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Storia

Operazioni segrete oltre la Cortina di Ferro e ricerca storica: un libro per capire

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Oltre la cortina di ferro è il titolo dell’ultimo saggio di Alessandro Giorgi, storico militare di vocazione perché svolge con successo un altro mestiere da sempre. Ma le due strade si possono toccare, supportare e rendere complementari proprio come nel caso dell’autore. Dirigente d’azienda di giorno, Giorgi è un raffinato ricercatore di vicende nascoste in attesa di essere riportate alla luce nel tempo che gli resta. Un lavoro che compie con dedizione e profondità impressionanti. 

 

Giorgi aveva iniziato anni fa pubblicando una sua prima ricerca basata sulla storia dell’utilizzo di marinai norvegesi in Vietnam. Questi «vichinghi» capitarono nella terribile guerra in Vietnam semplicemente perché la popolazione autoctona non era abbastanza preparata ad utilizzare i mezzi forniti dagli statunitensi e altri candidati prima di loro declinarono la gentile offerta.

 

Uno dei grandi insegnamenti di questo suo mestiere «notturno», mi confessa l’autore, è la raggiunta consapevolezza che la realtà supera di gran lunga la fantasia. A giudicare dalle storie che riporta nelle sue opere non c’è come dargli torto. 

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L’ultimo suo scritto tratta invece delle operazioni di infiltrazione messe in atto dai servizi anglo americani dagli anni Quaranta in avanti verso i paesi sotto controllo sovietico. Gli scenari delle operazioni, esplorate con estrema dovizia di ricerca su fonti primarie, sono diversi e coprono tutto l’arco del confine che Winston Churchill ebbe per primo a definire Iron Curtain

 

I vari ambienti vanno da quelli del Grande Nord tra i paesi scandinavi, con un cono di luce dedicato alla Finlandia e alla sua frontiera con URSS, a tutto il mondo dei paesi baltici assieme alla Polonia dove ebbe luogo l’Operation Jungle portata avanti dai britannici.

 

Il difficilissimo appoggio alla resistenza in Ucraina, dove venne ampiamente sottovalutato il fermissimo controllo sovietico nel territorio alle operazioni CARCASS e Shrapnel in Russia e il ruolo del NTS. Si prosegue poi sul teatro albanese dove i servizi USA e britannici si misurarono in efficacia e gli italiani ebbero un ruolo di primo piano fino ad arrivare all’Europa sud-orientale con l’apertura anche a francesi e olandesi.

 

Nel libro vi è quindi l’approfondimento sui mezzi e i reparti aerei utilizzati dagli americani dal loro quartier generale a Wiesbaden e infine un cenno anche sulla nascita dell’operazione Stay Behind che ovviamente raccoglieva parallela e intrinseca tutto il lavoro svolto oltre cortina da ognuna di queste missioni. 

 

Il grande aiuto nello studio, racconta l’autore, viene soprattutto da quelle fonti consultabili in rete. Per ogni ricercatore di documenti contemporanei il pilastro indiscutibile è quello strumento nato negli USA negli anni Sessanta chiamato Freedom For Information Act (FOIA), e oggi accessibile da chiunque in possesso di una connessione ad internet. Un sistema creato dal mondo statunitense perché i documenti prodotti dalla macchina burocratica della grande Repubblica nordamericana diventassero accessibili al pubblico vaglio, dopo un controllo e una pulizia interna.

 

Nonostante la facilità di accesso e la dimensione smisurata dei documenti disponibili su FOIA, la ricerca non sarà mai facile ne immediata. Tutt’altro. Giorgi conferma che il 90% sono delusioni ma quando si incontra finalmente il jolly, tutta la fatica viene ripagata. Dovendo fare ricerca su materiale digitale, si è giocoforza costretti a saltare tra compartimenti stagni. Cambia tutto quando si incontra il filone giusto, la parola chiave da ricercare, il nome corretto da digitare perché allora, mi spiega, è come una crepa in una diga che si riversa finalmente nella narrazione della storia. 

 

Tuttavia la ricerca non è fatta solo da una vita da topi di biblioteca perché, Giorgi racconta, una parte fondamentale è quella dell’incontro con le persone, che possano essere diretti testimoni o famigliari informati sui fatti. L’autore mi ha spiegato come spesso si fosse fatto cruccio a telefonare per paura di essere malamente rimbalzato, ma che invece la stragrande maggioranza delle volte avesse invece incontrato persone che non vedevano l’ora di condividere con entusiasmo. 

 

L’incontro con la gioia, spesso traboccante, delle avventure vissute in gioventù del suo interlocutore oppure le storie d’eccezione di qualcuno in famiglia che finalmente avrebbero ricevuto l’onore della cronaca finivano spesso per travolgere Giorgi nei suoi viaggi di conoscenza in giro per il mondo. 

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Altro capitolo invece diventa la ricerca su fonti primarie in archivi cartacei, a maggior ragione quelli che facevano parte della defunta Unione Sovietica. La difficoltà a lavorare sugli archivi russi è sempre stata molto elevata. Mi spiega che nel momento in cui Gorbachev diede inizio a quel periodo denominato con la parola russa di glasnost, traducibile in italiano come trasparenza, fino ai primissimi anni Novanta c’era stata la possibilità di accedere alla totalità dell’archivio. Successivamente però gli archivi statali russi vennero nuovamente limitati in linea con le pratiche standard del mondo. 

 

Oltre all’enorme archivio centrale sotto il controllo di Rosarkhiv, un agenzia federale che vigila su quindici diversi archivi, però, mi dice Giorgi, esistono ancora tutti quelli minori in giro per le vecchie Repubbliche sovietiche.

 

Molto venne distrutto dal ‘91 in avanti ma molto rimase anche nascosto alle tracce dei radar vista anche l’enormità della documentazione prodotta dal colosso comunista. In molti di questi si possono ancora ritrovare molte perle fondamentali per mandare avanti la ricerca su un ambito storiografico che non finisce di produrre interesse e conseguente nuovo materiale. 

 

Marco Dolcetta Capuzzo

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Immagine di Oswald Hedenström, Military Museum of Finland via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International; immagine tagliata

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Storia

San Marco e gli innamorati. La storia dei «bócołi»

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La festa di San Marco, che si celebra oggi 25 aprile, a Venezia reca seco una storia romantica e struggente, rivissuta ancora oggi con la tradizione dei bócołi.   Si tratta di una delle usanze più romantiche e antiche della Serenissima. In lingua veneziana, bócoło significa «bocciolo di rosa», e la consuetudine vuole che gli uomini regalino alle donne amate – mogli, fidanzate, madri, figlie o sorelle – un bocciolo di rosa rossa.   Le origini affondano in una leggenda medievale che risale al IX secolo, ai tempi del doge Orso I Partecipazio. La bellissima Maria, detta Vulcana per i suoi capelli rosso-fiamma, figlia del doge, si innamorò di Tancredi, un giovane di umili origini, epperò assai valoroso e coraggioso. L’amore era corrisposto, ma il padre ostacolava l’unione a causa della differenza di rango.

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Vulcana consigliò allora a Tancredi di partire per la guerra contro i Mori, al fianco dei paladini di Carlo Magno, per conquistare gloria e meritare il consenso paterno.   Tancredi si distinse in battaglia, ma fu ferito mortalmente in un roseto. Prima di spirare, colse un bocciolo di rosa e lo bagnò con il proprio sangue, affidandolo all’amico Orlando perché lo consegnasse a Vulcana come estremo pegno d’amore. Il 25 aprile, giorno di San Marco, Orlando portò il fiore alla fanciulla. Vulcana, straziata dal dolore, strinse il bòcolo insanguinato al cuore e morì quella stessa notte.   Da allora, il bocciolo di rosa rossa divenne simbolo dell’amore puro, eterno e che «si apre alla vita come un fiore al sole», capace di sfidare anche la morte.   Tale tradizione non riguarda solo le coppie: nella Venezia antica si estendeva a tutte le donne della famiglia, simbolo di affetto e rispetto. Ancora oggi, nonostante la modernità, molti veneziani mantengono viva l’usanza, trasformando le calli e i campielli in un tripudio di rose rosse il 25 aprile. Il bócoło rappresenta la passione, la fedeltà e la resilienza della Serenissima, ma dovrebbe essere un simbolo di amore e sacrificio globale.   Se poi qualcuno oggi vuole sorbirsi le fiabe della Repubblica, prego. Ammille ce n’è….

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Politica

Uomo replica il cancello di Auschwitz: arrestato

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La polizia tedesca ha arrestato un uomo sospettato di aver eretto strutture a tema nazista nei pressi della città di Eggenfelden. Lo riporta la stampa locale.

 

Nel giro di un mese, in città sono comparse due strutture in legno recanti simboli nazisti. Alla fine di marzo, una grande replica dei cancelli del campo di concentramento di Auschwitz, completa del famigerato slogan «Arbeit macht frei» (Il lavoro rende liberi), è stata collocata davanti all’ufficio delle imposte locale. Presentava diverse svastiche, con la «B» dell’iscrizione capovolta, a imitazione dell’originale.

 

Creata nel 1940 dal fabbro polacco Jan Liwacz, sulla scritta la lettera «B» nel termine «Arbeit» fu infatti saldata al contrario, interpretata da alcuni come un atto di resistenza silenziosa. La scritta comparve per la prima volta nel 1933 nel campo di concentramento Dachau, dove – anche se oggi ciò è per qualche ragione dimenticato – fu internato un gran numero di clerici cattolici, come testimoniato nel libro, un tempo noto ma ora andato in oblio Christus in Dachau (1957).

 

La Polizei ha avviato un’indagine dopo il ritrovamento della ignominiosa scritta che ricorda la tragedia ebraico-eurotedesca.

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Una seconda installazione è apparsa il 13 aprile: una struttura nera simile a un camino, che ricorda un forno crematorio, con la scritta «Zyklon B» e contrassegnata da rune delle SS, collocata in un parcheggio riservato ai disabili all’esterno dello stesso edificio. Lo Zyklon B era un agente fumigante a base di acido cianidrico, utilizzato originariamente come insetticida e tristemente noto come il gas letale impiegato dalla Germania Nazista per lo sterminio di oltre un milione di ebrei, principalmente nei campi di Auschwitz e Majdanek. La sostanza fu inventata da Fritz Haber (1868–1934), chimico di padre ebreo, allievo del professor Robert Bunsen (quello del fornelletto), vinse nel 2018 il premio Nobel per il processo di sintesi dell’ammoniaca ed è considerato come il padre delle armi chimiche.

 

Il quotidiano Passauer Neue Presse ha riferito venerdì che il sospettato è un cittadino polacco di 33 anni residente in Baviera. È stato arrestato giorni dopo il secondo episodio, quando gli investigatori hanno confrontato le sue impronte digitali con quelle rinvenute sull’edificio.

 

Ulteriori simboli hitleristi sarebbero stati rinvenuti nel suo appartamento. È accusato di incitamento all’odio e di utilizzo di simboli incostituzionali, reati punibili con lunghe pene detentive e multe secondo la legge tedesca. Le autorità non hanno rivelato ulteriori dettagli sulla sua identità o sul suo movente, e non è ancora chiaro perché abbia preso di mira l’ufficio delle imposte.

 

Gli episodi hanno suscitato la condanna pubblica. Il sindaco locale, Martin Biber, li ha definiti «sfacciati e disgustosi» e un «insulto alla società». Ha fatto notare la consistente popolazione immigrata della città – considerata un possibile fattore alla base dell’accaduto – ma ha sottolineato che i residenti sono ben integrati e che non vi è «una scena di estrema destra evidente». Un gruppo locale, la «Colorful Action Alliance for Democracy», ha organizzato una manifestazione per condannare gli episodi, definendoli «la strumentalizzazione della sofferenza storica».

 

Dati recenti mostrano un forte aumento dei crimini e degli episodi di estremismo di destra che coinvolgono simboli nazisti in Germania: quasi 37.000 nel 2025, quasi il doppio della media annuale tra il 2015 e il 2022. La maggior parte è classificata come «reati di propaganda», come l’esposizione di svastiche o slogan vietati, sebbene molti riguardino anche crimini d’odio contro i migranti.

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Come riportato da Renovatio 21, vi sono però anche casi fraudolenti, come quello nel Nord Reno-Westfalia del consigliere comunale di origini cingalesi che aveva inscenato un atto di vandalismo hitlerita contro la sua automobile.

 

La frase «Arbeit macht frei» non è stata coniata dai nazisti, ma deriva dal titolo di un romanzo del XIX secolo dello scrittore, erudito, linguista, etnologo e pastore tedesco Lorenz Diefenbach. Il suo grande significato sindacale e marxista non è mai stato sottolineato da nessuno, né ovviamente riutilizzato neanche in parafrasi. Lo scrittore torinese Primo Levi, sopravvissuto dei campi per poi morire suicida dopo il successo letterario, riteneva che il motto era un’umiliazione suprema che indicava come la vera libertà fosse solo la morte.

 

Non è chiaro se la furia contro l’espressione arriverà un giorno a censurare anche la canzone (con l’album omonimo) dell’antico gruppo prog-rock italiano Area, Arbeit Macht Frei (1972) edito dalla leggendaria Cramps Records.

 

 

«Nelle tue miserie / riconoscerai / il signifcato di un Arbeti macht Frei» canta, tra diplofonie uniche, l’indimenticato cantante del gruppo, il greco Demetrio Stratos, già collaboratore del dipartimento di Glottologia dell’Università di Padova per le sue doti foniche.

 

«Tetra economia / quotidiana umiltà / ti spingono sempre verso / Arbeit macht Frei».

 

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Immagine di Jochen Zimmermann via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic 

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Intelligence

La banca vaticana, Gladio e la lotta al comunismo: dalla CIA al traffico di droga

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L’Istituto per le Opere di Religione (o IOR, acronimo con cui è divenuto notissimo), venne creato il 27 giugno del 1942 da Papa Pio XII (1876-1958) e Bernardino Nogara (1870-1958), con lo scopo di salvaguardare e amministrare le proprietà della Santa Sede utili al lavoro religioso e di carità. La banca del Vaticano, avendo sede in una nazione sovrana non ha modo di essere obbligata a porre rimedio ad alcuna violazione di legge internazionale né a dover presentare alcuna fonte dei suoi depositi.    Costituendo una entità a sé stante all’interno del Vaticano e non avendo legami con nessun altro organo della Chiesa è stata ritenuta «la più segreta banca del mondo». Lo IOR è al centro delle speculazioni di un fortunato saggio storico sul sistema Stay Behind americano in Europa, Operation Gladio di Paul L. Williams.   Secondo Williams, Nogara che ne divenne il primo presidente, l’avrebbe diretta con l’abitudine di distruggere regolarmente i documenti riguardanti le transazioni senza lasciare alcuna traccia. Anche nei report annuali, composti da lunghissimi ed esaustivi elenchi di dare ed avere non sarebbe stato menzionato in nessun caso alcuna posta referente allo IOR, portando costantemente gli eventuali investigatori ad un inevitabile punto morto. 

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Grazie a questa sua peculiare organizzazione il Vaticano divenne luogo perfetto per assurgere a collegamento discreto tra gli obiettivi americani e quelli della Santa Sede. Il cardinale Francis Spellman (1889-1967) dagli Stati Uniti, ebbe a commentare che il destino italiano sarebbe dipeso dalle imminenti elezioni del 1948 e dal conflitto tra comunismo e cristianesimo, tra libertà e schiavitù. Lo stesso cardinale si prodigò a far giungere in Italia una cascata di messaggi radio dalle celebrità americane come Frank Sinatra, Bing Crosby e Gary Cooper esortando il popolo italiano a supportare la Democrazia Cristiana contro l’ascesa del comunismo.    Sempre secondo Williams nei mesi precedenti l’epocale elezione italiana, la CIA indirizzò ben sessantacinque milioni di dollari neri verso la banca vaticana. Il denaro sarebbe stato recapitato ain contanti a mano dentro delle grosse valigie dai membri dell’organizzazione di Lucky Luciano (1897-1962). Operation Gladio scrive che la fonte del denaro sarebbe rimasta l’eroina fornita da una nota industria farmaceutica torinese. Smerciata in seguito attraverso espedienti come cioccolatini o frutta ripieni dell’oppiaceo raffinato, sarebbe stata spedita negli States attraverso lo sdoganamento negli accondiscendenti porti cubani gestiti dalla malavita italoamericana di Santo Trafficante.    Da Cuba l’eroina sarebbe stata tagliata con lo zucchero prima di essere trasportata ai distributori di New Orleans, Miami e New York. La CIA aveva aiutato la logistica creando delle rotte sicure assieme alla International Longshoremen’s Association, i sindacati americani rappresentanti gli scaricatori di porto. Una volta giunta in terra ferma, l’eroina, sarebbe stata gestita da Jimmy Hoffa e altri leader dell’International Brotherhood of Teamsters, il sindacato degli autotrasportatori degli Stati Uniti e del Canada con l’aiuto delle società di trasporti di proprietà della mafia italoamericana.    L’anno successivo delle elezioni italiane del 1948, Iosif Stalin (1878-1953) creò il Consiglio di mutua assistenza economica, un organo pensato per controllare l’unione economica tra Unione Sovietica, Bulgaria, Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia e Romania. La CIA avrebbe scelto in risposta di estendere il suo supporto alle forze politiche anticomuniste e alla rete Stay Behind inondando il sistema clandestinamente con milioni di dollari derivanti dal narcotraffico depositati da membri della cosca mafiosa di Don Calò, Calogero Vizzini, (1887-1954) nelle banche cattoliche, incluso il Banco Ambrosiano.   Nel 1949 Pio XII emise un decreto solenne nel quale dichiarava che avrebbe scomunicato non solo i membri della chiesa che avessero partecipato o favorito il Partito Comunista ma anche qualsiasi cattolico si fosse macchiato della pena di leggere o diffondere materiale inneggiante al comunismo. Secondo Williams il Vaticano avrebbe continuato a stringere i contatti con la CIA al punto di arrivare a ricevere ogni anno 20 milioni di dollari in aiuti economici e in cambio sarebbe stato chiesto di mantenere una tavola rotonda vaticana custodita da James Jesus Angleton (1917-1987), futuro satrapo del controspionaggio americano.    Tali incontri periodici, scrive il saggio, avrebbero garantito agli statunitensi informazioni preziose provenienti dalle nazioni del blocco orientale attraverso gli ultimi canali ormai rimasti disponibili, quelli dei nunzi apostolici. Strategie per indebolire in tutto il mondo partiti e movimenti filo sovietici sarebbero stati decisi qui, tra la Santa Sede e Langley. Le talpe presenti in vaticano sarebbero statte individuate e le azioni dei preti progressisti, particolarmente quelli dell’America Latina, ostacolate in seguito a provvedimenti presi in questo esclusivo gruppo decisionale.

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Williams racconta come molti membri dell’Intelligence americana in quegli anni divennero parte del Sovrano Militare Ordine di Malta. Tra questi si sarebbero da annoverare Angleton, William Casey (1913-1987), William Colby (1920-1996) e John McCone (1902-1991) tutti futuri direttori della CIA. Il Generale Vernon Walters (1917-2002) vicedirettore della CIA sotto George H. W. Bush (1924-2018), Alexander Haig (1924-2010) generale della NATO e futuro segretario di Stato di Ronald Reagan (1911-2004), il citato padre dei servizi americani William «Wild Bill» Donovan e l’ex superspia nazista Reinhard Gehlen (1902-1979) stesso.    Di lì a poco però la succitata industria farmaceutica torinese prestatasi allo scopo come prima fornitrice di purissima eroina avrebbe dovuto fermare la produzione clandestina. Il decano della lotta alla droga americano Harry Jacob Anslinger (1892-1975) indicò per primo una quantità fuori dalla norma prodotta in Italia e con le sue indagini riportò ordine.   Lo schema messo in piedi avrebbe rischiato quindi di saltare sul più bello. Si sarebbe reso necessario trovare un nuovo fornitore e dei nuovi laboratori per far si che il Magnum Opus potesse compiersi e che nuovamente i prodigiosi flussi di narcodollari potessero tornare a scorrere verso conti bancari cattolici italiane.    Marco Dolcetta Capuzzo  

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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