Essere genitori
Deputata coreana vuole abolire le zone «no-kids». L’opinione pubblica è contraria
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
In molti locali e ristoranti della Corea del Sud i bambini non possono entrare perché considerati rumorosi e fastidiosi. L’isola turistica di Jeju, che presenta la più alta concentrazione di aree vietate ai minori, aveva avviato un dibattito a riguardo a febbraio. In alcuni bar sono stati poi affissi cartelli che negano l’ingresso alle coppie o alle persone di mezza età.
L’appello di una deputata sudcoreana che ha chiesto di abolire le zone vietate ai bambini ha scatenato una controversia in Corea del Sud. Presentandosi con il figlio di quasi due anni, Yong Hye-in, del Basic Income Party (partito che si batte per l’ottenimento di un reddito di base universale, nato da una scissione con il partito laburista) ha detto che molti ristoranti e luoghi pubblici adottano i divieti senza motivi ragionevoli. Tra questi anche la Biblioteca nazionale della Corea, che accoglie visitatori di età pari o superiore ai 16 anni per «proteggere i materiali da furti e danni», secondo il sito web dell’istituzione.
«Quello che vogliamo è una società che abbracci non solo i veloci e i competenti, ma anche i lenti e gli inesperti. Per superare uno dei tassi di fecondità più bassi al mondo, dobbiamo rivedere come la nostra società rifiuta i bambini e gli anziani», ha affermato Yong nei giorni scorsi durante una riunione dell’Assemblea nazionale.
L’opinione pubblica non ha però accolto con favore i suoi commenti: alcuni genitori hanno detto di essere a favore delle zone vietate ai più piccoli, e secondo un sondaggio condotto nel 2021 su 1.000 cittadini sudcoreani, il 71% degli intervistati riteneva che fosse un diritto dei gestori decidere se imporre tali aree, mentre solo il 17% le ha definite «inaccettabili».
Sono soprattutto i giovani tra i 20 e i 30 a concordare con il divieto di ingresso ai bambini, mentre la fascia più anziana della popolazione sostiene sia normale che i bambini facciano rumore nei luoghi pubblici.
Le zone «no-kids» in Corea sono nate circa una decina di anni fa dopo la diffusione online di una serie di lamentele e reclami sui genitori che non badavano ai propri figli, ma la recente controversia risale in realtà a febbraio, quando l’isola di Jeju aveva avviato un dibattito pubblico sulla questione.
La località turistica, che accoglie 10 milioni di visitatori all’anno, presenta al momento la più alta concentrazione di bar e ristoranti che vietano l’accesso ai minori di 13 anni.
Secondo una mappa consultabile su Google Maps, ci sono circa 500 zone «no-kids» in tutta la Corea del Sud. La cartina viene costantemente aggiornata da utenti ordinari ed è consultata dalle famiglie per sapere dove poter andare a dai giovani che vogliono riunirsi in tranquillità.
Nel 2017, però, la Commissione nazionale per i diritti umani della Corea ha raccomandato al Paese di eliminare le zone vietate ai bambini perché violano i diritti dei minori a non essere discriminati.
Dopo la creazione delle zone «no-kids» in molte parti della Corea hanno cominciato ad apparire cartelli che vietano l’accesso ai bar anche ad altri gruppi di età, soprattutto agli uomini con più di 40 o 50 anni, ma in Internet sono state diffuse immagini di locali che vietano l’ingresso alle coppie o ai professori.
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Immagine di Uwe Schwarzbach via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-NC-SA 2.0)
Essere genitori
Il Canada propone il divieto di utilizzo dei social media per i minori di 16 anni
Il governo canadese ha avanzato una proposta di legge che proibirebbe l’accesso ai social media per i ragazzi sotto i 16 anni, prevedendo possibili deroghe per le piattaforme in grado di dimostrare l’adozione di «adeguate misure di sicurezza».
Mercoledì, Ottawa ha reso nota tramite un comunicato stampa questa iniziativa normativa, denominata Safe Social Media Act (Legge sulla sicurezza dei social media).
Una volta approvata, la norma costringerebbe i gestori delle piattaforme social a introdurre sistemi di verifica dell’età e a limitare l’esposizione dei minori a contenuti pericolosi, tra cui lo sfruttamento sessuale dei minori, immagini intime non consensuali, incitamento all’autolesionismo, bullismo, incitamento all’odio, violenza e materiale terroristico o estremista.
Il provvedimento regolamenterebbe altresì i chatbot basati sull’IA, obbligandoli a «mitigare il rischio» di esiti nocivi, e imporrebbe alle piattaforme un sistema più efficace di segnalazione nelle situazioni di crisi, per esempio quando gli utenti manifestano l’intenzione di fare del male a se stessi o ad altri.
Verrà inoltre creato un nuovo ente di regolamentazione della sicurezza digitale incaricato di vigilare sull’applicazione e sul rispetto delle regole.
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«Abbiamo visto le gravissime conseguenze che i danni online possono avere. Con l’evoluzione delle tecnologie, dobbiamo garantire che le nostre leggi si adeguino, perché i genitori non possono affrontare queste sfide da soli», ha dichiarato il ministro della Cultura canadese Marc Miller nel comunicato stampa del governo.
La proposta giunge in un contesto di crescente impegno internazionale per disciplinare l’attività online dei minori.
Alla fine dello scorso anno, l’Australia è diventata il primo Paese a vietare ai minori di 16 anni l’accesso alle principali piattaforme di social media, tra cui Facebook, Instagram, TikTok e YouTube. Brasile e Indonesia hanno introdotto limitazioni analoghe a maggio.
Come riportato da Renovatio 21, la Francia ha avviato un iter legislativo per proibire l’uso dei social media ai minori di 15 anni, benché la misura non abbia ancora completato il percorso parlamentare. Anche altri Stati, tra cui Regno Unito, Austria e Danimarca, stanno elaborando restrizioni simili.
Negli ultimi mesi, i giganti dei social media come Meta Platforms, TikTok e YouTube sono stati al centro di critiche sempre più aspre, anche in seguito a una rilevante causa per responsabilità da prodotto intentata a Los Angeles, basata sull’accusa di aver progettato intenzionalmente le proprie piattaforme per generare dipendenza nei bambini.
Nei documenti depositati in tribunale si sostiene inoltre che Facebook non abbia sorvegliato in modo adeguato gli account coinvolti nello sfruttamento sessuale e nel traffico di minori, con alcuni contenuti illeciti che sarebbero rimasti online nonostante fossero state segnalate 16 violazioni.
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Essere genitori
I bambini che libereranno Faccetta nera
Pope Leo does the ‘67’ meme in new video. pic.twitter.com/nnaPtFa36L
— Pop Base (@PopBase) May 17, 2026
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Epidemie
Genitori condannati per aver isolato i figli per 4 anni per paura del COVID
Una coppia di genitori tedeschi, residenti nel Nord della Spagna, sconterà diversi anni di carcere per aver tenuto i loro tre figli rinchiusi in una «casa degli orrori», sostenendo che vivevano nel terrore del virus COVID-19.
La coppia, composta dal reclutatore tecnologico freelance tedesco Christian Steffen, 54 anni, e dalla moglie tedesca nata negli Stati Uniti Melissa Ann Steffen, 49 anni, emigrati in Spagna dalla Germania nel 2021, è stata arrestata nell’aprile del 2025 dopo che si è scoperto che tenevano in quarantena il figlio di 10 anni e i due gemelli di 8 anni in una casa in affitto vicino alla periferia di Oviedo.
Marito e moglie, accusati di violenza domestica con abusi psicologici abituali, abbandono di minore e sequestro di persona, sono stati condannati a due anni e dieci mesi di reclusione, ma assolti dall’accusa di sequestro di persona. Ai genitori è inoltre vietato comunicare con i figli o esercitare i propri diritti genitoriali per i prossimi tre anni e mezzo, e dovranno anche risarcire ciascun figlio con 30.000 euro.
I pubblici ministeri hanno accusato i genitori di aver tenuto i figli rinchiusi in casa per quattro anni, privandoli di istruzione, condizioni igieniche adeguate, cure mediche appropriate e normali interazioni umane.
«Non sono mai usciti di casa, nemmeno nel giardino, per quasi quattro anni a causa del timore infondato che gli imputati nutrivano e che avevano instillato nei loro figli, di poter essere infettati da qualcosa», ha sostenuto il pubblico ministero, secondo quanto riportato da SUR In English.
«Gli imputati non hanno mai iscritto i figli a scuola in Spagna e questi hanno imparato da soli o con l’aiuto dei genitori, con il risultato che i figli più piccoli, che avevano otto anni quando sono stati ritrovati, non sapevano né leggere né scrivere (…) Inoltre, i bambini non hanno ricevuto alcun controllo sanitario: l’ultima volta che sono stati visitati da un medico è stato nel 2019, e sono stati gli imputati a doversi occupare della diagnosi e del trattamento dei loro problemi quando si sono presentati».
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La scoperta dei bambini nella casa è avvenuta dopo che un vicino ha segnalato di aver sentito voci e urla di bambini provenire dall’abitazione, senza però vederne alcuno.
Durante la sorveglianza dell’abitazione, la polizia ha notato cumuli di immondizia in fondo alle scale che, a loro dire, sembravano «essere stati gettati giù dal piano superiore e mai portati all’esterno».
Quando la polizia è entrata in casa, ha constatato: «non avevano televisione, né dispositivi elettronici per i bambini, quasi nessun gioco, nemmeno scarpe della loro misura; le scarpe che avevano erano della stessa misura che portavano quattro anni prima, quando erano arrivati».
I bambini dormivano in culle troppo grandi per loro, e secondo l’accusa presentavano problemi di controllo della vescica e dell’intestino a causa dell’uso prolungato dei pannolini.
«I bambini camminavano curvi, con le gambe arcuate, avevano difficoltà a salire e scendere le scale e presentavano irritazioni cutanee e onicomicosi», ha dichiarato il pubblico ministero.
«Uno di loro aveva una leggera gobba. Quando sono usciti, una volta scoperta la loro situazione, i bambini sono rimasti sorpresi dall’ambiente circostante».
Una volta usciti di casa, i bambini sarebbero rimasti disorientati dal mondo esterno, e la polizia ha riferito: «Toccavano l’erba, respiravano come se non l’avessero mai fatto prima in vita loro, hanno visto una lumaca e ne sono rimasti completamente affascinati», secondo quanto riportato da El País. All’interno del centro di detenzione minorile, i ragazzi sono stati descritti come «affascinati dalla televisione» e stanno ricevendo cure psicologiche.
La difesa dei genitori ha sostenuto che questi non avessero rinchiuso i figli per cattiveria, bensì per una «paura insormontabile» del virus COVID.
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Immagine generata artificialmente
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