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Storia

L’ideologia dei banderisti

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Stepan Bandera era un agente della Gestapo che ha lasciato solo memorie di massacri e torture, cui ha personalmente sovrinteso e che taluni valutano positivamente. Dmytro Donstov invece era – ed è tuttora – il teorico di riferimento dei nazionalisti ucraini. Donstov ha inventato il razzialismo ucraino, nonché concepito il fanatismo dei nazionalisti ucraini quale arma.

 

 

Nei precedenti articoli ho riassunto la storia del movimento banderista, dal periodo tra le due guerre a oggi. Ora vorrei affrontare il tema dell’ideologia da cui trae ispirazione.

 

Il pensatore cui fanno riferimento, ieri come oggi, è Dmytro Donstov (1883-1973). Benché morto in Canada e tumulato negli Stati Uniti, le sue opere non sono state tradotte, ma i suoi discepoli ce le hanno fatte conoscere. I suoi libri si trovano solo nelle librerie ucraine, quindi non è conosciuto all’estero. In Ucraina, dopo un lungo periodo di oblio, Donstov è negli ultimi anni diventato uno degli autori più venduti.

 

Nutrendosi, come i nazisti, della personale interpretazione di Nietzsche, Dmytro Donstov auspicava la nascita di un «uomo nuovo», dotato di «una fede ardente e d’un cuore di pietra», che non teme di distruggere senza pietà i nemici dell’Ucraina. Teorico del «nazionalismo ucraino integrale», ha elaborato una filosofia in cui tutto ciò che è nazionalista deve contrapporsi alla Russia e agli ebrei.

 

Donstov voleva creare un popolo d’élite, ben distante dall’«egalitarismo degli schiavi» della Rivoluzione d’Ottobre, e dagli «ideali universali» della Rivoluzione francese.

 

Sosteneva che l’immaginario dei veri ucraini deve «nutrirsi della leggenda della battaglia finale», del «rifiuto di ciò che è» e dell’«affascinante immagine della catastrofe che produrrà innovazioni». I veri ucraini devono servire «un ordine categorico» con «spericolata obbedienza».

 

Secondo Donstov, il «nazionalismo ucraino» si caratterizza per:

 

– «L’affermazione della volontà di vivere, di potenza e di espansione». Promuove infatti «il diritto delle razze forti di organizzare popoli e nazioni per rafforzare la cultura e la civiltà esistenti».

– «Il desiderio di combattere e la consapevolezza del suo limite estremo» (tesse le lodi della «volontà creatrice della minoranza capace d’iniziativa»).

 

Le peculiarità del nazionalismo ucraino sono:

 

– «il fanatismo»;

– «l’immoralità».

 

Il fanatismo rinvia al carattere religioso della teoria. Donstov afferma che il fanatismo rende invincibili i guerrieri. Quindi è perfettamente logico che, dopo la seconda guerra mondiale, Stepan Bandera e Yaroslav Stetsko abbiano accettato di lavorare a Monaco con la società segreta dei Fratelli Mussulmani; ed è altrettanto coerente che nel 2007 alcuni loro discepoli abbiano costituito con gli jihadisti ceceni un fronte antirusso.

 

Il pensiero iniziale di Donstov non s’ispirava al fascismo italiano o al nazionalsocialismo tedesco, sembrava piuttosto caratterizzato da ragionamenti analoghi a quelli degli ustascia croati, della Guardia di Ferro rumena, del Glinka slovacco, dell’Oboz Narodowo-Radykalny polacco.

 

Entrato in contatto con i nazisti, Donstov cominciò a ispirarsi a una geografia e a una storia mitiche. I «veri ucraini» sarebbero di origine scandinava o protogermanica e discenderebbero dai Variaghi, tribù vichinga della Svezia. I loro antenati avrebbero fondato la città di Novgorod in Russia e sottomesso gli slavi russi.

 

In questa mitologia i «nazionalisti ucraini» rappresentano il Bene, i «moscoviti» il Male. È perciò assolutamente normale che l’icona del Partito Svoboda (Libertà), la deputata Irina Farion, molto prima dell’intervento militare russo dichiari: «Siamo venuti a questo mondo per distruggere Mosca».

 

 

Nel 2015 il presidente Petro Poroshenko e il primo ministro Arseni Yatsenjuk fecero votare un complesso di leggi, che da un lato vietavano i simboli comunisti e nazisti e dall’altro riabilitavano i simboli banderisti. Siccome più nessuno s’ispirava al nazismo, di fatto si sono voluti distruggere i monumenti celebrativi della vittoria dell’Armata Rossa sui nazisti per sostituirli con altri in onore di Stepan Bandera – sebbene responsabile dell’uccisione di 1,6 milioni di compatrioti – e della sua guida intellettuale, Dmytro Donstov.

 

All’epoca il Consiglio d’Europa criticò queste leggi di «disintossicazione dal comunismo» perché gettano genericamente discredito su dei regimi, di cui però non specificano gli atti da condannare.

 

Fu grazie a queste leggi che la parola d’ordine dei banderisti, «Gloria all’Ucraina!», entrò nel discorso ufficiale. Ovviamente non ho nulla contro questo slogan in sé, come non ce l’ho con il grido dei mussulmani «Allah Akbar!», al cui significato letterale, «Dio è grande!», non riesco più a pensare dopo averlo sentito cantare dagli jihadisti che volevano sgozzarmi. È il significato che gli attribuiscono gli jihadisti a ossessionarmi.

 

Ed è altresì logico che l’Ucraina si sia dotata di un dispositivo giuridico che legalizza una certa forma di discriminazione razziale. Il 21 luglio 2021 il presidente Volodymyr Zelensky ha firmato una legge, da egli stesso presentata, sui «popoli autoctoni di Ucraina», che stabilisce che tatari ed ebrei caraiti «godono pienamente di tutti diritti dell’uomo e di tutte le libertà fondamentali» (sic).

 

Il testo, apparentemente magnanimo, in realtà non lo è affatto perché interpretato per difetto. Completa, infatti, i testi che riconoscono i diritti degli ucraini di origine scandinava e protogermanica. Di fatto è utilizzato nei tribunali per negare i diritti agli ucraini che non rientrano né nella definizione generale né in una di queste minoranze, ossia agli ucraini di origine slava. Questi ultimi non possono far valere davanti a un tribunale il «diritto di godere pienamente di tutti i diritti dell’uomo e di tutte le libertà fondamentali».

 

Il 20 marzo 2022, in un video diffuso sull’account Telegram, il presidente Volodymyr Zelensky ha dichiarato: «Ogni attività di politici che si adoperano per dividere la società o collaborano con il nemico non avrà successo, otterrà solo una severa risposta». Il presidente ucraino ha infatti messo fuori legge 11 partiti politici (Piattaforma di opposizione-per la Vita, Partito di Charij, Nachi, Blocco d’opposizione, Opposizione di sinistra, Unione delle forze di sinistra, Derzhava, Partito socialista progressista d’Ucraina, Partito socialista d’Ucraina, Socialisti, Blocco di Volodymyr Saldo). La maggior parte di questi partiti non era rappresentato nella camera unica, la Verkhovna Rada, ma la Piattaforma di Opposizione-Per la vita era la seconda formazione del Paese. Nelle ultime elezioni aveva infatti ottenuto il 13% dei voti e conquistato 43 seggi su 450.

 

Il 20 marzo il presidente Zelensky ha anche firmato decreti che mettono al bando per cinque anni tre reti televisive di opposizione, già «sospese» da diversi mesi. Il presidente ha inoltre fuso le rimanenti reti televisive in un unico network, controllato dal Consiglio di Sicurezza e di Difesa.

 

Con ogni evidenza in Ucraina non c’è più libertà di espressione, né per politici né per giornalisti. La democrazia ucraina è morta, non già a causa dell’intervento russo, ma per volontà del suo stesso governo.

 

Il 5 maggio 2022 è stato istituito il Consiglio per lo Sviluppo delle Biblioteche, che segnatamente dovrà pronunciarsi sui libri russi che sovraccaricano gli scaffali. Il ministro della Cultura e della Politica dell’Informazione, il giornalista Oleksandr Tkachenki, ha dichiarato che potrebbero diventare materia prima per stampare libri ucraini su carta riciclata.

 

Gli autodafé sono un grande classico delle dittature. In questo caso non si bruceranno i libri in pubblico, ma se ne riciclerà la carta. Un autodafé meno spettacolare ma più ecologico.

 

E ora parliamo di come gli ucraini fanno la guerra. Colpisce una particolarità dell’esercito ucraino: i corpi dei soldati morti in combattimento non vengono ricuperati. Tutti gli eserciti del mondo lo fanno, anche correndo gravi pericoli. Il dare degna sepoltura ai soldati morti è considerato necessario. Non farlo avrebbe conseguenze disastrose sul morale dei soldati. Ma allora perché l’esercito ucraino si comporta diversamente?

 

Se interpreto bene il pensiero di Dmytro Donstov, si tratta della preparazione del combattimento escatologico tra Bene e Male. Secondo la mitologia scandinava, quando i Variaghi combattevano, le valchirie scendevano sul campo di battaglia cavalcando lupi. Decidevano quali valorosi vichinghi sarebbero morti. Poi portavano le loro anime nel Valhalla a formare l’esercito dell’«ultima battaglia». Le vittime cadute sul campo d’onore non erano più vittime del fato, ma prescelte per un destino glorioso.

 

Quest’ideologia improntata al sacro rinvia alla «preghiera dei nazionalisti ucraini», scritta nel 1922 da Josef Mashchak. È insegnata e recitata nei campi giovanili dei banderisti. È al cuore delle cerimonie dell’ordine segreto Centuria, che i banderisti hanno introdotto negli eserciti della NATO.

 

La guerra dei «nazionalisti ucraini» contro gli slavi è appena cominciata.

 

 

Thierry Meyssan

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

Immagine di Олег.Н via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); immagine modificata

 

 

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Storia

San Marco e gli innamorati. La storia dei «bócołi»

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La festa di San Marco, che si celebra oggi 25 aprile, a Venezia reca seco una storia romantica e struggente, rivissuta ancora oggi con la tradizione dei bócołi.

 

Si tratta di una delle usanze più romantiche e antiche della Serenissima. In lingua veneziana, bócoło significa «bocciolo di rosa», e la consuetudine vuole che gli uomini regalino alle donne amate – mogli, fidanzate, madri, figlie o sorelle – un bocciolo di rosa rossa.

 

Le origini affondano in una leggenda medievale che risale al IX secolo, ai tempi del doge Orso I Partecipazio. La bellissima Maria, detta Vulcana per i suoi capelli rosso-fiamma, figlia del doge, si innamorò di Tancredi, un giovane di umili origini, epperò assai valoroso e coraggioso. L’amore era corrisposto, ma il padre ostacolava l’unione a causa della differenza di rango.

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Vulcana consigliò allora a Tancredi di partire per la guerra contro i Mori, al fianco dei paladini di Carlo Magno, per conquistare gloria e meritare il consenso paterno.

 

Tancredi si distinse in battaglia, ma fu ferito mortalmente in un roseto. Prima di spirare, colse un bocciolo di rosa e lo bagnò con il proprio sangue, affidandolo all’amico Orlando perché lo consegnasse a Vulcana come estremo pegno d’amore. Il 25 aprile, giorno di San Marco, Orlando portò il fiore alla fanciulla. Vulcana, straziata dal dolore, strinse il bòcolo insanguinato al cuore e morì quella stessa notte.

 

Da allora, il bocciolo di rosa rossa divenne simbolo dell’amore puro, eterno e che «si apre alla vita come un fiore al sole», capace di sfidare anche la morte.

 

Tale tradizione non riguarda solo le coppie: nella Venezia antica si estendeva a tutte le donne della famiglia, simbolo di affetto e rispetto. Ancora oggi, nonostante la modernità, molti veneziani mantengono viva l’usanza, trasformando le calli e i campielli in un tripudio di rose rosse il 25 aprile. Il bócoło rappresenta la passione, la fedeltà e la resilienza della Serenissima, ma dovrebbe essere un simbolo di amore e sacrificio globale.

 

Se poi qualcuno oggi vuole sorbirsi le fiabe della Repubblica, prego. Ammille ce n’è….

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Politica

Uomo replica il cancello di Auschwitz: arrestato

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La polizia tedesca ha arrestato un uomo sospettato di aver eretto strutture a tema nazista nei pressi della città di Eggenfelden. Lo riporta la stampa locale.   Nel giro di un mese, in città sono comparse due strutture in legno recanti simboli nazisti. Alla fine di marzo, una grande replica dei cancelli del campo di concentramento di Auschwitz, completa del famigerato slogan «Arbeit macht frei» (Il lavoro rende liberi), è stata collocata davanti all’ufficio delle imposte locale. Presentava diverse svastiche, con la «B» dell’iscrizione capovolta, a imitazione dell’originale.   Creata nel 1940 dal fabbro polacco Jan Liwacz, sulla scritta la lettera «B» nel termine «Arbeit» fu infatti saldata al contrario, interpretata da alcuni come un atto di resistenza silenziosa. La scritta comparve per la prima volta nel 1933 nel campo di concentramento Dachau, dove – anche se oggi ciò è per qualche ragione dimenticato – fu internato un gran numero di clerici cattolici, come testimoniato nel libro, un tempo noto ma ora andato in oblio Christus in Dachau (1957).   La Polizei ha avviato un’indagine dopo il ritrovamento della ignominiosa scritta che ricorda la tragedia ebraico-eurotedesca.

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Una seconda installazione è apparsa il 13 aprile: una struttura nera simile a un camino, che ricorda un forno crematorio, con la scritta «Zyklon B» e contrassegnata da rune delle SS, collocata in un parcheggio riservato ai disabili all’esterno dello stesso edificio. Lo Zyklon B era un agente fumigante a base di acido cianidrico, utilizzato originariamente come insetticida e tristemente noto come il gas letale impiegato dalla Germania Nazista per lo sterminio di oltre un milione di ebrei, principalmente nei campi di Auschwitz e Majdanek. La sostanza fu inventata da Fritz Haber (1868–1934), chimico di padre ebreo, allievo del professor Robert Bunsen (quello del fornelletto), vinse nel 2018 il premio Nobel per il processo di sintesi dell’ammoniaca ed è considerato come il padre delle armi chimiche.   Il quotidiano Passauer Neue Presse ha riferito venerdì che il sospettato è un cittadino polacco di 33 anni residente in Baviera. È stato arrestato giorni dopo il secondo episodio, quando gli investigatori hanno confrontato le sue impronte digitali con quelle rinvenute sull’edificio.   Ulteriori simboli hitleristi sarebbero stati rinvenuti nel suo appartamento. È accusato di incitamento all’odio e di utilizzo di simboli incostituzionali, reati punibili con lunghe pene detentive e multe secondo la legge tedesca. Le autorità non hanno rivelato ulteriori dettagli sulla sua identità o sul suo movente, e non è ancora chiaro perché abbia preso di mira l’ufficio delle imposte.   Gli episodi hanno suscitato la condanna pubblica. Il sindaco locale, Martin Biber, li ha definiti «sfacciati e disgustosi» e un «insulto alla società». Ha fatto notare la consistente popolazione immigrata della città – considerata un possibile fattore alla base dell’accaduto – ma ha sottolineato che i residenti sono ben integrati e che non vi è «una scena di estrema destra evidente». Un gruppo locale, la «Colorful Action Alliance for Democracy», ha organizzato una manifestazione per condannare gli episodi, definendoli «la strumentalizzazione della sofferenza storica».   Dati recenti mostrano un forte aumento dei crimini e degli episodi di estremismo di destra che coinvolgono simboli nazisti in Germania: quasi 37.000 nel 2025, quasi il doppio della media annuale tra il 2015 e il 2022. La maggior parte è classificata come «reati di propaganda», come l’esposizione di svastiche o slogan vietati, sebbene molti riguardino anche crimini d’odio contro i migranti.

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Come riportato da Renovatio 21, vi sono però anche casi fraudolenti, come quello nel Nord Reno-Westfalia del consigliere comunale di origini cingalesi che aveva inscenato un atto di vandalismo hitlerita contro la sua automobile.   La frase «Arbeit macht frei» non è stata coniata dai nazisti, ma deriva dal titolo di un romanzo del XIX secolo dello scrittore, erudito, linguista, etnologo e pastore tedesco Lorenz Diefenbach. Il suo grande significato sindacale e marxista non è mai stato sottolineato da nessuno, né ovviamente riutilizzato neanche in parafrasi. Lo scrittore torinese Primo Levi, sopravvissuto dei campi per poi morire suicida dopo il successo letterario, riteneva che il motto era un’umiliazione suprema che indicava come la vera libertà fosse solo la morte.   Non è chiaro se la furia contro l’espressione arriverà un giorno a censurare anche la canzone (con l’album omonimo) dell’antico gruppo prog-rock italiano Area, Arbeit Macht Frei (1972) edito dalla leggendaria Cramps Records.     «Nelle tue miserie / riconoscerai / il signifcato di un Arbeti macht Frei» canta, tra diplofonie uniche, l’indimenticato cantante del gruppo, il greco Demetrio Stratos, già collaboratore del dipartimento di Glottologia dell’Università di Padova per le sue doti foniche.   «Tetra economia / quotidiana umiltà / ti spingono sempre verso / Arbeit macht Frei».  

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Immagine di Jochen Zimmermann via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic 
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Intelligence

La banca vaticana, Gladio e la lotta al comunismo: dalla CIA al traffico di droga

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L’Istituto per le Opere di Religione (o IOR, acronimo con cui è divenuto notissimo), venne creato il 27 giugno del 1942 da Papa Pio XII (1876-1958) e Bernardino Nogara (1870-1958), con lo scopo di salvaguardare e amministrare le proprietà della Santa Sede utili al lavoro religioso e di carità. La banca del Vaticano, avendo sede in una nazione sovrana non ha modo di essere obbligata a porre rimedio ad alcuna violazione di legge internazionale né a dover presentare alcuna fonte dei suoi depositi. 

 

Costituendo una entità a sé stante all’interno del Vaticano e non avendo legami con nessun altro organo della Chiesa è stata ritenuta «la più segreta banca del mondo». Lo IOR è al centro delle speculazioni di un fortunato saggio storico sul sistema Stay Behind americano in Europa, Operation Gladio di Paul L. Williams.

 

Secondo Williams, Nogara che ne divenne il primo presidente, l’avrebbe diretta con l’abitudine di distruggere regolarmente i documenti riguardanti le transazioni senza lasciare alcuna traccia. Anche nei report annuali, composti da lunghissimi ed esaustivi elenchi di dare ed avere non sarebbe stato menzionato in nessun caso alcuna posta referente allo IOR, portando costantemente gli eventuali investigatori ad un inevitabile punto morto. 

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Grazie a questa sua peculiare organizzazione il Vaticano divenne luogo perfetto per assurgere a collegamento discreto tra gli obiettivi americani e quelli della Santa Sede. Il cardinale Francis Spellman (1889-1967) dagli Stati Uniti, ebbe a commentare che il destino italiano sarebbe dipeso dalle imminenti elezioni del 1948 e dal conflitto tra comunismo e cristianesimo, tra libertà e schiavitù. Lo stesso cardinale si prodigò a far giungere in Italia una cascata di messaggi radio dalle celebrità americane come Frank Sinatra, Bing Crosby e Gary Cooper esortando il popolo italiano a supportare la Democrazia Cristiana contro l’ascesa del comunismo. 

 

Sempre secondo Williams nei mesi precedenti l’epocale elezione italiana, la CIA indirizzò ben sessantacinque milioni di dollari neri verso la banca vaticana. Il denaro sarebbe stato recapitato ain contanti a mano dentro delle grosse valigie dai membri dell’organizzazione di Lucky Luciano (1897-1962). Operation Gladio scrive che la fonte del denaro sarebbe rimasta l’eroina fornita da una nota industria farmaceutica torinese. Smerciata in seguito attraverso espedienti come cioccolatini o frutta ripieni dell’oppiaceo raffinato, sarebbe stata spedita negli States attraverso lo sdoganamento negli accondiscendenti porti cubani gestiti dalla malavita italoamericana di Santo Trafficante. 

 

Da Cuba l’eroina sarebbe stata tagliata con lo zucchero prima di essere trasportata ai distributori di New Orleans, Miami e New York. La CIA aveva aiutato la logistica creando delle rotte sicure assieme alla International Longshoremen’s Association, i sindacati americani rappresentanti gli scaricatori di porto. Una volta giunta in terra ferma, l’eroina, sarebbe stata gestita da Jimmy Hoffa e altri leader dell’International Brotherhood of Teamsters, il sindacato degli autotrasportatori degli Stati Uniti e del Canada con l’aiuto delle società di trasporti di proprietà della mafia italoamericana. 

 

L’anno successivo delle elezioni italiane del 1948, Iosif Stalin (1878-1953) creò il Consiglio di mutua assistenza economica, un organo pensato per controllare l’unione economica tra Unione Sovietica, Bulgaria, Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia e Romania. La CIA avrebbe scelto in risposta di estendere il suo supporto alle forze politiche anticomuniste e alla rete Stay Behind inondando il sistema clandestinamente con milioni di dollari derivanti dal narcotraffico depositati da membri della cosca mafiosa di Don Calò, Calogero Vizzini, (1887-1954) nelle banche cattoliche, incluso il Banco Ambrosiano.

 

Nel 1949 Pio XII emise un decreto solenne nel quale dichiarava che avrebbe scomunicato non solo i membri della chiesa che avessero partecipato o favorito il Partito Comunista ma anche qualsiasi cattolico si fosse macchiato della pena di leggere o diffondere materiale inneggiante al comunismo. Secondo Williams il Vaticano avrebbe continuato a stringere i contatti con la CIA al punto di arrivare a ricevere ogni anno 20 milioni di dollari in aiuti economici e in cambio sarebbe stato chiesto di mantenere una tavola rotonda vaticana custodita da James Jesus Angleton (1917-1987), futuro satrapo del controspionaggio americano. 

 

Tali incontri periodici, scrive il saggio, avrebbero garantito agli statunitensi informazioni preziose provenienti dalle nazioni del blocco orientale attraverso gli ultimi canali ormai rimasti disponibili, quelli dei nunzi apostolici. Strategie per indebolire in tutto il mondo partiti e movimenti filo sovietici sarebbero stati decisi qui, tra la Santa Sede e Langley. Le talpe presenti in vaticano sarebbero statte individuate e le azioni dei preti progressisti, particolarmente quelli dell’America Latina, ostacolate in seguito a provvedimenti presi in questo esclusivo gruppo decisionale.

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Williams racconta come molti membri dell’Intelligence americana in quegli anni divennero parte del Sovrano Militare Ordine di Malta. Tra questi si sarebbero da annoverare Angleton, William Casey (1913-1987), William Colby (1920-1996) e John McCone (1902-1991) tutti futuri direttori della CIA. Il Generale Vernon Walters (1917-2002) vicedirettore della CIA sotto George H. W. Bush (1924-2018), Alexander Haig (1924-2010) generale della NATO e futuro segretario di Stato di Ronald Reagan (1911-2004), il citato padre dei servizi americani William «Wild Bill» Donovan e l’ex superspia nazista Reinhard Gehlen (1902-1979) stesso. 

 

Di lì a poco però la succitata industria farmaceutica torinese prestatasi allo scopo come prima fornitrice di purissima eroina avrebbe dovuto fermare la produzione clandestina. Il decano della lotta alla droga americano Harry Jacob Anslinger (1892-1975) indicò per primo una quantità fuori dalla norma prodotta in Italia e con le sue indagini riportò ordine.

 

Lo schema messo in piedi avrebbe rischiato quindi di saltare sul più bello. Si sarebbe reso necessario trovare un nuovo fornitore e dei nuovi laboratori per far si che il Magnum Opus potesse compiersi e che nuovamente i prodigiosi flussi di narcodollari potessero tornare a scorrere verso conti bancari cattolici italiane. 

 

Marco Dolcetta Capuzzo

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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