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Delle consacrazioni per rispondere a uno stato di necessità

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Nel corso di un’omelia pronunciata domenica 8 febbraio a Ecône, padre Bernard de Lacoste, direttore del seminario Saint-Pie X, ha spiegato la necessità delle prossime consacrazioni episcopali annunciate il 2 febbraio dal Superiore generale della FSSPX, padre Davide Pagliarani, e previste per il 1° luglio.

 

 

Cari seminaristi, cari fedeli,

Lunedì scorso, 2 febbraio, il Superiore Generale della Fraternità San Pio X ha annunciato che le consacrazioni episcopali, cioè la consacrazione dei vescovi, avranno luogo mercoledì 1° luglio. La cerimonia si terrà qui a Écône, sul famoso prato delle ordinazioni, nello stesso luogo in cui, il 30 giugno 1988, Mons. Lefebvre consacrò quattro vescovi.

 

Sarà un evento storico, ma è importante comprenderne appieno la portata e il significato. L’aspetto insolito di questa cerimonia è che, per il momento, non ha ricevuto l’autorizzazione di Papa Leone XIV. Ci auguriamo sinceramente che il Santo Padre permetta queste consacrazioni. Dobbiamo pregare per questa intenzione.

 

Passi compiuti con Roma

Normalmente, è vietato nominare vescovi senza l’autorizzazione del Vicario di Cristo, successore di Pietro. Per questo motivo, il nostro Superiore Generale ha chiesto un’udienza al Papa diversi mesi fa. Ma purtroppo, questa udienza non gli è ancora stata concessa. Ha scritto diverse lettere al Papa e, finora, l’unica risposta che ha ricevuto dal Dicastero per la Dottrina della Fede è stata negativa.

 

Continuiamo a sperare e a pregare.

 

Giovedì prossimo, tra quattro giorni, padre Pagliarani, il nostro Superiore Generale, si recherà a Roma su invito del Cardinale Fernandez. Ma questo cardinale non è un grande amico della Tradizione. Pertanto, da un punto di vista umano, non dovremmo aspettarci molto da questo incontro. Tuttavia, se lo Spirito Santo è all’opera, tutto è possibile. Ecco perché dobbiamo pregare con fiducia e perseveranza.

 

Non siamo d’accordo con coloro che deridono il papa, disprezzano la Santa Sede e vivono come se Leone XIV non esistesse. Cristo ha fondato la sua Chiesa su San Pietro e sui suoi successori. Amore e rispetto per il Sommo Pontefice, amore per Roma e la Santa Sede e sottomissione al Magistero della Chiesa: tutto questo fa parte dello spirito della Fraternità San Pio X fondata da Mons. Lefebvre.

 

Osservazione di una crisi nella Chiesa

Tuttavia, purtroppo, possiamo solo constatare che per 60 anni, coloro che hanno ricevuto da Cristo la missione di rafforzare i sacerdoti e i fedeli nella fede hanno usato la loro autorità e il loro potere per attaccare la fede e la morale. Per 60 anni, la Santa Sede ha diffuso insegnamenti confusi, ambigui e talvolta persino falsi, radicalmente contrari a ciò che la Chiesa ha sempre insegnato.

 

Se vogliamo conservare la fede e lo stato di grazia per andare in Paradiso, siamo quindi obbligati a resistere a queste autorità, a non seguirle quando ci allontanano dalla verità o dal bene.

 

Ecco alcuni esempi di insegnamenti di Roma che dobbiamo rifiutare per rimanere cattolici:

 

«Le comunità cristiane non cattoliche possono essere un mezzo di salvezza». Questo è falso.

 

«Cristo non dovrebbe regnare pubblicamente nelle società». È sbagliato.

 

«Una persona divorziata e risposata ha diritto a ricevere la comunione». Questo è falso.

 

«Una coppia dello stesso sesso può ricevere la benedizione di un sacerdote». Questo è falso.

 

«L’Antico Testamento è ancora in vigore e non è stato abrogato». Questo è falso.

 

«La Vergine Maria non dovrebbe essere chiamata corredentrice». È sbagliato.

 

«Il Papa non è l’unico ad avere il potere supremo nella Chiesa». È falso.

 

«La preoccupazione per il clima e la protezione del pianeta sono una priorità per la Chiesa». Questo è falso.

 

«Il dialogo interreligioso è benefico e fruttuoso». Questo è falso.

 

«La Messa tradizionale è superata, obsoleta, abrogata, superata, antiquata e antiquata. Non soddisfa più le aspirazioni del cristiano del XXI secolo.” Questo è falso.

 

«Tutti hanno il diritto di vivere secondo la propria coscienza, anche se questa coscienza è sbagliata». È falso.

 

Purtroppo potremmo continuare l’elenco.

 

La necessità di vescovi fedeli

Il cardinale Ratzinger, poche settimane prima di diventare Papa Benedetto XVI, in una meditazione del Venerdì Santo, paragonò la Chiesa a una barca che imbarca acqua da ogni lato. Userò questa immagine per raccontarvi una storia che si svolge in mezzo all’Oceano Atlantico.

 

Una nave ha appena subito una falla nello scafo e l’acqua inizia a entrare. Panico! Un marinaio energico si precipita in avanti per cercare di tappare i buchi, per sigillare le falle. Ma il capitano interviene: «No, state calmi, vi proibisco di tappare i buchi».

 

Colto alla sprovvista, il marinaio reagì: «Ma comandante, affonderemo se non facciamo qualcosa!»

 

Ciononostante, il comandante rimase inflessibile: «proibisco a tutti i membri dell’equipaggio di tappare anche la più piccola falla».

 

Sbalordito, incapace di capire perché il suo capitano stesse dando un ordine così assurdo, incomprensibile e irragionevole, il marinaio rifletté per un attimo e poi decise di disobbedire. E, con due compagni, si mise a riparare la nave per impedirne l’affondamento.

 

È intelligente, è ragionevole: è un’immagine di ciò che la Fraternità San Pio X e le sue comunità amiche cercano di fare, in modo molto modesto.

 

Oggi, nella terribile crisi che sta attraversando la Santa Chiesa, ogni cattolico deve agire per preservare la fede. E anche i membri del clero devono agire per trasmettere questa fede in tutta la sua purezza dottrinale, con carità missionaria.

 

Ma affinché ci siano sacerdoti fedeli, devono esserci vescovi fedeli. Ecco perché è necessaria la consacrazione episcopale.

 

La questione dello scisma

C’è chi dice: «ma compiere una consacrazione episcopale senza l’autorizzazione del papa è un atto scismatico». Dobbiamo rispondere facendo una distinzione.

 

Se, in questa consacrazione senza l’autorizzazione del papa, ai nuovi vescovi dovesse essere conferito il potere di governo – o, come si dice nella Chiesa, la giurisdizione – allora sì, è scismatico, perché solo il papa ha il potere di concedere giurisdizione ai vescovi. Per esempio, dire: «Tu, il nuovo vescovo, sarai vescovo di New York, e tu di Parigi, e tu di Sion». Solo il papa può farlo.

 

All’interno della Fraternità, questo non avviene, e l’arcivescovo Lefebvre non ha mai voluto concedere la giurisdizione a questi quattro vescovi; né lo ha fatto padre Pagliarani. Egli non si considera il papa.

 

Le consacrazioni episcopali nella Fraternità conferiscono ai nuovi vescovi solo il potere di ordine, con il quale potranno amministrare la cresima, l’ordinazione sacerdotale e anche consacrare le chiese; ma non avranno il potere di governare la Santa Chiesa, a meno che non lo conferisca loro il papa stesso.

 

Ecco perché possiamo dire che queste consacrazioni non costituiscono un atto scismatico. Non c’è alcuna intenzione di stabilire, come fanno gli scismatici, una Chiesa parallela.

 

Il papa reagirà punendo i nuovi vescovi, imponendo loro una pena ecclesiastica? I membri della Fraternità San Pio X e i fedeli saranno accusati di scisma? È possibile.

 

Eppure, preferiremmo morire piuttosto che essere scismatici; preferiremmo morire piuttosto che vivere al di fuori della Chiesa cattolica romana. E se dovremo soffrire all’interno della Chiesa e per mano di uomini di Chiesa, ricorderemo che anche gli apostoli, dopo la Pentecoste, soffrirono per mano delle autorità religiose del loro tempo.

 

La Scrittura ci dice che erano lieti di essere stati considerati degni di soffrire per il Nome di Gesù. E noi stessi siamo lieti se siamo considerati degni di soffrire per Cristo Re e per il suo immutabile insegnamento.

 

San Paolo ci ha avvertito: «tutti coloro che desiderano vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati».

 

Possibili condizioni di Roma

È possibile che la Santa Sede ci dica: «Va bene, vi autorizziamo a consacrare vescovi, ma a condizione che accettiate due cose: la prima è il Concilio Vaticano II; e la seconda è la Nuova Messa. E poi, sì, vi permettiamo di fare consacrazioni».

 

Come dovremmo reagire? È semplice.

 

Preferiremmo morire piuttosto che diventare modernisti. Preferiremmo morire piuttosto che rinunciare alla piena fede cattolica. Preferiremmo morire piuttosto che sostituire la Messa di San Pio V con la Messa di Paolo VI.

 

Dietro questo dibattito si cela la questione della salvezza eterna. Siamo sulla terra per andare in Paradiso. Ma per andare in Paradiso, bisogna essere in stato di grazia. E per essere in stato di grazia, bisogna avere fede: è un requisito.

 

San Paolo disse: «Senza fede è impossibile piacere a Dio».

 

E per avere fede, bisogna rifiutare tutte le eresie. Ora, l’eresia peggiore è il modernismo. San Pio X disse: «il modernismo è il covo o la cloaca di tutte le eresie».

 

Pertanto, se vogliamo andare in Paradiso alla fine della nostra vita terrena, dobbiamo rifiutare il modernismo e, al contrario, conservare il catechismo tradizionale, conformando la nostra vita a questo catechismo.

 

Il criterio della frutta

Quando ci troviamo in una situazione difficile, quando esitiamo sulla strada da prendere, quando non sappiamo bene cosa fare, Nostro Signore ci offre, nel Vangelo, un criterio di discernimento: «l’albero si giudica dai suoi frutti. Un albero buono produce frutti buoni, un albero cattivo produce frutti cattivi».

 

Vediamo allora: quali sono i frutti della Nuova Teologia e della Nuova Messa?

 

I seminari moderni si stanno svuotando; la domenica, a messa nelle parrocchie, si incontrano soprattutto persone anziane; il numero delle congregazioni religiose è in caduta libera; la moralità non è più rispettata, etc.

 

Al contrario, la massa tradizionale attrae le persone e gli unici istituti che oggi suscitano vocazioni sono quelli che preservano la Tradizione.

 

Guardiamo anche ai frutti tra i fedeli, tra i laici. Dove troviamo famiglie numerose? Dove troviamo coniugi fedeli l’uno all’altro e rispettosi della morale matrimoniale? Soprattutto – non esclusivamente, ma soprattutto – nelle comunità dove la Tradizione è preservata.

 

In questa chiesa di Écône, ad esempio, ci sono così tanti bambini rumorosi durante la messa domenicale che il livello di rumore a volte disturba la congregazione e impedisce persino al sacerdote di concentrarsi. Questa è la prova della vitalità della Tradizione.

 

Concludiamo con un’ultima osservazione.

 

Oggi ci sono comunità che, a quanto pare, pur obbedendo al Papa, mantengono la Messa e il catechismo tradizionali. Perché la Fraternità San Pio X non fa lo stesso?

 

Il motivo è semplice. Io stesso ho incontrato e intervistato diversi dei loro sacerdoti, in particolare della Fraternità San Pietro. Tutti mi hanno ammesso di dover stare molto attenti a ciò che predicavano nei loro sermoni. Il loro vescovo li osserva.

 

Mi hanno detto: «se predico contro certi errori modernisti, verrò espulso dalla diocesi il giorno dopo».

 

Ciò, tra l’altro, è accaduto in diverse diocesi.

 

Questi poveri preti, sicuramente animati da buone intenzioni, vengono messi a tacere. Non è loro permesso insegnare la pura verità. Questa posizione è insostenibile.

 

Chiamata alla preghiera

Ecco perché la decisione presa da Padre Pagliarani, nostro Superiore Generale, è ragionevole. Di fronte a una situazione eccezionale e tragica, sono necessarie misure eccezionali.

 

Fino al 1° luglio, cari fedeli, dobbiamo pregare. Dobbiamo pregare molto e fare sacrifici per Papa Leone XIV. Il suo fardello è molto pesante.

 

Alcuni cattolici si accontentano di criticarlo. Questo non è molto costruttivo. Preghiamo per lui. Offriamo sacrifici per il Sommo Pontefice, affinché, con l’aiuto dello Spirito Santo, possa guidare la barca di Pietro verso il porto della salvezza.

 

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, così sia.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Consacrazioni a Pechino, ma non a Econe?

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In un’intervista rilasciata da padre Davide Pagliarani a FSSPX.Actualités il 2 febbraio 2026, in merito alle imminenti consacrazioni episcopali, si legge: «La Santa Sede è talvolta capace di dimostrare un certo pragmatismo, persino una sorprendente flessibilità, quando è convinta di agire per il bene delle anime».   A sostegno di tale affermazione, il Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X riporta due fatti tratti dalle relazioni particolarmente sconcertanti tra il Vaticano e la Cina comunista: «Nel 2023, Papa Francesco ha approvato retroattivamente la nomina del Vescovo di Shanghai da parte delle autorità cinesi».   «Più recentemente, lo stesso Papa Leone XIV ha finito per accettare retroattivamente la nomina del vescovo di Xinxiang, che era stato designato allo stesso modo durante la vacanza della Sede Apostolica, mentre il vescovo fedele a Roma, imprigionato più volte, era ancora in carica». Ciò non sorprende: il governo ateo di Pechino vuole «sinizzare» il cattolicesimo a tutti i costi, con un clero docile alle istruzioni del Partito. Il Vaticano lo sa e rimane in silenzio.   Questa situazione ha indotto il sito web in lingua spagnola Infovaticana ad affermare il 3 febbraio: «quando la consacrazione viene effettuata dal Partito Comunista, si parla di un ‘contesto complesso’. Quando la consacrazione viene effettuata dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X, si parla di una “rottura”».   E aggiunse, con sano buon senso: «è difficile spiegare a una persona di fede perché Pechino possa imporre vescovi asserviti al regime e perseguire un dialogo privilegiato con Roma, mentre una fraternità nata proprio dal crollo dottrinale e liturgico post-conciliare viene trattata come una minaccia all’ordine ecclesiastico».

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Più avanti, Infovaticana osserva: «La Società non ha operato nel vuoto. Ha operato in un contesto in cui Roma ascolta molto, promette poco e non garantisce quasi nulla. Tuttavia, quando l’accesso stabile ai sacramenti dipende dall’umore del vescovo locale, le decisioni cessano di essere ideologiche e diventano decisioni di sopravvivenza pastorale». Tale è lo stato di necessità.   Infine, il sito web in lingua spagnola chiede a Roma di essere logica: «se il criterio ultimo è la tolleranza pragmatica per evitare mali maggiori, allora essa dovrebbe essere applicata in modo coerente. Se accettiamo che il Partito Comunista Cinese nomini i vescovi per non perdere un mezzo di dialogo, è intellettualmente disonesto indignarsi perché una fraternità cattolica consacra dei vescovi per non privare i suoi fedeli di cresime e ordinazioni».   Questa situazione paradossale ci spinge a chiederci se, in termini pratici, i futuri vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X debbano – per evitare la scomunica – scambiare il colletto romano con un colletto maoista, aderire al Partito Comunista Cinese ed essere consacrati a Pechino. Roma dovrebbe spiegare francamente a tutti i fedeli cattolici perché ciò che è possibile a Pechino è impossibile a Ecône.   Padre Alain Lorans   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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«L’inganno di chi crede di spacciare l’Anticristo come vero Messia». Mons Viganò, omelia nella domenica delle Palme

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Renovatio 21 pubblica l’omelia di monsignor Carlo Maria Viganò nella seconda Domenica di Passione, o Domenica delle Palme.

 

 

Ecce Rex tuus veniet

Omelia nella Domenica II di Passione, o delle Palme

 

Exsulta satis, filia Sion;

jubila, filia Jerusalem:

ecce rex tuus veniet tibi justus, et salvator:

ipse pauper, et ascendens super asinam

et super pullum filium asinæ.

 

Esulta grandemente, o figlia di Sion;

giubila, o figlia di Gerusalemme:

ecco, a te viene il tuo re, giusto e salvatore;

egli è povero, e cavalca sopra un’asina

e sopra un puledro figlio di asina.

Zc 9, 9

 

 

La Domenica delle Palme commemora l’ingresso trionfale del Re-Messia a Gerusalemme, ossia il mistero liturgico in cui la Santa Chiesa contempla il compimento delle profezie regali dell’Antico Testamento nella Persona di Cristo Signore.

 

Essa non è mera commemorazione storica, ma atto di fede nella Regalità di Gesù, Re umile e vittorioso, che entra nella Città Santa per consumare la Sua Passione e aprire a noi le porte del Regno eterno. Ma rimane pur sempre un fatto storico, testimoniato da quanti, quel giorno, assistettero alla cerimonia di incoronazione di Nostro Signore Gesù Cristo. Secondo il rituale descritto nel Primo Libro dei Re (1Re 1, 32-40), Davide morente ordina che il figlio Salomone sia consacrato re, fatto montare sulla mula del re Davide (simbolo di pace e successione legittima, non di guerra), condotto alla fonte di Gihon (che si trova ai piedi del Monte degli Ulivi), unto con l’olio sacro dal sacerdote Sadoc e dal profeta Natan. Egli prescrive che si suoni la tromba e il popolo acclami Salomone come re. La processione del nuovo sovrano entra in Gerusalemme tra grida di giubilo, con il popolo che suona flauti e la città che «risuona di clamore» (ibid., 45). Questo rito doveva manifestare in figura il nuovo re come unto del Signore (Messia), legittimo successore davidico, portatore di pace.

 

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Nostro Signore entra in Gerusalemme sul puledro di un’asina (Mt 21, 2-7; Gv 12, 14-15), adempiendo alla lettera la profezia di Zaccaria (Zc 9, 9). Non è un re terreno con cavalli da guerra, ma il Rex pacificus, il vero Salomone (la cui etimologia significa appunto «pacifico»), qui venit in nomine Domini (Sal 117, 26). I mantelli stesi sulla via (Mt 21, 8) richiamano il rito del Secondo Libro dei Re (2Re 9, 13) per l’unzione di Jehu; le palme e i rami d’ulivo evocano le processioni vittoriose e la festa dei Tabernacoli (Lv 23, 40), ma qui richiamano anche la vittoria pasquale di Cristo sulla morte.

 

L’ingresso trionfale di Cristo Re dal villaggio sacerdotale di Betfage e dal Monte degli Ulivi (1) non è un dettaglio topografico casuale, ma un atto di adempimento profetico e tipologico che richiama, in modo mirabile, i luoghi sacri della regalità davidica e salomonica. Esso manifesta Cristo come vero Rex et Sacerdos — Re davidico e Sacerdote eterno secondo l’ordine di Melchisedech — che entra in Gerusalemme per regnare dalla Croce, compiendo e superando i riti di incoronazione dell’Antico Testamento (2). Quando la processione esce dalla chiesa (immagine di Betfage) e rientra cantando Gloria, laus et honor, noi siamo portati a rivivere misticamente questo ingresso: come il popolo antico, anche noi acclamiamo il Re che viene dal monte sacro e dalla casa sacerdotale per regnare nella nuova Gerusalemme, la Santa Chiesa.

 

Il grido «Osanna al Figlio di Davide!» (Mt 21, 9) è l’acclamazione regale messianica (3). Il popolo ebraico — con la significativa eccezione dei suoi capi temporali e spirituali — riconosce a Cristo il titolo ereditario al regno davidico: Egli è il Re promesso, erede legittimo del trono di Davide, in quel momento vacante (4) così come era di fatto vacante il potere sacerdotale (5). L’esclusione dell’autorità civile e religiosa da questa solenne liturgia giudaica ci mostra come il Signore voglia ricapitolare in Sé Monarchia e Sacerdozio, essendo per diritto divino, di stirpe e di conquista l’unico e il vero Re e Pontefice della casa di Israele. Israël es tu Rex, davidis et inclyta proles

 

Nostro Signore Gesù Cristo adempie i riti di incoronazione veterotestamentari (unzione, acclamazione, ingresso solenne) in modo sovreminente, spirituale ed eterno. Ma questo Messia — il vero e l’unico Messia divino — non è il leader politico di un partito suprematista che aspettavano i Farisei, ma il Princeps pacifer che chiama a Sé tutte le Nazioni, al di là di ogni razza e di ogni lingua.

 

Commenta infatti Sant’Agostino: «Il puledro dell’asina, sul quale nessuno era mai montato, è il popolo dei Gentili, che nessuno prima di Cristo aveva sottomesso. L’asina invece è la plebe che veniva dal popolo d’Israele, già da tempo sotto il giogo della Legge. […] Cristo Re umile, sedendo sull’asina e sul puledro, significa entrambe le plebi: quella dei Giudei già domata e quella dei Gentili non ancora cavalcata. […] E come Re pacifico viene non su un cavallo da guerra, ma sull’asina, che è segno di pace». (6)

 

Lo conferma anche San Paolo: An Judæorum Deus tantum? nonne et gentium? Immo et gentium: quoniam quidem unus est Deus, qui justificat circumcisionem ex fide, et præputium per fidem. Forseché soltanto dei Giudei è Dio? No, anche delle Genti; sicuro, anche delle Genti, se è unico Dio quello che giustificherà i circoncisi grazie alla fede, come i non circoncisi mediante la fede. (Rom 3, 29-30)

 

E ancora: Omnes enim filii Dei estis per fidem, quæ est in Christo Jesu. Quicumque enim in Christo baptizati estis, Christum induistis. Non est Judæus, neque Græcus: non est servus, neque liber: non est masculus, neque femina. Omnes enim vos unum estis in Christo Jesu. Si autem vos Christi, ergo semen Abrahæ estis, secundum promissionem hæredes. Siete tutti figli di Dio per la fede in Cristo Gesù; quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non vi è più Giudeo né Greco, non vi è schiavo né libero; non maschio o femmina, ma tutti voi siete uno solo in Cristo Gesù. E se voi siete di Cristo, siete seme di Abramo, eredi secondo la promessa (Gal 3, 26-29). (7)

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È al nuovo Israele che lo zelo di vera Carità della Chiesa di Cristo chiama gli Ebrei, secondo i voti che — su iniziativa dei fratelli Lémann — 510 Padri del Concilio Vaticano umiliarono a Pio IX nel 1870, «affinché il povero popolo degli Ebrei, stanco di una lunghissima ed inutile aspettazione, si affretti a riconoscere il Messia Salvatore nostro, veramente promesso ad Abramo e preannunziato da Mosè: così perfezionando e coronando la religione mosaica, non mutandola». (8)

 

I sacerdoti Joseph e Augustin Lémann, convertiti dall’Ebraismo e instancabili apostoli della causa di Israele in Cristo, vedono nell’Osanna l’acclamazione che il Sinedrio avrebbe dovuto fare propria, ma che divenne invece preludio al rifiuto – un monito perenne affinché Israele riconosca il suo Re.

 

Tutto ruota intorno a Cristo Re e Pontefice. Tutto si decide sulla base del Suo riconoscimento come Messia, Salvatore e Liberatore. E finché il resto di Israele non piegherà il ginocchio al suo Signore, non avverrà il Giudizio finale. La conversione di questo resto precederà la venuta di Elia, ritarderà il giudizio e porterà alla «resurrezione del mondo» (Rm 11, 15). (9)

 

Questa consapevolezza e una retta interpretazione della Sacra Scrittura ci inducono a considerare anche quanto accade oggi alla luce del piano mirabile della Provvidenza. Nemo vos seducat (Ef 5, 6): non lasciamoci trarre in inganno da chi si illude di poter spacciare l’Anticristo come vero Messia, o di poter affrettare la fine del mondo edificando con le pietre quel Tempio che misticamente Nostro Signore ha edificato una volta per tutte nel proprio Corpo Mistico. Cerchiamo piuttosto, con la nostra coerenza di vita e con la Grazia di Dio, di renderci credibili testimoni del divino Messia, del Verbo Incarnato, di Colui che di qui a pochi giorni contempleremo assiso sul trono della Croce: Regnavit a ligno Deus. (10)

 

E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

29 marzo MMXXVI

Dominica II Passionis seu in Palmis

1) L’indicazione è riportata in Mt 21, 1; Mc 11, 1; Lc 19, 29. Betfage era situato sul versante orientale del Monte degli Ulivi, ai confini di Gerusalemme: è il luogo sacerdotale per eccellenza, da cui il Messia-Re, vero Sacerdote, inizia la sua processione regale. Durante la rivolta di Assalonne, il re Davide, umiliato e fuggitivo, «salì il monte degli Ulivi, salendo e piangendo» (2Sam 15, 30: ascendit autem David in ascensum Olivarum, ascendens et flens). Qui Davide, figura del Cristo sofferente, versa lacrime sul tradimento del figlio e del popolo. Cristo, vero Figlio di Davide, discende invece dal medesimo monte in trionfo, non per fuggire ma per consegnarsi alla Passione. Egli rovescia la sorte del padre Davide, trasformando l’umiliazione in gloria regale.

 

Il monte era legato all’unzione. La fonte di Gihon, ai piedi del Monte degli Ulivi, fu il luogo dell’unzione di Salomone (1R 1, 33-38): il sacerdote Sadoc unse il re con l’olio d’oliva, e la processione salì verso Gerusalemme tra acclamazioni. L’olio d’oliva – frutto stesso del monte – era il crisma della regalità (cfr. 1Sam 16, 13 per Davide). Cristo, vero Salomone pacifico (Pacificus), cavalca l’asina proprio da questo monte dell’olio: Egli è l’Unto per eccellenza, consacrato dallo Spirito Santo al Giordano. I Santi Padri (Agostino nel Tractatus in Joannem 51; Beda nella Catena) vedono qui il compimento perfetto: il Monte degli Ulivi, da cui la gloria del Signore era partita (Ez 11, 23) e su cui tornerà (Zc 14, 4), diviene il pulpito da cui Cristo Re proclama la sua regalità. La liturgia, con l’antifona della processione Cum appropinquaret Dominus, evoca proprio questo ingresso dal monte sacro.

 

2) Il Golgota, luogo dell’azione sacerdotale di Nostro Signore — il Suo Sacrificio — si trova significativamente fuori da Gerusalemme.

 

3) Mons. Francesco Spadafora (1903-1992), ordinario di Esegesi alla Pontificia Università Lateranense e strenuo difensore dell’esegesi tradizionale contro il modernismo, tratta il passo nel suo Dizionario Biblico. Sotto la voce «Osanna» egli afferma: «Acclamazione trionfale messianica: “Hosanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!” (Mt 21, 9). È il grido di riconoscimento del Re d’Israele, legato al Salmo 117 e alla liturgia ebraica della festa delle Capanne (Lv 23, 40). Il popolo, mosso dallo Spirito, acclamava il Re promesso, il vero Figlio di Davide che entra in Gerusalemme per regnare». Spadafora, in linea con la Scuola Romana anti-modernista, insiste sul senso letterale e tipico: l’evento è storico e profetico insieme, adempimento di Zc 9, 9 e dei Salmi regali, senza riduzioni razionalistiche.

 

4) Dopo la morte di Erode il Grande (4 a.C.), il regno fu diviso da Augusto tra i figli (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche 17, 188-249). La Giudea propriamente detta (con Gerusalemme) toccò ad Archelao come etnarca, ma la sua tirannia provocò rivolte che portarono alla deposizione romana nel 6 d.C. (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 17, 342-354; Guerra Giudaica 2, 111). Da quel momento la Giudea divenne provincia procuratoria romana, governata direttamente da prefetti/procuratori di rango equestre, dipendenti dal legato di Siria e dall’Imperatore. Erode Antipa (tetrarca di Galilea e Perea, 4 a.C.-39 d.C.) non aveva alcuna giurisdizione civile in Giudea. Era un vassallo romano, privo del titolo di rex sulla Città Santa (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 18, 27). Durante la Passione, Pilato lo consultò solo perché Gesù era galileo (Lc 23, 6-12), ma Antipa non esercitava potere a Gerusalemme e Lo rinviò a Pilato. Non esisteva dunque un «re» ebreo legittimo a Gerusalemme; il trono davidico era vacante da secoli, occupato da stranieri o da fantocci imperiali.

 

5) Il sommo sacerdozio, istituito da Dio come ereditario e vitalizio nella discendenza di Aronne (Es 28-29; Nm 25, 10-13), era divenuto sotto i Romani uno strumento di controllo politico. Gli abiti pontificali erano custoditi nella fortezza Antonia dai Romani e consegnati solo per le festività (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 18, 93-95; 20, 6-9), segno tangibile della sottomissione. Anano (Annas) fu nominato da Quirinio (governatore di Siria) nel 6 d.C. e deposto da Valerio Grato nel 15 d.C. (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 18, 26.34). Caifa (Giuseppe, detto Caifa), genero di Anano, fu nominato da Valerio Grato nel 18 d.C. e rimase in carica fino al 36/37 d.C. (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 18, 35: «Grato… nominò sommo sacerdote Giuseppe, detto Caifa»). Fu dunque un puro funzionario romano, mantenuto da Pilato per stabilità politica. Giuseppe Flavio elenca esplicitamente i quattro Sommi Sacerdoti precedenti nominati e deposti da Grato in pochi anni: Ismaele, Eleazaro (figlio di Anano), Simone, poi Caifa – tutti emissari di Roma. Tra il 6 e il 41 d.C. i procuratori romani nominarono e destituirono almeno 18 sommi sacerdoti (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 20, 247-251), spezzando la successione legittima. Il Talmud babilonese (Yoma 9a) e gli esegeti tradizionali lamentano questa «corruzione» del sacerdozio: i sommi sacerdoti non erano più «unti» secondo la Legge, ma comprati con denaro o favori imperiali.

 

6) S.cti Augustini In Joannis Evangelium Tractatus 51, 6-7 (ed. CCL 36, p. 437-438) – «Pullus asinæ, in quo nemo sederat, populus gentium est, quem nemo ante Christum subegerat. Asina vero, plebs ejus quæ veniebat ex populo Israë, sub jugo legis jam diu erat. […] Christus autem, Rex humilis, sedens super asinam et pullum, utramque plebem significat: Judæorum jam domitam et Gentium nondum insessam. […] Et sicut rex pacificus venit, non equo bellico, sed asina, quæ pacis est signum».

 

7) Cfr. anche Eph 2, 11-22: Propter quod memores estote quod aliquando vos gentes in carne, qui dicimini præputium ab ea quæ dicitur circumcisio in carne, manu facta: quia eratis illo in tempore sine Christo, alienati a conversatione Israël, et hospites testamentorum, promissionis spem non habentes, et sine Deo in hoc mundo. Nunc autem in Christo Jesu, vos, qui aliquando eratis longe, facti estis prope in sanguine Christi. Ipse enim est pax nostra, qui fecit utraque unum, et medium parietem maceriæ solvens, inimicitias in carne sua, legem mandatorum decretis evacuans, ut duos condat in semetipso in unum novum hominem, faciens pacem: et reconciliet ambos in uno corpore, Deo per crucem, interficiens inimicitias in semetipso. […] Ergo jam non estis hospites, et advenæ: sed estis cives sanctorum, et domestici Dei. Rm 11, 11-15 e 25-26: Dico ergo: Numquid sic offenderunt ut caderent? Absit. Sed illorum delicto, salus est gentibus ut illos æmulentur. […] Si enim amissio eorum, reconciliatio est mundi: quæ assumptio, nisi vita ex mortuis? […] Nolo enim vos ignorare, fratres, mysterium hoc […], quia cæcitas ex parte contigit in Israël, donec plenitudo gentium intraret, et sic omnis Israël salvus fieret.

 

8) ut et miserrimam Hebræorum gentem paterna quadam invitatione dignetur prævenire: scilicet votum exprimere, ut tandem longissima inutilique expectatione lassati, ad Messiam salvatorem nostrum, vere promissum Abrahæ et a Mose prænunciatum, festinent accedere: sic perficientes coronantesque religionem mosaïcam, non mutantes. Postulatum pro Hebræis. Cfr. Joseph et Augustin Lémann, La cause des restes d’Israël introduite au Concile Œcuménique du Vatican, 1912 – https://livres-mystiques.com/partieTEXTES/Lemann/La_Cause/Cause_des_restes.pdf

 

9)«Dans cette période finale doivent trouver place la conversion des restes d’Israël, la réjouissance qui s’en fera dans l’Église catholique, la venue du saint prophète Elie qui doit restaurer toutes choses, l’unique bercail sous l’unique Pasteur annoncé par le Christ, le combat gigantesque contre l’antéchrist, et enfin, dans la nature et le soleil les signes précurseurs de la fin du monde».

 

10) San Venanzio Fortunato, Vexilla Regis, Carme II, 6.

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Spirito

La Stella Rossa di Belgrado multata perché i tifosi hanno mostrato allo stadio un’immagine sacra

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La Stella Rossa di Belgrado, arcinota squadra che ha fatto la storia del calcio serbo ed europeo, è stata multata di 40.000 euro dalla UEFA dopo che i tifosi sugli spalti hanno creato un’enorme icona cristiana di San Simeone con il messaggio «Che la nostra fede ti conduca alla vittoria».   La sanzione inflitta alla Stella Rossa, riportata nelle decisioni del 25 marzo dell’Organo di Controllo, Etica e Disciplina, è stata comminata per «aver trasmesso un messaggio non adatto a un evento sportivo» e per «aver screditato il calcio e la UEFA».     L’«incidente» è avvenuto il 26 febbraio 2026, durante la partita tra la nazionale serba e il Lille.   Commentatori in rete hanno subito fatto notare sui social media che la UAEF applica «le regole in modo selettivo» e ha «un evidente doppio standard», per cui le immagini demoniache sono permesse, quelle sante no.     «Perché è accettabile realizzare un’immagine con letteralmente Satana, un pentagramma e una frase in latino che chiede al diavolo di prendersi le loro anime, mentre non lo è quella di un santo cristiano?», ha chiesto un utente Twitter.  

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«La stessa UEFA ha promosso per anni il culto di Black Lives Matter e la propaganda LGBTQ+ senza problemi. Ma ha inflitto una multa salatissima alla squadra serba della Stella Rossa per un semplice messaggio di un tifoso cristiano: “Che la nostra fede vi conduca alla vittoria!”» ha osservato un altro utente, citando il politico tedesco Tomasz Froelich.   Fragkos Ammanouil Fragkoulis, membro ortodosso del Parlamento europeo greco , ha dichiarato di aver «presentato formalmente una lettera al Commissario europeo per lo sport in merito alla multa inflitta dopo l’incidente della Stella Rossa di Belgrado, esprimendo serie preoccupazioni sulla posizione della UEFA in materia di espressione cristiana ortodossa».   «L’applicazione selettiva delle regole rivela un evidente doppio standard», ha affermato Fragkoulis. «Non si può parlare di neutralità quando la fede viene trattata in modo diseguale».   «L’UEFA dichiara di essere neutrale, eppure la sua applicazione appare selettiva», ha scritto Fragkoulis nella sua lettera. «Il caso rafforza la percezione che le espressioni culturali e religiose vengano giudicate più severamente rispetto ad altre forme di comunicazione, anche quando sono positive e non violente».   Il Fragkoulis ha citato alcuni esempi significativi che mettono in luce i doppi standard della UEFA:    
  • Violazione della neutralità (bandiere politiche): Celtic FC vs Hapoel Be’er Sheva, UEFA Champions League, 17 agosto 2016: bandiere palestinesi; nessuna sanzione.
 
  • Violazione della neutralità (gesto militare): nazionale di calcio turca contro nazionale di calcio francese, qualificazioni a UEFA Euro 2020, 14 ottobre 2019: saluto militare; nessuna sanzione.
 
  • Violazione della neutralità (simbolismo territoriale/politico): nazionale di calcio ucraina contro nazionale di calcio olandese, UEFA Euro 2020, 13 giugno 2021: mappa della maglia che include la Crimea; nessuna sanzione.
 
  • Violazione della neutralità (valori/espressione politica): nazionale di calcio tedesca contro nazionale di calcio ungherese, UEFA Euro 2020, 23 giugno 2021: fasce arcobaleno al braccio; nessuna sanzione.
 
  • Violazione della neutralità (simboli politici – nessuna sanzione): Real Madrid CF vs FC Barcelona, ​​La Lifa, 2021-2023 – ripetuta esposizione di bandiere e striscioni indipendentisti catalani da parte dei tifosi; nessuna azione disciplinare da parte della UEFA nonostante il chiaro contenuto politico.

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Come riportato da Renovatio 21, i tifosi del Kaiserslautern l’anno passato avevano messo in scena allo stadio un’immane coreografia a base di satanismo, con tanto di pentagramma, preghiera diabolica in latino e immagine del demonio che emergeva dalla massa ultras.   Due anni fa ultras tedeschi del Bayer leverkusen erano stati invece multati per lo striscione «ci sono solo due sessi».   Va ricordato come la Stella Rossa, nata nel 1945 agli albori della Yugoslavia comunista, fosse una squadra che richiamava il socialismo ateo sin dal suo nome. Ora invece la sua tifoseria riproduce icone sacre con immense coreografie.   Insomma, anche in curva: ex oriente lux.

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