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Nucleare

Quando le bombe atomiche cancellano la memoria

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Alcuni si chiedono, da un po’ di tempo a questa parte, perché mai tanti altri non paiano mostrare una preoccupazione adeguata alla enormità del pericolo che pure incombe sulle nostre esistenze. Perché, di fronte alla svolta bellicista nostrana, irragionevole e grossolana quanto irresponsabile, non prenda forma una rivolta spontanea, forte e diffusa, non si accenda una discussione pubblica intorno a decisioni avventate, foss’anche imposte, capaci di produrre conseguenze devastanti e irreparabili. E tanto più prende forma lo spettro di queste, tanto più stridente appare una distrazione che sembra generalizzata.

 

Tutto questo dopo i tanti anni passati a fare i conti non soltanto con le ferite inguaribili di due guerre mostruose che hanno distrutto moralmente e fisicamente l’Europa, cambiandone l’anima e l’aspetto, inghiottito intere generazioni e cancellato enormi spazi di storia. Perché in realtà nel volgere di un secolo è cambiato, insieme a tanto altro, il volto stesso della guerra, che da tragico si è fatto osceno, in virtù di quella tecnica incontrollata ormai capace di divorare ovunque il significato delle cose umane, secondo una follia che ha indossato oggi in ogni campo una veste pornografica.

 

Dopo il secondo conflitto mondiale abbiamo dovuto imparare a convivere anche con l’idea nuova che il destino della intera specie umana possa essere tenuto nella mano di pochi individui. Idea nuova e sconvolgente, capace di minare il senso della vita e della storia. Ma tuttavia ancora bilanciata dalla fiducia nell’istinto di conservazione proprio degli esseri viventi e nell’affidamento alla speranza cristiana.

 

Invece ora che anche quella fiducia e quella speranza sembrano essersi sfocate e dissolte in una asfittica ed effimera visione dell’esistenza e nella incapacità di pensare la realtà e la verità, in un mondo diventato onirico, anche l’idea di una minaccia apocalittica sembra quasi priva di sostanza e di interesse.

 

Le ragioni di questo allontanamento dalla oggettività del reale e dalla sua comprensione possono essere molteplici e articolate. Si può parlare di cambiamento antropologico e sociologico, di stacco generazionale e di trasformazione culturale sotto la dittatura mediatica e comunicativa, con conseguente incapacità del pensiero di cogliere l’intreccio e le implicazioni di una inedita complessità.

 

Tuttavia, la posta in gioco è così grande che questa sorta di indifferenza, di straniamento, quale almeno si presenta all’apparenza, risulta comunque sconcertante, e le sue ragioni vanno forse ricondotte a un fattore onnicomprensivo più profondo e radicale, che in fondo può spiegare tutti gli altri nella forma di un distacco dalla realtà delle cose speculare ad un distacco dalla memoria.

 

La cancellazione della memoria, indotta o procurata, artificiosa o spontanea, programmata o inconsapevole, è infatti il fenomeno che sembra dominare ogni aspetto e ogni ambito della contemporaneità, compresa la nuova pornografia bellica.

 

È questa la chiave di lettura che, a distanza di sessant’anni, ci viene offerta dal carteggio tra Gunther Anders e Claude Eatherly, tra il filosofo che aveva già descritto tutta la tragicità dell’uomo disarmato di fronte alle proprie perverse creazioni tecniche, e il pilota metereologo che, al comando della missione di Enola Gay, dopo avere ordinato lo sganciamento di Little Boy sul centro di Hiroshima, perché il cielo era sereno, aveva cercato disperatamente di espiare, unico nel suo ambiente, una colpa più grande di lui, prendendo su di sé il peso di una infamia di cui si era scoperto strumento inavvertito.

 

Va qui notato, per inciso, come l’inganno contenuto in quell’uso fraudolento dei nomi gentili dati a strumenti apocalittici, al pari del famoso «arbeit macht frei», copra oggi, attualissimo e incontrastato, ogni rappresentazione deviata della realtà, politica, antropologica, sessuale, pedagogica, scientifica e via discorrendo. Perché la manipolazione del linguaggio è anch’essa qualcosa che ha a che fare anzitutto con la manipolazione della memoria.

 

Il maggiore Eatherly, si era reso conto degli effetti della «missione» subito dopo averla compiuta, e da allora, rifiutata ogni onorificenza, aveva iniziato una sorta di peregrinazione esistenziale tra l’esigenza di una qualche purificazione propria e la volontà di svegliare la coscienza dei compatrioti sulla follia atomica. Tra il peso di quella colpa che chiedeva di essere espiata e la consapevolezza del significato morale che ora l’arma atomica assumeva per l’intera umanità. Aveva guardato in faccia il mostro e ne era rimasto quasi incenerito. Dopo un travaglio durato quindici anni, durante i quali aveva anche commesso piccoli reati in cerca di una qualunque punizione, e dopo due tentativi di suicidio, era approdato volontariamente all’ospedale psichiatrico di Waco riservato ai militari affetti da malattie nervose, nella speranza che i medici lo aiutassero a rielaborare il proprio dramma e a ritrovare un po’ di pace.

 

Ma qui era cominciato un altro calvario, quello della lotta contro i poteri costituiti, perché il ricovero da volontario verrà trasformato in un vero e proprio internamento sancito addirittura dal verdetto di una giuria popolare chiamata a giudicare in via processuale le sue condizioni di salute mentale. Infatti, il suo impegno instancabile contro la guerra e soprattutto contro la produzione delle armi nucleari era diventato scomodo, e dunque intollerabile. Lo stesso resoconto giornalistico del processo fornirà di proposito ai lettori l’idea che egli fosse solo un povero deficiente.

 

Quell’impegno contrastava con il canone interpretativo imposto all’opinione pubblica, e tuttora ancora duro a morire, secondo il quale le atomiche sul Giappone avevano provvidenzialmente posto fine ad una guerra devastante destinata altrimenti a durare. Una guerra che invece era già finita come lo era quella con la Germania quando fu ordinata la polverizzazione meramente punitiva di Dresda. Mentre le due atomiche, delle tre di cui disponeva l’apparato militare americano, che furono lanciate sulle inermi città giapponesi a distanza di qualche giorno l’una dall’altra servivano solo a sperimentarne funzionamento ed effetti.

 

Gunther Anders viene a conoscenza della vicenda umana di Eatherly quando è già da tempo concentrato sullo scenario del «mondo senza uomo» che i nuovi mezzi di distruzione totale stanno allestendo e dei quali gli impresari sembrano solo compiacersi. Dopo L’uomo è antiquato, ha pubblicato il Diario di Hiroshima e Nagasaki.

 

Scrive che «la bomba sta ad indicare l’essenza ultima dell’irrazionalismo morale di un sistema totalitario sulla deresponsabilizzazione degli individui» perché «la morte a distanza non solleva problemi morali». Anche perché, osserva, se la morte di un uomo ci commuove per una sorta di immedesimazione, la morte di centomila uomini è già soltanto una espressione numerica.

 

D’altra parte, la guerra aerea aveva già spalancato la porta sull’abisso, senza una adeguata coscienza comune delle sue implicazioni morali. Essa aveva cambiato il volto della guerra cambiandone anche regole e ruoli, perché aveva assunto vilmente come obiettivo i civili disarmati e indifesi. La guerra che distrugge gli inermi e cancella l’identità storica di un popolo con la distruzione delle sue memorie aveva già indossato la più mostruosa delle maschere realizzate per essa dalla modernità. L’Europa ha conosciuto bene e per prima tutta questa nuova oscenità.

 

Ma adesso, con riguardo all’atomica, si stava già insinuando l’idea che il never again valesse per Auschwitz, ma poteva non valere per Hiroshima. Perché un nuovo nemico doveva comunque essere individuato alle porte, e quel mezzo era da considerare ancora come il più efficace per chiudere definitivamente i conflitti, senza troppo spreco.

 

I sovietici erano quel nemico da tenere a bada affinché il contagio ideologico non dilagasse nell’occidente evoluto e democratico per definizione. Allora come ora. Nel febbraio del ‘49 viene istituita la NATO, quando la Russia non ha ancora finito di contare i suoi milioni di morti e non ha ancora testato «l’ordigno fine di mondo» già sperimentato con tanto successo sotto la bandiera della democrazia e della libertà.

 

Dunque, l’incubo atomico si rafforzava in modo inversamente proporzionale al senso di responsabilità del potere che l’aveva generato, e alla coscienza comune. Questo spiega perché Eatherly combattesse ormai la propria battaglia nella ostilità del suo ambiente e persino della sua famiglia. Il fratello si prodiga affinché non venga liberato.

 

Eppure, tutto il male che gli viene ora inflitto in forma sterilizzata non fiacca minimamente la sua indole generosa e la consapevolezza piena della follia che divora il mondo. Di quell’hybris ammonita dai greci e dal racconto biblico che ha preso la forma di una tecnica che l’uomo maneggia in modo sempre più autodistruttivo.

 

Eatherly ha toccato con mano il mostro, lo ha guardato in faccia correndo il rischio di esserne incenerito e combatte forte di una esperienza personale, diretta e sconvolgente, mentre il filosofo ha elaborato il fenomeno in via speculativa. Ma sono diventati compagni di viaggio legati da una amicizia profonda e dalla missione di muovere le masse contro la nuova incommensurabile follia. Eatherly si sente rincuorato da quella vicinanza diventata amicizia, anche se non ha mai abbandonato la propria lotta nemmeno nei momenti di massima solitudine. Collabora con gruppi pacifisti per la sospensione del riarmo atomico, ma scrive «non sono desiderato nelle nostre scuole e nelle nostre università», mentre il generale capo di stato maggiore dell’aviazione «cerca di impedire che si faccia pubblicità al mio caso e al mio problema».

 

Anders aveva già compilato per il Frankfurter Allgemeine Zeitung del 13 luglio 1957 anche i Comandamenti dell’era atomica dove ammoniva: «ora non abbiamo più a che fare con quella caducità da sempre comune a tutti gli uomini, ma con la stessa cancellazione del tempo. Con essa viene uccisa non solo l’umanità presente, ma anche quella passata e quella futura, tra il nulla di ciò che è stato perché nessuno può ricordarlo e il nulla di ciò che non potrà mai essere».

 

«Occorre tornare ad acquistare il senso del male prodotto che paradossalmente, più si amplia quantitativamente, meno viene percepito. Bisogna capire che l’apocalisse è opera nostra, ma anche che è impossibile non avere il potere di impedirla. E per questa impresa irrinunciabile occorre avere il coraggio di avere paura».

 

Una paura, appunto, che dovrebbe essere adeguata alla enormità del pericolo e della catastrofe, e dalla quale il tracotante ma infiacchito uomo contemporaneo, tende a non volere essere disturbato, perché refrattario all’angoscia e portato ad assistere passivamente all’evolvere degli eventi. La corrispondenza si protrae fino al luglio del 1961 e segue tutte le alterne vicende dell’internamento non più volontario di Eatherly nell’ospedale psichiatrico dove per gli apparati politici e militari egli è solo un soggetto da neutralizzare.

 

Da quella prigione non verrà più liberato e lì morirà nel 1979. Ma dalla sua vicenda si irradia una luce sinistra che ci coinvolge tutti, ci riguarda da vicino e appare come il segno distintivo della contemporaneità. Anders riferisce che il direttore dell’ospedale psichiatrico militare aveva congedato il corrispondente di France Soir inviato per raccogliere informazioni sul caso, invitandolo a dimenticare tutta la faccenda e a lasciare «che quegli uomini dimentichino il loro passato».

 

Quelle parole confermavano in Anders il «sospetto che i medici avessero cercato di produrre in lui una condizione mentale affatto priva di memoria e di esperienza. La distruzione di un uomo attraverso la distruzione della memoria».

 

Come dicevamo all’inizio, questa appare la vera chiave di lettura per decifrare la indifferenza più o meno diffusa oggi di fronte al pericolo concreto e sempre più incombente di un conflitto universalmente distruttivo. Del resto, la regola dei medici di Waco, a ben vedere, è esattamente la stessa che viene applicata con ogni mezzo dal potere in ogni ambito della vita comunitaria. Come la vera e più efficacia arma di dominio.

 

La distruzione delle identità con ogni mezzo, e quindi dell’essere stesso dei singoli e delle comunità, è lo strumento capace di assicurare un asservimento sicuro e indisturbato. La lotta contro ogni identità storica, sessuale, religiosa, etnica e culturale, contro ogni tradizione etica e contro ogni stabilità socio-economica, contro ogni realtà di senso, ovvero contro la verità delle cose, è espressione di una volontà di potenza che alimenta ossessivamente se stessa. E che trova la propria arma formidabile proprio nell’annientamento di quella memoria che dà agli individui e ai popoli la possibilità di attingere al patrimonio dell’esperienza come al terreno su cui seminare sempre di nuovo e da cui trarre sempre nuovi insegnamenti nel corso del tempo.

 

La distruzione della memoria individuale corrisponde alla distruzione della storia attraverso la guerra aerea. Alla distruzione della famiglia attraverso il dissolvimento dei ruoli e di quella compagine solidale di cui rimane impresso il ricordo, la lezione di vita. Anche la incinerazione dei corpi mira forse ad accelerare simbolicamente la distruzione della memoria. Come il sale sparso sulle rovine della città conquistata doveva spezzare la catena di una storia e di una identità di popolo.

 

Persino lo scempio architettonico dovuto alla incapacità di soddisfare una qualunque esigenza estetica ha a che fare con il rifiuto della storia e della memoria del bello espresso e acquisito. Persino le fanciulle in fiore con i jeans strappati in fabbrica da macchine apposite sono la rappresentazione vivente di questa regressione verso una dimenticanza del sé.

 

Ogni aspetto della nostra vita denuncia un oblio senza speranza. Oblio di ogni criterio di convivenza civile, oblio di principi giuridici che sembravano irrinunciabili e delle regole fondamentali del buon governo che parevano acquisite. Quando di tutta una esperienza e di una sapienza maturate nel tempo va perduta la memoria, non si va verso un grado superiore di umanità, ma verso un ritorno fatale ai primordi, e oltre.

 

E forse è stata proprio questa cancellazione progressiva della memoria, indotta anche dalla violenza nuova di guerre micidiali pensate come opportunità di potere e di guadagno, a trovarci sprovvisti di un’etica adeguata all’incontrollato e debordante strapotere della tecnica come era stato avvertito ben prima della impennata ormai vertiginosa con cui dobbiamo fare ora i conti.

 

La cancellazione della memoria sul passato impedisce la visione e la speranza del futuro. Rimane una sterile terra di mezzo effimera quanto desolata. In questa terra di mezzo si affannano individui senza orientamento, senza il coraggio di avere paura, senza temere la distruzione del tempo, e lo sgomento del nulla.

 

 

Patrizia Fermani

 

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni.

 

 

 

 

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Storia dell’accesso di Bill Gates ai segreti dello Stato USA

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In un thread di sintesi su X e in un articolo postato su Substack, l’attivista per la medicina alternativa Sayer ji ha delineato in chiarezza, per quanto possibile, lo strano caso della «Q cleareance» di Bill Gates, ovvero il fatto che il miliardario risulta autorizzato ad accedere a segreti di Stato USA. Riemerge qui l’interesse del Gates per il nucleare, sottolineato negli anni da Renovatio 21 plurime volte. Riemerge pure, as usual, la centralità del rapporto con Jeffrey Epstein.

 

Quasi tutti hanno frainteso la storia dell’autorizzazione «Q» di Bill Gates. Non si tratta di biosicurezza. Si tratta di nucleare, e l’impresa nucleare che la sottendeva era stata gestita da Jeffrey Epstein per quattro anni prima che venisse concessa.

 

L’autorizzazione «Q» del Dipartimento dell’Energia (DOE) è uno strumento previsto dalla Legge sull’Energia Atomica: progettazione di armi, produzione, materiale nucleare speciale. La biodifesa classificata non rientra in questa categoria. Associare questa autorizzazione a Fauci è errato.

 

Il vero soggetto è TerraPower, la società di Gates che si occupa di reattori nucleari, in collaborazione con l’Idaho National Lab, Los Alamos e Y-12. Anche TerraPower è menzionata nei documenti di Epstein. Cinque documenti, tutti instradati attraverso Boris Nikolic, consulente scientifico di Gates e nominato esecutore testamentario di riserva di Epstein.

 

L’8 novembre 2010, Epstein scrisse a Nikolic a proposito dei governanti di Abu Dhabi e Dubai: «Ci sono molti modi in cui puoi essere d’aiuto agli obiettivi di Bill in questo ambito».

 

La risposta di Nikolic la mattina successiva: «Ieri ho organizzato una cena con Regina E. Dugan, direttrice della DARPA. Eravamo solo in tre: Regina, Bill e io».

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Il Dipartimento dell’Energia (DOE) afferma che l’autorizzazione di sicurezza è stata «concessa reciprocamente». Il DOE non ha effettuato alcun controllo su di lui. Un’altra agenzia lo ha fatto per prima, e la lettera non specifica quale. Questo non significa che Gates sapesse qualcosa, o che abbia avuto accesso a informazioni riservate. L’autorizzazione di sicurezza è un’idoneità, non un accesso. La questione è se chi si occupava dell’indagine sui precedenti di Gates sapesse chi stava lavorando all’iniziativa che gli ha permesso di ottenere l’autorizzazione.

 

Il 23 ottobre 2013, Gates ha visitato personalmente il Materials and Fuels Complex dell’Idaho National Laboratory (INL). Il comunicato stampa dell’INL riporta le sue parole: «TerraPower ha molti progetti di collaborazione… ma il nostro lavoro con l’INL è di particolare importanza». Gli altri partner di TerraPower all’interno del Dipartimento dell’Energia (DOE) sono Los Alamos e il complesso di sicurezza nazionale Y-12, un impianto per la produzione di armi nucleari, come confermato anche sulla pagina web governativa dell’Y-12.

 

Esattamente 7 mesi e mezzo dopo quel tour, l’11 giugno 2014, il Dipartimento dell’Energia (DOE) ha concesso a Gates un’autorizzazione di sicurezza «Q», l’equivalente del Top Secret in ambito nucleare. Questo spiega perfettamente perché ne avesse bisogno. Non spiega però come il DOE sia riuscito a saltare la propria indagine sui precedenti.

 

La reciprocità richiede un’autorizzazione di sicurezza equivalente a Top Secret, già rilasciata da un’altra agenzia federale. Il Dipartimento dell’Energia non ha specificato quale, ma non sarebbe una novità: un rapporto dell’Associated Press del 2006 aveva già evidenziato che Gates e Steve Ballmer possedevano autorizzazioni di sicurezza Top Secret rilasciate dal Dipartimento della Difesa. I documenti di Epstein dimostrano che il canale di comunicazione con il Pentagono è rimasto aperto per anni.

 

9 novembre 2010: Boris Nikolic, il consulente scientifico di Gates, invia un’email a Epstein: “Ieri ho organizzato una cena con Regina E. Dugan, direttrice della DARPA. Eravamo solo in tre: Regina, Bill e io, ed è stata fantastica!”

 

I contatti non si fermarono lì. Luglio 2011: Nikolic invia a Epstein un articolo del New York Times su Dugan: «dobbiamo organizzare un viaggio a Washington».

 

Settembre 2011: un promemoria per un appuntamento con scritto «Boris, Regina». Novembre 2011: Nikolic comunica di aver “appena terminato la riunione con la DARPA”. Febbraio 2012: Dugan viene invitato a cena da Nathan Myhrvold, co-fondatore di TerraPower, la società di Gates.

 

Niente di tutto ciò dimostra che la DARPA sia l’agenzia che la lettera del Dipartimento dell’Energia non nomina. Ma si tratta di un indizio specifico e verificabile: una relazione privata, durata anni, tra la cerchia ristretta di Gates e un direttore in carica della DARPA, riferita a Epstein in tempo reale.

 

La vera domanda da porre al Congresso è: chiedete direttamente al Dipartimento dell’Energia (DOE) e alla DARPA se l’autorizzazione di sicurezza riconosciuta dal DOE nel 2014 risalga all’agenzia di ricerca del Pentagono e, in tal caso, perché un cittadino privato avesse bisogno di quel tipo di accesso, anni prima che qualcuno avesse mai sentito parlare di COVID-19.

 

Sayer Ji

 

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Marjorie Taylor Greene: Washington sta valutando un attacco nucleare contro l’Iran

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Secondo quanto dichiarato dall’ex deputata americana Marjorie Taylor Greene, funzionari di Washington starebbero valutando l’eventuale impiego di armi nucleari contro l’Iran, mentre il conflitto, in corso da mesi, continua a aggravarsi.   Greene, un tempo esponente di rilievo del movimento MAGA, ha avanzato l’accusa in un post su X domenica scorsa. Ha sostenuto che la questione sarebbe stata sollevata nel corso di riunioni strategiche, senza però indicare i nomi delle persone coinvolte né fornire elementi a sostegno.   «Durante le riunioni strategiche si discute dell’utilizzo di armi nucleari contro l’Iran», ha scritto. «Non sto facendo speculazioni, lo so. Ed è pura malvagità».   La Greene ha affermato che Washington starebbe considerando di abbassare la soglia per l’uso di armi nucleari, nonostante il presidente statunitense Donald Trump abbia più volte proclamato la vittoria nel conflitto. Ha messo in guardia dal rischio che una mossa del genere possa provocare un «olocausto nucleare» e coinvolgere il mondo in una guerra di dimensioni molto più ampie.   La Casa Bianca non ha confermato ufficialmente che siano in corso discussioni di questo tipo.

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L’ex rappresentante della Georgia ha intensificato le critiche nei confronti di Trump per la guerra israelo-americana contro l’Iran, entrando così in contrasto con un movimento politico a cui in passato era strettamente legata.   Il suo monito arriva in un momento in cui si moltiplicano le notizie secondo cui Washington starebbe contemplando un’ulteriore escalation del conflitto. Il Washington Post aveva riferito il mese scorso che gli Stati Uniti si stavano preparando a una guerra su scala più ampia, mentre il Pentagono avrebbe valutato una vasta operazione terrestre per impadronirsi dell’uranio arricchito iraniano.   Gli Stati Uniti e Israele hanno avviato la loro campagna militare contro l’Iran alla fine di febbraio, accusando Teheran di essere vicina alla realizzazione di una bomba atomica. Ciò nonostante l’Intelligence americana e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) avessero dichiarato che non esistevano prove di un programma iraniano di armi nucleari.   Washington e Israele hanno proseguito nel chiedere «arricchimento zero» e la rimozione delle scorte di uranio arricchito dell’Iran.   Teheran ha respinto tali richieste, ribadendo che il proprio programma nucleare è di natura pacifica e che l’arricchimento costituisce un diritto sovrano. Allo stesso tempo ha avvertito di poter raggiungere livelli di arricchimento sufficienti a produrre armi nucleari in caso di un nuovo attacco, precisando tuttavia di non aver preso alcuna decisione circa la costruzione di una bomba.

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Immagine: nuvola di condensazione provocata dalla detonazione nucleare sottomarina «Baker» (23 chilotoni) nell’ambito dell’Operation Crossroads, una serie di test nucleari condotti dalle forze armate statunitensi sull’atollo di Bikini, nelle Isole Marshall. 25 luglio 1946, Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
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La Romania chiude la sua unica centrale nucleare

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L’unica centrale nucleare della Romania è stata completamente chiusa a causa dei livelli record del fiume Danubio, ha annunciato giovedì la compagnia energetica statale Nuclearelectrica.

 

L’acqua dei fiumi è essenziale per il raffreddamento di molte centrali nucleari europee, e i bassi livelli idrici rappresentano un vincolo sempre più rilevante per la produzione di energia. La grave ondata di calore e la siccità che hanno colpito l’Europa hanno spinto il Danubio e il Reno, due dei fiumi più vitali della regione, a livelli storicamente bassi, compromettendo la stabilità della produzione di energia elettrica in diversi paesi e ostacolando la produzione industriale e le principali vie commerciali.

 

Cernavoda, che rappresenta circa il 20 % della produzione energetica rumena, dispone di due reattori, ciascuno con una capacità di 706 MW. Alla fine di luglio, Nuclearelectrica ha spento uno dei due a causa del drastico calo del livello dell’acqua nel fiume, colpito dalla siccità.

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La scorsa settimana, le autorità rumene hanno affondato quattro chiatte cariche di rocce vicino al canale di Bala sul Danubio, in uno sforzo senza precedenti per deviare l’acqua verso la centrale di Cernavoda, dopo che l’esercito aveva aperto un canale nel letto del fiume con delle esplosioni. I livelli dell’acqua, tuttavia, sono infine scesi al di sotto della soglia necessaria per mantenere il reattore in funzione, costringendo la direzione a scollegarlo dalla rete elettrica.

 

Contemporaneamente, Bucarest ha dichiarato lo stato di emergenza energetica per il mese di agosto, esortando imprese e famiglie a ridurre volontariamente i consumi durante le ore di punta serali. Il governo ha predisposto un sistema per interrompere gradualmente l’erogazione di energia elettrica ai consumatori industriali, previo preavviso se necessario.

 

La chiusura della centrale di Cernavoda ha destato preoccupazione anche nella vicina Moldavia, che sta affrontando bassi livelli idrici sul Dnestr e dipende dall’energia rumena per coprire fino al 60 % del suo fabbisogno elettrico.

 

Come riportato da Renovatio 21, la crisi energetica si è fatta sentire in tutta la regione, con la centrale nucleare ungherese di Paks costretta a ridurre drasticamente la produzione a causa del calo del livello del Danubio a minimi storici.

 

Anche la Francia ha ridotto la produzione di energia nucleare a causa delle alte temperature dei fiumi e dei bassi livelli dell’acqua. All’inizio di questa settimana, il gruppo energetico statale francese EDF ha dichiarato che un enorme sciame di meduse ha costretto l’operatore a spegnere tre reattori a Gravelines, una delle più grandi centrali nucleari del Paese. Il problema si era riproposto anche quattro anni fa.

 

A Nord, i livelli dei bacini idrici norvegesi sono scesi al minimo degli ultimi trent’anni

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Gli analisti avvertono che le interruzioni e i fermi dei reattori potrebbero aumentare la dipendenza dalle importazioni di elettricità nei paesi più vulnerabili dell’UE e far lievitare i prezzi dell’energia in tutta l’Unione. L’interruzione potrebbe ulteriormente aggravare la crisi energetica del blocco, iniziata con la perdita del gas russo a basso costo in seguito alle sanzioni imposte a Mosca per la crisi ucraina.

 

La situazione si è ulteriormente complicata quest’anno a causa della guerra degli Stati Uniti contro l’Iran e della chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, una rotta fondamentale per il trasporto globale di energia.

 

La grave siccità ha colpito la produzione di energia idroelettrica in Italia. Secondo dati Terna, a giugno la produzione idroelettrica è diminuita del 24% su base annua.

 

Secondo calcoli, il caldo avrebbe portato costi pari a quella di una manovra di bilancio del governo italiano. In totale, in Europa la perdita causata dall’ondata di calore 2026 sarebbe pari all’1% del PIL.

 

L’Italia abbisogna ogni anno circa 312 terawattora, tuttavia è in grado di produrne circa 260, comprando dall’estero – incluso da Paesi che producono elettricità col nucleare, come la Francia – un sesto del proprio fabbisogno.

 

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Immagine di IAEA Imagebank via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY 2.0

 

 

 

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