Arte
Sopravvivere come Clark Kent
Scena 1: siete al parco con i bambini. Si avvicina una ragazza che conoscete, madre di una bambina che è sullo scivolo con i vostri figli. In effetti non la vedevate da tempo. La chiacchiera cade sul discorso scuole, e convenite che non vedete l’ora che tutto torni normale. La signora aggiunge un particolare spiazzante: in questo 2020-2021 non ha mandato la bambina a scuola. Radicale, pensate voi, grandissima: homeschooling duro e puro, no compromise. «Eh, questa cosa delle mascherine a scuola», abbozzate ancora cauti. «Sì, infatti – dice la ragazza – il fatto che esistano bambini che non le portano o le portino sotto il naso è intollerabile… In generale, io non la ho mandata a scuola perché si contagia certamente, non mi fido di nessun bambino, neanche con la mascherina». Voi, che avete lottato dai tempi della legge Lorenzin contro la deriva dittatoriale della Sanità, partecipando a manifestazioni, conferenze, leggendo articoli e libri, animando chat su ogni possibile app russa e americana, creando siti, voi, davvero, cosa volete rispondere? La signora non ne sa nulla ovviamente, non lo può immaginare, non sa chi siete veramente – e non sa cosa sta dicendo. Davvero: come reagire?
La nostra esistenza è diventata la risalita di un salmone nel fiume ghiacciato del consenso vaccinale (e nazisanitario, e biosecuritario) globale. Ogni altra forma di vita segue la corrente, e non vede l’ora di essere gettata nell’oceano – anche se non ha idea di cosa vi troverà
Scena 2: siete al telefono con un fornitore. L’argomento cade sui vaccini: «appena possono me lo faccio subito», dice il signore, «anche se fosse acqua fresca, anche se fosse qualsiasi cosa», perché «vojo torna’ alla vita de prima»… E giù, a dire del cinema, il ristorante, le vacanze, gli amici. Degluttite. Lo risentite mesi dopo, nel frattempo il vaccino è arrivato. Lui però non lo fa, lo fa la moglie, perché lavora in una di quelle considerate intelligentemente «categorie a rischio», un’insegnante che praticamente non vede nessuno perché in DAD dal 2020. Le capita l’AstraZeneca. Dopo qualche giorno, la signora avverte un dolore alla gamba, ad un certo punto non riesce più a muoverla. Il vostro fornitore è sconvolto «ma com’è possibile?». La moglie fa punture di eparina da giorni, ma i livelli non si abbassano abbastanza. Il rischio che si immaginano costantemente, vi dice il fornitore, è che un trombo le venga al cervello, magari mentre dorme, e «ciao ciao». Vi racconta del calvario personale: in realtà la gente comincia ad evitarla, nessuno dà solidarietà, nessuno se ne vuole occupare veramente, nemmeno, in certi ambienti ne vuole parlare: capisce perfino che il suo caso è diventato un’anomalia che il sistema non può tollerare se vuole continuare a propalare l’idea che «il vaccino è la strada maestra» per uscire dalla «pandemia». Il fornitore vi dice: io, a questo punto non lo farò – ma quale consenso informato. Voi, che avete studiato articoli sulle anomalie e incongruenze di quel vaccino già ai tempi in cui i test uscivano sballati perfino sulle scimmie, come decidete di reagire? Cosa gli dite?
Scena 3: Avete degli zii eccezionali. Vivono vicino a casa. I vostri figli passano molto tempo da loro, che essendo in pensione non vedono loro di donare parte delle loro giornate a quella che è la parte più rilevante della loro discendenza. Voi amate i vostri zii, e i vostri zii vi amano. Avete condiviso tutto. Essi sanno che avete rifiutato i vaccini ai vostri figli, pagandone il prezzo, già anni fa. Essi sanno del vostro impegno in quest’idea non conforme che è l’antivaccinismo. Anzi, a volte si sono pure fatti convincere: guardando il TG, certe volte, spiegato loro qualche truccato, hanno convenuto: «sì, ci raccontano balle! Quante ce ne raccontano». Poi un bel giorno vi dicono: «ho prenotato il vaccino». Cosa? «Sì, Astrazeneca, me lo fanno il giorno X». Degluttite. Poche ore dopo, l’AstraZeneca viene ritirato. Per qualche ora però, perché poi lo rimettono in circolo. Voi sperate: adesso come possono non capire? Adesso annulleranno l’appuntamento, dai! «No, andiamo lo stesso, ma gli diciamo che l’AstraZenca non lo vogliamo, me ne diano un altro». Il giorno arriva, fanno il Pfizer. Voi che per anni avete segnalato i morti e i menomati da tutti i vaccini, mRNA o meno, COVID o meno, cosa fate? Come reagite? Vi pentite di non aver tirato fuori qualche tabella? Di non avergli inoltrato su Whatsapp qualche articolo in più? Di non averli iscritti al canale Telegram giusto?
Se siete no-vax o semplicemente persone che sanno osservare la realtà – e magari da anni prima del virus di Wuhan – la vostra vita non può non essere diventata un occultamento continuo della vostra identità
Potremmo andare avanti con centinaia di altre scene così, perché capitano più volte al giorno: la somma di esse, in realtà, ora è diventata la nostra vita. L’esistenza è diventata la risalita di un salmone nel fiume ghiacciato del consenso vaccinale (e nazisanitario, e biosecuritario) globale. Ogni altra forma di vita segue la corrente, e non vede l’ora di essere gettata nell’oceano – anche se non ha idea di cosa vi troverà.
Se siete semplicemente persone che sanno osservare la realtà, se siete etichettabili come no-vax – e magari da anni prima del virus di Wuhan – la vostra vita non può non essere diventata un occultamento continuo della vostra identità. Volete, davvero, metterla giù dura al vostro datore di lavoro sui problemi dermatologici del continuo uso di amuchina gel? Volete, davvero, provare ad entrare in banca senza mascherina (sì, un tempo lì ci entravano mascherati solo i rapinatori)? Volete, davvero, perdere una grossa fette dei vostri clienti e fornitori? Volete, davvero, litigare con gli amici ad ogni piè sospinto? Volete, davvero, separarvi dalla famiglia più di quanto già non siete stati costretti a fare dalla biodittatura? Volete perdere i vostri affetti? Volete attirare su di voi i rancori e finanche le segnalazioni alle forze dell’ordine del vostro prossimo ora puntualmente stimolato a metamorfosarsi in delatore?
«Clark Kent è il modo in cui Superman ci vede. E quali sono le caratteristiche di Clark Kent? È debole, non crede in se stesso ed è un vigliacco. Clark Kent rappresenta la critica di Superman alla razza umana»
Molti risponderanno: sì. Non abbiamo obiezioni a chi risponde così. Il massimalismo non è peccato – praticamente mai, se è dalla parte del Bene.
Tuttavia, è dell’altro caso che vogliamo scrivere qui. Il caso in cui le persone come noi si ritrovano a vivere una sorta di doppia vita, di ospitare nella propria esistenza una sorta di doppia personalità obbligata. Come, effettivamente, i supereroi dei fumetti. Quelli che adesso sbancano al cinema con filmoni fracassoni. Ognuno di essi, con poche eccezioni, vive nel segreto la sua vera identità, la sua verità: i suoi stessi poteri, la sua stessa natura sono qualcosa che va celato ad un mondo che non capirebbe.
Il supereroe porta una maschera. Lo fa per proteggere se stesso e i suoi cari, e pure per proteggere la sua stessa missione.
Noi della resistenza contro il Nuovo Ordine Iatrocratico Mondiale siamo tutti Clark Kent ora. Il problema etico, nella sindrome di Clark Kent, è fino a che punto rimanere camuffati
È in questo momento che ci viene in mente l’immane genio di Quentin Tarantino. Il quale, in un film pazzesco e riuscitissimo – Kill Bill vol. II – metteva in bocca ad un personaggio questo discorso:
«L’elemento fondamentale della filosofia dei supereroi è che abbiamo un supereroe e il suo alter-ego: Batman è di fatto Bruce Wayne, l’Uomo Ragno è di fatto Peter Parker. Quando quel personaggio si sveglia al mattino è Peter Parker, deve mettersi un costume per diventare l’Uomo Ragno. Ed è questa caratteristica che fa di Superman l’unico nel suo genere: Superman non diventa Superman, Superman è nato Superman; quando Superman si sveglia al mattino è Superman, il suo alter-ego è Clark Kent. Quella tuta con la grande “S” rossa è la coperta che lo avvolgeva da bambino quando i Kent lo trovarono, sono quelli i suoi vestiti; quello che indossa come Kent, gli occhiali, l’abito da lavoro, quello è il suo costume, è il costume che Superman indossa per mimetizzarsi tra noi. Clark Kent è il modo in cui Superman ci vede. E quali sono le caratteristiche di Clark Kent? È debole, non crede in se stesso ed è un vigliacco. Clark Kent rappresenta la critica di Superman alla razza umana»
Viviamo per il momento in cui potremo vivere apertamente la nostra natura e le nostre energie, con tutti – come peraltro prevedrebbero tutte quelle Costituzioni e diritti con i quali ci hanno tormentato per decenni
Noi della resistenza contro il Nuovo Ordine Iatrocratico Mondiale siamo tutti Clark Kent ora. Siamo costretti a nascondere la nostra vera natura, siamo coartati a divenire mansueti e persino vigliacchi nelle discussioni e al lavoro. Anche se vediamo attraverso la materia (a parte il piombo), non possiamo dirlo. Anche se conosciamo tanto più che i comuni mortali – per esempio i loschi piani di miliardari perversi come Bill Gates, pardon, Lex Luthor – dobbiamo tenercelo per noi. Anche se siamo orfani di un pianeta esploso, non possiamo raccontarlo a nessuno. E se siamo impenetrabili alle mitragliate (della propaganda massiva), non dobbiamo darlo troppo a vedere.
Il problema etico, nella sindrome di Clark Kent, è fino a che punto rimanere camuffati. Ci deve essere un momento in cui dobbiamo intervenire nell’ordine di salvare qualcuno dalla siringa di Lex Luthor. È allora che arriva la dolorosa questione delle cabine telefoniche: sono sparite. Era il luogo in cui Nembo Kid (nome con il quale per qualche ragione Superman arrivò nell’Italia dei nostri padri). Dove cambiarsi, se non nel parallelepipedo a gettoni? E poi, mica siamo fortunati come l’alieno con la mantellina rossa: ci riconoscono subito, non basta togliersi gli occhiali e pettinarsi con il gel, diventa qualcosa di molto specioso, a quel punto ammettiamo che viviamo una doppia vita, dentro di noi albergano due persone diverse, ed essere oppositori del sistema non necessariamente significa essere supereroi, anzi, per i telegiornali siamo i super-villani. Trasformarsi in seduta stante apre sul nostro prossimo ulteriori dissonanze cognitive – come se i cittadini non ne avessero abbastanza.
Viviamo per il momento in cui potremo, senza pensarci troppo, incenerire con lo sguardo le basi e gli eserciti dei cattivoni
Non abbiamo una soluzione a questo dilemma, anche noi stiamo volando a vista, senza dare tanto nell’occhio. Di certo, viviamo per il momento in cui potremo vivere apertamente la nostra natura e le nostre energie, con tutti – come peraltro prevedrebbero tutte quelle Costituzioni e diritti con i quali ci hanno tormentato per decenni.
Sì, viviamo per il momento in cui potremo, senza pensarci troppo, incenerire con lo sguardo le basi e gli eserciti dei cattivoni.
Per ora facciamo quello che possiamo, vivendo sottotraccia, operando in segreto dove bisogna farlo.
Per il momento, imparate a sopravvivere come Clark Kent. È la vostra silenziosa forma di critica di quel genere umano lasciatosi andare in quest’ora di follia
Per il momento, imparate a sopravvivere come Clark Kent. È la vostra silenziosa forma di critica di quel genere umano lasciatosi andare in quest’ora di follia.
Roberto Dal Bosco
Immagine di Siri Kaur via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)
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Patti Smith avrebbe dato in adozione sua figlia con la promessa che non fosse cresciuta cattolica. Ora è accolta dal papa
Ecco servite le immagini che tutti giornali, giornaloni, giornaletti si aspettano: Patti Smith in Vaticano, va a trovare il papa, che sarebbe puro suo concittadino chicagoano. Sono quelle notizie per le quali dovremmo provare stupore, curiosità, forse – pensano i padroni del discorso – perfino gioia.
È, crediamo, quello che spera il gesuita Antonio Spadaro, già sostenitore di pellicole che esaltano l’apostasia invece del martirio (il terrificente Silenzio di Martino Scorsese) ed autore di pensieri come «Gesù appare come fosse accecato dal nazionalismo e dal rigorismo teologico», che a dir il vero credevamo per qualche ragione messo da parte dallo stesso Bergoglio che lo aveva dapprima innalzato (lo ha fatto con tanti).
Quando quella porta si è aperta è successo qualcosa… una scintilla non priva di “siparietti”, ma anche un senso di profonda commozione e di una missione in questo mondo difficile. Due americani, due di Chicago, due figure altissime che sono voci di speranza per un mondo diviso:… pic.twitter.com/6FoJraHcla
— Antonio Spadaro (@antoniospadaro) July 31, 2026
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«Quando quella porta si è aperta è successo qualcosa… una scintilla non priva di “siparietti”, ma anche un senso di profonda commozione e di una missione in questo mondo difficile. Due americani, due di Chicago, due figure altissime che sono voci di speranza per un mondo diviso: la “sacerdotessa” del rock Patti Smith come viene chiamata, e il Santo Padre papa Leone. Una lunga udienza che è stata come una conversazione tra due persone che si scoprono vecchi amici e condividono ricordi fatti di parole e musica, di sogni, visioni e speranze di ieri e di oggi».
Il post del gesuita, tra il melenso e il pretenzioso (con qualche immancabile segno inquietante, come l’uso della parola «sacerdotessa») rappresenta, con probabilità, il più grande spreco neuronale della settimana. Ma va così.
Lo Spadaro, un tempo definito lo «spin doctor» del papa precedente, continua spindoctorare con immagini e didascalie zuccherose sino all’insulino-resistenza.
Le foto affettuose e meno protocollari (e per me indimenticabili) dell’incontro tra Papa Leone e Patti Smith 📸 qui: https://t.co/S51HxdsB9W pic.twitter.com/BPbgEwJFly
— Antonio Spadaro (@antoniospadaro) July 31, 2026
Per chi, come il lettore di Renovatio 21, intuisce che vi sono – sempre – dinamiche profonde in gioco, potrebbe scattare un senso di fastidio. Ancora di più se poi ci si ricorda di alcune cose – ma sappiamo che i giornali sono fatti, appunto, non per rammentare, ma per dimenticare.
Ad esempio, dovrebbe essere chiaro a tutti che non si tratta della prima volta che la «madrina del punk» (la chiamano così: ma a noi sembra che la sua musica sopravvalutata e scadente nulla abbia a che fare col genere) si reca in Vaticano. Con evidenza i suoi sponsores vaticani continuano a riscaldare la ministra. Forse perché le sue canzonette ebeti sono legate alla loro vita di religiosi mezzi ribelli, preti un po’ pentiti e sicuramente rovinati dalle chitarre del Concilio Vaticano II.
Noi in effetti la ricordiamo in piazza San Pietro a stringere la mano di papa Francesco fresco di elezione. L’americana, ci era rimasto impresso, aveva questa espressione caprina… Eccola invitata a suonare al concerto di Natale in Vaticano nel 2014. Un altro invito a suonare nella città-Stato nel 2021.
Nel frattempo, l’incompatibilità dell’anziana rocker con la morale cattolica era stata reiterata: nel 2018 aveva dichiarato alla stampa che «salvare la vita delle giovani donne è più importante di qualsiasi ideologia». Sapete cosa significa: la trita convinzione, profusa a piene mani da radicali e dai loro omologhi dagli anni Settanta (e che mai hanno sentito il bisogno di aggiornare), secondo cui l’aborto legale, che uccide i bambini non ancora nati, «salvi la vita» delle madri impedendo loro di morire praticando figlicidi autonomamente.
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Non solo, nel 2022, l’ugola vegliarda definì «terribile» l’annullamento della sentenza Roe v. Wade (cioè la fine dell’aborto concepito come diritto federale americano) da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti, affermando che le aveva spezzato il cuore.
Ma che importa. Oggi i monsignori pattismittisti impenitenti ci ricicciano la vecchia perfino al padiglione della Biennale di Venezia, quella attaccata dall’Europa per la presenza del Padiglione russo, che sta lì dal 1914. Capiamoci: il Vaticano, il Paese che può rivendicare il più grande ruolo nella Storia dell’Arte, con capolavori seminati nei secoli ovunque, alla Biennale Internazionale dell’Arte mostra… Patti Smith. È, sì, davvero disperante.
Vanno spese due parole sulle interazioni tra la Smith e il cattolicesimo, perché ce ne sono state, e sono spesso problematiche, quando non spaventose.
Innanzitutto, la Smith non è, come forse pensano i più, una lapsa. Non è una delle usuali ragazze cresciute nell’America cattolica che ad una certa perdono la strada, divenendo attrici, pornostar, cantanti o altre pizie della società della dissoluzione. La famiglia della Smith è… testimone di Geova.
L’attrazione per concetti cattolici apparrebbe, quindi, in qualche modo indotta da preferenze estetiche. Scrivono che si sarebbe interessata della storia dei Santi, in particolare a San Francesco, concepito come santo ambientalista – eccerto. La vedete, anche nella foto sopra, con un bel Tau francescano al collo.
Tuttavia in queste ore è un altro il riferimento, a dire il vero inquietante, che qualche giornale ha riconosciuto. La Smith avrebbe salutato Leone dicendo «hi, hi», «ciao, ciao». Si tratta di un’espressionr che aveva usato nell’oscura canzone che dava il titolo ad uno dei suoi album più noti, Wave. «Hi, hi» era l’apertura di un dialogo immaginato tra la cantante e Giovanni Paolo I, Albino Luciani, il cui papato era durato pochissimo, quanto la registrazione del disco, e che era morto quando il pezzo, angosciante, fu inciso.
Insomma, la Smith parla al papa vivo come quando parlava al papa morto.
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Riferimenti li possiamo trovare anche altrove, come nella canzone Dancing Barefoot, qualcuno definita come un «incantesimo». La canzone dice di essere dedicata alle donne, in particolare all’amante di Amedeo Modigliani, Jeanne Hébuterne (1898-1922), che si suicidò all’ottavo mese di gravidanza appena due giorni dopo la scomparsa di Modigliani.
Ebbene la canzone termina con un pezzo recitativo, le cui ultime parole sono «blessed among women», «benedetta fra le donne». Lasciamo al lettore interrogarsi su tale riferimento mariano calato in questo contesto raccapricciante.
In realtà, l’ambiente da cui proviene la Smith è molto più raccapricciante di così. In molti dimenticano che la sua carriera era partita assieme a quella del suo compagno, il fotografo Robert Mapplethorpe (1946-1989), con cui, dice, ha condiviso anni di amore e povertà a Nuova York alla fine dei Sessanta.
Mapplethorpe era cresciuto in una famiglia cattolica all’interno di una parrocchia neoeboracena. Divenuto artista dapprima vendendo bigiotteria a tema religioso, era inserito, con la sua girlfriend, in quel milieu culturale dove spopolava la «Factory» di Andy Warhol. Si racconta che lui e la Smith si considerassero «muse» l’uno dell’altra.
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Più avanti, come fotografo, vi fu la svolta. I suoi scatti lo rendono, ancora oggi, famosissimo, ma a guardarli ci si chiede cosa c’entri Patti con lui, visto che si tratta di foto che non è nemmeno possibile definire «omoerotiche»: sono foto di pornografia omosessuale anche violentissima (al punto, in un episodio famoso, che la polizia britannica chiese lo strappo di alcune pagine di un suo libro in una biblioteca), immagini invero rivoltanti che, scrivono antisetticamente le storie dell’arte e pure l’enciclopedia online, «documentano ed esaminano la sottocultura BDSM gay maschile di New York City tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta».
Per chi non lo sapesse, il BDSM sta per «bondage, discipline, dominance and submission, sadomasochism», ossia la sottocultura organizzata attorno alla perversione del sadomasochismo. In pratica, il moroso della Smith – che non disdegnava di autofotografarsi con i cornetti, talvolta pure con corna di capro o simili – contribuì più di chiunque altro allo sdoganamento, con la scusa dell’arte, della parafilia più indegna e violenta, oggi bellamente accettata dalla società e interamente visibile nei gay pride: prima che per le strade della vostra città, omosessuali al guinzaglio erano finiti nelle mostre e nei cataloghi di Mapplethorpe.
Il quale non è che si limitasse a fare foto. Nel suo libro di memorie Taking Woodstock (poi divenuto pellicola per la regia di Ang Lee), lo scrittore gay Elliot Tiber racconta di un incontro in cui Robert Mapplethorpe lo prelevò in una sauna di Nuova York e lo portò in un loft per un rapporto sessuale sadomasochista sotto una bandiera nazista con la svastica. L’estetica hitlerista, lo sappiamo, eccita non poco alcuni omosessuali, specie quelli con certe pulsioni di degrado e dissoluzione.
La vulgata vuole che, una volta che Mapplethorpe capì il suo orientamento, il rapporto amoroso con la Smith cessò, tramutandosi in una amicizia durata sino alla sua morte nel 1989, causata, non un dettaglio scioccante, dall’AIDS. Nella sua autobiografia Just Kids, la Smith sostiene che inizialmente nutriva l’idea romantica di poterlo salvare dalla sua attrazione per gli uomini, e di essere stato emotivamente sopraffatta quando lui le rivelò la sua omosessualità e si unì alla comunità gay. Non si capisce allora, ma questi siamo noi, come possa aver continuato l’amicizia, anche quando, vista la sua arte, era chiaro quale strada terrificante il ragazzo stesse imboccando.
Tuttavia, è un altro il dettaglio che può colpire, e non siamo in grado di giudicarne la veridicità, perché comparso in una biografia non autorizzata apparsa a fine anni Novanta. In Patti Smith: An Unauthorized Biography l’autore Victor Bockris scrive della prima figlia avuta a vent’anni in Pennsylvania dalla cantante, poco prima di trasferirsi a Nuova York e conoscere Mapplethorpe.
Secondo il libro, «nonostante le dichiarazioni successive di Patti secondo cui avrebbe avuto un parto cesareo (e una grande cicatrice a provarlo), ha detto ad almeno un’amica intima che ha avuto una nascita vaginale regolare. Indipendemente dal metodo di parto, Patti ha aderito al suo piano di dare in adozione la bambina, con il solo caveat che non dovesse essere cresciuta cattolica».
Fermo restando che siamo, sinceramente, grati a Patti di non aver ucciso la sua primogenita, non possiamo non restare sconvolti da questa informazione, che ripetiamo non sappiamo verificare, la vediamo solo riportata in questa biografia non autorizzata. Perché l’esclusione del cattolicesimo? È molto controintuitivo: la Smit, ripetiamo, non era una ragazza fuggita dall’ambiente cattolico, era una Testimone di Geova… E in un altro caso famoso, quello dell’adozione di Steve Jobs, i giovani genitori biologici, si ricorda, avevano chiesto il contrario – che i genitori adottivi del futuro inventore di Apple fossero cattolici, desiderio che fu poi disatteso.
Non sappiamo dire di più di questa strana storia, se non rimanere affranti davanti a questa ennesima iniezione di Patti Smith nel cuore della cristianità.
Non c’è chiarezza. Non appare nessun pentimento rispetto a nulla, eppure il romano pontefice è lì a stringerle la mano, sorriderle, concederle tempo: cioè a rilanciare, presso i fedeli cattolici, il messaggio artistico ed esistenziale di Patti Smith.
Non siamo distanti, notiamo, da altri casi, alcuni dei quali allignano persino nel governo, di signore che hanno fatto cose indicibili negli anni Settanta e poi sono state cooptate dalle strutture ecclesiastiche e cattopolitiche senza che vi sia stata una minima storia di conversione.
E quindi, il quadretto è chiaro: dentro le Patti Smith, fuori i cattolici, fuori la FSSPX, con terrorismo nelle diocesi e nelle parrocchie, dove la scorsa settimana sono state fatte, in varie parti d’Italia, omelie che annunziavano la scomunica per cui i fedeli che frequentano la Fraternità – cioè, per coloro che, più che ascoltare Patti Smith, desiderano di restare cattolici.
Siamo all’inversione assoluta, con punte di parodia e di satanismo piuttosto evidenti.
Questa è Roma oggi. Questo è ciò contro cui combatteremo fino a che non sarà riportato l’ordine di Nostro Signore.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Birgit Fostervold via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata
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Elon Musk è disposto a finanziare con 100 milioni di dollari Mel Gibson per un adattamento storicamente accurato dell’Odissea
Elon Musk ha dichiarato di essere disposto a finanziare Mel Gibson con 100 milioni di dollari per realizzare un adattamento storicamente accurato dell’Odissea di Omero.
Il 22 luglio, Musk ha risposto a un post dell’utente X John Carter, il quale aveva scritto: «Voglio che Elon Musk dia a Mel Gibson 100 milioni di dollari per girare un adattamento dell’Odissea con navi, armature, armi e cast meticolosamente accurati dal punto di vista storico, con tutti i dialoghi tratti direttamente dal poema originale e recitati in greco omerico».
Musk ha risposto dicendo: «Ci sto».
Nel frattempo, il magnate aveva anche approvato il tentativo fatto di qualcuno in rete di fare un’Odissea storicamente accurata usando i video generati dall’Intelligenza artificiale di Musk, Grok.
Before this year ends, Grok Imagine will make a full-length movie of The Odyssey that is historically accurate and true to the art of Homer https://t.co/bVHzUmY9WN
— Elon Musk (@elonmusk) July 22, 2026
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L’adattamento dell’Odissea di Christopher Nolan è stato duramente criticato, soprattutto per la scelta di un cast «woke» incentrato su diversità, equità e inclusione (DEI), che include un ruolo per Ellen Page, un tempo celebre attrice giovane che ora sostiene di essere un uomo di nome Elliot, che interpreta per qualche ragione il ruolo di Sinone, che nel poema omerico nemmeno appare, essendo invece un personaggio dell’Eneide di Virgilio. Il film è stato inoltre oggetto di critiche per numerose inesattezze storiche, come l’utilizzo di armature non adatte al periodo in cui è ambientata la storia.
Al centro delle critiche vi è pure la scelta di casting che vede l’attrice nerissima Lupita Nyong’o nel ruolo di Elena di Troia (definita da Omero «dalle bianche braccia»). Vi sono state inoltre critiche per i costumi e le armature, attaccati per scarsa accuratezza storica rispetto all’età del bronzo.
Elon Musk, che ha definito Nolan un «razzista anti-bianco». Nolan ha liquidato le polemiche definendole «irrilevanti», sottolineando che nascono prima che il pubblico veda il film e ricordando le critiche già affrontate con il suo Batman. Nonostante le discussioni online, il film ha comunque ottenuto un discreto di pubblico.
Alcuni sostengono che il Nolan abbia piazzato attori di colore e transessuali solo per ottenere i punteggi necessari per ottenere dei premi Oscar.
Non è chiaro se la promessa di Musk costituisca un’offerta definitiva a Mel Gibson. Tuttavia i film di Gibson, d’altro canto, sono lodati per la loro accuratezza storica, come La Passione di Cristo, in cui gli attori parlano in aramaico e latino, secondo la pratica in uso nella Terra Santa nel I secolo. Nel kolossal Apocalypto, diretto da Mel Gibson e ambientato nel 1511 in America Latina, tutti gli attori sono nativi americani che parlano solo la lingua maya.
Anche se Musk avesse offerto di finanziare la versione di «L’Odissea» diretta da Gibson, non è ancora chiaro se il regista accetterebbe il progetto. Ha infatti recentemente terminato le riprese di La Resurrezione di Cristo, l’attesissimo sequel di La Passione di Cristo, la cui uscita è prevista in due parti, il 6 maggio 2027 e il 25 maggio 2028. Era stato detto due anni fa che stesse pure preparando un film sull’assedio ottomano di Malta e l’eroica resistenza dei cavalieri.
Constatando incontrovertibilmente la purezza dell’intento artistico e spirituale dei suoi lavori, Renovatio 21 definisce da tempo Mel Gibson come il più grande artista vivente.
Due anni fa Gibson aveva scritto a monsignor Viganò attaccando la cerimonia di apertura delle Olimpiadi parigine: «hanno deriso la mia Fede», scrisse l’attore e regista. Quando arrivò la scomunica a Sua Eccellenza, Gibson scrisse ancora una volta a Viganò dicendo: «spero che Bergoglio scomunichi anche me dalla sua falsa chiesa».
Mel Gibson è figlio di Hutton Gibson, personaggio noto sia nella storia dei Quiz TV che del sedevacantismo cattolico: dotato di intelligenza e memoria prodigiosa, Gibson padre, un ferroviere che aveva combattuto la Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico e testimoniato come la guerra renda gli uomini orrendi, partecipò al notorio quiz televisivo americano Jeopardy!, divenendo uno dei più grandi campioni di sempre e racimolando così il danaro necessario per emigrare con tutti gli 11 figli (tra cui Mel) in Australia, così evitando ai maschi la leva militare per il Vietnam, guerra che riteneva ingiusta.
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Hutton Gibson creebbe i figli nel tradizionalismo cattolico più rigoroso. Divenne quindi uno dei pensatore sedevacantisti più conosciuti nel mondo pre-internet.
Mel, divenuto divo di Hollywood, mai ha deviato dal solco paterno, nonostante tutti le tentazioni e i peccati in cui incorse.
L’uscita nel 2004 della Passione, film autofinanziato, costò a Gibson l’immediata accusa di antisemitismo: fu detto che il film descriveva i giudei come autore dell’assassinio di Cristo, cioè, in una parola, deicidi.
Non è sbagliato pensare che la guerra fatta da varie figure ed istituzioni ebraiche contro Mel Gibson e la sua Passione nascondesse un attacco a Hutton Gibson, che rappresentava la Chiesa preconciliare, e quindi la Chiesa che, rifiutando il documento del Concilio Nostra Aetate, respingeva l’idea di un accordo con il mondo ebraico, mantenendo viva l’accusa di deicidio nei confronti di nostro signore e la preghiera per la conversione dei «perfidi» (cioè, dall’etimo latino per fides, «dalla fede deviata») ebrei.
Hutton Gibson è morto nel 2020, sostenuto ed aiutato fino all’ultimo da Mel e dagli altri dieci figli. Aveva più di 50 nipoti.
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