Eutanasia
Alfie Evans e il calderone dei traditori
Sono passati solo pochi giorni dalla morte del piccolo Alfie, avvenuta per mano dello stato omicida e perverso quale è l’Inghilterra, e il clamore mediatico si è già spento, lasciandosi alle spalle l’infanticidio di un innocente perché, come cantavano i Queen, «The Show Most Go on».
Riprendersi è dura. Metabolizzare impossibile. Forse, per chi vede i primi passi del proprio figlio ancora meno.
Misto a questo dolore però si cela una volontà di giustizia, giustizia che dobbiamo ad Alfie per ciò che, a nome di tutti noi, ha combattuto contro tutto e tutti.
Se si è drammaticamente persa un battaglia – e così è stato – anche a costo di risultare banali occorre dire che la guerra continua, con un’urgenza ancora più grande di prima. Si impone la necessità di separare il grano dalla zizzania, gli amici dai nemici e, soprattutto, svelare i veri volti di tutti i traditori che hanno animato questa triste vicenda e il suo devastante epilogo.
Ora viene il tempo di svelare il vero volto di chi è stato complice di questo omicidio: la neo-chiesa e il Vaticano intero
Abbiamo svelato il vero volto di coloro i quali, in nome della medicina totalitarista e delle leggi omicide hanno condannato al patibolo Alfie Evans. Ora però, per dovere di coscienza, viene il tempo di svelare il vero volto di chi è stato complice di questo omicidio: la neo-chiesa e il Vaticano intero.
Bergoglio e la Pontificia Accademia per la Morte
Dopo le numerose pressioni ricevute da gran parte del mondo, Bergoglio è stato costretto ed intervenire attraverso un tweet il 4 aprile scorso, dove invitava a «continuare ad accompagnare con compassione il piccolo Alfie».
Ad accompagnarlo dove non ci era dato saperlo. Ora, purtroppo, sì.
D’altronde il boia Anthony Hayden, il 20 febbraio scorso, per emettere la sentenza di morte per il piccolo Alfie utilizzò proprio il messaggio sul «fine-vita» inviato da Bergoglio a Mons. Vincenzo Paglia, CEO della Pontificia Accademia per la Vita.
Migliaia di persone chiesero l’intervento del Vescovo di Roma per smentire ed abbattere la strumentalizzazione di queste sue parole. Nessuna risposta pervenne da Santa Marta o adiacenti. Per un semplice motivo: non di strumentalizzazione si era trattato. E a confermarlo fu proprio Paglia, che dando il meglio di sé in un’intervista rilasciata a Tempi il 9 marzo scorso, si guardò bene dal condannare la strumentalizzazione del boia dell’Alta Corte, ma anzi argomentò brillantemente dando ragione ai medici dell’Alder Hey Children’s Hospital:
«Parlare di “soppressione” non è né corretto né rispettoso. Infatti se veramente le ripetute consultazioni mediche hanno mostrato l’inesistenza di un trattamento valido nella situazione in cui il piccolo paziente si trova, la decisione presa non intendeva accorciare la vita, ma sospendere una situazione di accanimento terapeutico».
Il lavoro della PAV è sostanzialmente quello di passare da «Pontificia Accademia della Vita» a «Pontificia Accademia della Morte». Se arriveremo all’eutanasia di stato anche in Italia lo dovremo al Vaticano.
Il lavoro della PAV è sostanzialmente quello di passare da «Pontificia Accademia della Vita» a «Pontificia Accademia della Morte».
Se arriveremo all’eutanasia di stato anche in Italia lo dovremo al Vaticano.
Le briciole erano già state lasciate quando Paglia fu incoraggiato dallo stesso Bergoglio, appena l’anno scorso, con la stesura del codice deontologico vaticano per gli Operatori Sanitari, dove veniva finalmente ammesso che l’idratazione e l’alimentazione dovevano essere concesse «solo se utili».
Di meglio ancora aveva fatto con il Messaggio inviato proprio a Mons. Vincenzo Paglia in occasione del Metting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni del «fine vita». Qui Bergoglio, ad esempio, così diceva»:
Nessuna differenza viene fatta fra eutanasia attiva ed eutanasia passiva, due facce della medesima medaglia: la morte.
«Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte».
Nessuna differenza viene fatta fra eutanasia attiva ed eutanasia passiva, due facce della medesima medaglia: la morte.
Per chi ha affinato il naso sulla nuova terminologia tanto in auge, è facile constatare come il termine «accanimento terapeutico» svolga un ruolo molto importante per i passi che conducono all’eutanasia di stato
Per chi ha affinato il naso sulla nuova terminologia tanto in auge, è facile constatare come il termine «accanimento terapeutico» svolga un ruolo molto importante per i passi che conducono all’eutanasia di stato. Semplicemente, così facendo, si potrà sempre trovare un appiglio per porre fine alla vita di qualche innocente giudicato troppo indegno per restare in questo mondo tutto pieno di gente per bene, garante di una qualità di vita alta.
Così è stato con Alfie, e prima ancora con Charlie ed Isaiah.
La pressione mediatica che intanto andava via via crescendo attorno al piccolo bambino condannato a morte, ha spinto Bergoglio ad intervenire nuovamente il 15 aprile con un generico discorso fatto durante il Regina Coeli, e poi con un tweet del 23 aprile scorso in cui si rinnovava l’invito a rispettare il volere dei genitori. Un caso mondiale liquidato in qualche click di tastiera – non certo fatto da lui peraltro – e sempre nel rispetto della terminologia politicamente corretta che parla di volontà, di utilitarismo, ma praticamente mai di Dio e di grave peccato contro di Lui.
Il vescovo di Roma, nella sua intraprendenza progressista e rivoluzionaria ha un evidente difetto: non riesce a fingere.
L’incontro a muso lungo
Un tweet costa nulla, un incontro faccia a faccia, ripreso dalle telecamere e al quale non si può sfuggire costa molto, molto di più.
Il vescovo di Roma, nella sua intraprendenza progressista e rivoluzionaria ha un evidente difetto: non riesce a fingere.
Un po’ come D’Annunzio , che al Vittoriale aveva una sala d’attesa per gli ospiti graditi e una per gli ospiti sgraditi. Il muso lungo mostrato durante l’incontro con Thomas, avvenuto il 18 aprile, è stato peggiore di quello immortalato durante l’incontro con Donald Trump e famiglia.
Le parole da lui pronunziate durante l’udienza generale del mercoledì (avvenuta poco dopo l’appuntamento con il giovane padre di Alfie), e cioè che «l’unico padrone della vita dall’inizio alla fine naturale è Dio», sono state fondamentalmente richieste da Thomas durante l’udienza privata: nulla di più, nulla di meno.
Come viene normale pensare, se a Bergoglio fosse veramente interessato del bambino inglese avrebbe subito disposto l’ordine di dare tre passaporti vaticani alla famiglia, come spesso ha fatto per immigrati musulmani, prendendosi la scena pubblica che ama.
Come viene normale pensare, se a Bergoglio fosse veramente interessato del bambino inglese avrebbe subito disposto l’ordine di dare tre passaporti vaticani alla famiglia, come spesso ha fatto per immigrati musulmani, prendendosi la scena pubblica che ama.
Occorre dire, senza mezzi termini, che se vi è stata una mossa sbagliata essa è stata proprio quella di coinvolgere il CEO di Santa Marta, permettendogli così di lavarsi pubblicamente la coscienza e di passare come eroe dell’ultimo momento, che se la cava con due tweet e poche, assurde, inconsistenti parole.
Fortunatamente però, come è stato ampiamente dimostrato, «chi di tweet ferisce di tweet perisce»: finalmente gran parte del mondo ha capito che è troppo comoda prendersi il palcoscenico standosene in panciolle dietro ad una tastiera.
Il problema è piuttosto di chi, anche mascherando una certa tendenza conservatrice e polemica verso il nuovo pontificato – guai ad andare oltre – gira e rigira torna sempre lì: a voler salvare Bergoglio.
I genitori si erano votati a chiunque, fidandosi ciecamente del Vaticano, ma come vogliamo dimostrare questo è stato un totale fallimento. Di certo non per colpa loro.
Il risultato è stato questo, per buona pace di chi sostiene che le grandi manovre fossero state fatte dietro le quinte. I genitori si erano votati a chiunque, fidandosi ciecamente del Vaticano, ma come vogliamo dimostrare questo è stato un totale fallimento. Di certo non per colpa loro.
C’è chi è andato, come portavoce della famiglia, a chiedere i passaporti in Vaticano: è stato risposto che se si fosse dovuto smuovere mari e monti per Alfie, allora lo si sarebbe dovuto fare per tutti.
Grandi eccellenze incaricate di rapporti diplomatici hanno candidamente fatto capire di non rompere, perché si sarebbe potuto mettere in pericolo il lavoro diplomatico intrapreso dalla Segreteria di Stato Vaticana, che a ben vedere, come al solito, non ha ottenuto nulla.
In forza della diplomazia che nulla costa, nulla compromette ma sempre salva (agli occhi degli ingenui e dei media che li ingozzano) la neo-chiesa tace e abbandona gli agnelli condotti al macello.
In forza della diplomazia che nulla costa, nulla compromette ma sempre salva (agli occhi degli ingenui e dei media che li ingozzano) la neo-chiesa tace e abbandona gli agnelli condotti al macello.
Il disegno è chiaro. Lo è un po’ meno per chi ancora non ha capito che ai lupi piace sbranare le pecore.
E qui, di lupi travestiti da pastori, ne esistono parecchi. La vena dell’etichetta, dell’esclusiva e del selfie compulsivo o del post demenziale in bacheca, evidentemente fa sì che si possa passare oltre questi “piccoli” dettagli sull’attuale situazione nella Chiesa.
Il «tradizionalismo» e il «conservatorismo» uccidono passivamente
Nel mentre il vescovo di Liverpool taceva, insieme a tutta la codarda e ignava Conferenza Episcopale Inglese.
Il misericordiae vultus con cui si tentò di liquidare Thomas e Kate fu il riflesso perfetto del falso interesse verso l’essere umano che la neo-chiesa vorrebbe mostrare ogni giorno.
Mons. McMahon, infatti, «tradizionalista» tutto d’un pezzo che celebra anche la Messa antica, se ne venne fuori – anch’egli a causa della pressione mediatica che oramai lo aveva schiacciato – dicendo che la diocesi di Liverpool si era interessata alla vicenda dando assistenza spirituale al personale dell’Alder Hey, ma non ai due giovani genitori perché «non sono cattolici».
Il misericordiae vultus con cui si tentò di liquidare Thomas e Kate fu il riflesso perfetto del falso interesse verso l’essere umano che la neo-chiesa vorrebbe mostrare ogni giorno.
A parte il fatto che non è vero – e la famosa lettera che Tom scrisse di conseguenza al suo vescovo ne è la dimostrazione – è curioso notare come il sincretismo tanto in voga funzioni sempre solo quando non c’è da metterci la faccia per cause serie.
Oltre a ciò, McMahon ebbe il coraggio di dire che l’Alder Hey stava sicuramente agendo bene e per l’interesse del bambino e della famiglia Evans. Questo ancor prima dell’incontro con Bergoglio su cui ritorneremo più sotto, per non scombinare l’ordine cronologico dei fatti e le combinazioni di questo calderone.
Il «tradizionalista» McMahon è stato sicuramente sfacciato e ne dovrà rispondere un giorno: come diceva persino Giovanni Paolo II, di cui è certamente figlio spirituale, «arriverà il giudizio di Dio».
Tuttavia non è l’unico che ha le mani macchiate di complicità. Nel suo caso, sicuramente, trattasi di complicità attiva. Vi è però anche chi, con la solita inerzia, è c stato complice passivamente: dov’erano tutti quei cardinali e vescovi che marciano per le vie di Roma a favore della vita con circoli, gruppi, circoletti, sitarelli che si ergono a difensori della vita solo quando non costa una sporcata di mani?
Ché forse qualcuno pensa di potersi salvare con qualche benedizione fatta da casa, magari elogiando il Santo Padre per la premura avuta con Alfie, o con qualche tweet – come nel caso del Card. Sarah, uscito allo scoperto pochi giorni fa con una tweettata, senza nemmeno fare lo sforzo di scrivere una frase sua ma utilizzandone una del Prof. Lejeune – in grado di far salvare «socialmente» – cioè attraverso i social network orwelliani – la faccia?
La cosa più sconvolgente di tutta questa faccenda è stata appunto la codardia mostrata dagli pseudo- conversatori: chi sarebbe intervenuto senza il via libera del biancovestito?
Tutti, e dico tutti, hanno aspettato il lasciapassare di Santa Marta. Dopo di quello, un po’ di coda si è creata, segno tangibile che in questo modello falsificato di chiesa non vi è nessuna sussistenza, nessun onore, nessuna virilità da parte di coloro che vestono il color rosso porpora, insigne martyrium.
La cosa più sconvolgente di tutta questa faccenda è stata appunto la codardia mostrata dagli pseudo- conversatori: chi sarebbe intervenuto senza il via libera del biancovestito?
Un esempio eclatante di questa triste realtà lo ha dato ancora una volta il vescovo di Reggio-Emilia, Mons. Massimo Camisasca, che invece di organizzare Veglie di preghiera per Alfie, si lamentava della «pressione» di alcuni giovani fedeli che, unico gruppo nella sua Diocesi (e questo già da solo può rendere l’idea del fermento spirituale della Diocesi «rossa» reggiana), ne stavano organizzando una in tempi ristrettissimi e tra mille ostacoli ecclesial-burocratici (quando nella stessa Diocesi, con impressionante facilità, spuntano da diverso tempo veglie contro l’omofobia, la transfobia e simili bestialità).
Ebbene, oltre al lamentarsi dell’eccessiva «foga» di questi giovani – fra cui pure il sottoscritto – superbi e mancanti di umiltà nell’osare a chiedere a Sua Eccellenza tempi rapidi, per ovvi motivi che capirebbe chiunque si fosse davvero interessato al caso Alfie Evans (ma evidentemente non era questo il caso), il Vescovo ha lamentato un’idea troppo «battagliera» della Fede cristiana, sposando in toto la versione contraffatta post conciliare di una chiesa traditrice della propria identità missionaria e vuota dell’aspetto Militante che le è proprio.
Un portavoce del gruppo di fedeli, chiamato al telefono da Mons. Massimo, dopo esser stato abbastanza attaccato per i contenuti anzidetti, cercando di far capire alla Reverendissima Eccellenza l’urgenza oggettiva e non soggettiva della richiesta, si è sentito così rispondere: «Caso strano le vostre sono sempre urgenze prioritarie».
Ve ne sono invece altre, come quelle di far visita alle comunità di cristiani LGBT presenti in diocesi, sicuramente molto più urgenti.
Questa idea di Fede, totalmente appiattita all’ideale mondano e antropocentrico, viene evidenziata in modo lampante nelle ultime righe del comunicato che Sua Eccellenza ha pubblicato all’indomani del contatto con gli organizzatori della Veglia per Alfie reggiana. Dopo aver citato, esaltandole, «le parole del Santo Padre» su Alfie e il caso del francese Vincent Lambert, Camisasca conclude così:
«Benedico perciò ogni iniziativa di preghiera e di supplica a Dio. Non si tratta di una battaglia, ma di una vera affermazione di umanità e di amore all’uomo, a ogni uomo».
Mons. Camisasca, lo stesso Vescovo che non più di un anno fa, davanti agli organizzatori della processione di riparazione del GayPride di Reggio Emilia, ha rimproverato l’iniziativa colpevolizzando il Comitato Beata Giovanna Scopelli di aver favorito il successo mediatico ed economico dell’evento sodomitico.
In quell’occasione la Diocesi reggiana «offrì», per evitare la «vergogna» di tanti cattolici armati di rosario per le strade di Reggio Emilia, l’irrinunciabile proposta di una preghiera fatta al termine delle messe parrocchiali pre-festive del weekend precedente al Gay Pride.
Il segretario del vescovo avrebbe poi anche dichiarato che ci sono tanti bambini ammalati anche qui da noi, e che di cose brutte ne succedono anche nei nostri ospedali italiani: vi ricorda qualcosa? Come a Roma così a Reggio: «Signora, se lo facciamo per Alfie allora dovremmo farlo per tutti…» (il passaporto).
E si pensi che il sito di Notizie Pro Vita mise un cappello ad una lettera inviata a Mons. Camisasca e resa poi pubblica, prendendosi la briga di specificare che «non “la Chiesa”, ma “alcuni uomini di Chiesa” si stanno mostrando insensibili a questa deriva mortifera».
Per quanto ecclesiologicamente possa essere una definizione più precisa, rimane da capire dove sia rimasta l’altra parte degli uomini di chiesa, visto che nessuno si è fatto avanti scegliendo piuttosto la passività che uccide e che ha ucciso Alfie Evans all’azione.
Utilitarismo statal-ecclesiastico
I sonetti proposti anche dopo il gran chiasso mediatico creatosi attorno alla vicenda erano pregni di quell’utilitarismo tanto caro ai cianciatori del Vaticano, che hanno ripetuto ad abundantiam la necessità di un dialogo fra medici e famiglia, all’insegna del più becero e deleterio utilitarismo volontarista che non bada alla difesa della vita del bambino come miracolo voluto da Dio, ma come oggetto di contesa fra una volontà ed un’altra.
I cianciatori del Vaticano hanno ripetuto ad abundantiam la necessità di un dialogo fra medici e famiglia, all’insegna del più becero e deleterio utilitarismo volontarista che non bada alla difesa della vita del bambino come miracolo voluto da Dio, ma come oggetto di contesa fra una volontà ed un’altra.
Paglia, intervistato dalla Rai poche ore dopo il distacco della ventilazione ad Alfie – precisamente il 24 aprile – parlò di «una legge fredda che impedisce di ascoltare i genitori (…) perché la vita non è solo un fatto biologico, ma è relazione, affetto, è sentimento».
Messo in discussione il fatto biologico, come fece durante le prime dichiarazioni, Paglia avallò la tesi personalista secondo la quale è per sentimento o volontà che si deve decidere se porre o non porre fine alla vita di qualcuno: «nella decisione non possono non entrare i genitori, e non basta quindi un tribunale per decidere della vita e della morte».
Se i genitori di Alfie fossero stati d’accordo, ecco che allora Paglia e il calderone infernale che occupa la PAV avrebbe avuto meno gatte da pelare, gioendo per il lieto fine che avrebbe visto la morte di Alfie con imprimatur genitoriale ed ecclesiale (anche Beppino Englaro stava con i genitori di Alfie in effetti).
E per concludere questa tesi di morte autodeterminante, Paglia Vincenzo affermò che è «indispensabile una nuova alleanza fra il campo della medicina e il campo dell’umanità».
«Per quanto concerne il paziente, egli non è padrone di se stesso, del proprio corpo, del proprio spirito. Non può dunque disporne liberamente. Per quanto riguarda i medici, nessuno al mondo, nessuna persona privata, nessuna umana pietà, può autorizzare il medico alla diretta distruzione della vita; il suo ufficio non è di distruggere la vita ma di salvarla». Pio XII, 1957
Giusto per fare un salto indietro nel tempo, quando la Chiesa era Cattolica, è bene vedere quanto disse Pio XII, nel 1957, durante un discorso fatto agli operatori sanitari sulla rianimazione:
«Per quanto concerne il paziente, egli non è padrone di se stesso, del proprio corpo, del proprio spirito. Non può dunque disporne liberamente. Per quanto riguarda i medici, nessuno al mondo, nessuna persona privata, nessuna umana pietà, può autorizzare il medico alla diretta distruzione della vita; il suo ufficio non è di distruggere la vita ma di salvarla».
Con Alfie è avvenuto l’esatto opposto, con placet della neo-chiesa traditrice del proprio mandato.
A tale proposito colpisce anche il comunicato emesso dall’Accademia “Giovanni Paolo II per la Vita e la Famiglia” del 26 aprile, una costola staccatasi dalla PAV.
Nella dichiarazione, i membri partono da un presupposto che sembra scivolare sullo stesso errore a cui abbiamo or ora accennato, dando come prioritaria la riflessione sul rapporto genitori-bambino e Stato-bambino: «La domanda più ovvia che dovrebbe pungolare la nostra coscienza collettiva è: chi ha il diritto naturale di prendersi cura di Alfie e salvaguardare il suo migliore interesse? È lo Stato o sono i genitori del bambino? È evidente che i genitori, in virtù della relazione genitore-figlio, hanno il diritto naturale di agire nel miglior interesse e benessere del loro bambino; e l’esercizio di questo diritto non può essere negato ingiustamente dall’interferenza dello Stato coercitivo, tranne nei casi di abuso e negligenza».
Chi doveva essere un’alternativa alla Pontificia Accademia per la Vita, finisce per partire dagli stessi presupposti, se vogliamo espressi meglio.
Il comunicato non parte infatti nel modo giusto, e cioè affermando in maniera inequivocabile e primaria che Dio solo dona la vita, Dio solo la toglie. Noi abbiamo certo il dovere di custodire la vita facendo tutto ciò che possiamo ed adorando la volontà di Dio comunque vadano le cose. Solo per questo motivo si poteva appoggiare, ma secondariamente, la richiesta dei genitori di trasferire il figlio denunciando come violazione dei basilari e fondamentali diritti umani la negazione di essa.
Abbattuti ed invertiti faustianamente i motivi principali per cui difendere la vita, Vaticano & Co., in mezzo alla nebulosa di parole ambigue e meramente antropocentriche, arriva evidentemente a destare anche quel principio, per certi versi assurdo, che permette di fare obiezione di coscienza.
Quell’obiezione di coscienza che il povero Padre Gabriele Brusco aveva posto all’attenzione del personale sanitario e medico dell’Alder Hey, facendo presente che esiste una morale, un’etica e un codice deontologico per cui potersi rifiutare di prendere parte ad un atto che si ritiene illecito moralmente e in coscienza.
Alfie, insieme ai suoi genitori, sono stati lasciati nel più totale abbandono: medico, umano e spirituale.
Questa civile proposta, è evidente, dev’esser costata lui molto cara: non solo è stato denigrato da tutta l’equipe dell’ospedale inglese – tanto per capire quale dialogo e quale «alleanza fra medici e genitori» si sarebbe potuta stabilire, ma, casualmente a ridosso con l’incontro quasi carbonaro avvenuto fra Bergoglio e Mons. McMahon il 25 aprile scorso a Roma, Padre Gabriele è stato urgentemente richiamato a Londra da un suo superiore.
Di lui non si ha più traccia e Alfie, insieme ai suoi genitori, sono stati lasciati nel più totale abbandono: medico, umano e spirituale.
Le passerelle dell’Ospedale Bambin Gesù
Secondo alcuni però, il grande operato di Bergoglio e del Vaticano non starebbe solo nell’azione intrapresa attraverso Mons. Cavina – rivelatasi poi nulla, come già detto – ma anche e soprattutto nell’intervento dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma. In merito a questo sono doverose alcune, serie precisazioni.
Le varie passerelle tenutesi a Liverpool dal Presidente dell’ospedale romano non possono passare inosservate, soprattutto per le modalità di azione in cui è stata gestita la vicenda del piccolo Alfie.
La Consulta di Bioetica, pronunciandosi attraverso un comunicato agghiacciante, ha però colpito nel segno quando ha evidenziato che «già nel settembre 2017 la famiglia Evans aveva richiesto il parere di due specialisti indipendenti e di tre esperti del Bambin Gesù, i quali hanno cooperato coi medici dell’Adler Hey Hospital, giungendo alla unanime conclusione che “la condizione di Alfie è irreversibile e non più curabile” (Alfie’s condition is irreversible and untreatable). È sulla scorta di questa terribile realtà che i medici dell’ospedale di Liverpool si sono chiesti “se continuare il trattamento di Alfie fosse nel suo miglior interesse” o l’insistenza fosse una forma di accanimento terapeutico e hanno sentito il dovere professionale e morale di dare una risposta precisa, ossia quest’ultima».
Il tipo di approccio è perciò da considerarsi errato in partenza, perché si pronuncia sulla condizione clinica del bambino – e quindi sull’impossibilità di curarlo – e non su quel «prendersi cura» di lui nonostante la malattia, peraltro giammai veramente diagnosticata. Grazie a questo tipo di sentenza, sia l’Alder Hey che la Consulta di Bioetica hanno potuto spazzare via la volontà portata in campo mesi dopo dall’ospedale della Santa Sede.
Svista, o coscienza di ciò che si stava facendo?
La Consulta di Bioetica ha fondamentalmente ragione. Come mai il Bambin Gesù di Roma, da settembre fino a poco tempo prima che il caso arrivasse alle Alte Corti di boia inglesi, ha taciuto?
Se si permette ai necrocultori di attaccarsi a qualcosa, si è loro complici. Ecco perché la Consulta di Bioetica ha fondamentalmente ragione. Come mai il Bambin Gesù di Roma, da settembre fino a poco tempo prima che il caso arrivasse alle Alte Corti di boia inglesi, ha taciuto?
Abbiamo visto Mariella Enoc farsi intervistare dietro alle gigantografie di Bergoglio; l’abbiamo vista volare a Liverpool «non per portare via il bambino ma per esprimere ai genitori la vicinanza del Santo Padre».
Qual è stato allora, veramente, il loro ruolo in tutta questa macabra vicenda?
Quale contributo hanno portato attraverso il loro dialogo che però, casualmente, è diventato importante solo quando il clamore mediatico non poteva permettere a nessuno di sottrarsi?
E da settembre a poco tempo fa, dove erano finiti tutti coloro che ora piangono Alfie?
Qualcuno dice che se ne sono semplicemente fregati.
La Enoc, il giorno stesso della morte del piccolo, dicendosi addolorata ha ribadito l’importanza di «continuare a lavorare tutti insieme e a investire sulla ricerca scientifica perché si possa dare una possibilità a questi bambini e una risposta a queste famiglie». Allo stesso tempo, ha continuato, «dobbiamo anche iniziare una vera riflessione comune, a livello internazionale: dobbiamo mettere insieme scienziati, clinici, pazienti, famiglie istituzioni, perché non si ripetano questi scontri e queste battaglie ideologiche».
Il tipo di battaglia sarebbe solo dunque di natura ideologica.
Inutile commentare.
E’ invece interessante collegarsi al discorso della «ricerca scientifica».
Mercoledì 25 aprile, mentre Bergoglio incontrava il vescovo di Liverpool, sul Corriere della Sera appariva un’intervista rilasciata dalla Enoc sul caso del piccolo Alfie.
«La nostra funzione non è guarire, ma curare, e per cura intendo ogni forma di sostegno» dice la Enoc in veste di Presidente del Bambin Gesù contraddicendo quantomeno le modalità del settembre 2017.
«Bisogna capire le origini genetiche di questa malattia, innanzitutto, per tutelare la giovane mamma nelle future gravidanze»: Non sembra azzardato interpretare le parole della Enoc, pur mantenendo il beneficio del dubbio, come una corsa ai ripari per proporre come potrebbero proporre ai Gard (il caso di Charlie fu relativo appunto ad una patologia mitocondriale) la «Three Parents IVF»: il programma per la fecondazione in vitro a tre genitori.
«Noi avremmo accolto Alfie garantendo le terapie necessarie, senza accanimento terapeutico». Cedendo sui termini tanto cari al sistema eutanatico («accanimento terapeutico»), e che Bergoglio e Paglia amano sovente ripetere, la Enoc arriva poi a parlare curiosamente di genetica:
«Bisogna capire le origini genetiche di questa malattia, innanzitutto, per tutelare la giovane mamma nelle future gravidanze».
Cosa vuol dire questo? Proviamo a rispondere.
Tutti sospettano che dietro alla malattia neurodegenerativa di Alfie vi sia, come ne caso di Charlie Gard, una malattia mitocondriale di natura genetica.
Non sembra azzardato interpretare le parole della Enoc, pur mantenendo il beneficio del dubbio, come una corsa ai ripari per proporre come potrebbero proporre ai Gard (il caso di Charlie fu relativo appunto ad una patologia mitocondriale) la «Three Parents IVF»: il programma per la fecondazione in vitro a tre genitori.
Se si scoprisse che la madre è portatrice sana, in provetta saranno pronti a creare il bambino a tre genitori.
Come? Facendo fecondare uno spermatozoo con un ovulo che ha il nucleo della «madre» e i mitocondri – se di malattia mitocondriale si tratterà – di un’altra «madre».
Geneticamente parlando il bambino sarà figlio non di uno, non di due, ma bensì di tre genitori. Alcuni microbiologi «cattolici», fra cui dei padri domenicani, si stanno del resto adoperando per poter presto affermare che la modifica dei geni per ottenere pazienti ancora più sani delle persone normalmente sane deve essere permessa moralmente.
Questi, dunque, i futuri interessi “scientifici” degli ospedali italiani?
Conclusione
La neo-chiesa e tutto l’aria mefitica che ha girato dal Vaticano fino a Liverpool ha responsabilità gravi. Le brecce che sono state aperte negli anni passati sui temi bioetici hanno raggiunto il loro apice, oggi.
Da Ratzinger che fu iscritto all’elenco dei donatori di organi definendo la donazione «un atto spontaneo» e di amore – creando i presupposti tecnici per permettere ai predatori diabolici di parlare di «apertura nella Chiesa» per quanto riguarda la cosiddetta morte cerebrale – fino a giungere alla Pontificia Accademia della Vita che vuole palesemente l’eutanasia di Stato.
Alfie è la nuova vittima sacrificata, che fa comodo, che rompe gli argini ancora rimasti in piedi sotto il boato di silenzio di una neo-chiesa complice e sfacciatamente colpevole. Al Cardinal Nichols è stata affidata la conclusione di questo racconto dell’orrore, senza che nessuno, e dico nessuno, levasse la voce contro le sue bestialità pronunciate a cadavere caldo.
L’incontro e i sorrisi a 33 denti fra Bergoglio e Katy Perry, avvenuto il giorno dopo la morte di Alfie, tracciano un evidente interessamento per i personaggi a cui tutt’alpiù bisognerebbe sputare in faccia. Nota satanista per stessa ammissione dei genitori, la Perry è per logica conseguenza una grande cultrice dei diritti LGBT e dell’eutanasia.
Conoscendo i suoi videoclip parasatanisti, sarà probabilmente contenta che il bambino Alfie sia stato sacrificato al Male.
Tutti gli accordi presi nel silenzio e nel calo del clamore mediatico ne sono la triste riprova: Alfie è morto da solo.
La sua morte è stata overtianamente accettata nel momento in cui tutti, “cattolici” in primis, hanno detto straziati e con fare edulcorato che «Alfie si è spento», che «Alfie è volato via».
Chi ama la vera Chiesa – è il caso di dirlo – oggi deve odiare il Vaticano insieme a tutto l’aria metifica che lo circonda. Bisogna distruggere le fondamenta di questa neo-chiesa, staccarsi da essa, denunciarla. Essa è la rappresentazione più anticristica che vi possa essere e sta preparando, con gran cura, il gran trono su cui far sedere l’Antico Avversario.
Eppure Thomas lo aveva detto nello stesso pomeriggio in cui poi, misteriosamente, calò il silenzio: «Il Papa venga qui a vedere cosa sta succedendo»…
Chi ama la vera Chiesa – è il caso di dirlo – oggi deve odiare il Vaticano insieme a tutto l’aria metifica che lo circonda.
Bisogna distruggere le fondamenta di questa neo-chiesa, staccarsi da essa, denunciarla. Essa è la rappresentazione più anticristica che vi possa essere e sta preparando, con gran cura, il gran trono su cui far sedere l’Antico Avversario.
Il piccolo gregge di fedeli deve opporsi con tutte le forze possibili.
L’intercessione di quei piccoli martiri uccisi in sfregio a Dio sarà con noi.
Il loro sangue innocente sarà quello che si abbatterà insieme al braccio di Cristo su tutto il calderone di morte che è stato creato contro di loro, contro il miracolo della Vita fin dal suo concepimento che è, in fondo, la perfetta immagine riflessa dell’Incarnazione di Nostro Signore, unico Padrone di tutte le cose, della Vita e della Morte, dando Vita Eterna ai giusti e dannazione senza fine ai malvagi.
Cristiano Lugli
Eutanasia
La Francia ha legalizzato l’eutanasia e il suicidio assistito: un’analisi approfondita di una legge sulla morte
Il 15 luglio 2026 rimarrà una data oscura nella storia francese. Dopo diversi anni di dibattito e tre respingimenti consecutivi da parte del Senato, l’Assemblea nazionale ha finalmente approvato la legge che istituisce il «diritto al suicidio assistito».
La legalizzazione del «morte assistita» è stata una delle principali promesse del secondo mandato di Emmanuel Macron. Dopo diversi rinvii dovuti allo scioglimento dell’Assemblea nazionale e alle successive crisi politiche, la legge è finalmente giunta alla sua conclusione il 15 luglio 2026.
Vita sottomessa ai voti
L’Assemblea Nazionale ha definitivamente approvato il disegno di legge con 291 voti favorevoli, 241 contrari e 29 astensioni; si è trattato della quarta votazione parlamentare su questo testo in meno di un anno. Nel frattempo, il Senato si era opposto per ben tre volte, esprimendo riserve sulle conseguenze di una simile riforma; tuttavia, il governo ha scelto di lasciare la decisione finale all’Assemblea Nazionale.
La maggioranza presidenziale e i gruppi di sinistra hanno appoggiato in modo schiacciante la riforma, mentre i parlamentari di destra e del Rassemblement National hanno votato in gran parte contro, sebbene ciascun gruppo abbia concesso ai propri membri libertà di voto sulla questione. È comunque importante notare che, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali del 2027, il portavoce del Rassemblement National, Laurent Jacobelli, ha dichiarato a franceinfo che il suo partito non avrebbe abrogato la legge in caso di vittoria alle elezioni, ma si sarebbe limitato a vigilare attentamente sulla sua attuazione.
Con questa votazione, la Francia entra a far parte della ristretta cerchia di paesi che hanno legalizzato il suicidio assistito o l’eutanasia, tra cui figurano Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Spagna, Svizzera, Canada, Nuova Zelanda e Uruguay.
Come per altre importanti riforme sociali, il vocabolario utilizzato ha giocato un ruolo centrale. La legge non parla né di «eutanasia» né di «suicidio assistito», ma di «aiuto a morire». Per i suoi sostenitori, questa espressione sottolinea la volontà di sostenere le persone che affrontano sofferenze ritenute insopportabili. In realtà, è un modo per attenuare il vero impatto del testo e farlo passare senza destare allarme, per poi trarne tutte le conclusioni necessarie.
Padre Hervé Gresland, autore di articoli su questo argomento, fa un’osservazione (1):
«Lo vediamo ovunque e sempre: la legalizzazione del male porta a un rapidissimo cambiamento di mentalità nella società. In breve tempo, le coscienze vengono completamente distorte; ciò che è legale diventa legittimo agli occhi della maggioranza. Nei paesi in cui è legale, assistiamo a una banalizzazione dell’eutanasia».
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Una trasgressione ispirata alle logge massoniche
Qualunque cosa si possa dire, l’eutanasia è l’omicidio di una persona innocente. Come tale, è intrinsecamente sbagliata e pertanto non è mai permessa. La sua legalizzazione costituisce un ulteriore passo nella rivendicazione della libertà assoluta della persona umana, che dovrebbe poter «scegliere la propria vita, scegliere la propria morte», secondo il tema del congresso organizzato a Nizza, dal 21 al 23 settembre 1984, dall’ADMD (Associazione per il Diritto a Morire con Dignità).
Questa associazione, cofondata dal dottor Pierre Simon, già Gran Maestro della Gran Loggia di Francia, e a lungo presieduta dal parlamentare (poi deputato e poi senatore) ed eminente membro del Grande Oriente di Francia Henri Caillavet, è all’origine del dibattito sull’eutanasia e sul suicidio assistito in Francia; è riuscita a imporre le proprie idee, persino il proprio vocabolario.
Non dimentichiamo che il 5 maggio 2025 il Presidente Emmanuel Macron ha visitato la Gran Loggia di Francia. Nel suo discorso in quell’occasione, ha dichiarato: «La Repubblica non è solo a casa nella Massoneria. È nel suo cuore e nella sua anima. (…) La Massoneria è in prima linea nella battaglia, la battaglia che conta se vogliamo plasmare questo secolo per il bene dell’umanità». E ha accolto con favore il fatto che i Massoni abbiano l’ambizione di «rendere l’uomo libero artefice della propria vita, dalla nascita alla morte».
Le logge massoniche, sostenute da importanti legami politici e mediatici, come già accaduto con la contraccezione (1967) e l’aborto (1974), si sono prese il loro tempo per portare a compimento questo sinistro progetto; ora sono vicine al loro obiettivo e festeggiano l’adozione di questa legge letale.
Padre Gresland presenta il loro punto di vista:
«L’uomo vuole avere potere sulla propria vita; vuole poter decidere da sé il suo valore o la sua durata. L’uomo che si fa dio proclama: “Io sono il padrone della mia vita e della mia morte, ne dispongo come voglio, ne mantengo il controllo fino agli ultimi istanti”».
L’aspetto più scandaloso di questa manovra è che «medici e operatori sanitari, che sono i più direttamente colpiti, sono stati in gran parte esclusi dal processo. 800.000 di loro hanno firmato una lettera aperta su Le Figaro il 16 febbraio 2023, opponendosi all’eutanasia, ma le loro voci non contano».
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Il desiderio di essere padroni della propria vita
L’abate Gresland dà un’idea della portata del cambiamento in atto:
«Il divieto di omicidio non appartiene al regno del diritto umano; deriva da una legge superiore alla volontà umana, la legge naturale, espressione della legge divina: “Non uccidere”. Questo divieto è l’unica garanzia valida e un punto di riferimento fondamentale per qualsiasi società civile. Trasgredire questo divieto costituisce quindi un cambiamento radicale. Un Paese che pretende di legiferare per eliminare i propri anziani e malati non può più rivendicare lo status di nazione civile. Dietro la cortina fumogena di parole come “libertà” o “dignità”, si sta verificando un completo capovolgimento».
Contrariamente a questa ideologia, «papa Pio XII ci ha ricordato che “Dio solo è padrone della vita e dell’esistenza. L’uomo, dunque, non è padrone né possessore, ma solo usufruttuario del suo corpo e della sua esistenza”.² Arrogarsi un diritto sulla propria vita è uno dei peccati più gravi che si possano commettere. Questo desiderio di usurpare ciò che appartiene solo a Dio è luciferino». (2)
La legge approvata il 15 luglio legalizza sia il suicidio assistito che l’eutanasia stessa, ovvero l’uccisione intenzionale di un paziente da parte di terzi. Tuttavia, fin dai tempi di Ippocrate, la medicina occidentale si è basata sul principio che il medico cura, allevia la sofferenza e fornisce supporto, ma non causa mai intenzionalmente la morte del paziente.
Nel corso dei dibattiti parlamentari, diverse organizzazioni mediche hanno ribadito la loro opposizione a questa rivoluzione, sostenendo che quando un paziente vede un medico entrare nella sua stanza, deve essere certo che il medico sia venuto per curarlo, non per causarne la morte.
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Le cure palliative messe da parte
A questa legittimazione ormai consolidata, padre Gresland si oppone la storia cristiana:
«Anziché sopprimere i malati gravi, la civiltà cattolica ha perseverato nella cura dei malati, anche in circostanze estreme. Invece di lasciare morire i bisognosi soli e abbandonati, ha inventato ospedali, orfanotrofi e case di riposo. Si è adoperata affinché tutti comprendessero la propria dignità di esseri umani creati a immagine di Dio, qualunque sventura li colpisca. Li ha aiutati a presentarsi al cospetto di Dio attraverso l’aiuto della vera religione. È questo spirito che Satana vuole distruggere, lo spirito di amore più forte dell’indifferenza e di speranza più forte della disperazione umana».
Inoltre, ancora oggi, l’accesso alle cure palliative rimane gravemente inadeguato in Francia. Circa venti dipartimenti sono tuttora privi di reparti specializzati e meno della metà del fabbisogno nazionale viene effettivamente soddisfatto. L’Unione delle Famiglie afferma che presto sarà più facile ottenere la morte che assicurarsi un posto in un reparto di cure palliative.
Come siamo arrivati a questo punto? Padre Gresland lo spiega:
«Le persone vengono indotte a credere che l’alternativa all’eutanasia sia una sofferenza atroce. E l’opinione pubblica viene manipolata attraverso i sondaggi, chiedendo alle persone se preferirebbero una sofferenza atroce o l’eutanasia. Ovviamente emerge la risposta desiderata, perché ciò che le persone vogliono è semplicemente non soffrire. Il grido di una persona malata, “Voglio morire”, non è una richiesta positiva; è prima di tutto un grido di angoscia, una supplica di aiuto. A seconda dei casi, significa: “Soffro troppo”, “Sono troppo fragile”, “Sono stanco di vivere”. Alcuni chiedono di porre fine alla propria vita a causa del loro isolamento o della paura di essere un peso per gli altri».
Eppure:
«La medicina oggigiorno è in grado di alleviare quasi ogni dolore fisico. È vero, però, che alcune sofferenze sono resistenti agli antidolorifici. In questi casi, si può offrire al paziente una sedazione più forte, a condizione che la morte non sia l’obiettivo immediato. Anche il dolore emotivo trova sollievo attraverso un sostegno attento e la cura di personale qualificato. Quasi invariabilmente, quando i pazienti sono ben assistiti, non chiedono più di morire. Ciò di cui le persone hanno bisogno non è aiuto per morire, ma aiuto per vivere. Alla fine della loro vita, desiderano essere accompagnate e aiutate fino all’ultimo, essere circondate da compassione e amore – un amore che, anche se non ne sono consapevoli, è un riflesso dell’amore di Dio».
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Una battaglia legale che non è ancora conclusa.
Il voto del Parlamento non significa ancora che la legge entri in vigore. Come annunciato ancor prima del voto, ora dovranno essere esaminate quattro richieste presentate al Consiglio costituzionale. Il primo ministro Sébastien Lecornu, il Presidente del Senato Gérard Larcher e diversi gruppi parlamentari hanno chiesto al Consiglio di verificare la costituzionalità del testo. Se il testo verrà confermato, il Presidente della Repubblica potrà promulgarlo prima che i decreti attuativi ne specifichino i dettagli pratici di applicazione.
Ma già ora il dibattito non riguarda più solo il contenuto della legge; si estende anche alle condizioni in cui il Consiglio costituzionale sarà chiamato a pronunciarsi su di essa. In un articolo d’opinione pubblicato su Le Figaro, Jean-Éric Schoettl, ex Segretario generale del Consiglio costituzionale, richiama l’attenzione su una questione raramente dibattuta: quella dell’imparzialità oggettiva dei membri del Consiglio. Non basta che la giustizia sia imparziale; questa imparzialità deve anche essere visibile e ispirare fiducia.
Jean-Éric Schoettl sottolinea che diversi membri attuali del Consiglio costituzionale si erano espressi pubblicamente a favore della legalizzazione del suicidio assistito prima della loro nomina. Cita, in particolare, Alain Juppé, Jacques Mézard e Richard Ferrand, che avevano manifestato il loro sostegno a questa riforma. Al contrario, Philippe Bas si era pubblicamente opposto a una legislazione simile quando era senatore.
In definitiva, però, secondo padre Gresland, entrano in gioco alcune considerazioni piuttosto discutibili dal punto di vista etico:
«La legge proposta risponde anche a considerazioni utilitaristiche ed economiche. Una persona può essere sottoposta al suicidio assistito quando non è più utile. Gli anziani sono costosi, soprattutto durante l’ultimo anno di vita. È comprensibile che le compagnie di assicurazione sanitaria integrativa e i fondi pensione siano favorevoli al suicidio assistito. Ne intravedono un innegabile vantaggio finanziario».
Anche gli eredi ne trarranno un grande vantaggio: il testo richiederà che i contratti di assicurazione sulla vita coprano il rischio di morte in caso di suicidio assistito, come se non si trattasse di una morte richiesta e indotta, bensì di una morte naturale. Una menzogna colossale!
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La «licenza di uccidere» riassunta in 27 punti dall’ECLJ
Grégor Puppinck, direttore del Centro Europeo per il Diritto e la Giustizia (ECLJ), analizza la proposta di legge che crea una vera e propria «licenza di uccidere». Ha individuato meticolosamente ventisette gravi problemi:
- È un unico medico a decidere sull’intera procedura di eutanasia (art. 5 e 6)
- La legge non prevede alcun requisito formale in merito all’espressione della volontà di morire; essa può essere formulata per iscritto o «con qualsiasi altro mezzo di espressione adeguato alle proprie capacità» (art. 5, III).
- In pratica, è sufficiente che il medico dichiari che la persona desidera morire. Non è richiesto alcun testimone per attestare la veridicità della richiesta di morire.
- In ogni caso, il medico incontra la persona interessata da sola (articoli 5, 6 e 7).
- Questo medico può incontrare la persona per la prima volta il giorno della «richiesta» di morte; non è necessariamente il medico curante (art. 5).
- L’eutanasia è possibile per le persone sottoposte a tutela e curatela, nonché per le persone la cui capacità di discernimento è compromessa (art. 5).
- È sufficiente che la capacità di discernimento non sia «gravemente» compromessa nel momento in cui la persona deve esprimere la propria richiesta di morte (art. 6, I).
- Non è esclusa dal procedimento la persona affetta da un grave disturbo mentale, come ad esempio una tendenza al suicidio (art. 4, par. 4).
- Non è necessario che il paziente si trovi in fase terminale; una persona con ancora molti anni di vita da vivere può ottenere la morte (art. 4, par. 3).
- La persona non ha il «diritto» di ricevere cure palliative, che peraltro sono scarsamente disponibili.
- Il medico consulta due persone di sua scelta: un medico e un assistente medico o un operatore sanitario eventualmente posto sotto la sua autorità gerarchica (art. 6, II).
- La consultazione con queste due persone può avvenire tramite videoconferenza, anche senza aver incontrato il richiedente o verificato la realtà della sua richiesta di morte (art. 6, II).
- Anche se una persona sottoposta a tutela o curatela richiede un consulto con un parente, il medico può rifiutarlo (art. 6, II, par. 4).
- Il medico può prendere la decisione definitiva subito dopo la consultazione (art. 6, III).
- Il medico non è tenuto a visitare il richiedente una seconda volta (art. 6, IV e V).
- Il periodo di riflessione della persona è di soli due giorni dalla decisione del medico (art. 6, IV).
- L’intero processo può quindi essere completato in tre giorni.
- I familiari della persona non hanno il diritto di essere informati che è in corso una procedura di eutanasia (art. 6, II, par. 4 e art. 7).
- I parenti non hanno il diritto di impugnare in tribunale la decisione del medico (art. 12).
- Il medico o l’infermiere deve accertarsi che le persone vicine alla persona sottoposta a eutanasia non esercitino alcuna pressione per indurla a «rinunciare alla somministrazione della sostanza letale» (art. 9, I).
- La persona viene informata «delle modalità d’azione della sostanza letale» solo dopo aver confermato la propria richiesta di morire (art. 6, V).
- Gli obiettori di coscienza che rifiutano l’eutanasia sono tenuti a designare un altro medico che accetti di praticarla al loro posto (art. 14).
- Gli enti privati, in particolare quelli religiosi, anche se tutto il personale è obiettore di coscienza, sono obbligati ad accogliere le équipe mobili per l’eutanasia e ad accettare l’eutanasia dei propri residenti e pazienti, pena il perseguimento penale e sanzioni amministrative e pecuniarie (art. 14).
- Ai farmacisti viene negata la clausola di obiezione di coscienza e sono obbligati a preparare il veleno, pena sanzioni disciplinari (artt. 8 e 14).
- Tutti gli emendamenti volti a separare le procedure di eutanasia da quelle di prelievo di organi sono stati respinti (ad esempio, l’emendamento n. 547).
- Il «controllo» viene effettuato dopo il decesso sulla base delle sole informazioni trasmesse dal medico (art. 11 e 15).
- Il «controllo» è effettuato da una commissione composta da quattro membri provenienti da associazioni e professionisti delle scienze umane e sociali, nonché da due dottori e solo due giudici (art. 15, IV).
- L’intero costo della procedura, comprese le spese e la remunerazione, è coperto dalla Previdenza Sociale (art. 18).
Inoltre, occorre tenere conto delle seguenti realtà:
- Il 10% dei francesi assume antidepressivi
- Secondo la Società francese per le cure palliative (SFAP), un milione di francesi ne hanno diritto.
- Circa venti reparti non dispongono di unità di cure palliative e meno della metà del fabbisogno di cure palliative viene attualmente soddisfatto. Inoltre, questa copertura diminuirà proporzionalmente all’invecchiamento della popolazione.
- La legalizzazione della morte anticipata consentirebbe di risparmiare circa 1,4 miliardi di euro all’anno in costi sanitari, previdenziali e pensionistici (valutazione di Fondapol, 2025).
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I vescovi di Francia sono stati truffati ancora una volta
Poche ore dopo l’adozione definitiva del testo, la Conferenza episcopale francese ha pubblicato una dichiarazione in cui i vescovi ritengono che il 15 luglio 2026 «segna una grave rottura nella storia del nostro Paese».
Da diversi anni ormai, ricordano:
«Abbiamo partecipato con serietà e responsabilità al dibattito sui temi del fine vita, esprimendo le nostre convinzioni e dialogando con tutti. Attingendo alla secolare esperienza della Chiesa nell’accompagnamento dei malati, dei morenti e delle loro famiglie, abbiamo voluto condividere le nostre riflessioni sulla dignità di ogni vita umana».
Ma, ancora una volta, si sentono truffati:
«Il Presidente della Repubblica aveva annunciato un dibattito sereno, informato e rispettoso, ma è evidente che questioni politiche, ideologiche e senza dubbio anche economiche, mascherate da parole fuorvianti, hanno prevalso su questa ambizione».
È solo nell’ultima frase che compare il nome di Cristo, ben meno onorato della dignità umana e della fratellanza universale, tanto apprezzate fin dal Concilio:
«I cattolici di Francia continueranno, insieme a molti altri uomini e donne di buona volontà, credenti o meno, a servire la vita. Lo faranno animati dalla ferma speranza che il Vangelo dona loro, senza spirito di rassegnazione né di scontro, convinti che la grandezza di una società non sta mai nel dare la morte ai più vulnerabili, né nel permettere loro di togliersi la vita, ma, al contrario, nell’accompagnarli, attraverso una vera fraternità, fino alla fine. Perché Cristo, in cui credono, è venuto perché il mondo abbia la vita».
Tutto ciò impallidisce al confronto con il clamore della parte avversa. L’abate Gresland cita come esempio un vescovo ben più valoroso degli attuali vescovi francesi, osservando che:
«L’eutanasia, tuttavia, era caduta in disgrazia dopo i processi di Norimberga. Infatti, nella Germania nazista, esisteva un programma per lo sterminio dei disabili, l’Aktion T4, in vigore tra il 1940 e il 1941, che causò migliaia di vittime. Tra le voci che si levarono contro questo programma di eugenetica di massa attuato dallo Stato, la più forte e coraggiosa fu quella del vescovo di Münster, monsignor von Galen».
Questo illustre vescovo aveva previsto che una delle conseguenze dell’eutanasia sarebbe stata la brutalizzazione della società, persino all’interno delle famiglie: «Non si può immaginare la depravazione morale, la sfiducia universale che si diffonderà fino al cuore stesso della famiglia se il santo comandamento di Dio, “Non uccidere!”, che il nostro Creatore ha scritto nella coscienza dell’uomo, verrà violato, e la sua violazione tollerata e perpetrata impunemente!». Le sue parole contribuirono all’interruzione del programma nell’ottobre del 1941.
La conclusione è inevitabile: «Purtroppo gli attuali vescovi francesi sono incapaci di questo tipo di linguaggio. Con la loro solita debolezza, hanno espresso deplorevolmente le loro “riserve”, le loro “esitazioni” o le loro “preoccupazioni”».
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La Fondazione Jérôme Lejeune denuncia una società eugenetica
La Fondazione Jérôme Lejeune ha reagito con maggiore determinazione:
«A seguito del voto per la legalizzazione dell’eutanasia, la Fondazione Jérôme Lejeune annuncia la continuazione con assoluta forza e determinazione della lotta contro questa legge che sancisce la morte. In prima linea nella lotta contro l’eugenetica, la Fondazione include ora questa resistenza di lunga data all’eutanasia, che minaccia la vita dei più vulnerabili, tra le priorità della sua missione di advocacy».
Per la Fondazione Jérôme Lejeune, la legge sull’eutanasia segue la stessa logica di quella che, 50 anni fa, legalizzò l’aborto eugenetico, ovvero l’uccisione di bambini nell’utero materno fino al nono mese di gravidanza perché affetti da disabilità. Le prime vittime di questa nuova legge saranno tutte le persone vulnerabili, e in particolare quelle con disabilità intellettiva. La Fondazione denuncia una visione eugenetica della società, guidata da valori contrari basati su una falsa concezione di progresso, autonomia e libertà a fini utilitaristici.
Secondo Jean-Marie Le Méné, presidente di questa Fondazione:
«Il divieto di uccidere è un principio fondante della nostra civiltà. Ponendo la morte indotta al centro del nostro sistema sanitario, lo Stato abdica alle proprie responsabilità. Rinuncia alla sua missione primaria: proteggere i più vulnerabili. Questa è una profonda violazione del contratto sociale. I nostri politici hanno ancora una bussola morale? Contiamo sulla visita del Papa a Parigi a settembre per ribadire con forza le esigenze di questa morale naturale universale, che ci dice di non uccidere, rubare o mentire, e che quindi non riguarda solo i cattolici».
L’Unione delle Famiglie contro una legge violenta
Per la Family Union, l’adozione di questa legge costituisce «un atto di violenza senza precedenti».
Violenza contro i malati, «a coloro ai quali la morte viene ora offerta più facilmente delle cure mediche. Sarà più rapido ottenere un’iniezione letale che un posto letto in un centro di cure palliative o un appuntamento in un centro per la gestione del dolore. Non garantendo a tutti i mezzi per vivere con dignità fino alla fine, la nostra società sceglie di rendere la morte accessibile».
Violenza contro gli operatori sanitari, quindi, «che si sono opposti in modo schiacciante a questo diritto al suicidio assistito, rifiutando questo tradimento del significato della loro professione. La morte non sarà mai cura, né tantomeno sostegno. La medicina si prende cura del paziente, lo cura, allevia la sua sofferenza e lo accompagna. L’eutanasia pone fine alla sua vita».
Violenza anche contro le famiglie, «il trauma generato da un suicidio è noto, e a questo si aggiungerà il rischio di profonde divisioni tra chi sapeva e chi non sapeva, tra chi verrà visto come colpevole di non averlo impedito e gli altri».
Infine, l’Unione denuncia le violenze perpetrate contro le istituzioni stesse:
«Raramente una riforma sociale ha incontrato un’opposizione politica così diffusa, compresi tre rifiuti da parte del Senato, l’opposizione di quasi 400 parlamentari durante l’iter legislativo e la sua approvazione finale con pochissimi voti di scarto, nonostante questo testo rappresenti un cambio di paradigma per tutti i pazienti e gli operatori sanitari».
Ma la conseguenza più preoccupante risiede nella pressione morale che ora graverà sui più vulnerabili:
«Vale ancora la pena vivere la mia vita? Sono diventato un peso? I miei cari sarebbero liberati se accelerassi la mia morte? Sono troppo oneroso? Questa è l’ingiunzione che lo Stato e la società impongono oggi alla vita dei più vulnerabili tra i nostri concittadini. Una società dignitosa dovrebbe rispondere loro senza esitazione che hanno tutto il diritto di essere tra noi. Ora, invece, offre loro anche il suicidio come risposta».
Alliance VITA continua la lotta
L’associazione Alliance VITA spera che il Consiglio costituzionale, quantomeno, riesca a limitare i danni:
«È improbabile che il Consiglio costituzionale abroga completamente il testo che apre la strada all’eutanasia e al suicidio assistito. Tuttavia, potrebbe abrogare alcune disposizioni, ad esempio l’obbligo per le strutture sanitarie di consentire l’eutanasia o il suicidio assistito nei propri locali. Potrebbe anche esprimere riserve in merito alla sua interpretazione».
Una volta promulgata la legge, è possibile un successivo controllo di costituzionalità : qualsiasi cittadino può presentare un «ricorso preliminare prioritario sulla costituzionalità» (QPC) nell’ambito di un contenzioso in corso, se ritiene che i propri diritti o libertà costituzionali siano stati violati.
Osserva che:
«L’annuncio dei rinvii al Consiglio costituzionale riflette i seri interrogativi e il disagio sollevati da questo testo, sia per quanto riguarda il suo contenuto sia per le condizioni della sua adozione».
Dal punto di vista formale, questo rinvio giunge al termine di un processo legislativo caratterizzato da persistenti divergenze, come dimostrano i successivi rigetti del testo da parte del Senato e il progressivo assottigliamento delle maggioranze nell’Assemblea nazionale con il progredire dei dibattiti.
In questo contesto, il principio di precauzione avrebbe dovuto indurre a rinviare l’adozione di questo progetto in assenza di consenso, soprattutto considerando che le disposizioni della legge Claeys-Leonetti non sono ancora pienamente attuate su tutto il territorio nazionale.
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I metodi della lobby anti-vita non sono cambiati
Dalla legalizzazione dell’aborto nel 1974, i metodi impiegati dagli oppositori della morale naturale sono rimasti sostanzialmente gli stessi. Già nel 2007 (3), padre François Castel, nel tentativo di mettere in guardia contro l’eutanasia, aveva osservato che:
«Cominciamo presentando un disegno di legge all’Assemblea senza alcuna speranza di approvazione, ma semplicemente per conferire all’idea una certa legittimità e avviare il dibattito. Ci adoperiamo quindi per influenzare l’opinione pubblica diffondendo disinformazione, suggerendo che l’assenza di una legge che regoli questa pratica abbia conseguenze disastrose per la società; pubblicando manifesti di sedicenti autorità morali che si battono per la legalizzazione della pratica desiderata; e sensazionalizzando alcuni casi scelti per il loro impatto emotivo. Una volta raggiunto un consenso a favore di questa pratica, il disegno di legge viene ripresentato ai membri dell’Assemblea Nazionale, che lo approvano senza problemi».
Siamo qui. Contro l’insopportabile rappresentazione della sofferenza da parte dei nostri avversari, padre Denis Quigley (4) ci ricorda che è necessario presentare al mondo la vera nozione di dignità umana, così spesso fraintesa:
«Uno stato insopportabile di declino fisico e mentale causato dalla malattia non compromette il rispetto della dignità della persona e non conferisce a nessuno il diritto di morire. La dignità della persona umana, infatti, non si giudica dalle sue funzioni biologiche e non si perde con la diminuzione delle capacità fisiche. “La vita terrena trova il suo senso nella vita eterna”; anche sofferente o incosciente, la persona conserva la sua dignità di essere creato a immagine e somiglianza di Dio, la dignità di “essere di eternità”. Per questo, dice Pio XII (5), “il medico deve disprezzare qualsiasi suggerimento di sopprimere la vita, per quanto fragile e umanamente inutile essa possa apparire”».
Soprattutto, dobbiamo predicare, in ogni occasione opportuna e inopportuna, l’insegnamento di colui che è l’Autore della vita delle anime e dei corpi, Nostro Signore Gesù Cristo, che è l’unico che può darci la chiave per la sofferenza:
«La Passione di Nostro Signore Gesù Cristo ci insegna che la sofferenza offerta a Dio, in sottomissione alla Sua volontà, ha un grande valore ai Suoi occhi. Permette al malato di espiare gli errori della propria vita, redimendo i propri peccati. Uno degli scopi del sacramento dell’infermità è, inoltre, quello di aiutarlo a sopportare la sofferenza in questo stato d’animo, anziché cercare di sfuggirle a tutti i costi. La sofferenza può anche essere meravigliosamente feconda. Dio ce lo ha insegnato attraverso l’esempio di diversi santi, come Santa Rafqa (1832-1914)».
L’abate Gresland sottolinea che questo non è il momento del disfattismo, ma di una lotta strenua, ogni giorno che Dio ci concede di vivere quaggiù:
«I nemici di Dio vogliono plasmare la società secondo la propria visione. Tra questi, i fautori della morte inflitta portano avanti senza sosta la loro opera di propaganda ideologica. Dobbiamo prepararci ad affrontare il mondo dopo questa legge di morte: educare le nostre menti, rafforzare le nostre coscienze e rifiutare questa volontà di morte. Affinché al Giudizio Universale, quando alcuni sentiranno dire: “Ero malato e mi avete praticato l’eutanasia”, noi possiamo sentire dal Signore: “Ero malato e mi avete visitato”».
Se non per la terra, questa lotta porterà almeno frutto in Cielo. E solo questo durerà.
NOTE
1) Sacerdote della Fraternità Sacerdotale San Pio X, autore della serie di articoli «La legge sull'”aiuto a morire» pubblicata nei bollettini La Couronne de Marie n°145 e 147.
2) Discorso al Congresso dei Chirurghi, 24 febbraio 1957
3) https://laportelatine.org/formation/morale/bioethique/leglise-catholique-et-leuthanasie
4) https://laportelatine.org/spiritualite/quest-ce-que-leuthanasie-par-m-labbe-denis-quigley-novembre-2015
5) Ai medici chirurghi, 13 febbraio 1945.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Eutanasia
Medico serial killer, condannato per 15 omicidi, indagato per altri 70: continua la corsa mondiale degli «Angeli della Morte»
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Eutanasia
Il Parlamento francese approva il disegno di legge sul suicidio assistito
La Camera bassa del Parlamento francese ha approvato una controversa legge sul suicidio assistito che consentirebbe ad alcuni adulti gravemente malati di richiedere un’iniezione letale. La legge è stata appoggiata dal presidente francese Emmanuel Macron, ma ha incontrato una forte opposizione da parte dei partiti conservatori e del clero cattolico.
L’Assemblea Nazionale, dominata da partiti di sinistra e progressisti, ha approvato il testo martedì con 295 voti favorevoli, 232 contrari e 35 astensioni. La France Insoumise, i Socialisti, i Verdi e i Comunisti hanno votato in larga maggioranza a favore, mentre il Rassemblement National e il gruppo della Destra Repubblicana hanno votato prevalentemente contro; diverse altre fazioni si sono divise sul voto.
Secondo il disegno di legge, il paziente deve avere almeno 18 anni, essere cittadino francese o residente legale, essere affetto da una malattia grave, incurabile e potenzialmente letale in fase avanzata o terminale, soffrire in modo refrattario alle cure o insopportabile ed essere in grado di esprimere una volontà libera e informata. Il medico consulterà un altro professionista, uno specialista e, se necessario, uno psichiatra; la decisione dovrà essere presa entro 15 giorni, seguiti da almeno due giorni di riflessione.
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Normalmente il paziente si autosomministrerebbe la sostanza letale prescritta dal medico. In caso di impossibilità fisica, un medico o un infermiere potrebbero farlo al posto suo, sebbene gli operatori sanitari potrebbero invocare la clausola di obiezione di coscienza; la sofferenza psicologica di per sé non sarebbe sufficiente, in quanto deve essere collegata alla malattia.
A gennaio, il disegno di legge è stato respinto dal Senato, a maggioranza conservatrice. Ora, il testo tornerà alla camera alta e, se le due camere rimarranno in una situazione di stallo, la decisione finale spetterà all’Assemblea, con un’altra votazione già fissata per il 15 luglio.
Il disegno di legge sul suicidio assistito gode da anni del sostegno di Macron, che lo ha descritto come un modo per «conciliare l’autonomia dell’individuo e la solidarietà della nazione» e una misura per aprire un «cammino di fraternità».
Yael Braun-Pivet, presidente dell’Assemblea nazionale, ha accolto con favore l’approvazione del disegno di legge, definendolo «il culmine di diversi anni di lavoro e di un approfondito dibattito pubblico, condotto con serietà, rispetto e dignità».
Jonathan Denis, presidente dell’Associazione per il diritto a morire con dignità, l’ha definita «un incredibile passo avanti per la democrazia sanitaria», sottolineando che la decisione finale spetterà al paziente.
Tuttavia, il deputato del Rassemblement National Christophe Bentz ha definito le misure di sicurezza «temporanee» e «fittizie», mentre la deputata della Republican Right Justine Gruet dei Républicains ha sostenuto che molti adulti vulnerabili potrebbero optare per il suicidio assistito semplicemente perché non ricevono le cure necessarie dai propri cari.
In vista del voto, i vertici cattolici hanno esortato i parlamentari a votare secondo coscienza piuttosto che secondo le linee di partito, avvertendo che il suicidio assistito legalizzerebbe l’eutanasia e il suicidio assistito e potrebbe portare persone vulnerabili a subire pressioni. Anche il cardinale Jean-Marc Aveline ha affermato che «donare la morte» non può adempiere al dovere di accompagnare la vita fino alla fine.
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L’introduzione dell’eutanasia in Francia era pienamente annunciata e attesa proprio per questa estate.
La legge, che ha avuto un travaglio durato anni. Tuttavia, in un episodio piuttosto rivelatore, nel novembre 2023, il presidente della Repubblica Emanuele Macron aveva visitato la loggia sede del Grande Oriente di Francia rassicurando i massoni riguardo alla questione eutanatica.
Con l’introduzione dell’eutanasia di Stato (chiamata in Canada MAiD, «assistenza medica alla morte), la provincia francofona canadese del Quebecco è divenuto leader mondiale eutanasico: il 7% di tutti i decessi sono stati assistiti dal punto di vista medico. Un altro primato è arrivato di conseguenza: quello della predazione degli organi, più che triplicata negli ultimi anni: in pratica, espiantano gli eutanatizzati (che morti non sono, se hanno il cuore che batte) per il traffico legale di organi. Medici quebecchesi ora vogliono estendere l’eutanasia anche ai neonati.
L’eutanasia sembra galoppare verso la legalizzazione in tutto il mondo. Una battuta di arresto, tuttavia, si è avuta in Iscozia quattro mesi fa, quando il Parlamento ha respinto 69 voti contro 57 il disegno di legge per legalizzare l’eutanasia nel Paese.
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