Militaria
La Germania inaugura un centro per la guerra ibrida
Il ministro degli Interni tedesco Alexander Dobrindt ha inaugurato un nuovo centro per la guerra ibrida, nell’ambito della più ampia militarizzazione del Paese in risposta a una presunta «minaccia russa». Tuttavia, precedenti notizie di stampa avevano suggerito che la Germania e altri Stati membri della NATO stessero pianificando operazioni informatiche offensive contro la Russia.
I membri del blocco militare hanno ripetutamente accusato la Russia di aver hackerato i server governativi, disturbato i segnali GPS degli aerei e dirottato i droni ucraini nel loro spazio aereo, con prove scarse o inesistenti. Mosca ha respinto le accuse definendole guerrafondaie volte a giustificare la «militarizzazione sfrenata» dell’Europa.
Intervenendo martedì alla cerimonia di inaugurazione del centro a Berlino, Dobrindt ha affermato che «la Germania non è in guerra, ma siamo quotidianamente bersaglio di una guerra ibrida».
«Potenze straniere ci stanno attaccando con spionaggio, sabotaggio, attacchi informatici e campagne di disinformazione», ha affermato il ministro, aggiungendo che i presunti soggetti malintenzionati cercano di «seminare incertezza tra la popolazione, avvelenare il dibattito democratico e promuovere la polarizzazione».
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Dobrindt ha affermato che la Germania non si limita ad «aspettare che succeda qualcosa», ma che il centro sarà coinvolto fin dal primo giorno in quella che ha definito «difesa cibernetica attiva».
Il ministro ha inoltre annunciato un’imminente decisione del Consiglio dei ministri per concedere maggiori poteri al Servizio federale di intelligence (BND) e all’Ufficio federale per la tutela della Costituzione (BfV), con l’obiettivo di trasformarli in vere e proprie «agenzie di intelligence».
Nel frattempo, il procuratore generale federale Jens Rommel ha criticato la creazione del nuovo centro, sottolineando che la Germania dispone già del Centro nazionale di difesa cibernetica (NCAZ), del Centro congiunto per la difesa dai droni (GDAZ) e del Centro congiunto per la difesa dall’estremismo e dal terrorismo (GETZ). Ha previsto che l’esistenza di diverse entità con compiti sovrapposti potrebbe generare attriti e inefficienze.
Secondo quanto riportato lo scorso anno da Politico, che citava il Piano Operativo per la Germania (OPLAN), classificato come riservato, la Bundeswehr considera ora le misure ibride, come gli attacchi informatici e le cosiddette campagne di disinformazione, come fasi preparatorie a un conflitto militare.
Secondo quanto affermato a febbraio da Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione europea per la sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, anche l’Unione europea nel suo complesso deve sviluppare capacità offensive nel campo della sicurezza informatica.
«Non basta solo difenderci… Dobbiamo anche avere capacità offensive», disse all’epoca.
Alla fine del 2024, il blocco militare atlantico ha presentato i piani per la creazione di un nuovo centro integrato di difesa cibernetica presso il suo quartier generale in Belgio, che dovrebbe entrare in funzione entro il 2028. Lo scorso novembre, sempre Politico ha riportato che i membri europei della NATO stavano valutando la possibilità di condurre operazioni cibernetiche offensive contro la Russia.
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La guerra ibrida è definita una strategia militare che combina mezzi convenzionali e non convenzionali per destabilizzare un avversario. Essa agisce nella «zona grigia» tra pace e conflitto aperto, sfruttando la negabilità plausibile per evitare risposte armate dirette. I suoi pilastri includono attacchi cibernetici, disinformazione, pressioni economiche e l’uso di milizie irregolari.
Le origini teoriche risalgono agli scritti classici di Sun Tzu. In epoca moderna, il concetto è stato formalizzato nel 2007 dall’analista dei Marines Frank Hoffman e successivamente integrato nella dottrina russa da Valerij Gerasimov.
Lo Hoffman aveva formalizzato il concetto nel 2007 focalizzandosi sulla fusione delle modalità di combattimento. Per l’analista statunitense, la guerra ibrida non è una novità assoluta, ma la convergenza simultanea, nello stesso spazio di battaglia, di forze convenzionali, tattiche irregolari, terrorismo e criminalità organizzata. La sua visione è prettamente operativa e militare: l’avversario (spesso un attore non-statale evoluto, come Hezbollah) utilizza tecnologie avanzate (per esempio droni o sistemi cyber) insieme a imboscate tradizionali. Lo Hoffman voleva spingere il Pentagono a superare la rigida divisione tra guerre «grandi» (convenzionali) e «piccole» (guerriglia).
La prospettiva russa, legata al Capo di Stato Maggiore Valerij Gerasimov (2013), estende il conflitto all’intera società. La cosiddetta «Dottrina Gerasimov» (teorizzata come guerra di nuova generazione o «guerra non-lineare») nasce dall’osservazione delle «rivoluzioni colorate» e delle Primavere Arabe, interpretate da Mosca come complotti occidentali. Gerasimov teorizza che il rapporto tra mezzi non-militari e militari debba essere di 4:1. La guerra quindi si combatte in tempo di pace attraverso lo spazio informativo, attacchi cyber, pressioni economiche e psicologiche, volti a collassare lo Stato nemico dall’interno prima ancora che intervengano le armi.
Mentre lo Hoffman guarda a come ottimizzare le forze militari di fronte a minacce fluide sul campo, il Gerasimov concepisce il conflitto come uno sforzo politico e sociale permanente, dove l’uso della disinformazione e della manipolazione cognitiva è l’arma principale, relegando la forza cinetica a un ruolo di puro completamento.
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Immagine di Sandro Halank via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Militaria
L’India ricomincia a produrre i caccia russi Sukhoi
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Militaria
Epidemia di suicidi colpisce gli hacker militari USA
Il Comando cibernetico degli Stati Uniti sta analizzando un numero anomalo di suicidi tra i propri membri, concentrati in un arco di circa un mese durante l’estate.
La testata, citando messaggi interni delle forze armate, documenti ufficiali e colloqui con persone informate, ha riferito giovedì che almeno cinque individui impiegati nel comando o in stretto contatto con esso si sono tolti la vita tra l’inizio di giugno e i primi di luglio.
Questa sequenza di decessi ha spinto il Cyber Command a qualificare gli eventi come un cosiddetto «cluster di suicidi», espressione utilizzata dal Pentagono per indicare una serie di suicidi verificatisi a intervalli più stretti del consueto e tali da richiedere misure specifiche.
Gli operatori del comando hanno il compito di difendere le reti informatiche militari americane e, al tempo stesso, di penetrare nei sistemi digitali delle forze armate straniere per compromettere comunicazioni, difese aeree e altre capacità operative. Gran parte di queste attività si svolge all’interno di strutture ad altissima sicurezza e resta classificata.
Il costo psicologico di questo lavoro rappresenta da tempo una fonte di preoccupazione per i responsabili militari. Uno studio finanziato dall’esercito e richiamato da Bloomberg ha evidenziato che gli specialisti informatici soffrono spesso di insonnia, deficit di memoria, ruminazioni ossessive e patologie fisiche.
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Le criticità relative alla salute mentale degli hacker delle forze armate erano già emerse in sede congressuale. Una norma della legge sulla difesa del 2025 ha imposto al Cyber Command di mettere a disposizione esperti di salute mentale dedicati, compresi consulenti autorizzati a operare con personale che tratta materiali secretati.
I recenti decessi hanno riportato il tema all’attenzione del Congresso. Secondo Bloomberg, la Commissione per le Forze Armate del Senato sta valutando con il comando la possibilità di destinare risorse aggiuntive al supporto psicologico, mentre l’omologa commissione della Camera ha definito l’aumento dei suicidi una «questione critica».
Fonti di Bloomberg riferiscono che il carico di lavoro degli operatori è cresciuto in modo drastico a causa dei conflitti in corso all’estero, in particolare della guerra in Iran. I suicidi sono coincisi con una delle fasi più intense dello scontro.
È noto come il suicidio sia contagioso, tanto più che si può parlare di vere epidemie, che si propagano per imitazione o trasmissione sociale dei comportamenti suicidari (noto come effetto Werther o contagio suicidario).
L’effetto Werther è il fenomeno per cui la notizia del suicidio di una persona, diffusa dai media, provoca un aumento di suicidi emulativi nella popolazione.Il termine è stato coniato dal sociologo David Phillips nel 1974. Prende il nome dal romanzo di Giovanni Wolfgango Goethe del 1774, I dolori del giovane Werther, dopo la cui pubblicazione si registrò una catena di suicidi tra i giovani lettori che usavano lo stesso metodo del protagonista.
I giornalisti vengono quindi formati alla delicatezza totale nel parlare del tema del suicidio, perché un articolo pubblicato potrebbe di fatto far scattare a catena altri suicidi.
Tuttavia, la stampa sembra infischiarsene ampiamente, magari glorificando pure il suicida, in ispecie nel caso che questo scelga la morte eutanatica.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Droni
La «gamification» ucraina dell’uccisione di russi è «macabra»: parla il più alto militare britannico
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