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Mons. Viganò: «è tempo di guerra, di battaglia, non di pace e ozio»

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella festa della Trasfigurazione di Nostro Signore.

 

 

Oculos in altum tollite

Omelia nella Trasfigurazione del Signore

 

 

Quicumque Christum quæritis,
oculos in altum tollite:
illic licebit visere
signum perennis gloriæ.

Voi che cercate Cristo
volgete gli occhi al cielo:
lì vi sarà dato di vedere
il segno della gloria eterna.

Prudenzio, Cathemerinon, IV

 

Nel 1456 l’Impero Ottomano, guidato dal sultano Maometto II, assediò Belgrado, una fortezza strategica difesa dai Cristiani sotto il comando di Giovanni da Capistrano e Giovanni Hunyadi, Reggente del Regno d’Ungheria. La vittoria cristiana, ottenuta il 22 luglio 1456, fu un evento cruciale che fermò temporaneamente l’avanzata ottomana in Europa. La battaglia si concluse poco prima della festa della Trasfigurazione del Signore, celebrata il 6 Agosto, e il successo fu interpretato come un segno della celeste protezione.

 

Papa Callisto III, che aveva indetto una Crociata e ordinato di pregare per la difesa dell’Europa cristiana, riconobbe in quella vittoria l’intervento divino. In segno di ringraziamento, istituì la festa della Trasfigurazione del Signore come celebrazione universale per tutta la Chiesa, legandola simbolicamente al trionfo di Belgrado. Inoltre, ordinò che le campane delle chiese suonassero a mezzogiorno per commemorare la vittoria, dando origine alla tradizione dell’Angelus (1).

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L’antico inno dei Vesperi e del Mattutino di questa festa, attribuito al poeta Aurelio Clemente Prudenzio (348-413), fu inizialmente composto per la solennità dell’Epifania e poi adottato anche per la Trasfigurazione: il tema della manifestazione della divinità di Cristo è infatti comune ad entrambe le celebrazioni. Uno dei Responsori del Mattutino del 6 Agosto riprende le formule del 6 Gennaio: Surge et illuminare, Jerusalem, quia venit lumen tuum, et gloria Domini super te orta est (Is 60, 1); Sorgi, ricevi la luce, o Gerusalemme, perché la tua luce è venuta e la gloria del Signore è spuntata su di te.

 

La nuova Gerusalemme, la Santa Chiesa, è la Sposa onorata dallo Sposo divino sul monte Tabor, habens claritatem Dei (Ap 21, 11), risplendente della gloria di Dio. 

 

È proprio la teofania che contempliamo oggi, in quel rifulgere di luce accecante del volto e della veste del Signore e nella voce del Padre Eterno: Questi è il Mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto: ascoltateLo. 

 

Elia e Mosè riassumono l’omaggio dei Profeti e della Legge a Colui che compie e incarna in Sé le antiche promesse; al Re, al Sacerdote e al Profeta che riassume in Sé la Legge e i Profeti.

 

Tra pochi giorni, in occasione dell’Assunzione di Maria Santissima al Cielo, contempleremo la patria celeste in cui Nostro Signore e la Sua augustissima Madre ci hanno preceduti in anima e corpo; e vedremo come questo Mistero sia per noi uno sprone a non cercare su questa terra il surrogato di ciò che invece attende ognuno di noi nella gloria eterna del Paradiso. 

 

Oggi vediamo gli Apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni accompagnare il Maestro sul Tabor, e Pietro che Gli chiede di poter alzare tre tende e rimanere lì, assorti in una dimensione divina e trascendente. 

 

Non dimentichiamo che sei giorni prima Pietro aveva proclamato Gesù il Cristo, il Figlio del Dio vivente (Mt 16, 16) e che il Maestro aveva predetto agli Apostoli che sarebbe dovuto andare a Gerusalemme per affrontare la Passione e la Morte e che sarebbe risorto il terzo giorno (ibid., 21). 

 

Il desiderio degli Apostoli di rimanere sul Tabor è umanamente comprensibile, ma è un’illusione di cui anche noi, con loro, non riusciamo a disfarci; perché siamo, come loro, in humanitatis corporibus obvoluti, invischiati nella materialità della vita presente. Noi crediamo sia possibile realizzare in terra il paradiso e troppo spesso confondiamo questa valle di lacrime con la meta ultima dell’eternità, dimenticando di essere exsules, esuli della patria celeste. 

 

La nostra natura decaduta continua a tenerci legati al mondo e alle sue lusinghe, ed è a questo che si riferiva il Signore quando così esortava i Discepoli: Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà (Mt 16, 24-25).

 

Crediamo di poter salvare la nostra vita cercando un compromesso con il mondo – di cui Satana è principe (Gv 12, 31) – senza comprendere il monito che San Paolo ci rivolgeva nell’Epistola di domenica scorsa: Poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete (Rm 8, 13).

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Ecco in cosa consiste quel rinnegare se stessi: nel non vivere secondo la carne, secondo lo spirito del mondo, secondo la mentalità orizzontale di chi si illude di poter realizzare in terra un simulacro di paradiso, sia esso socialista, liberale, globalista, pacifista, green, inclusivo, ecumenico o sinodale. Non possiamo rendere eterno il transeunte, né transeunte l’eterno; non possiamo adeguare Dio alle nostre esigenze, ma dobbiamo conformarci alla Sua santa volontà. Sia fatta non la mia, ma la tua volontà (Lc 22, 42), dice il Signore all’Eterno Padre nell’agonia del Getsemani.

 

E a noi comanda di chiedere altrettanto, nella preghiera del Padre Nostro: Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Eppure ci ostiniamo a inseguire la chimera di un impossibile Eden che inconsciamente vorremmo durasse per sempre, senza bisogno di attendere il premio eterno nell’aldilà.

 

Questo Hic manebimus optime, per quanto ammantato di buone intenzioni come il Bonum est nobis hic esse di Pietro, è ontologicamente impossibile su questa terra, perché la vita che ciascuno di noi vi trascorre è tempo di prova, non di premio; è tempo di guerra, di battaglia, di cadute, e non di pace e ozio; è occasione di dare compimento alla Carità con le buone opere espiando le nostre e altrui colpe e meritando così il Paradiso cui siamo destinati.

 

Se infatti il paradiso potesse essere realizzato qui e ora – senza prova e senza merito – allora non vi sarebbe alcun bisogno di un Dio giudice e remuneratore, né tantomeno di un Dio redentore che Si incarna e Si offre per espiare colpe che noi non riconosciamo aver commesso. Significherebbe, in definitiva, cadere nella più astuta trappola di Satana, il quale ci illude che possiamo fare a meno di Dio cancellando il Suo nome, rimuovendo le Sue immagini e rendendoLo superfluo col sostituirGli, come sempre avviene, degli idoli: il denaro, il potere, il piacere, l’appagamento degli istinti più abbietti, la tecnologia, la folle ὕβρις dell’intelligenza artificiale o dell’umanoide androgino.

 

Dietro tutto questo, cari fratelli, si nascondono l’odio e l’invidia del Demonio per l’ineffabile privilegio che è stato concesso a noi uomini – e non ai puri spiriti – di vedere la Seconda Persona della Santissima Trinità incarnarSi in una creatura umana, per comunicare agli uomini la beatitudine eterna di Dio. 

 

A questa tentazione di escludere l’eternità dal nostro orizzonte spirituale risponde l’inno della festa odierna: Quicumque Christum quæritis, oculos in altum tollite, Voi che cercate Cristo, volgete gli occhi al cielo. 

 

Pensiamo alla parabola dell’uomo che aveva avuto un raccolto abbondante: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti! Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita (Lc 12, 19-20).

 

Se questa fosse la nostra patria, la sola prospettiva della morte diventerebbe per noi la minaccia di un esilio senza fine, e finiremmo col trasformare la nostra vita – brevissima, rispetto all’eternità – in un’anticamera dell’Inferno, nel paradosso di non poter nemmeno dare un senso alle sofferenze presenti. Finiremmo col ricercare disperatamente, come certi sedicenti filantropi tristemente noti, un’immortalità artificiale che ci renda eterni; e troveremmo nuovi ciarlatani pronti a venderci moderni elisir di lunga vita.

 

Solo con uno sguardo soprannaturale e veramente cattolico possiamo prendere parte alla corsa, arrivare fino al traguardo e meritare il premio finale: Bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi (2 Tim 4, 7), ben sapendo che la meta finale è nell’eternità. 

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Non è, questo, un modo per sottrarsi alla militia christiana e alla testimonianza dinanzi al mondo, quasi a voler raggiungere l’atarassia degli epicurei o l’annientamento della propria individualità del nirvana buddista. Esso è al contrario un rimettere le cose nel proprio ordine, secondo la gerarchia stabilita da Dio, ricomponendo alla luce della Grazia soprannaturale la ferita inferta dal peccato al κόσμος divino. 

 

La Trasfigurazione del Signore – come nella Domenica II di Quaresima, quasi a dare un momento di conforto nella penitenza e nel digiuno – costituisce una sorta di squarcio nella vita terrena del Salvatore, nel quale l’umanità di Nostro Signore lascia sfolgorare la propria divinità. Pietro, Giacomo e Giovanni vedono in questa teofania un’anticipazione della gloria del Cielo, dove il Risorto ascenderà quaranta giorni dopo Pasqua.

 

Ma proprio perché questa Trasfigurazione è momentanea e anticipatrice della trasfigurazione che attende ognuno di noi in Paradiso, il Signore ordina ai Discepoli di non parlarne ad alcuno finché il Figlio dell’uomo non sarà risorto da morte (Mt 17, 9), perché sia la Fede ad alimentare la Carità di chi riconosce Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore; e perché la storicità di questo evento fosse corroborata dalla testimonianza degli Apostoli, spectatores illius magnitudinis (2 Pt 1, 16), spettatori della Sua grandezza.

 

Ce lo conferma San Pietro nell’Epistola che abbiamo letto poc’anzi: Vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza (2 Pt 1, 16); questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con Lui sul santo monte (ibid., 18).

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Scrive dom Guéranger:

 

«Per quanto il Signore, attraversato il torrente della sofferenza, sia personalmente già entrato nella Sua gloria, il mistero della Trasfigurazione non sarà completo se non allorché l’ultimo degli eletti, passato anch’egli attraverso la laboriosa preparazione della prova e gustata la morte, avrà raggiunto il capo nella Sua resurrezione».

 

È questo il senso della Colletta della Messa di oggi: 

 

O Dio, che con la gloriosa Trasfigurazione del tuo Unigenito hai confermato i misteri della fede con la testimonianza dei padri, e con la voce uscita dalla nube luminosa hai proclamato mirabilmente la perfetta adozione dei figli, concedici, nella tua bontà, di divenire coeredi e partecipi della sua gloria. 

 

E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

6 Agosto MMXXV
In Transfiguratione D.N.J.C.

 

 

NOTE

1 – Papa Callisto III, Bolla Cum his superioribus annis, 29 Giugno 1456. Ai sacerdoti Callisto III ordinò di recitare questa preghiera per invocare la vittoria dei Cristiani sul Turco: «Dio onnipotente ed eterno, a cui appartiene ogni potere e nelle cui mani sono i diritti di tutte le nazioni, proteggi il tuo popolo cristiano e schiaccia con la tua potenza i pagani che confidano nella loro ferocia».

2 – Prefazio ambrosiano della festa della Trasfigurazione.

3 – Domenica VIII dopo Pentecoste.

4 – Dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico, II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, San Paolo, Alba, 1959, pagg. 941-946.

 

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Immagine: Tiziano (1490–1576), Trasfigurazione (circa 1560), Chiesa di San Salvador, Venezia.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

Spirito

«La Fraternità non vi abbandonerà mai»: lettera del Superiore Generale a tutti i fedeli FSSPX

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Menzingen, 19 luglio 2026   Carissimi fedeli,   A pochi giorni dalla cerimonia del 1° luglio, desidero rivolgervi queste poche parole.   Anzitutto desidero ringraziarvi. Da diversi anni pregavo la Santissima Vergine affinché preparasse i cuori a questo evento storico. Confesso di essere stato profondamente commosso nel vedere come tutti voi abbiate accompagnato le consacrazioni episcopali con la preghiera e con gratitudine verso la Divina Provvidenza.   Il 1° luglio numerosi fedeli provenienti da tutto il mondo erano presenti a Écône e rappresentavano tutti voi. È stata una gioia immensa vederli così numerosi e così fervorosi. Come certamente sapete, durante la cerimonia è scoppiato un temporale: «Al fulgore della sua presenza si dispersero le nubi… Il Signore tuonò dal cielo e l’Altissimo fece udire la sua voce» (Sal 17 [18], 13-14).   In quel momento la mia gioia si è raddoppiata. Da una parte ero il testimone privilegiato di una liturgia di eccezionale bellezza; dall’altra avevo davanti agli occhi un’altra bellezza, altrettanto commovente: quella di una folla immensa di fedeli rimasti al proprio posto durante tutta la tempesta, intenti a pregare la Madonna per i nuovi Vescovi, per la Chiesa e per il papa. Tra loro vi erano anziane signore in ginocchio e giovani mamme che stringevano tra le braccia i loro neonati. Era l’immagine più bella che si potesse offrire della Fraternità: fedeli animati da una fede incrollabile, che nulla poteva turbare; anime per le quali il Santo Sacrificio della Messa è veramente il centro della vita.   Non potete immaginare la consolazione che ho provato in quell’istante. Questa scena si è impressa profondamente nella mia memoria e non potrò mai dimenticarla.   Fino all’ultimo giorno ho sperato in un gesto di benevolenza, o almeno di semplice comprensione, da parte della Santa Sede. Ma le consacrazioni sono state condannate e la severità delle sanzioni adottate non ha precedenti. Esse colpiscono anzitutto i Vescovi, ma anche i membri della Fraternità. Perfino i fedeli sono coinvolti. Questa condanna, profondamente ingiusta, rappresenta un’umiliazione immensa per persone che non hanno altro scopo se non quello di difendere la vera fede e di lavorare alla salvezza delle anime.   Tuttavia desidero che sappiate che questa profonda umiliazione, che colpisce anzitutto i membri della Fraternità, ha un significato agli occhi di Dio che non deve sfuggirvi. In ultima analisi, queste consacrazioni sono state compiute per ciascuno di voi, cari fedeli. Le vostre anime sono il vero tesoro affidato alla Fraternità, ciò che essa custodisce più gelosamente.   Una sola anima possiede un valore infinito. Se, per assicurarle l’insegnamento della vera fede e l’amministrazione dei veri sacramenti, occorre pagare il prezzo di una tale umiliazione, allora ne vale la pena, perché un’anima non ha prezzo. La festa del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore, prezzo della nostra salvezza, ce lo ricordava con forza proprio il 1° luglio.   Le sanzioni intendono colpire con durezza anche voi. Questo fatto è certamente doloroso, ma non siate troppo sorpresi. In definitiva, è la Tradizione stessa, che noi amiamo al di sopra di ogni cosa, ad essere scomunicata in tutti coloro che la incarnano. È evidente che, davanti a Dio, una tale condanna non può essere valida, poiché condannerebbe ciò che rappresenta il cuore pulsante della vita della Chiesa.   Ma allora, in mezzo a questa nuova tempesta, una domanda si pone: che cosa Nostro Signore si aspetta ora da voi? È nell’anima di ciascuno di voi che la fede deve rimanere integra e viva. Se la Provvidenza permette una crisi tale per cui l’insegnamento della fede viene misteriosamente oscurato, questa stessa fede deve continuare a vivere nelle anime, nonostante tutti i venti contrari che cercano di spegnerla.   Se lo splendore esteriore della professione ufficiale della fede viene meno, la piccola candela che ciascuno di voi ha ricevuto nel giorno del proprio Battesimo deve rimanere accesa nel suo cuore e nella sua mente fino all’ultimo giorno. In definitiva, è questa l’unica cosa che conta. Questa piccola fiamma è il primo dono ricevuto all’inizio della nostra vita cristiana, ed è anche l’unico che conserveremo fino alla fine.   Vi affido tutti alla Santissima Vergine Maria, alla quale la Fraternità Sacerdotale San Pio X è consacrata in modo del tutto particolare. Ella vi protegga sempre in mezzo a tutte le tempeste e a tutte le difficoltà, e mantenga viva quella piccola fiamma accesa nelle vostre anime quando si scatenano tutti i venti contrari. Tutte le grazie ci vengono dalle sue mani.   È Lei che dobbiamo ringraziare per la grazia delle consacrazioni episcopali, ed è Lei che dobbiamo pregare affinché i nuovi Vescovi siano strumenti sempre più docili alle sue ispirazioni e perseverino fino alla fine in questa fedeltà.   La Fraternità non vi abbandonerà mai. Mai le vostre anime perderanno il loro valore e il loro prezzo agli occhi dei suoi sacerdoti.   Dio vi benedica!   Don Davide Pagliarani   Lettera apparsa su FSSPX.News  

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Immagine di FSSPX.News
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Cardinale Burke: la sinodalità «deve essere fermata» e riesaminata a fondo

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In un’ampia intervista rilasciata dopo il secondo concistoro straordinario dei cardinali indetto da papa Leone XIV il 26 e 27 giugno, il cardinale Raymond Burke ha espresso una forte critica all’enfasi che il Vaticano continua a porre sulla sinodalità, chiedendo che venga interrotta e sottoposta a uno studio rigoroso. Lo riporta LifeSite.

 

«Dobbiamo insistere affinché tutta questa storia della sinodalità si fermi», ha dichiarato il cardinale. «E che venga condotto uno studio molto serio sull’intera questione, perché stiamo parlando della vita stessa della Chiesa e della salvezza delle anime».

 

In un’intervista rilasciata al College of Cardinals Report il 28 giugno, ma pubblicata mercoledì, Burke ha esordito esprimendo apprezzamento per l’incontro convocato dal nuovo pontefice. «Tutti i cardinali sono certamente grati al papa per averci riuniti di nuovo, cosa che non accadeva da tanti anni, durante il pontificato di papa Francesco», ha affermato. «I cardinali stanno parlando di più tra di loro. Ci stiamo conoscendo meglio e questo è un frutto molto importante».

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Tuttavia, si è subito concentrato sulle preoccupazioni fondamentali relative alla struttura del concistoro. Ai partecipanti è stato comunicato che la riunione «deve ora conformarsi alla sinodalità». Ciò significava abbandonare il tradizionale dibattito aperto tra cardinali a favore di piccoli tavoli che seguivano domande predefinite. «Ognuno commenta e, a mio avviso, non si arriva al cuore delle questioni in modo approfondito».

 

I resoconti riflettevano solo i punti di consenso, ha spiegato Burke. «I resoconti riportano solo… ciò su cui ogni cardinale era d’accordo. Quindi, un cardinale solleva una questione su cui magari gli altri non erano d’accordo, ma che potrebbe essere molto vera e importante da far sapere al Papa. Questo non gli viene riferito».

 

Nessuna definizione di «sinodalità» e «nessuna traccia storica di essa nella Chiesa».

 

La sessione finale è tornata al formato classico con interventi liberi alla presenza del papa. «Per me, quella è stata la sessione più produttiva del concistoro», ha osservato Burke. Ha descritto il processo complessivo come «molto controllato», con presidenti e segretari di ciascun piccolo gruppo apparentemente preselezionati piuttosto che scelti dai gruppi stessi.

 

Al centro dell’obiezione di Burke c’è la mancanza di fondamento teologico per la sinodalità. «Non esiste una definizione di sinodalità. Non c’è una sua storia nella Chiesa», ha affermato con enfasi.

 

Un cardinale ha sottolineato la focalizzazione contemporanea sulla dimensione «sincrona» in contrapposizione alla dimensione storica «diacronica» che manca. Burke ha messo in guardia dal pericolo: «Una cosa è che la Chiesa si rivolga al mondo, un’altra è che si conformi al mondo, a un modo di pensare mondano. E c’è tutto questo discorso sul “cambiamento di paradigma”. Continuano a invocarlo, dicendo che c’è stato un cambio di paradigma. Beh, la Chiesa non ha cambi di paradigma. La Chiesa è una, santa, cattolica e apostolica».

 

Nel suo intervento, il porporato americano ha preso di mira il rapporto del Gruppo di studio sinodale 9 su dottrina e morale, in particolare il suo trattamento della «condizione omosessuale». Ha sostenuto che esso «mette in discussione ciò che la Chiesa ha sempre insegnato in materia di moralità sessuale».

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Il rapporto, ha affermato, includeva testimonianze che accusavano falsamente l’apostolato Courage — che lui sostiene dagli anni Ottanta— di mancanze che Burke ha definito «semplicemente infondate».

 

«Come ha potuto la Chiesa, in un rapporto diffuso in tutta la Chiesa, non verificare se ciò che quel testimone… aveva detto su Courage fosse vero, e invece non l’ha fatto?», ha ammonito.

 

Burke ha invece sottolineato la verità oggettiva, affermando che «la verità riguarda la natura delle cose e i loro fini propri, e non le inclinazioni che ho, i desideri o i progetti che ho», che sono «molto soggettivi» e possono quindi essere influenzati dal peccato originale.

 

In tali condizioni si è tentati di «riconformare l’insegnamento della Chiesa» ai propri desideri o inclinazioni, ha ammonito il cardinale. Eppure tutti noi «troviamo la nostra felicità» nella comprensione «della verità su noi stessi, sul mondo e sulla nostra giusta finalità».

 

Il cardinale Burke ha espresso allarme per il fatto che il rapporto abbia già incoraggiato «persino vescovi e arcivescovi» a promuovere «l’agenda LGBTQ+, affermando: “guardate, la Chiesa sta cambiando il suo insegnamento”».

 

Burke ha definito «iniqui» i piani di diffondere i suggerimenti dei gruppi di studio alle diocesi. «Questo non dovrebbe accadere». Il processo, ha insistito, «deve essere fermato e deve essere completamente studiato e riorientato in modo che» rimanga «completamente fedele a ciò che la Chiesa insegna e alla santità della vita della Chiesa».

 

Le questioni interne alla Chiesa hanno ricevuto scarsa attenzione nel contesto delle discussioni sulle «ferite del mondo». Burke ha sottolineato come le imminenti consacrazioni episcopali della Fraternità Sacerdotale San Pio X rappresentino un atto scismatico incombente, con conseguente scomunica automatica, evidenziando la necessità di provvedimenti pastorali simili a quelli di San Giovanni Paolo II nel 1988.

 

Il porporato del Missouri inoltre denunciato Traditionis Custodes come «una vera e propria persecuzione della Messa tradizionale in latino», confermando che «non ci possono essere dubbi nella mente di nessuno, e papa Benedetto XVI lo ha chiarito in modo inequivocabile: (il vetus ordo) è un bene eterno nella Chiesa, una forma del rito romano che è stata celebrata per più di 15 secoli. Ed è semplicemente così bello e i fedeli si nutrono spiritualmente grazie a questa forma del rito latino. Questo dovrebbe essere permesso liberamente».

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Inoltre, si adoperò per la creazione di un dicastero dedicato al sostegno di queste comunità di fedeli, note per le loro famiglie numerose e per l’impegno nella trasmissione della fede.

 

Il cardinale Burke ha osservato che argomenti come la situazione dei vescovi tedeschi, la crisi della Fraternità Sacerdotale San Pio X e la Messa tradizionale in latino sono stati in gran parte messi da parte, e che la «lobby omosessuale nella Chiesa» non è stata affatto discussa, ricordando al pubblico che un concistoro ha lo scopo di fornire consigli sinceri al papa, a differenza di un sinodo.

 

Nonostante queste preoccupazioni, il cardinale Burke ha espresso fiducia nella protezione divina: «Sono fiducioso che Nostro Signore proteggerà la Chiesa, ma noi dobbiamo fare la nostra parte per dire: “No, questo concetto di sinodalità… è fondamentalmente errato”».

 

Il cardinale ha esortato a seguire un cammino di saggezza e coraggio, concludendo: «nostro Signore è sempre il capo della sua Chiesa. E noi restiamo con lui e non ci allontaniamo da lui perché siamo infelici di come vanno le cose nella Chiesa», comprendendo «che lui sistemerà tutto».

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Immagine di Abraxham03 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

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Pensiero

Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»

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L’investitore miliardario Peter Thiel, che ha recentemente tenuto una serie di conferenze sull’anticristo a Roma, a due passi dal Vaticano, ha spiegato che il motivo principale per cui ha parlato pubblicamente dell’anticristo è «perché nessun altro ne parla», aggiungendo che, per gran parte della storia cristiana, sarebbe sembrato un chiaro segno del suo imminente arrivo (2Pietro 3, 3-4).   In un lungo saggio intitolato «Il papa e l’anticristo», pubblicato sulla prestigiosa testata cattolica statunitense First Things, Thiel afferma che papa Benedetto XVI credeva di vivere negli ultimi tempi.   Thiel ha introdotto il suo articolo per First Things, scritto in collaborazione con il Sam Wolfe, affermando: «Non spetta a me dire alla Chiesa che ora è», aggiungendo: «Benedetto lo ha già fatto».

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La fascinazione del magnate già socio di Elone Musk per le opinioni di papa Benedetto sull’anticristo e sulla fine dei tempi è sorprendente, considerando che è nato in una famiglia protestante (i genitori sono tedeschi immigrati in America, e sono religiosi, a quanto è dato di sapere) che ha accumulato un’enorme ricchezza – ha co-fondato PayPal, è stato uno dei primi investitori di Facebook e ora è a capo di Palantir – e che è anche omosessuale «sposato» con un uomo e con figli ottenuti via utero in affitto.   Pur non essendo cattolico, Thiel si è chiaramente immerso negli insegnamenti e nella storia della Chiesa cattolica ben oltre la media dei fedeli cattolici, nota LifeSite. È noto ai lettori di Renovatio 21, tuttavia, che egli sia stato discepolo diretto all’Università di Stanford del filosofo cattolico Réné Girard, di cui ha assimilato certamente la teoria del sacrificio così come quella della teoria mimetica, che sembra aver guidato la sua fortunatissima carriera di investitore in grado di discernere tra un investimento rilevante e uno fatto perché è desiderato anche da altri.   Nell’articolo su First Things Thiel ha espresso rammarico per il fatto che Benedetto XVI sia rimasto in silenzio sull’anticristo durante tutto il suo pontificato e abbia aspettato fino alle sue dimissioni per esprimere il suo parere. Come riportato da Renovatio 21, ciò non è del tutto vero.   Thiel ha osservato che solo quando il papa emerito è diventato anziano ha «iniziato a parlare con la chiarezza che fino ad allora aveva negato a tutti tranne che ai suoi lettori più intimi». In un’intervista del 2018 ha affermato che «la società moderna sta formulando un credo anticristiano e opporsi ad esso viene punito con la scomunica sociale. È naturale temere questo potere spirituale dell’anticristo e ha davvero bisogno dell’aiuto delle preghiere di un’intera diocesi e della Chiesa mondiale per resistergli».   Tre anni prima, inaspettatamente, il politico slovacco Vladimír Palko aveva ricevuto una lettera da Benedetto XVI che elogiava il suo libro Die Löwen Kommen («Arrivano i leoni»). La lettera includeva queste parole: «Vediamo come il potere dell’anticristo si stia espandendo e non possiamo che pregare che il Signore ci dia pastori forti che difendano la sua Chiesa in quest’ora di bisogno dal potere del male».   «Il cristiano sa che nulla dura per sempre, perché questo mondo ha un inizio e una fine. L’apocalisse, la rivelazione di tutti i segreti e la fine di tutte le interpretazioni, prima o poi arriverà», ha osservato Thiel a conclusione del suo avvincente saggio. «C’è un tempo e un luogo per l’esoterismo, il cui contrario è la rivelazione. Ma non in questioni che riguardano il destino del mondo e delle nostre anime. Perché quando il tempo stringe e l’ora è tarda, chi può sperare nella salvezza nella reticenza filosofica?»   Come riportato da Renovatio 21, a giugno il Festival di Vienna aveva revocato la prevista partecipazione di Thiel, a causa delle crescenti critiche da parte degli sponsor e del massiccio ritiro di altri partecipanti. Thiel avrebbe dovuto parlare di anticristo, tema che lo ossessione pubblicamente al punto da essere canzonato lungo un’intera stagione del popolarissimo cartone satirico americano South Park.  

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Due settimane fa il Thiel ha alzato il tiro sul papato dichiarando, ad un incontro elitario ad Aspen che papa Leone XIV «lavora per i comunisti cinesi».   Come riportato da Renovatio 21, in settimana è emerso che Thiel, in previsione di un collasso statunitense o mondiale, si è trasferito in Argentina.   Le tensioni tra il miliardario del settore tecnologico e il Vaticano non sono una novità. A marzo, il Thiel ha tenuto una serie di conferenze sull’Anticristo a Roma, a pochi isolati dalla Santa Sede, su invito. Le conferenze avrebbero innervosito il Vaticano e spinto due università cattoliche a dichiarare pubblicamente di non essere coinvolte nell’organizzazione degli eventi.   Thiel, cofondatore di Palantir e PayPal, è stato uno dei primi sostenitori del presidente Donald Trump nella Silicon Valley, contribuendo al lancio della carriera del vicepresidente JD Vance: Vance, convertito al cattolicesimo, lavorava presso Mithril Capital, una società di investimenti cofondata da Thiel, prima che quest’ultimo appoggiasse il suo ingresso in politica.   In realtà, a differenza di quanto creduto da Thiel, Ratzinger aveva esposto anche prima del suo ritiro idee precise, e complesse, sull’anticristo e sui tempi ultimi – e sul ruolo che avranno le macchine.   Come riportato da Renovatio 21, il 15 marzo 2000 il cardinale Joseph Ratzinger parlò a Palermo in un incontro con sacerdoti e seminaristi.

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«Nel loro orrore, [i campi di concentramento] hanno cancellato, cancellato volti e storia, nomi, cancellato persone. Hanno trasformato l’uomo in un numero, l’uomo non è che un numero, è un pezzo di un macchinario, l’uomo non è che un pezzo di un macchinario, di un ingranaggio, non è più che una funzione» aveva detto il futuro papa Benedetto.  
«Ai nostri giorni non dovremmo dimenticare che queste mostruosità della storia hanno prefigurato il destino di un mondo che corre il rischio di adottare la stessa struttura dei campi di concentramento, se viene accettata la legge universale della macchina»  
«Le macchine che sono state costruite impongono questa stessa legge, questa stessa legge che era adottata nei campi di concentramento. Secondo la logica della macchina, secondo i padroni della macchina, l’uomo deve essere interpretato da un computer, e questo è possibile solamente se l’uomo viene tradotto in numeri» aveva continuato colui che un lustro dopo sarebbe salito al Soglio di Pietro.
  «La Bestia è un numero, e ci trasforma in numeri. Dio nostro Padre invece ha un nome, e chiama ciascuno di noi per nome. È una persona, e quando guarda ciascuno di noi vede una persona, una persona eterna, una persona amata». Ecco che, parlando della Bestia e di numeri Benedetto sembra avvicinarsi al pensiero di Thiel su anticristo e AI.   Mentre molti nel mondo cattolico esprimono fastidio per le riflessioni di Thiel, si tratta, come evidenti, di questioni che ora vanno poste senza esitazione. Perché l’apocalisse potrebbe essere davvero alle porte, e non possiamo confidare nella capacità di guida e di lotta di un Vaticano occupato da modernisti invertiti.  

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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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