Spirito
Mons. Viganò: la mano di Satana ha vergato la nota dottrinale «Mater populi fidelis»
L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha pubblicato un testo che si scaglia fontalmente contro la recente nota dottrinale vaticana, Mater populi fidelis, un documento che, negando il ruolo di Maria come «correndetrice», ha fatto parlare di attacco alla Beata Vergine e di trasformazione del culto cattolico
«La Nota Dottrinale presentata nei giorni scorsi in Vaticano con il solo incipit in latino, Mater populi fidelis, costituisce l’ennesimo, scandaloso affronto di una Gerarchia traditrice e deviata, che da oltre sessant’anni, in un inarrestabile crescendo usa la propria autorità per imporre speciosamente ai Cattolici le proprie deviazioni dottrinali e morali, allo scopo di smantellare la Chiesa Cattolica e perdere le anime» scrive monsignor Viganò.
«La fretta – si direbbe quasi la furia – di distruggere è tale, da rendere evidenti anche le contraddizioni esistenti all’interno della stessa compagine sinodale, affetta da un significativo bipolarismo patologico: da una parte essa dichiara improprio il titolo mariano di Corredentrice attribuito alla Vergine Maria, e dall’altra promuove doctor Ecclesiæ John Henry Newman, che quel titolo aveva difeso contro gli Anglicani dopo il loro attacco al dogma dell’Immacolata Concezione».
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«Lo sdegno e il senso di oltraggio che invade ogni Cattolico dinanzi alla denigrazione della Vergine Santissima rende arduo padroneggiare la santa collera che coglie il fedele nel sentire vilipesa la Madre di Dio. Ma è proprio nei frangenti in cui il nemico ci provoca per ottenere da noi una reazione “sopra le righe” che occorre mantenere la massima lucidità di giudizio» continua il prelato lombardo.
«Proprio nell’analizzare e soppesare la portata di certe affermazioni, è indispensabile ricordare che tutte le dichiarazioni e le azioni dei funzionari della chiesa sinodale sono pretestuose e ingannevoli. Esse ci portano a seguire l’avversario sul terreno sul quale egli vuole condurre lo scontro, mentre è proprio lì che non dobbiamo assolutamente farci attirare, se non vogliamo cadere nella trappola che questi eretici ci hanno astutamente teso».
Monsignor Viganò sostiene che «a Tucho Fernández [il cardinale Victor Manuel Fernandez, detto Tucho, cardinale e teologo argentino dal 1º luglio 2023 prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, ndr] non importa nulla della Corredenzione, né tantomeno dei possibili fraintendimenti dei fedeli. E sarebbe patetico pensare che voglia ribadire l’unica mediazione di Nostro Signore, mentre entrambi i suoi datori di lavoro – Bergoglio e Prevost – sostengono che tutte le religioni portino comunque a Dio».
L’arcivescovo ritiene che «a Tucho Fernández non interessa nemmeno la diffusione di errori dottrinali che il Dicastero da lui indegnamente presieduto dovrebbe prontamente condannare, e che viceversa alimenta deliberatamente. Nessuno si preoccupò di possibili “fraintendimenti dottrinali”, quando si cercò di spacciare l’immondo idolo della Pachamama come immagine della Vergine che porta in grembo il Signore, dopo che i fedeli erano insorti scandalizzati per il culto reso da Bergoglio e dai suoi sodali a un orrido simulacro pagano».
«La confusione e la contraddizione sono la nota distintiva della chiesa sinodale, il suo “marchio di fabbrica” per così dire» attacca ancora Sua Eccellenza. «È infatti nell’accettazione della contraddizione che il fedele deve abdicare alla propria ragione e al Sensus Fidei, come professio apostasiæ richiesta al seguace».
Viganò critica dunque Fernandez per la sua preparazione e ricorda i suoi libri «osceni» (il porporato nella sua carriera in Argentina aveva pubblico un libello sul bacio e uno sull’orgasmo), citando anche il «vergognoso processo-farsa “per scisma”» nei confronti dello stesso Viganò conclusosi con il decreto di «scomunica».
«Se dunque Tucho ha promulgato questa Nota, lo ha fatto per altri scopi ed è su questi che bisogna soffermarsi, se si vuole comprendere l’indole ereticale e la portata distruttiva della sua opera eversiva» prosegue l’arcivescovo0 «Non dimentichiamo che questo documento era in preparazione sin dai tempi di Bergoglio e che esso è stato pubblicato dopo l’omelia tenuta il 26 Ottobre scorso da Prevost in occasione del pellegrinaggio giubilare delle “équipe sinodali e degli organismi di partecipazione”»
Il prelato ricorda le parole di Leone: «Su di voi, su noi tutti, sulla Chiesa sparsa nel mondo, invoco l’intercessione della Vergine Maria con le parole del Servo di Dio don Tonino Bello: “Santa Maria, donna conviviale, alimenta nelle nostre Chiese lo spasimo di comunione. […] Aiutale a superare le divisioni interne. Intervieni quando nel loro grembo serpeggia il demone della discordia. Spegni i focolai delle fazioni. Ricomponi le reciproche contese. Stempera le loro rivalità. Fermale quando decidono di mettersi in proprio, trascurando la convergenza su progetti comuni”» (Maria, Donna dei nostri giorni, Cinisello Balsamo 1993, pag. 99).»
«Non è superfluo ricordare chi fu questo “don Tonino Bello”, Vescovo di Molfetta»,puntualizza il già nunzio apostolico negli USA. «Nell’irriverente libello citato da Leone egli scriveva: ” Vogliamo immaginarla [Maria] adolescente, mentre nei meriggi d’estate risale dalla spiaggia, in bermuda, bruna di sole e di bellezza, portandosi negli occhi limpidi un frammento dell’Adriatico verde»
«Non è dunque solo a Tucho Fernández che si deve rimproverare questa abominevole Nota, ma all’intero establishment vaticano e ai suoi vertici. Un establishment che, mentre esalta “la infinita dignità dell’uomo” ribelle a Dio, non esita ad umiliare la dignità della Donna avvolta di Luce. E questo non da oggi né da ieri, ma da sessant’anni, ossia da quando la conventicola che era appena riuscita a respingere gli schemi preparatori del Concilio aveva fatto in modo che venisse cassata anche la proclamazione del dogma della Corredenzione di Maria Santissima, auspicata da larga parte dell’Episcopato mondiale, giudicata “poco ecumenica” nei riguardi dei dissidenti protestanti».
«E se Tucho Fernández è giunto ad impugnare un termine teologico che trova innumerevoli menzioni nei documenti papali di Pio IX, Leone XIII, San Pio X, Benedetto XV, Pio XI e Pio XII, non è per sollecitudine verso i fedeli o per evitare formulazioni equivoche della dottrina, ma per vero e proprio odio nei confronti della Madre di Dio» continua monsignore.
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«È la mano di Satana che ha vergato quelle parole odiose; è il soffio gelido della dannazione eterna che le ha ispirate. Non vi è nulla di buono: nemmeno l’intenzione, che è pretestuosa e serve ad altro, anzitutto ad abituarci all’idea che ogni dottrina cattolica possa essere soggetta a mutamenti, che quello che ieri era vero oggi non lo sia più, che la Fede che ha portato in Cielo le anime fino a Pio XII possa essere diventata motivo di confusione o addirittura di eresia».
«Così, mentre Prevost e Tucho Fernández fingono di voler dissipare gli equivoci di una dottrina confermata invece dalla Fede semplice del popolo, si apprestano a dare consistenza teologica alla sodomia, al diaconato femminile e alla sovversione del Papato in chiave sinodale. Tout va très bien, Madame la Marquise: basta non denunciare le loro imposture e riconoscere la loro autorità.»
L’arcivescovo conclude il suo scritto con un’invocazione alla Beata Vergine Maria: «che (…) Colei che da sola sbaraglia tutte le eresie e calpesta il capo orgoglioso del Dragone infernale, affretti il trionfo del Suo Cuore Immacolato.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
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Cina
Papa Leone approva il suo settimo vescovo per la Chiesa «cattolica» comunista cinese
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Spirito
Quale «comunione»?
Unità, in quale verità?
Il Santo Padre papa Leone XIV, Vicario di Gesù Cristo e Capo Supremo di tutta la Chiesa universale, ha celebrato il 29 giugno, alla presenza dei cardinali riuniti a Roma per il Concistoro, la Messa per la festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. È stato durante questa celebrazione che il Papa ha conferito il pallio ai nuovi arcivescovi metropoliti.
Nell’omelia pronunciata quel giorno, Leone XIV ha sottolineato la «fedele e paziente sollecitudine per l’unità» che spetta al successore di Pietro e che «è ben espressa dal simbolo delle chiavi, con cui spesso lo identifichiamo (cfr. Mt 16,19)». Ha approfondito poi la metafora: «Una chiave, infatti, non sfonda le porte, ma le apre e poi le richiude, trovando le leve giuste all’interno e guidandone i movimenti, in modo che i blocchi vengano rimossi, i chiavistelli scorrano e le ante girino liberamente sui cardini, unendo così gli spazi e trasformando molte stanze isolate in un’unica, accogliente casa».
Come dovremmo dunque intendere, alla luce di questa metafora, la definizione di unità e comunione nella Chiesa? «Allo stesso modo», spiega Leone XIV, «la comunione nella Chiesa non si costruisce aggrappandosi alle proprie posizioni, ma cercando, nel cuore di ciascuno, i punti di convergenza nella Verità , alla sola luce della quale ognuno diventa strumento di crescita per l’altro». Ed è qui che si pone la domanda fondamentale: qual è questa «Verità»?
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Il vescovo di Bourges, mons. Sylvain Bataille, ha recentemente ripreso questa riflessione del Papa quando, in una dichiarazione del 13 luglio, in occasione delle consacrazioni celebrate dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X, il recente successore di mons. Jérôme Beau ha affermato: « Non sogniamo un’unità di compromesso, fondata sull’ambiguità». (1)
Anche noi respingiamo questa ambiguità, poiché è vero che, una volta radicati in essa, «ogni tentativo di dissipare i malintesi non farebbe che moltiplicarli» (2). Ed è proprio per questo che, fin dai suoi albori, la Società ha esposto chiaramente le profonde ragioni della sua posizione, che sono le ragioni della sua obbedienza al Magistero della Chiesa Cattolica, e al tempo stesso anche le ragioni della disobbedienza del Concilio Vaticano II a quello stesso Magistero. Sebbene questa affermazione possa sembrare alquanto audace, resta comunque vera.
Ma osserviamo anche che, da Roma e dagli episcopati di tutto il mondo, in Francia come altrove, l’ambiguità viene respinta con altrettanta veemenza, ritenuta inaccettabile, e che questo rifiuto si fonda sugli stessi testi del Concilio, i quali, proprio se letti alla luce della loro profonda logica, purtroppo sfuggono a ogni ambiguità. Essi infatti trasmettono una nuova definizione della Chiesa e della sua unità, che si pone in chiara e netta opposizione alla definizione di Chiesa così come il Magistero ce l’aveva insegnata fino ad ora. L’unità della Chiesa non appare più come quella della Chiesa cattolica, ma come quella della Chiesa di Cristo, che «sussiste» solo nella Chiesa cattolica, ed è anche «presente e attiva» al di fuori della struttura visibile della Chiesa cattolica, nelle comunità separate, note come «cristiani non cattolici».
L’unità dei cristiani, che è l’obiettivo dell’ecumenismo, assume dunque il suo pieno significato, libero da ogni ambiguità, perché si riferisce all’unità della Chiesa di Cristo , che cresce e resta distinta dall’unità della Chiesa cattolica . Come afferma esplicitamente il decreto Unitatis redintegratio del Concilio Vaticano II, attraverso questo cammino ecumenico, « a poco a poco, superati gli ostacoli che impediscono la perfetta comunione ecclesiale, tutti i cristiani saranno riuniti in un’unica celebrazione eucaristica, nell’unità di una sola e medesima Chiesa. Quest’unità, Cristo l’ha concessa alla sua Chiesa fin dal principio. Noi crediamo che essa sussista in modo permanente nella Chiesa cattolica e speriamo che cresca di giorno in giorno fino alla fine dei tempi».
Qui si afferma chiaramente, senza alcuna ambiguità, che: 1) l’unità concessa da Cristo alla sua Chiesa – quindi l’unità della Chiesa di Cristo – «sussiste in modo inalienabile» nella Chiesa cattolica , e 2) «auspicavamo che essa crescesse di giorno in giorno», in quanto «presente e attiva» solo al di fuori dell’unità della Chiesa cattolica.
Perché, dunque, la Fraternità Sacerdotale San Pio X è considerata scismatica? Semplicemente perché rifiuta questa nuova ecclesiologia, che cerca di stabilire una vera distinzione tra la Chiesa di Cristo e la Chiesa Cattolica. Questo rifiuto è stato ribadito di recente con la Professione di Fede del 24 giugno, ma l’arcivescovo Lefebvre lo aveva già sottolineato nell’omelia pronunciata per le consacrazioni episcopali del 30 giugno 1988:
«E perché, Vostra Grazia (mi verrà chiesto), avete interrotto questi colloqui, che sembravano avere un discreto successo? Proprio perché nello stesso istante in cui stavo firmando il Protocollo (accordo), l’inviato del Cardinale Ratzinger, che mi portava questo protocollo da firmare, mi ha consegnato una lettera in cui mi chiedeva perdono per gli errori che stavo commettendo. Se sono in errore, se insegno errori, è chiaro che devo essere ricondotto alla Verità, nella mente di coloro che mi hanno mandato questo documento da firmare, che devo riconoscere i miei errori. Vale a dire: se riconosci i tuoi errori, ti aiuteremo a tornare alla verità. Che cos’è questa verità per loro? Se non è la verità del Concilio Vaticano II, se non è la verità di questa Chiesa conciliare, questo è chiaro!». Pertanto, è chiaro che per il Vaticano, l’unica verità che esiste oggi è la verità conciliare, è «lo spirito del Concilio», è lo spirito di Assisi. Questa è la verità di oggi. E noi non vogliamo avere niente a che fare con questo al mondo, assolutamente niente!
Quando Papa Leone XIV affermò che la comunione nella Chiesa deve essere costruita «cercando, nel cuore di ogni persona, i punti di convergenza nella Verità », si riferiva precisamente, e senza alcuna ambiguità, a questa nuova Verità del Concilio Vaticano II. La Fraternità, e con essa i suoi sei vescovi, compresi i quattro consacrati il 1° luglio , la rifiutano completamente, perché questa Verità è una falsa Verità; ha solo l’apparenza di Verità assumendo la falsa veste del Magistero, e in realtà è semplicemente l’espressione degli errori già condannati da tale Magistero.
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E la Fraternità, con i suoi sei vescovi pienamente cattolici, auspica di cuore che il papa e il Cardinale Fernandez non siano così rigidi nelle loro posizioni su una teologia che, pur avendo trovato la sua massima espressione nel Concilio Vaticano II, rimane discutibile su più di un punto, alla luce degli insegnamenti secolari del Magistero della Chiesa, come chiaramente emerge dalla Professione di Fede rilasciata dalla Fraternità il 24 giugno.
Leone XIV ha concluso la sua omelia del 29 giugno estendendo con gioia «un cordiale saluto ai membri della delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, inviata dal mio carissimo fratello, Sua Santità Bartolomeo, e guidata da Sua Eminenza Emmanuel, Metropolita di Calcedonia». Questa delegazione, tuttavia, rappresenta una comunità rimasta scismatica per oltre nove secoli, nonostante nel 1964 Papa Paolo VI avesse cercato di revocare l’anatema di scomunica subito da Michele Cerulario durante lo scisma del 1054.
Lontana da qualsiasi spirito scismatico, la Fraternità professa la stessa fede dell’apostolo San Pietro, la fede nel Primato del Vescovo di Roma.
Per questo osa sperare in un «cordiale saluto» del Santo Padre, tanto più meritato in quanto, a differenza dei vescovi ortodossi Bartolomeo ed Emmanuele, a differenza anche della signora Sarah Mullaly, la presunta «arcivescova» anglicana di Canterbury, ricevuta in Vaticano dal Papa il 27 aprile, e a differenza dei 14 (6 donne e 8 uomini) presunti «vescovi» luterani di Norvegia, anch’essi ricevuti in Vaticano da Leone XIV il 26 agosto, intende rimanere fedele alle definizioni dei concili ecumenici di Lione I e II, Firenze, Trento e Vaticano I.
Padre Jean-Michel Gleize
NOTE
2) Etienne Gilson, Matières et formes, Vrin. 1964, p. 20.
3) https://laportelatine.org/actualite/leon-xiv-et-madame-mullaly
4) https://fr.zenit.org/2026/08/26/leon-xiv-la-bonte-et-la-charite-ont-le-pouvoir-de-desarmer/ ; https://www.vaticannews.va/fr/pape/news/2026-08/leon-xiv-petits-gestes-bonte-charite-peuvent-desarmer-conflits.html
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)
Spirito
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