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Mons. Viganò: «è tempo di guerra, di battaglia, non di pace e ozio»

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella festa della Trasfigurazione di Nostro Signore.

 

 

Oculos in altum tollite

Omelia nella Trasfigurazione del Signore

 

 

Quicumque Christum quæritis,
oculos in altum tollite:
illic licebit visere
signum perennis gloriæ.

Voi che cercate Cristo
volgete gli occhi al cielo:
lì vi sarà dato di vedere
il segno della gloria eterna.

Prudenzio, Cathemerinon, IV

 

Nel 1456 l’Impero Ottomano, guidato dal sultano Maometto II, assediò Belgrado, una fortezza strategica difesa dai Cristiani sotto il comando di Giovanni da Capistrano e Giovanni Hunyadi, Reggente del Regno d’Ungheria. La vittoria cristiana, ottenuta il 22 luglio 1456, fu un evento cruciale che fermò temporaneamente l’avanzata ottomana in Europa. La battaglia si concluse poco prima della festa della Trasfigurazione del Signore, celebrata il 6 Agosto, e il successo fu interpretato come un segno della celeste protezione.

 

Papa Callisto III, che aveva indetto una Crociata e ordinato di pregare per la difesa dell’Europa cristiana, riconobbe in quella vittoria l’intervento divino. In segno di ringraziamento, istituì la festa della Trasfigurazione del Signore come celebrazione universale per tutta la Chiesa, legandola simbolicamente al trionfo di Belgrado. Inoltre, ordinò che le campane delle chiese suonassero a mezzogiorno per commemorare la vittoria, dando origine alla tradizione dell’Angelus (1).

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L’antico inno dei Vesperi e del Mattutino di questa festa, attribuito al poeta Aurelio Clemente Prudenzio (348-413), fu inizialmente composto per la solennità dell’Epifania e poi adottato anche per la Trasfigurazione: il tema della manifestazione della divinità di Cristo è infatti comune ad entrambe le celebrazioni. Uno dei Responsori del Mattutino del 6 Agosto riprende le formule del 6 Gennaio: Surge et illuminare, Jerusalem, quia venit lumen tuum, et gloria Domini super te orta est (Is 60, 1); Sorgi, ricevi la luce, o Gerusalemme, perché la tua luce è venuta e la gloria del Signore è spuntata su di te.

 

La nuova Gerusalemme, la Santa Chiesa, è la Sposa onorata dallo Sposo divino sul monte Tabor, habens claritatem Dei (Ap 21, 11), risplendente della gloria di Dio. 

 

È proprio la teofania che contempliamo oggi, in quel rifulgere di luce accecante del volto e della veste del Signore e nella voce del Padre Eterno: Questi è il Mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto: ascoltateLo. 

 

Elia e Mosè riassumono l’omaggio dei Profeti e della Legge a Colui che compie e incarna in Sé le antiche promesse; al Re, al Sacerdote e al Profeta che riassume in Sé la Legge e i Profeti.

 

Tra pochi giorni, in occasione dell’Assunzione di Maria Santissima al Cielo, contempleremo la patria celeste in cui Nostro Signore e la Sua augustissima Madre ci hanno preceduti in anima e corpo; e vedremo come questo Mistero sia per noi uno sprone a non cercare su questa terra il surrogato di ciò che invece attende ognuno di noi nella gloria eterna del Paradiso. 

 

Oggi vediamo gli Apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni accompagnare il Maestro sul Tabor, e Pietro che Gli chiede di poter alzare tre tende e rimanere lì, assorti in una dimensione divina e trascendente. 

 

Non dimentichiamo che sei giorni prima Pietro aveva proclamato Gesù il Cristo, il Figlio del Dio vivente (Mt 16, 16) e che il Maestro aveva predetto agli Apostoli che sarebbe dovuto andare a Gerusalemme per affrontare la Passione e la Morte e che sarebbe risorto il terzo giorno (ibid., 21). 

 

Il desiderio degli Apostoli di rimanere sul Tabor è umanamente comprensibile, ma è un’illusione di cui anche noi, con loro, non riusciamo a disfarci; perché siamo, come loro, in humanitatis corporibus obvoluti, invischiati nella materialità della vita presente. Noi crediamo sia possibile realizzare in terra il paradiso e troppo spesso confondiamo questa valle di lacrime con la meta ultima dell’eternità, dimenticando di essere exsules, esuli della patria celeste. 

 

La nostra natura decaduta continua a tenerci legati al mondo e alle sue lusinghe, ed è a questo che si riferiva il Signore quando così esortava i Discepoli: Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà (Mt 16, 24-25).

 

Crediamo di poter salvare la nostra vita cercando un compromesso con il mondo – di cui Satana è principe (Gv 12, 31) – senza comprendere il monito che San Paolo ci rivolgeva nell’Epistola di domenica scorsa: Poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete (Rm 8, 13).

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Ecco in cosa consiste quel rinnegare se stessi: nel non vivere secondo la carne, secondo lo spirito del mondo, secondo la mentalità orizzontale di chi si illude di poter realizzare in terra un simulacro di paradiso, sia esso socialista, liberale, globalista, pacifista, green, inclusivo, ecumenico o sinodale. Non possiamo rendere eterno il transeunte, né transeunte l’eterno; non possiamo adeguare Dio alle nostre esigenze, ma dobbiamo conformarci alla Sua santa volontà. Sia fatta non la mia, ma la tua volontà (Lc 22, 42), dice il Signore all’Eterno Padre nell’agonia del Getsemani.

 

E a noi comanda di chiedere altrettanto, nella preghiera del Padre Nostro: Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Eppure ci ostiniamo a inseguire la chimera di un impossibile Eden che inconsciamente vorremmo durasse per sempre, senza bisogno di attendere il premio eterno nell’aldilà.

 

Questo Hic manebimus optime, per quanto ammantato di buone intenzioni come il Bonum est nobis hic esse di Pietro, è ontologicamente impossibile su questa terra, perché la vita che ciascuno di noi vi trascorre è tempo di prova, non di premio; è tempo di guerra, di battaglia, di cadute, e non di pace e ozio; è occasione di dare compimento alla Carità con le buone opere espiando le nostre e altrui colpe e meritando così il Paradiso cui siamo destinati.

 

Se infatti il paradiso potesse essere realizzato qui e ora – senza prova e senza merito – allora non vi sarebbe alcun bisogno di un Dio giudice e remuneratore, né tantomeno di un Dio redentore che Si incarna e Si offre per espiare colpe che noi non riconosciamo aver commesso. Significherebbe, in definitiva, cadere nella più astuta trappola di Satana, il quale ci illude che possiamo fare a meno di Dio cancellando il Suo nome, rimuovendo le Sue immagini e rendendoLo superfluo col sostituirGli, come sempre avviene, degli idoli: il denaro, il potere, il piacere, l’appagamento degli istinti più abbietti, la tecnologia, la folle ὕβρις dell’intelligenza artificiale o dell’umanoide androgino.

 

Dietro tutto questo, cari fratelli, si nascondono l’odio e l’invidia del Demonio per l’ineffabile privilegio che è stato concesso a noi uomini – e non ai puri spiriti – di vedere la Seconda Persona della Santissima Trinità incarnarSi in una creatura umana, per comunicare agli uomini la beatitudine eterna di Dio. 

 

A questa tentazione di escludere l’eternità dal nostro orizzonte spirituale risponde l’inno della festa odierna: Quicumque Christum quæritis, oculos in altum tollite, Voi che cercate Cristo, volgete gli occhi al cielo. 

 

Pensiamo alla parabola dell’uomo che aveva avuto un raccolto abbondante: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti! Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita (Lc 12, 19-20).

 

Se questa fosse la nostra patria, la sola prospettiva della morte diventerebbe per noi la minaccia di un esilio senza fine, e finiremmo col trasformare la nostra vita – brevissima, rispetto all’eternità – in un’anticamera dell’Inferno, nel paradosso di non poter nemmeno dare un senso alle sofferenze presenti. Finiremmo col ricercare disperatamente, come certi sedicenti filantropi tristemente noti, un’immortalità artificiale che ci renda eterni; e troveremmo nuovi ciarlatani pronti a venderci moderni elisir di lunga vita.

 

Solo con uno sguardo soprannaturale e veramente cattolico possiamo prendere parte alla corsa, arrivare fino al traguardo e meritare il premio finale: Bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi (2 Tim 4, 7), ben sapendo che la meta finale è nell’eternità. 

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Non è, questo, un modo per sottrarsi alla militia christiana e alla testimonianza dinanzi al mondo, quasi a voler raggiungere l’atarassia degli epicurei o l’annientamento della propria individualità del nirvana buddista. Esso è al contrario un rimettere le cose nel proprio ordine, secondo la gerarchia stabilita da Dio, ricomponendo alla luce della Grazia soprannaturale la ferita inferta dal peccato al κόσμος divino. 

 

La Trasfigurazione del Signore – come nella Domenica II di Quaresima, quasi a dare un momento di conforto nella penitenza e nel digiuno – costituisce una sorta di squarcio nella vita terrena del Salvatore, nel quale l’umanità di Nostro Signore lascia sfolgorare la propria divinità. Pietro, Giacomo e Giovanni vedono in questa teofania un’anticipazione della gloria del Cielo, dove il Risorto ascenderà quaranta giorni dopo Pasqua.

 

Ma proprio perché questa Trasfigurazione è momentanea e anticipatrice della trasfigurazione che attende ognuno di noi in Paradiso, il Signore ordina ai Discepoli di non parlarne ad alcuno finché il Figlio dell’uomo non sarà risorto da morte (Mt 17, 9), perché sia la Fede ad alimentare la Carità di chi riconosce Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore; e perché la storicità di questo evento fosse corroborata dalla testimonianza degli Apostoli, spectatores illius magnitudinis (2 Pt 1, 16), spettatori della Sua grandezza.

 

Ce lo conferma San Pietro nell’Epistola che abbiamo letto poc’anzi: Vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza (2 Pt 1, 16); questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con Lui sul santo monte (ibid., 18).

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Scrive dom Guéranger:

 

«Per quanto il Signore, attraversato il torrente della sofferenza, sia personalmente già entrato nella Sua gloria, il mistero della Trasfigurazione non sarà completo se non allorché l’ultimo degli eletti, passato anch’egli attraverso la laboriosa preparazione della prova e gustata la morte, avrà raggiunto il capo nella Sua resurrezione».

 

È questo il senso della Colletta della Messa di oggi: 

 

O Dio, che con la gloriosa Trasfigurazione del tuo Unigenito hai confermato i misteri della fede con la testimonianza dei padri, e con la voce uscita dalla nube luminosa hai proclamato mirabilmente la perfetta adozione dei figli, concedici, nella tua bontà, di divenire coeredi e partecipi della sua gloria. 

 

E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

6 Agosto MMXXV
In Transfiguratione D.N.J.C.

 

 

NOTE

1 – Papa Callisto III, Bolla Cum his superioribus annis, 29 Giugno 1456. Ai sacerdoti Callisto III ordinò di recitare questa preghiera per invocare la vittoria dei Cristiani sul Turco: «Dio onnipotente ed eterno, a cui appartiene ogni potere e nelle cui mani sono i diritti di tutte le nazioni, proteggi il tuo popolo cristiano e schiaccia con la tua potenza i pagani che confidano nella loro ferocia».

2 – Prefazio ambrosiano della festa della Trasfigurazione.

3 – Domenica VIII dopo Pentecoste.

4 – Dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico, II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, San Paolo, Alba, 1959, pagg. 941-946.

 

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Immagine: Tiziano (1490–1576), Trasfigurazione (circa 1560), Chiesa di San Salvador, Venezia.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

Spirito

L’Agostino che Leone XIV non ha citato a Ippona

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Il sito InfoVaticana ha pubblicato un eccellente articolo sull’appropriazione fraudolenta della figura di Sant’Agostino nel contesto del dialogo interreligioso, chiarendo la situazione e difendendo il grande Dottore. Lo riproduciamo qui.   Dal velivolo, ancor prima di atterrare ad Algeri, Leone XIV lasciò cadere la frase che avrebbe strutturato l’intero racconto del suo viaggio: «San Agostino offre un ponte molto importante per il dialogo interreligioso perché è molto amato nella sua terra».   L’immagine era perfetta per il consumo immediato: il primo papa agostiniano della storia, che torna nella terra del vescovo di Ippona, tendendo ponti tra il cristianesimo e l’islam, tra l’Occidente e l’Africa, tra un presente convulso e un’antichità nobile e venerabile.   La stampa cattolica progressista lo accolse con entusiasmo. Analisti internazionali parlarono di gesto strategico, di tappa storica, di «nuovo epicentro del cattolicesimo». Tutto molto pulito, molto fotogenico, molto in linea con quanto ci si aspetta da un pontefice nel 2026.

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L’unico problema è Agostino.

Perché l’Agostino reale, quello che visse in quella terra, che scrisse in quella terra, che morì in quella terra mentre i Vandali assediavano Ippona, non era un costruttore di ponti interreligiosi. Era il polemista più formidabile che la storia della Chiesa latina abbia mai prodotto. Un uomo che dedicò decenni del suo episcopato non al dialogo blando, ma alla confutazione sistematica e senza concessioni di tutto ciò che considerava errore.   Si confrontò con manichei, donatisti, ariani, pelagiani, priscillianisti e scettici accademici. Presiedette concili, scrisse instancabilmente e polemizzò con chiunque fosse necessario in difesa dell’ortodossia. Non c’è nella sua opera un solo testo che possa essere ragionevolmente interpretato come un invito alla coesistenza teologica tra il cristianesimo e l’islam, tra le altre ragioni perché l’islam non esisteva ancora quando Agostino morì, nell’anno 430.   Questo conviene sottolinearlo perché c’è una tendenza, quando si tratta di appropriarsi retroattivamente dei grandi santi, a proiettare su di loro le sensibilità del presente. Agostino si presta male a quell’operazione. Philip Schaff, uno degli storici più rigorosi del dogma cristiano, scrisse che Agostino «è il Dottore della Chiesa per eccellenza», la cui attività si estese sull’ecclesiologia, la teologia sacramentale e la dottrina della grazia con una precisione che nessuno prima né immediatamente dopo raggiunse.   Quel Dottore non lasciò spazio all’ambiguità sulla verità rivelata. La cercò per anni, con autentica angoscia, e quando la trovò la difese con tutti gli strumenti disponibili: la ragione, la Scrittura, l’autorità conciliare, e quando fu necessario, la coercizione imperiale.   Quest’ultimo punto merita una sosta perché crea disagio. Nella Lettera 93, scritta nell’anno 408, Agostino confessa apertamente di aver cambiato idea sul metodo da impiegare con i donatisti, passando dalla persuasione intellettuale all’approvazione delle leggi coercitive dello Stato, proprio perché «l’inefficacia del dialogo» lo aveva convinto che serviva qualcos’altro. Il suo argomento era che la paura aveva fatto riflettere molti donatisti e li aveva resi «docili».   Lo stesso uomo che Leone XIV trasforma in simbolo del dialogo interreligioso fu il principale artefice dottrinale di ciò che gli storici chiamano la prima teorizzazione cristiana della coercizione religiosa legittima. Non gli si può rimproverare un anacronismo: era il V secolo, il contesto era uno scisma violento, i circumcellioni donatisti avevano attaccato e mutilato diversi vescovi cattolici. Ma nemmeno gli si può citare come modello dell’incontro amichevole tra fedi diverse senza falsificare la sua figura.   La paradosso è più profondo quando si esamina cosa faceva esattamente Agostino a Ippona. Allo scetticismo si confrontò come filosofo, al manicheismo e al pelagianismo come teologo, e al donatismo come vescovo. Tre fronti diversi, tre modi diversi di combattere l’errore. In tutti i casi, l’atteggiamento di fondo era lo stesso: la verità esiste, è conoscibile, e chi la possiede ha l’obbligo di difenderla.   Il relativismo teologico, la coesistenza pacifica tra verità contraddittorie, l’idea che ogni ricerca spirituale conduca allo stesso luogo, sarebbe sembrata ad Agostino non un gesto di apertura ma un tradimento di Cristo. Le Confessioni sono l’autobiografia di qualcuno che non trovò la pace nell’eclettismo, ma nella resa incondizionata a una verità specifica e irriducibile. «Ci hai fatto per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposi in te»: non in una verità tra le altre, ma in te.   Il donatismo, l’eresia che occupò i migliori anni dell’episcopato agostiniano, fu l’ultimo episodio nelle controversie di Montano e Novato che avevano agitato la Chiesa fin dal II secolo, e il suo nucleo era la domanda sulla santità della Chiesa e la validità dei sacramenti amministrati da ministri indegni.   Agostino rispose costruendo un’ecclesiologia completa e coerente: la Chiesa visibile contiene grano e zizzania, la grazia non dipende dalla purezza del ministro ma da Cristo, l’unità è un bene irrinunciabile che giustifica misure drastiche contro lo scisma. Questo non è un ponte. È un muro dottrinale eretto con la precisione di un architetto.   Che quel muro sia oggi patrimonio di tutta la Chiesa, che abbia ispirato i Padri del Vaticano II e i grandi teologi medievali, è esattamente la ragione per cui Agostino importa. Non perché sia un interlocutore comodo, ma perché è un pensatore rigoroso.   Agostino distingueva 88 eresie nel suo trattato De Haeresibus, e le quattro con cui dovette principalmente lottare furono il manicheismo, il donatismo, il pelagianismo e l’arianesimo. Ognuna di quelle battaglie gli costò anni di scrittura, controversia pubblica e usura personale. Ognuna terminò con una vittoria dottrinale che fissò per sempre i limiti di ciò che la Chiesa può credere.   Il pelagianismo, che sosteneva che l’uomo può raggiungere la salvezza con i propri sforzi senza bisogno della grazia, fu condannato dal concilio dei vescovi africani nell’anno 418 e dal papa Zosimo, grazie in buona misura alla tenacia di Agostino. Non fu un processo di ascolto reciproco né di arricchimento reciproco: fu una condanna.   Niente di tutto questo significa che Leone XIV faccia male a peregrinare a Ippona. La visita ha un senso spirituale genuino: un agostiniano che torna nella terra del suo padre fondazionale, che prega sulle rovine dove quel padre predicò, che riconosce il debito della sua vita intera con quel pensiero.

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Questo è legittimo e ha una dignità propria. Il problema non è il viaggio. Il problema è l’operazione discorsiva che trasforma Agostino nel patrono del dialogo interreligioso con l’islam, quando l’unico islam che Agostino avrebbe conosciuto era quello arrivato decenni dopo la sua morte, e quando tutta la sua vita intellettuale ruotò intorno all’affermazione che c’è una verità, una Chiesa, un battesimo, una grazia, e che tutto ciò che se ne allontana merita confutazione, non cortesia diplomatica.   Gli analisti hanno segnalato che la Basilica di Sant’Agostino ad Annaba [antica Ippona Regia, ndt] attira ogni anno migliaia di visitatori, inclusi musulmani che provano una devozione propria verso il santo. Quel dato è reale ed è bello. Agostino appartiene in qualche modo a quella terra in modo che trascende i confini confessionali, e il fatto che ci siano musulmani che lo venerano dice qualcosa sulla qualità della sua figura umana.   Ma la venerazione popolare di un santo non è la stessa cosa della sua teologia. Si può ammirare Agostino senza leggere Agostino. Si può andare in pellegrinaggio alle sue rovine senza assumere ciò che lui difese. Leone XIV può fare entrambe le cose allo stesso tempo, e probabilmente lo fa. La domanda è se la Chiesa che lui dirige possa permettersi di continuare a citare Agostino come simbolo di apertura senza spiegare cosa Agostino pensasse realmente di dover aprire, e davanti a cosa si dovesse rimanere chiusi.   Nelle Confessioni c’è una frase che definisce meglio di qualsiasi altra cosa Agostino fosse e cosa cercasse: «Signore, tu ci hai fatto per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposi in te». Non nel dialogo. Non nell’incontro. Non nella ricerca indefinita. Nel riposo che viene solo dall’incontro con Cristo.   Quel cuore inquieto che trovò la pace non nella pluralità di cammini ma in uno solo è lo stesso cuore che poi passò decenni a dire agli altri che si sbagliavano, con tutta la carità del mondo, ma dicendoglielo.   Leone XIV ha ragione su una cosa: Agostino è molto amato nella sua terra. Ciò che non è sicuro è che quell’amore implichi accordo con ciò che Agostino insegnò.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine: Antonello da Messina (1430–1479), Sant’Agostino (1473), Palazzo Abatellis, Palermo. Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Il rettore del seminario della FSSPX dice: un giorno il Papa ringrazierà per aver preservato la tradizione cattolica

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Il direttore del seminario della Fraternità Sacerdotale San Pio X in Svizzera ha affermato che un giorno il Papa li ringrazierà per aver preservato l’insegnamento e la Tradizione della Chiesa.

 

Padre Bernard de Lacoste, direttore del seminario della Fraternità Sacerdotale San Pio X a Ecône, in Svizzera, ha dichiarato al quotidiano svizzero in lingua francese Le Nouvelliste che un giorno il Papa riconoscerà i problemi del Concilio Vaticano II e ringrazierà la Fraternità per il suo lavoro.

 

De Lacoste ha sottolineato che non intendono provocare uno scisma con le consacrazioni episcopali previste per il 1° luglio senza il permesso del Vaticano.

 

«Uno scisma è definito dalla volontà di rompere con la Chiesa cattolica. Ma il fatto è che noi celebriamo queste ordinazioni episcopali proprio per rimanere cattolici romani», ha affermato il sacerdote. «Preferiremmo morire piuttosto che provocare uno scisma», ha aggiunto.

 

Nell’intervista, de Lacoste ha criticato il Concilio Vaticano II per quelli che la Società considera errori modernisti. «Il modernismo è un errore teologico», ha affermato, aggiungendo che gli insegnamenti del Concilio Vaticano II contraddicono «quanto la Chiesa ha insegnato per 20 secoli».

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Secondo don de Lacoste, il concilio non raggiunse il suo obiettivo, ovvero quello di portare una ventata di aria fresca nella Chiesa, come dimostrato dal calo del numero di fedeli praticanti e di sacerdoti.

 

Ha ribadito che la Fraternità Sacerdotale San Pio X sostiene l’insegnamento tradizionale della Chiesa, specialmente in materia di morale sessuale, che molti nella gerarchia odierna hanno minimizzato o addirittura negato. Ha affermato che il divorzio e il «nuovo matrimonio» civile sono peccati mortali, così come gli atti omosessuali e tutti gli altri atti sessuali al di fuori di un matrimonio valido.

 

«I rapporti sessuali sono finalizzati alla procreazione, ed esclusivamente all’interno di un matrimonio stabile tra un uomo e una donna che saranno in grado di crescere i propri figli», ha sottolineato de Lacoste. «Questo è l’ordine naturale voluto dal Creatore».

 

Il direttore del seminario ha descritto i membri della Società come «medici dell’anima» e ha affermato che i fedeli «hanno bisogno della dottrina integrale, dei sacramenti amministrati secondo tale dottrina e della liturgia tradizionale per poter entrare in paradiso».

 

De Lacoste ha affermato di credere che il futuro della Chiesa risieda nella Tradizione e nella Fraternità Sacerdotale San Pio X, poiché il numero di cattolici che partecipano alle loro Messe è in costante aumento.

 

«Siamo certi che un giorno il papa riconoscerà di essersi allontanato dalla dottrina cattolica e ringrazierà la Società per averla preservata nella sua interezza, conferendole lo status canonico», ha concluso.

 

Le consacrazioni episcopali della Fraternità Sacerdotale San Pio X, previste senza l’approvazione di Roma, hanno suscitato molte polemiche all’interno della Chiesa, anche tra vescovi e cardinali che difendono la Tradizione cattolica. Mentre il vescovo Athanasius Schneider si è espresso a favore della Fraternità, molti altri vescovi conservatori, come il cardinale Gerhard Müller, il cardinale Robert Sarah e il vescovo Marian Eleganti, si sono opposti alle consacrazioni, avvertendo che si tratterebbe di un «atto scismatico».

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Spirito

Papa Leone XIV elogia la «comunione tra cristiani e musulmani» durante la sua visita in Algeria

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Papa Leone XIV ha elogiato la «comunione tra cristiani e musulmani» in un messaggio pubblicato su X durante la sua visita apostolica in Algeria.   Il 13 aprile, Papa Leone XIV ha pubblicato un messaggio sulla piattaforma social mentre si trovava ad Algeri, in Algeria, dove era giunto lo stesso giorno per la prima visita papale nella storia del Paese, invocando la «comunione tra cristiani e musulmani» sotto il patrocinio della Vergine Maria e presentandola come un segno di unità in un mondo segnato da divisioni e conflitti.   «La comunione tra cristiani e musulmani si concretizza sotto il manto di Nostra Signora d’Africa», scrisse Leone. «Qui, in Algeria, l’amore materno di Lalla Meryem riunisce tutti come bambini, nella nostra ricca diversità, nella comune aspirazione alla dignità, all’amore, alla giustizia e alla pace. In un mondo in cui divisioni e guerre seminano dolore e morte, vivere in unità e pace è un segno inequivocabile».  

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Nel suo messaggio, il Papa si è riferito alla Vergine Maria utilizzando sia il titolo cristiano «Nostra Signora d’Africa» sia quello islamico-berbero Lalla Meryem («Signora Maria»), sottolineando così una presunta compatibilità tra le due religioni.   In precedenza, quello stesso giorno, papa Leone XIV aveva visitato la Grande Moschea di Algeri, considerata la terza moschea più grande del mondo dopo quelle della Mecca e di Medina. Secondo fonti vaticane, il Papa si è tolto le scarpe come da protocollo ed è rimasto all’interno per diversi minuti, dedicando del tempo alla «riflessione silenziosa» nei pressi del mihrab, elemento architettonico che indica la direzione della Mecca.   Il romano pontefice ha inoltre incontrato privatamente il rettore della moschea, al quale ha espresso gratitudine per essere presente in quello che ha descritto come «un luogo che rappresenta lo spazio proprio di Dio».   Il linguaggio utilizzato nel messaggio del papa sui social media, in particolare il riferimento alla «comunione» tra cristiani e musulmani, introduce un termine che ha un significato teologico ben definito all’interno della dottrina cattolica. Nella teologia cattolica, «comunione» indica solitamente la partecipazione alla stessa fede, agli stessi sacramenti e all’unità ecclesiale. Secondo il Vangelo, non è possibile alcuna comunione con coloro che negano Gesù Cristo come Dio, Signore e Salvatore: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo mio.e» (Gv 14,6).   Il quadro generale delle relazioni cattolico-musulmane negli ultimi anni è stato in parte plasmato dal «Documento sulla fraternità umana per la pace mondiale e la convivenza pacifica» del 2019, comunemente noto come documento di Abu Dhabi, firmato da papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar. Tale documento – che ha suscitato un enorme scandalo tra i fedeli – afferma che «il pluralismo e la diversità delle religioni (…) sono voluti da Dio nella Sua saggezza, mediante la quale ha creato gli esseri umani. Questa divina saggezza è la fonte da cui derivano il diritto alla libertà di credo e la libertà di essere diversi».

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Come riportato da Renovatio 21, la dichiarazione di Abu Dhabi piacque moltissimo alla massoneria, che si complimentò con il gesuita argentino.   Mentre il papa si trovava ad Algeri il 13 aprile, due attentatori jihadisti hanno tentato di compiere un attacco suicida coordinato nella città di Blida, situata a circa 45 chilometri a sud-ovest della capitale algerina. Secondo quanto riportato dalle forze di sicurezza, i due uomini sono stati intercettati dalle forze algerine mentre si dirigevano verso obiettivi civili e di polizia in zone popolate. Gli agenti hanno aperto il fuoco prima che gli attentatori potessero raggiungere i loro obiettivi. Gli ordigni esplosivi indossati dagli aggressori sono comunque detonati, causandone la morte.   L’incidente ha riacceso le preoccupazioni riguardo al terrorismo islamista nel Paese, dove non si registrano attacchi confermati dal 2017.

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