbarazzarsi ma preferivano liquidare con l’aiuto di criminali piuttosto che apertamente» scrive il libro Criminal Russia: Essays on Crime in the Soviet Union (1977).

 

«Così i prigionieri politici venivano sistematicamente terrorizzati dai criminali nei campi (…) con l’incoraggiamento diretto o la connivenza delle autorità. I criminali politici indifesi, non abituati alle condizioni del campo, venivano derubati dei loro vestiti e lasciati congelare; fu loro tolta la magra razione di cibo e alla fine morirono di sfinimento. Nel frattempo erano costantemente tormentati e umiliati. Chi può dire quante persone morirono nei campi sovietici come conseguenza diretta di questa persecuzione da parte di criminali?»

 

Nel suo saggio «“Worse Than Guards:” Ordinary Criminals and Political Prisoners in the Gulag (1918-1950)» («”Peggio delle guardie:” Criminali ordinari e prigionieri politici nel Gulag  1918-1950»), la studiosa Elizabeth Klements sostiene che «l’amministrazione carceraria dava potere ai criminali nei Gulag dando loro accesso ai posti di lavoro e ai beni salvavita nei campi di lavoro, ritirando gradualmente ai prigionieri politici l’accesso ai servizi sanitari».

 

«Per i prigionieri politici, questo furto e questa violenza erano costanti, insensati e crudeli. Peggio ancora, l’amministrazione del Gulag lo tollerava e le guardie raramente interferivano» continua la Klements. «Gustav Herling ha ricordato un incidente nel suo campo, dove un gruppo di blatnye [ladri, ndr] ha sopraffatto e violentato una giovane donna di notte nel mezzo del campo, e una volta che è riuscita a gridare aiuto, una voce assonnata chiamò dalla torre di guardia più vicina: “Andiamo, andiamo, ragazzi, che fate? Non avete vergogna?”. Questo era tutto. La banda l’ha semplicemente spostata in una posizione più discreta e ha continuato l’aggressione».

 

Il fenomeno è ben descritto da Solzhenitsyn in Arcipelago Gulag, quando scrive che le autorità dei campi di detenzione procedevano all’«incoraggiamento dei teppisti, dei blatnye. Ancora più sistematicamente di prima, ai ladri furono assegnate tutte le «altezze di comando» nel campo. Ancora più consistentemente di prima, i ladri furono istigati contro i [prigionieri politici], fu loro permesso di saccheggiarli senza ostacoli, di picchiarli, di soffocarli».

 

 

Tale abuso nei confronti dei prigionieri politici durò nella sua forma peggiore dagli anni Trenta fino a poco dopo la seconda guerra mondiale. La situazione cambiò significativamente solo dopo la guerra a causa di un nuovo afflusso di centinaia di migliaia di veterani di guerra sovietici. Questi veterani erano stati dichiarati criminali politici perché si erano arresi ai tedeschi, avevano prestato servizio nei campi di prigionia tedeschi ed erano quindi visti, nelle menti contorte degli agenti sovietici, come collaboratori dei tedeschi.

 

I veterani di guerra, tuttavia, non erano così indifesi contro i criminali come lo erano stati i precedenti detenuti politici. Così, temprati dalla guerra, i prigionieri militari combatterono contro i criminali regolari. Ciò, secondo la Klements, sconvolse lo status quo e costrinse gli amministratori del Gulag a cercare nuovi metodi.

 

«La differenza di trattamento tra i criminali regolari e i prigionieri politici aveva le sue radici nell’ideologia sovietica sulla rieducazione e sul conflitto di classe. Il punto di vista dell’ideologo sovietico era che i criminali comuni potessero essere riformati e convertiti in membri produttivi della società sovietica con relativa facilità» scrive McMaken. «I prigionieri politici, d’altro canto, “alieni” di classe quale erano, necessitavano di un trattamento molto più duro per ottenere una rieducazione sufficiente. Molti prigionieri politici erano forse irreformabili da questo punto di vista, suggerendo l’indifferenza della guardia verso il destino dei prigionieri politici».

 

«In una certa misura, tutto questo è prevedibile; i regimi infliggono da tempo maggiore crudeltà ai presunti nemici del regime che ai criminali comuni» conclude l’articolo del Mises. «L’esempio sovietico, tuttavia, fornisce un esempio particolarmente estremo e allarmante di come letteralmente milioni di comuni “delinquenti” possano essere coinvolti in un sistema legale progettato per proteggere lo stato invece di proteggere la popolazione».

 

Mutatis mutandis, ci chiediamo se questo se lo schema sovietico dell’anarco-tirannide per via carceraria si possa applicare all’Europa dell’ora presente.

 

Sappiamo che, in Italia come altrove, gli immigrati afro-islamici sono oramai maggioritari, e laddove non lo sono ancora numericamente lo sono culturalmente, presentandosi in modo più compatto nei confronti del carcerato autoctono: da qui il problema delle «radicalizzazioni» islamiste che avvengono nelle carceri francesi e di altri Paesi (per l’Italia non c’è ancora un’informazione precise che dica se questo fenomeno ha attecchito).

 

Come l’URSS vedeva nel criminale comune una figura assimilabile (un «compagno che sbaglia», verrebbe da dire…) perché non aveva l’idea e la capacità di sovvertire il sistema, ma solo di parassitarlo, anche lo Stato moderno europeo vede nel criminale immigrato un personaggio non solo assimilabile, ma necessario all’attuazione del Piano Kalergi, per il quale tante risorse sono attivamente, incontrovertibilmente, spese.

 

La questione è divenuta drammaticamente chiara durante il COVID: squadre di poliziotti, vigili, carabinieri e addetti vari a controllare i cittadini in lockdown e i green pass, con , ad esempio, i varchi sorvegliati da diecine di uomini mentre le violenze della teppa immigrata sui treni e altrove potevano continuare.

 

L’oceanica protesta contro il green pass fu spenta a suon di repressione (botte, poliziotti in borghese catturatori, droni, «moto ondulatorio») e di leggi specifiche. Possiamo dire di aver visto lo stesso riguardo l’orda giovanile afro-musulmana che ha conquistato Peschiera del Garda, le cui molestie su ragazze italiane sono state di recente archiviate?

 

Lo abbiamo visto chiaramente in Francia: l’anarco-tirannide favorisce il migrante, il non-europeo, perché esso è esattamente l’ingrediente di caos necessario a dissolvere l’ordine sociale.

 

 

 

 

 

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Die Linke vuole il diritto di voto per tutti gli stranieri che hanno vissuto in Germania per 5 anni

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Il partito tedesco Die Linke (letteralmente, «la sinistra») sta promuovendo una profonda riforma del sistema elettorale tedesco, proponendo di concedere il diritto di voto ai residenti stranieri sprovvisti di passaporto tedesco dopo cinque anni di residenza legale. Per raggiungere questo obiettivo, la componente di sinistra del Bundestag ha presentato una richiesta formale affinché a chiunque risieda legalmente nel Paese da almeno cinque anni sia consentito votare alle elezioni federali, indipendentemente dalla nazionalità.

 

Questa mossa rappresenterebbe un notevole vantaggio elettorale per i partiti di sinistra, dato che gli stranieri, quando possono, votano in larga maggioranza per queste forze politiche, scrive Remix News. I dati dell’Ufficio federale di statistica citati nella mozione indicano che nel 2025 oltre 14 milioni di persone residenti in Germania non possedevano la cittadinanza tedesca, una cifra che include circa 5 milioni di cittadini dell’UE. Questa popolazione straniera risiede nel Paese da una media di 15 anni. In altre parole, si tratta di un bacino di potenziali elettori enorme per la sinistra.

 

Secondo quanto riportato dal quotidiano tedesco Tagesspiegel, l’iniziativa esorta inoltre il governo federale a collaborare con i singoli Länder per introdurre modifiche analoghe anche per le elezioni statali e comunali. Il partito sostiene che l’attuale sistema soffra di un crescente deficit democratico, poiché i cittadini non tedeschi sono sistematicamente esclusi dalla partecipazione alle elezioni federali, statali e alla maggior parte di quelle locali.

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La sinistra definisce questa esclusione «intollerabile», alla luce dei principi democratici sanciti dalla Legge fondamentale, sostenendo che ignora la realtà della Germania come «società di immigrazione».

 

Affrontando i possibili ostacoli legali, Die Linke sottolinea che, sebbene la Corte costituzionale federale abbia bloccato il diritto di voto agli stranieri nel 1990, tale posizione merita di essere riconsiderata alla luce delle mutate dinamiche globali e del fatto che i cittadini dell’UE hanno successivamente ottenuto il diritto di voto a livello nazionale. Evidenziano inoltre una sfumatura linguistica nella Costituzione, notando che la Legge fondamentale utilizza il termine «popolo» in sezioni cruciali, anziché limitare esplicitamente il riferimento al «popolo tedesco».

 

La proposta, intitolata ufficialmente «Introdurre il diritto di voto per gli stranieri», è stata avanzata da un gruppo di parlamentari, tra cui Ferat Koçak e l’intero gruppo parlamentare del Partito della Sinistra, con la firma dei leader del gruppo Heidi Reichinnek e Sören Pellmann.

 

Questa mozione si inserisce in una lunga campagna politica del Partito della Sinistra, che fa riferimento alla propria proposta di legge del 2014 come parte di un impegno pluriennale per l’ampliamento del diritto di voto. Di recente, Elif Eralp, principale candidata del partito a Berlino, ha ribadito queste richieste.

 

Questa non è stata nemmeno la proposta più radicale della sinistra. Nel 2023, l’allora ministro degli Interni tedesco Nancy Faeser propose di concedere ai richiedenti asilo il diritto di voto alle elezioni statali e locali dopo soli sei mesi di permanenza in Germania. Il programma, se attuato, avrebbe aggiunto milioni di nuovi elettori da un giorno all’altro.

 

All’epoca, il partito Alternativa per la Germania (AfD) criticò duramente quello che definì un tentativo di manipolare il voto con i migranti, rilasciando una dichiarazione che recitava: «il ministro dell’Interno Faeser (SPD), in quanto principale candidata alle elezioni statali dell’Assia, si batte per il diritto di voto locale per tutti coloro che risiedono in Germania da più di sei mesi. Ciò significa che anche i presunti “rifugiati” provenienti da Afghanistan, Siria o Turchia potrebbero votare, pur senza la cittadinanza tedesca.

 

«Il passaporto tedesco viene così trasformato in un oggetto inutile. Ma soprattutto: Faeser e l’SPD vogliono attrarre come nuovi gruppi di elettori persone che non hanno alcun legame con la Germania. Il che non sorprende, perché i residenti locali, ridicolizzati come “non immigrati”, si stanno allontanando dall’SPD (del cancelliere Scholz».

 

Secondo le attuali norme costituzionali, il diritto di voto federale è riservato ai cittadini tedeschi di età pari o superiore a 18 anni, mentre per le elezioni statali di Berlino è richiesto un’età minima di 16 anni. L’unica eccezione riguarda attualmente il livello comunale, dove i cittadini dell’UE possono votare per i consigli distrettuali.

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In risposta a tali richieste, il sito web del Ministero federale dell’Interno afferma che «i migranti che risiedono nella Repubblica Federale di Germania da molti anni hanno la possibilità di ottenere la cittadinanza tedesca per naturalizzazione. In tal modo, acquisiscono anche il diritto di voto».

 

Tuttavia, la fazione di sinistra sostiene che questo percorso sia insufficiente e che i requisiti per ottenere la cittadinanza siano troppo onerosi.

 

La destra sostiene da tempo che la sinistra stia utilizzando l’immigrazione di massa come strumento per consolidare il proprio potere politico. Gli stranieri sono notoriamente propensi a votare per i partiti di sinistra, partendo dal presupposto che politiche più progressiste significhino maggiore immigrazione per i loro connazionali e maggiori benefici sociali per loro e le loro famiglie.

 

Molti di questi gruppi stranieri tendono spesso a votare in modo piuttosto conservatore nei propri Paesi d’origine, per poi spostarsi a sinistra nei Paesi occidentali, come nel caso della comunità turca in Germania, che conta circa 1,5 milioni di persone con doppia cittadinanza turca e tedesca. Metà di questi turchi vota per il leader islamista Recep Tayyip Erdoğan alle elezioni turche, per poi spostare il proprio voto a sinistra in Germania.

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Accoltellamenti al grido «Allah Akbar» in Isvizzera e in Ispagna

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Un uomo è stato arrestato giovedì in Svizzera dopo aver accoltellato tre persone in una stazione ferroviaria e aver gridato «Allah Akbar», in quello che le autorità svizzere hanno definito un attacco terroristico.   L’episodio si è verificato presso la stazione ferroviaria di Winterthur, vicino a Zurigo, dove i testimoni hanno descritto come Nesip Dedeler, un cittadino turco-svizzero di 31 anni, abbia aggredito a caso tre uomini di 28, 43 e 52 anni durante l’ora di punta mattutina.   Le immagini mostravano Dedeler, che aveva ottenuto la cittadinanza statunitense nel 2009 ed era stato dimesso da un reparto psichiatrico nei giorni precedenti all’attacco, correre sul marciapiede vicino alla stazione gridando «Allahu Akbar», una frase araba che significa «Dio è grande».  

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Più o meno nelle stesse ore, un ulteriore accoltellamento akbarrista si è avuto in Spagna.   Un migrante gambiano di 26 anni è stato arrestato in Spagna con l’accusa di aver tentato di uccidere un sottufficiale della Polizia Nazionale con un coltello da cucina, gridando il consueto «Allah Akbar», durante un intervento in un’abitazione nella città valenciana di Xirivella.   L’attacco si è verificato intorno alle 9:30 del mattino del 26 maggio, quando gli agenti sono intervenuti in un appartamento in seguito a una richiesta di aiuto da parte di un altro uomo gambiano che vi abitava. Secondo quanto riportato dalla stampa locale, il chiamante aveva riferito alla polizia che il suo coinquilino stava fumando marijuana, ascoltava preghiere islamiche e recitazioni coraniche ad alto volume e si era chiuso a chiave nella propria stanza.   Al loro arrivo, gli agenti hanno tentato di calmare la situazione e hanno invitato l’uomo a lasciare l’appartamento e uscire. Invece, secondo le ricostruzioni, avrebbe preso un grosso coltello da cucina dalla sua camera e si sarebbe scagliato contro un sottufficiale della Polizia Nazionale, mirando al collo. L’agente è riuscito a schivare il colpo al collo, ma il sospettato lo ha ferito alla spalla. Il giubbotto antiproiettile indossato dal sottufficiale ha evitato che la ferita fosse molto più grave.   Durante la colluttazione, il sospettato avrebbe gridato «Allah Akbar» e ripetutamente detto agli agenti: «Sacrificatemi». La polizia ha dovuto chiedere rinforzi a causa del rapido peggioramento della situazione. Altri due agenti sono rimasti feriti mentre tentavano di disarmare e bloccare l’uomo. Prima di essere immobilizzato, il sospettato avrebbe anche provato a gettarsi da una finestra dell’appartamento.   Il ventiseienne è stato arrestato e dovrà rispondere delle accuse di tentato omicidio e aggressione a pubblico ufficiale. Secondo quanto riferito da Las Provincias, il sospettato non aveva precedenti penali per reati violenti in Spagna.   Come già spiegato da Renovatio 21, l’islamismo jihadista (come quello ISIS) ha creato una sorta di «globalizzazione degli spostati»: qualsiasi persona più o meno disturbata, o semplicemente adirata con il sistema, può commettere una strage e poi «donarla» allo Stato Islamico, che negli scorsi anni rivendicava puntualmente. In pratica, è una sorta di franchising della psicosi assassina.   L’immigrazionismo produce l’islamonichilismo, talvolta con risvolti psichiatrici: da qui alle stragi pubbliche il passo e breve, e l’etichetta «terrorista», nel contesto dell’anarco-tirannia pervadente, diviene quasi irrilevante – come nel recente caso modenese.  

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Vittoria del PSG in Champions: ecco i soliti disordini dell’anarco-tirannia

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I tifosi del Paris Saint Germain hanno dato fuoco agli scooter e si sono scontrati con la polizia dopo la vittoria della squadra francese in Champions League, che ha visto la squadra locale battere l’Arsenal. Si tratta di un copione oramai giù veduto varie volte in Europa: che vinca o perda la squadra del cuore, ecco disordini violenti con danni ingenti in città.

 

Secondo l’AFP, circa 20.000 persone si sono radunate sugli Champs-Élysées per assistere alla trasmissione della partita, disputata a Budapest, in Ungheria. La folla è esplosa in festeggiamenti dopo che la squadra francese ha battuto la rivale inglese ai calci di rigore, con il risultato finale di 4-3.

 

Ben presto sono scoppiate le violenze: i tifosi hanno dato fuoco agli scooter e lanciato fuochi d’artificio contro la polizia. Il ministro dell’Interno Laurent Nunez ha dichiarato che 416 persone sono state arrestate e un agente è rimasto ferito.

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La polizia ha fermato diverse persone nei pressi dello stadio Parc des Princes.

 

L’AFP ha riferito che sei veicoli e due attività commerciali sono stati danneggiati. Secondo L’Equipe, un chiosco vicino agli Champs-Élysées è stato incendiato e una fermata dell’autobus è stata vandalizzata. Il PSG ha conquistato il titolo per il secondo anno consecutivo ed è solo il secondo club francese, dopo il Marsiglia nel 1993, a vincere la massima competizione europea per club.

 

Il trionfo del club dello scorso anno è stato però offuscato dalle rivolte di Parigi, che hanno provocato due morti e quasi 500 arresti.

 


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La situazione era sfuggita al controllo subito dopo il fischio finale della partita, quando gruppi isolati di ultras e malintenzionati si sono scontrati con le forze dell’ordine in assetto antisommossa. La notte è stata segnata da cariche della polizia, frequenti lanci di razzi, cassonetti e autovetture date alle fiamme, oltre a devastazioni e sistematici saccheggi ai danni dei negozi del centro. Alcuni tifosi hanno persino bloccato il traffico organizzando sfide a pallone improvvisate sulle corsie della tangenziale

 

Il bilancio dei disordini si è rivelato particolarmente pesante e ha registrato una vittima accertata, un giovane di vent’anni deceduto in un incidente stradale causato dal caos cittadino, insieme a otto feriti gravi e oltre 219 feriti totali tra civili e tifosi. Le forze dell’ordine hanno eseguito circa 780 fermi in tutto il Paese, di cui almeno 283 nella sola capitale, riportando a loro volta diversi feriti a causa degli scontri diretti e di un assalto mirato contro un commissariato di polizia.
Se desideri approfondire l’argomento, posso fornirti i dettagli sulle misure di sicurezza straordinarie per le prossime ore o aggiornarti sulle reazioni ufficiali dei sindaci delle città coinvolte.

 

I tifosi e i gruppi ultras del Paris Saint-Germain hanno una lunga cronologia di disordini storici e recenti, sia sul territorio nazionale che in ambito internazionale durante le trasferte europee.

 

Nelle settimane precedenti agli ultimi eventi, precisamente nel maggio 2026, il passaggio del turno in semifinale contro l’Arsenal ha innescato violenti scontri in varie zone di Parigi, culminati con 43 arresti e l’investimento di un gruppo di tifosi da parte di un’auto durante i tafferugli. Andando a ritroso fino a settembre 2025, in occasione della sfida europea contro l’Atalanta, si sono verificati duri scontri fisici tra ultras del PSG e tifosi bergamaschi nella zona centrale tra il Forum des Halles e il Centre Pompidou a Parigi.

 

Tra maggio e giugno dello stesso anno, i festeggiamenti per la vittoria del titolo contro l’Inter si sono trasformati in guerriglia urbana, con un bilancio finale che ha registrato due morti in Francia, oltre a feriti e scene di rissa e aggressioni con spranghe e calci persino all’interno della metropolitana.

 

 

 

 

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Come riportato da Renovatio 21, si parlò anche allora di una Parigi distrutta dai festaggiamenti PSG. Violenze erano scoppiate anche quando il PSG aveva vinto nella semifinale 2025.

 

Spostandosi all’ambito della Women’s Champions League nel marzo 2019, la polizia britannica ha intercettato a Londra un bus di ultras del PSG diretto alla partita contro il Chelsea, sequestrando a bordo coltelli, tirapugni e sostanze stupefacenti, dopo che i sostenitori parigini avevano già vandalizzato le stazioni ferroviarie di Waterloo e Wimbledon.

 

Nell’aprile 2014, durante i quarti di finale di Champions League al Parco dei Principi, i tifosi del PSG si sono resi responsabili di un grave episodio di discriminazione, sputando e lanciando bottiglie contro i sostenitori disabili del Chelsea posizionati nel settore inferiore, subendo una pesante sanzione disciplinare dalla UEFA.

 

Quale sia la composizione etnica dei tifosi che rivoltano la loro stessa città anche dopo che la loro stessa squadra stravince il massimo titolo continentale non è riportato da alcun giornale.

 

Ciò vale anche e soprattutto per le nazionali e i relativi campionati: ricordiamo, ad esempio gli ultimi mondiali con zone di Milano (e non solo…) messe a ferro e fuoco sia che la nazionale del Marocco vincesse o perdesse.

 

Come riportato da Renovatio 21, la teppa parigina aveva dato il meglio di sé anche nelle violenze della finale di Champions di quattro anni fa giocata allo stadio del quartiere di immigrati Saint Denis, dove la squadra parigina non era nemmeno coinvolta, ma ne fecero comunque le spese i tifosi lidpuliani.

 

Si tratta di uno dei fenomeni di eruzione dell’anarco-tirannia: agli stranieri è consentita comunque la devastazione, subita dal povero cittadino che, tiranneggiato dallo Stato che a lui invece nulla concede, si vede l’auto bruciata, il negozio saccheggiato, l’incolumità sua e della famiglia messa in pericolo.

 

L’imbarbarimento dell’Europa è un fatto, oramai, di evidenza lapalissiana: ancora uno sforzo, o lettore, per capire quanto esso sia programmatico.

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