Storia
Borrell ripete l’antica offesa: la Russia è un stazione di benzina dotata di bombe atomiche. Storia plurisecolare di un insulto
Josep Borrell, Alto Rappresentante dell’Unione europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza (quello che viene chiamato «signor PESC») ha insultato nuovamente la Federazione Russa, utilizzando un frusto luogo comune privo di fondamento – ora più che mai.
Il Borrello sembra essersi offeso per i commenti del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, nella sua intervista alla rivista International Affairs. Lavrov aveva dichiarato che «l’Occidente di oggi è guidato da persone come Josep Borrell che dividono il mondo in un “giardino” fiorito e nella “giungla”, dove quest’ultima si applica chiaramente alla maggior parte dell’umanità».
«Oserei dire che questa visione del mondo razzista impedisce loro certamente di accettare l’inizio del multipolarismo. L’establishment politico ed economico in Europa e negli Stati Uniti teme ragionevolmente che la transizione verso un sistema multipolare comporterà gravi perdite geopolitiche ed economiche, lo smantellamento definitivo della globalizzazione nella sua forma attuale modellata secondo i modelli occidentali» aveva continuato il Lavrov, per concludere che essi «sono principalmente spaventati dalla prospettiva di perdere l’opportunità di sfruttare il resto del mondo, alimentando la propria rapida crescita economica a spese degli altri».
Nel bel mezzo di un’intervista pubblicata oggi nella sua casa di Madrid con lo spagnolo El País, Borrell, parlando della politica dell’UE nei confronti della Cina e apparentemente non provocato in alcun modo dall’intervistatore, si è scagliato contro la Russia. Innanzitutto ha notato che era impossibile confrontare Pechino e Mosca.
Poi ha spiegato: «Prima di tutto, la Cina non è la Russia. La Cina è un vero attore geopolitico, mentre la Russia è un nano economico, come una stazione di servizio, il cui proprietario ha una bomba atomica».
La storia del «nano economico» è davvero fuori tempo massimo, visto che ai BRICS lo stesso Putin ha dichiarato che la Russia è ora, nel contesto della de-dollarizzazione, tra le prime economie mondiali, piazzandosi ai livelli della Germania, e con tante, tantissime risorse ancora da offrire: sia risorse naturali che tecnologiche, che pensiamo troveranno acquirenti fra i restanti 7 miliardi di non euroamericani viventi sulla Terra.
Ma torniamo alla storia della pompa di benzina con le nucleari. Non tutti sanno che questa è un’espressione usata da varie parti: il Borrello non ha, tra le varie cose che gli mancano, il dono dell’originalità.
Come non lo ha il filosofo di Davis Yuval Noah Harari, quello per cui siamo una massa di esseri inutili di cui non si è capito ancora come disporre. Il 3 marzo 2022, se ne esce con questo tweet.
Russia is a gas station with nukes. When oil is down to 20 USD a barrel, the Putin regime is finished. We need a Green Manhattan Project now.
— Yuval Noah Harari (@harari_yuval) March 3, 2022
«La Russia è una stazione di servizio con armi nucleari. Quando il petrolio scenderà a 20 dollari al barile, il regime di Putin sarà finito. Abbiamo bisogno di un progetto Green Manhattan adesso».
Il pensatore gay transumanista la sa lunghissima, con evidenza. Come mister PESC.
Borrell e Harari attingono da un’espressione fin dagli anni Ottanta ampiamente utilizzata come insulto all’URSS, che veniva definita come un «Alto Volta con i missili». La Repubblica dell’Alto Volta era un Paese dell’Africa occidentale senza sbocco sul mare fondato l’11 dicembre 1958 come stato autonomo all’interno della Comunità francese.
In tempi recenti l’offesa è mutata in «benzinaio con armi nucleari», che parrebbe aver avuto origine nei commenti del defunto senatore americano guerrafondaio John McCain, cui raramente, se non mai, non è piaciuta una guerra sostenuta dall’Occidente. Memorabile il discorso di Putin nei suoi riguardi, quando disse che in effetti essere stato prigioniero dei Viet Cong per tutti quegli anni forse non gli aveva fatto bene.
In realtà l’insulto potrebbe avere origini ancora più antiche. Potrebbe essere infatti derivato da affermazioni del pensatore del XIX secolo Aleksandr Herzen, e quindi avere alle spalle più di un secolo e mezzo di storia.
Del concetto vi sono infatti diverse varianti susseguitesi nei secoli. Ad esempio, «Gengis Khan con il telegrafo e i razzi Congreve», espressione coniata da Herzen per commentare un libro del barone Modest Korf nel 1857. Il «razzo Congreve» – un proiettile di polvere da sparo con una gittata fino a tre chilometri – fu inventato dal generale britannico William Congreve e gettò le basi per la missilistica europea. La lettera di Herzen voleva sfidare un celebre aforisma del poeta Aleksandr Pushkin: «Il governo è l’unico europeo in Russia». Herzen invece rivendicava il progresso fatto da tutti i russi.
«Se avessimo fatto tutti i nostri progressi solo nel governo – scriveva Herzen nella sua lettera aperta – avremmo dato al mondo un esempio senza precedenti di autocrazia, armati di tutto ciò che la libertà ha sviluppato; schiavitù e violenza, supportate da tutto ciò che la scienza ha scoperto. Sarebbe come Gengis Khan con i telegrafi, le navi a vapore, le ferrovie, con Carnot e Monge al quartier generale, con i cannoni Minier e i razzi Congreve sotto il comando di Batu.
La metafora di «Genghis Khan con i telegrafi» entrò nella coscienza pubblica molto più tardi, alla fine del XIX secolo, anche grazie al libro Il Regno di Dio dentro di Voi (1893) di Leone Tolstoj, che discute l’espressione di Herzen.
«Gengis Khan con la bomba atomica», fu invece utilizzata dal filosofo emigrato Semjon Frank. Il 21 settembre 1973 il giornale tedesco Die Zeit pubblicò un articolo intitolato: «Russland – ein Kongo mit Raketen» («La Russia: un Congo con i missili») che ovviamente riprende la tradizione partita con lo Herzen. L’espressione «Alto Volta con i missili» risale invece all’autunno 1983, quando compare, tra le tensioni per il Boeing sudcoreano zeppo di americani abbattuto dall’URSS sopra Sakhalin in quei giorni, sul settimanale di sinistra britannico New Statesman in una recensione di un libro sulla minaccia dell’esercito sovietico. L’articolo scrive che la definizione scherzosa ed irrispettosa sarebbe nata nei circoli dei diplomatici stranieri a Mosca, e la cosa avrebbe alcune conferme. Tuttavia, alcuni la fanno risalire al cancelliere della Germania Ovest Helmut Schimdt, che avrebbe usato l’espressione «Obervolta mit Raketen» («Alto Volta con razzi») ma forse anche «Obervolta mit Atomwaffen» («Alto Volta con armi atomiche»).
Come nota RT, in tutte queste formule, la prima parte simboleggia una forza vista come incivile ed estranea ai valori occidentali, e la seconda parte simboleggia le conquiste della civiltà occidentale, principalmente in campo militare.
Ora non è chiaro come si possa dire una cosa del genere oggi, dove a divenire Terzo Mondo è, economicamente e biologicamente, in un processo che è sotto i nostri occhi, l’Europa e l’Occidente tutto.
Del resto di tratta, però, del Borrello catalano. Quello dei continui discorsi euroguerrafondai, quello che incontra i membri del «governo bielorusso in esilio» (in momento di tensione totale tra un membro della UE, la Polonia, e Minsk), quello che va a Kiev a ripetizione, ad ammettere di non voler la pace – beccandosi, quindi, una bella definizione, quasi quanto quella della pompa di benzina atomica: «la UE è ora il dipartimento relazioni economiche della NATO», disse il ministero degli Esteri russo.
Vero. Verissimo. Ricordando pure che, a differenza della Russia, l’Europa non ha benzina né, con la sola eccezione della Francia, controllo sulle atomiche.
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Storia
I Manciù, gli Inglesi e l’oppio
Il 19 marzo 1853 un esercito di contadini, minatori e carbonai dai capelli lunghi entrò a Nanchino, l’antica capitale della Cina meridionale. Come racconta lo storico Stephen R. Platt nel libro Autumn in the Heavenly Kingdom, i ribelli Taiping massacrarono la popolazione mancese della città senza risparmiare donne né bambini.
Per la dinastia Qing, che regnava sulla Cina da oltre due secoli, era il segnale più chiaro di una crisi che veniva da lontano. Per capirla bisogna risalire a chi erano i mancesi e al perché tanti cinesi li considerassero ancora degli stranieri.
I mancesi erano un popolo guerriero della Manciuria, la regione a Nord-Est della Grande Muraglia. All’inizio del Seicento i loro capi riunirono le tribù in un unico Stato che prese il nome di Qing, cioè «puro». L’occasione per entrare in Cina arrivò nel 1644. Una rivolta contadina aveva travolto la dinastia Ming e i ribelli avevano preso Pechino. Un generale cinese aprì ai mancesi i passi della Grande Muraglia perché lo aiutassero a cacciare gli insorti. I mancesi presero la capitale ma non se ne andarono più: nasceva così l’ultima dinastia imperiale cinese, destinata a durare fino al 1912.
Era una minoranza di conquistatori che governava centinaia di milioni di cinesi Han. Il suo potere poggiava sulle Otto Bandiere, un’organizzazione militare che teneva i mancesi separati dal resto della popolazione, con guarnigioni proprie, stipendi garantiti dallo Stato e una lingua di corte diversa. Lo storico di Harvard Mark C. Elliott ha descritto questa sovranità etnica nel saggio The Manchu Way, costruito sui documenti scritti in mancese degli archivi imperiali.
A tutti i sudditi maschi fu imposto il segno della sottomissione: fronte rasata e codino. Nel 1645 l’obbligo scatenò rivolte in molte città del Sud, soffocate nel sangue. Per generazioni le società segrete continuarono a coltivare l’odio verso i dominatori del Nord con un motto che diceva tutto: rovesciare i Qing per restaurare i Ming.
Il Settecento fu il secolo d’oro dei Qing, che portarono l’impero alla sua massima estensione. Quando nel 1793 un’ambasceria britannica chiese di aprire il commercio con l’Inghilterra, l’imperatore rispose che il Celeste Impero non aveva bisogno di nulla. Ma la popolazione cresceva più in fretta delle terre coltivabili, i funzionari erano sempre più corrotti e le rivolte contadine si moltiplicavano. In questo impero già in affanno si inserì il commercio più cinico dell’Ottocento.
La Compagnia britannica delle Indie Orientali comprava in Cina tè, seta e porcellane pagando in argento. Per riequilibrare i conti cominciò a esportare a Canton l’oppio coltivato in Bengala. Il traffico che legava India, Inghilterra e Cina crebbe a dismisura nei primi decenni del secolo: milioni di cinesi diventarono dipendenti mentre l’argento prendeva la strada di Londra.
Nel 1839 l’imperatore mandò a Canton il commissario Lin Zexu (1785-1850) con l’ordine di stroncare il contrabbando. Lin fece sequestrare oltre mille tonnellate di oppio ai mercanti stranieri e le fece distruggere in pubblico. Scrisse anche una lettera alla regina Vittoria (1819-1901), chiedendole come potesse permettere ai suoi sudditi di vendere ad altri un veleno vietato in patria.
Così nel 1839 cominciò la prima guerra dell’oppio (1839-1842). Londra rispose con le cannoniere: il ministro degli Esteri Lord Palmerston (1784-1865) mandò la flotta a difendere gli interessi dei trafficanti. In Parlamento il giovane William Gladstone (1809-1898) la definì la guerra più ingiusta di cui avesse mai sentito parlare.
Nell’agosto 1842 i Qing dovettero firmare il Trattato di Nanchino: cessione di Hong Kong, apertura di cinque porti, un indennizzo di ventuno milioni di dollari d’argento. Sei di quei milioni servivano a risarcire i trafficanti per l’oppio distrutto a Canton. Lin Zexu fu destituito ed esiliato, capro espiatorio di una corte che non voleva ammettere la propria debolezza. Per i cinesi iniziava allora il «secolo dell’umiliazione»”, come lo chiama ancora oggi la propaganda di Pechino.
La sconfitta ebbe effetti devastanti nel Sud. L’indennizzo fu scaricato sui contadini con nuove tasse. Lo spostamento del commercio verso Shanghai lasciò senza lavoro migliaia di facchini e barcaioli della regione di Canton. Proprio lì viveva Hong Xiuquan (1814-1864), un maestro di villaggio che aveva fallito più volte gli esami per diventare funzionario. Dopo una bocciatura cadde in una grave malattia accompagnata da visioni. Anni dopo lesse un opuscolo cristiano e si convinse di essere il figlio minore di Dio, fratello di Gesù, chiamato a sterminare i «demoni» mancesi. La sua parabola è ricostruita da Jonathan D. Spence (1936-2021) nel libro Il figlio cinese di Dio.
La rivolta dei Taiping (1851-1864) nacque da qui. Hong fondò una setta religiosa che raccolse contadini poveri, minatori e banditi. Nel gennaio 1851 proclamò il Taiping Tianguo, il Regno celeste della grande pace. I seguaci si lasciavano crescere i capelli in segno di rifiuto del codino. Il programma era radicale: terra in comune, divieto di oppio, alcol e prostituzione, abolizione della fasciatura dei piedi, donne in armi. In due anni i ribelli arrivarono a Nanchino e ne fecero la loro capitale.
Il movimento però si divorò dall’interno. Nel 1856 una lotta per il potere tra i capi finì in un bagno di sangue con migliaia di morti nella capitale ribelle. I generali migliori se ne andarono o caddero in battaglia.
A salvare i Qing non fu l’esercito imperiale ma le élite confuciane delle province. Il funzionario Zeng Guofan (1811-1872) arruolò un’armata regionale fedele a lui più che al trono. Al suo fianco combatté l’«Esercito sempre vittorioso», guidato da ufficiali occidentali come il britannico Charles Gordon (1833-1885). L’ufficiale inglese Augustus Lindley (1840-1873), che invece si era unito ai ribelli, nella prefazione al suo libro Ti-Ping Tien-Kwoh definì l’intervento del suo governo un crimine nazionale mai condannato.
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Nel giugno 1864 Hong morì. A luglio Nanchino cadde e i suoi abitanti furono massacrati. I morti dell’intera guerra furono almeno venti milioni.
Nel 1856 cominciò la seconda guerra dell’oppio (1856-1860). Mentre la guerra civile infuriava, il sequestro di una nave a Canton offrì a Londra il pretesto per aprire un secondo fronte. Questa volta la Gran Bretagna aveva al fianco la Francia. Nel 1858 le due potenze strapparono i trattati di Tianjin: nuovi porti, ambasciate a Pechino, libertà per i missionari.
Quando l’anno dopo i cinesi respinsero la loro flotta, la vendetta fu totale. Nel 1860 le truppe anglo-francesi marciarono su Pechino, l’imperatore fuggì e in ottobre il Palazzo d’Estate fu saccheggiato e dato alle fiamme. Victor Hugo (1802-1885) riassunse l’impresa dei due «civilizzatori» europei in poche parole: «uno saccheggiò, l’altro incendiò».
Con la Convenzione di Pechino la Cina cedeva Kowloon, pagava nuovi indennizzi e accettava di fatto il commercio legale dell’oppio. Ottenuto tutto ciò che volevano, britannici e francesi scoprirono di preferire una dinastia debole ma obbediente a un regno ribelle imprevedibile. Da quel momento sostennero i Qing contro i Taiping con armi, ufficiali e denaro.
Fu il paradosso finale. La dinastia mancese sopravvisse grazie alle stesse potenze che l’avevano umiliata, pagando il prezzo di un Paese aperto con la forza ai loro mercanti. Ma l’idea di cacciare i Qing non morì con i Taiping.
Sun Yat-sen (1866-1925) era nato nella stessa regione di Canton e da ragazzo, affascinato dai racconti dei vecchi ribelli, si faceva chiamare «il secondo Hong Xiuquan».
Studiò medicina alle Hawaii e a Hong Kong, poi lasciò la professione per la politica. Nel 1894 fondò la sua prima società segreta con un obiettivo antico: rovesciare i mancesi. Quando il 10 ottobre 1911 una rivolta militare a Wuchang fece crollare il potere imperiale provincia dopo provincia, Sun si trovava negli Stati Uniti. Rientrò in fretta e il 1° gennaio 1912 fu proclamato a Nanchino primo presidente provvisorio della Repubblica cinese. Per questo ancora oggi è chiamato il padre della Cina moderna.
L’ultimo atto della dinastia ha il volto di un bambino. Puyi (1906-1967) salì al trono nel 1908 a meno di tre anni e abdicò nel febbraio 1912. Nel 1932 i giapponesi lo misero a capo del Manchukuo, lo Stato fantoccio creato nella Manciuria occupata. Nel 1934 lo incoronarono imperatore. L’erede dei conquistatori mancesi tornava a regnare sulla terra dei suoi antenati, ma solo di nome: il potere era nelle mani dell’esercito giapponese.
Catturato dai sovietici nel 1945, fu consegnato alla Cina di Mao Zedong (1893-1976) e passò quasi dieci anni in un campo di rieducazione. Graziato nel 1959, finì la vita lavorando nell’orto botanico di Pechino dopo aver scritto la propria autobiografia. Da quelle pagine Bernardo Bertolucci (1941-2018) trasse L’ultimo imperatore, il primo film occidentale girato nella Città Proibita, premiato con nove Oscar nel 1988.
Marco Dolcetta Capuzzo
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Immagine: l’ultimo imperatore Puyi, il suo tutore Refinald Johnston, la principessa Wanrong nel Giardino Zhang.
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Storia
Nixon va da Mao. Cinquant’anni di ping pong
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Geopolitica
«Ya viene Giacarta»: la CIA in Indonesia
Il 19 giugno 1966 James Reston (1909-1995), uno dei più influenti editorialisti americani, intitolava il suo articolo Una luce di speranza in Asia. La luce veniva dall’Indonesia, dove l’esercito aveva appena annientato uno dei più grandi partiti comunisti del mondo. Nei mesi precedenti centinaia di migliaia di persone erano state uccise, spesso con coltelli, machete e lance di bambù.
Agli occhi di Washington, quel massacro rappresentava una delle più importanti vittorie della Guerra fredda.
Da questa contraddizione parte il giornalista americano Vincent Bevins nel suo The Jakarta Method (tradotto in italiano da Einaudi con il titolo Metodo Giacarta, 2020) che ricostruisce la distruzione violenta dei movimenti comunisti nel mondo postcoloniale. Secondo Bevins, questa distruzione avvenne spesso con il sostegno o la complicità degli Stati Uniti.
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Bisogna tornare al 1945, quando l’Indonesia proclamò l’indipendenza dai Paesi Bassi. Il suo leader, Sukarno (1901-1970), immaginava un Paese libero dal colonialismo europeo e indipendente da entrambi i blocchi. Nel 1955 riunì a Bandung ventinove nazioni asiatiche e africane, gettando le basi del movimento dei non allineati.
L’Indonesia rappresentava un problema strategico per Washington. Era un Paese immenso, ricco di materie prime, collocato lungo rotte commerciali fondamentali. Ospitava inoltre il PKI, il Partito Comunista Indonesiano, con milioni di iscritti e simpatizzanti. A differenza dei comunisti vietnamiti, il PKI perseguiva prevalentemente una strategia politica, partecipando alla vita pubblica e sostenendo Sukarno.
Già nel 1958, sotto Dwight Eisenhower (1890-1969), la CIA finanziò e armò una ribellione contro il governo di Giacarta. Alla guida dell’Agenzia c’era Allen Dulles (1893-1969), mentre il fratello John Foster Dulles (1888-1959) era al Dipartimento di Stato. L’operazione fallì quando il pilota americano Allen Pope (1928-2020) venne abbattuto e catturato.
La svolta arrivò tra il 30 settembre e il 1° ottobre 1965. Un gruppo di ufficiali sequestrò e uccise sei generali dell’esercito, gettandone i corpi in un pozzo. Le responsabilità dell’operazione restano controverse, ma il generale Suharto (1921-2008), non preso di mira dai congiurati, ne attribuì subito la colpa ai comunisti. La propaganda dell’esercito diffuse anche il racconto di militanti comuniste che avrebbero mutilato gli ufficiali. Le autopsie ordinate dallo stesso Suharto, che lo studioso Benedict Anderson (1936-2015) pubblicò nel 1987, non riportavano né occhi cavati né mutilazioni: solo ferite d’arma da fuoco e i traumi della caduta nel pozzo. L’esercito avviò una campagna di repressione che si trasformò rapidamente in sterminio.
Iscritti al PKI, sindacalisti, contadini, insegnanti e semplici sospetti furono arrestati o uccisi. L’esercito eseguì direttamente molte esecuzioni; in altre regioni incoraggiò milizie civili e gruppi religiosi anticomunisti. Le stime più citate parlano di circa mezzo milione di morti, ma alcune valutazioni arrivano a un milione.
L’11 ottobre 1965, dieci giorni dopo l’inizio della crisi, il corrispondente da Washington Max Frankel (n. 1930) pubblicò un articolo intitolato «Gli Stati Uniti rincuorati dalla sconfitta dei rossi». L’amministrazione di Lyndon Johnson (1908-1973), scriveva Frankel, intravedeva una straordinaria nuova opportunità. Riteneva inoltre che l’esercito potesse indebolire, forse distruggere, il comunismo indonesiano come forza politica.
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Il 17 dicembre 1965 TIME riferiva di comunisti uccisi a migliaia insieme alle loro famiglie. A Giava orientale e nel Nord di Sumatra lo smaltimento dei cadaveri era diventato un problema sanitario e chi tornava da quelle zone parlava di corsi d’acqua «letteralmente intasati di cadaveri».
Cinque mesi dopo il primo articolo, il 13 marzo 1966, Frankel tornò sull’argomento. I funzionari americani, dopo mesi di «prudente silenzio» e una lunga azione diplomatica a favore dei militari, erano elated: entusiasti. Faticavano a nascondere la propria soddisfazione per le notizie che arrivavano dall’Indonesia.
Nel frattempo, dal Paese arrivavano resoconti sempre più atroci.
Il 15 luglio 1966 il settimanale TIME dedicò all’Indonesia la copertina, con il volto di Suharto, e un lungo servizio non firmato: Vendetta con il sorriso.

Copertina di TIME, voll. 88, 15 luglio 1955. Diritti di TIME magazine
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Il reportage raccontava che a Kediri, nella Giava orientale, circa 25.000 sospetti comunisti erano stati trascinati fuori dalle case. Molti erano stati decapitati e le loro teste infilzate su pali davanti alle abitazioni, perché mogli e figli le vedessero. I cadaveri gettati nel fiume Brantas erano così numerosi che gli abitanti avevano paura di mangiarne il pesce.
Lo stesso articolo descriveva il nuovo corso in termini favorevoli. Sukarno veniva presentato come un leader screditato, responsabile di vent’anni di governo personalistico. Suharto appariva invece come un generale determinato, alla guida di un regime definito «scrupolosamente costituzionale». La fine dello scontro con la Malaysia e il distacco da Pechino venivano descritti come una reazione a catena di pace. La rivista concludeva che si trattava della migliore notizia per l’Occidente in Asia da anni.
Anche sul New York Times comparvero valutazioni analoghe. Il 5 aprile 1966 un editoriale giudicava positivamente la cautela con cui i militari gestivano la transizione. L’8 aprile il commentatore Cyrus Leo Sulzberger (1912-1993), membro della famiglia proprietaria del giornale, scriveva che quasi tutti erano soddisfatti dei cambiamenti in corso.
Non tutti i giornalisti interpretarono gli eventi soltanto come una vittoria anticomunista. Il 24 agosto 1966 il corrispondente Seymour Topping (1921-2020), dopo aver attraversato Giava e Bali, pubblicò un reportage intitolato «Il massacro dei rossi lascia all’Indonesia una cupa eredità». Topping descriveva una repressione dalle forme diverse: in alcune zone erano stati i soldati a condurre le esecuzioni. Altrove gruppi di civili sostenuti o incoraggiati dalle autorità avevano ucciso con armi da taglio e lance di bambù. Le violenze comprendevano decapitazioni e mutilazioni. Secondo quanto ricordò poi lo stesso Topping, Johnson mostrava i suoi dispacci ai visitatori come prova che la fermezza americana in Vietnam aveva incoraggiato i generali indonesiani.
Il reportage contraddiceva la rappresentazione del massacro come esplosione spontanea di odio popolare: la violenza aveva avuto un’organizzazione politica e militare.
Per Bevins è questo il punto centrale. La distruzione del PKI fu una vittoria strategica ottenuta dagli Stati Uniti senza impiegare direttamente le proprie truppe. Mentre Washington combatteva in Vietnam, in Indonesia un movimento comunista di massa veniva eliminato dall’esercito locale e dalle milizie anticomuniste.
Gli Stati Uniti non furono gli esecutori materiali del massacro. Nel 1990, però, alcuni ex funzionari dell’ambasciata e della CIA dichiararono di aver compilato elenchi di migliaia di dirigenti e quadri comunisti, consegnati all’esercito. Raccontarono anche di aver poi segnato i nomi di chi veniva ucciso o catturato. Uno di loro affermò di avere probabilmente molto sangue sulle mani, aggiungendo che non era del tutto un male.
Nel 2017 la desecretazione di migliaia di pagine dell’archivio dell’ambasciata di Giacarta ha mostrato che i diplomatici americani seguivano l’andamento delle uccisioni. Una funzionaria dell’ambasciata definì il cambio di potere un «fantastico ribaltamento» avvenuto in dieci settimane.
Il risultato fu la distruzione del PKI e la progressiva estromissione di Sukarno. Suharto instaurò una dittatura militare che sarebbe durata fino al 1998, e l’Indonesia divenne uno dei principali alleati anticomunisti dell’Occidente nel Sud-est asiatico.
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La tesi più originale del libro di Bevins riguarda ciò che avvenne dopo: Giacarta divenne il nome di un metodo.
Il libro si apre con la storia di Ing Giok Tan, una ragazza che nel 1962 fuggì da Giacarta verso il Brasile, ritenendolo un Paese lontano dalla Guerra fredda. Due anni dopo, anche il Brasile ebbe il suo colpo di Stato militare.
Negli anni successivi il riferimento al massacro indonesiano cominciò a circolare negli ambienti anticomunisti latinoamericani. In Brasile, governato dai militari dopo il colpo di Stato del 1964, Giacarta divenne un riferimento per la repressione del Comunismo. In Cile, tra il 1972 e il 1973, sui muri di Santiago comparve la scritta Ya viene Djakarta, rivolta ai sostenitori di Salvador Allende (1908-1973).
Bevins non sostiene che tutte le dittature latinoamericane abbiano copiato un unico piano elaborato a Giacarta. La sua ricostruzione mostra piuttosto la diffusione internazionale di una pratica che tendeva ad eliminare fisicamente le organizzazioni politiche considerate incompatibili con l’ordine anticomunista. Il Brasile aveva preceduto l’Indonesia; il Cile e altri Paesi ne ripresero simboli e strumenti. A collegarli era una rete di apparati militari, servizi di intelligence e interessi politici ed economici.
Le conseguenze andarono oltre la scomparsa dei partiti comunisti. In molti Paesi vennero distrutti sindacati, organizzazioni contadine e movimenti nazionalisti che avevano cercato una strada autonoma dopo la fine del colonialismo.
Bevins propone così di rileggere l’intera Guerra fredda. La vittoria occidentale non fu soltanto il risultato della superiorità economica americana, della deterrenza nucleare o del collasso sovietico. Fu anche il prodotto della repressione violenta di movimenti politici che avrebbero potuto dare ai Paesi postcoloniali un futuro diverso.
Quando Bevins chiese a un sopravvissuto indonesiano come l’Occidente avesse vinto, la risposta fu: Ci avete uccisi.
Marco Dolcetta Capuzzo
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