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Salvare il pianeta o salvare le anime

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La tradizionale liturgia delle ordinazioni indica immediatamente il significato del sacerdozio.

 

La fine di giugno ha portato la gioia dell’ordinazione di nuovi sacerdoti. Nel Rito Romano, il cerimoniale prevede che la Messa, iniziata dal vescovo, venga interrotta per procedere con i riti di ordinazione, dopodiché i nuovi sacerdoti concelebrano con il vescovo che ha appena conferito loro il sacerdozio: celebrano insieme quella che è in effetti la loro vera prima Messa.

 

È degno di nota che la prima preghiera che i nuovi sacerdoti recitano con il vescovo, la prima preghiera che recitano in virtù del loro ufficio sacerdotale, sia l’offertorio:

 

«Ricevi, Padre Santo, Dio onnipotente ed eterno, quest’Ostia immacolata che io, tuo indegno servo, offro a Te, Dio mio vivo e vero, per i miei innumerevoli peccati, offese e negligenze, per tutti i presenti e per tutti i fedeli cristiani, vivi e defunti, affinché questa oblazione giovi alla loro salvezza e alla mia per la vita eterna». Messale Romano del 1962, offertorio.

 

Fin dall’inizio della sua vita sacerdotale, il nuovo sacerdote inizia il suo ministero con il suo atto principale: offrire un sacrificio propiziatorio, cioè idoneo a soddisfare, o compensare, i peccati che offendono la maestà divina. Privandosi di qualcosa di legittimo in onore di Dio, compensiamo, in un certo senso, ciò che abbiamo indebitamente assunto con il peccato.

 

I nostri sacrifici non possono bastare a riparare l’offesa a Dio, ma il sacrificio del Figlio di Dio fatto uomo, il sacrificio con cui ha deliberatamente rinunciato alla propria vita, è in grado di offrire al Padre «ogni onore e gloria» (conclusione del Canone Romano).

 

Attraverso questo sacrificio, il Verbo Incarnato dimostra di amare la maestà di Dio e le anime da redimere più della propria vita umana: «Nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). In risposta a questo amore sacrificale, Dio elargisce la sua grazia in modo sovrabbondante.

 

Affidando agli Apostoli il Suo Corpo e il Suo Sangue, con il precetto «fate questo in memoria di me», il Salvatore affida loro il Suo sacrificio da offrire ogni giorno, affinché l’applicazione dei suoi frutti contribuisca alla salvezza delle anime.

 

Così, fin dai primi minuti del suo sacerdozio, il sacerdote è immerso nel cuore del suo ministero. Tutto il resto – predicazione, insegnamento, contatto con le anime, sollecitudine per l’unità di una parrocchia – consiste nel diffondere i frutti di questo sacrificio e nel condurre le anime a parteciparvi, per condurle tutte all’unità della Santissima Trinità.

 

Propiziazione, sacrificio, soddisfazione, salvezza delle anime: questo è un vocabolario che non corrisponde alla concezione postconciliare del sacerdote, che sembra piuttosto essere una guida comunitaria incaricata di ascoltare e attuare le scoperte sinodali del popolo di Dio per salvare il pianeta e accogliere i migranti.

 

Questo dettaglio del rito della Messa e dell’ordinazione stessa dimostra che, dietro la battaglia tra il rito tradizionale e il Novus Ordo, c’è molto più che questioni di sensibilità ed estetica. O, per coloro che pensano solo in termini sociologici, cioè indifferenti al vero e al falso, al bene e al male, che si tratta di molto più che questioni di identità.

 

Don Nicolas Cadiet

FSSPX

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Porte chiuse per la FSSPX

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Il 28 marzo, ai partecipanti a un pellegrinaggio organizzato dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X è stato impedito l’ingresso al santuario di Nostra Signora Addolorata a Cuceglio (vicino a Torino).   Padre Aldo Rossi, il sacerdote responsabile del pellegrinaggio, ha letto una dichiarazione davanti alla chiesa. Nonostante il pellegrinaggio fosse stato annunciato, le porte sono rimaste chiuse.   Il quotidiano La Voce ha riportato che diversi sacerdoti, le Suore Consolatrici del Sacro Cuore e numerosi fedeli, tra cui giovani famiglie, hanno partecipato a questo pellegrinaggio di diversi chilometri, alcuni portando una statua della Madonna Addolorata. Come scriveva il giornale, «I fedeli del priorato di Saint-Charles de Montalenghe avevano organizzato un pellegrinaggio quaresimale, annunciato in anticipo». «Nessuna Messa, nessuna celebrazione liturgica: solo poche preghiere finali, come gesto di devozione», erano previste.   La Voce, quotidiano laico, prosegue il suo resoconto con stupore: secondo le sue fonti, la decisione di chiudere i cancelli al gruppo di pellegrini sarebbe stata presa dal rettore del santuario, don Luca Meinardi, su influenza del suo superiore, il vescovo di Ivrea, monsignor Daniele Salera. Il giornale commenta: «Una scelta che contraddice inevitabilmente un vocabolario ecclesiastico che, negli ultimi anni, ha privilegiato parole come accoglienza, inclusione, dialogo e misericordia».  

Dichiarazione di Don Aldo Rossi

Cari pellegrini, siamo giunti alla fine di questo pellegrinaggio, ma come potete vedere, troviamo le porte del santuario chiuse perché le autorità religiose locali si sono rifiutate di aprircele. Questo ci ricorda proprio le parole di Sant’Atanasio – che abbiamo esaminato di recente per la pubblicazione nel nostro bollettino, Il Cedro – il quale disse, tra l’altro, contro gli ariani e i semi-ariani dei primi secoli della Chiesa: «Voi restate fuori dai luoghi di culto, ma la fede abita in voi». Consideriamo cosa sia più importante: il luogo o la fede? La vera fede, naturalmente.   Ebbene, nella cultura dominante, che è una cultura inclusiva, le porte sono aperte a tutti: agli anglicani che celebrano la Messa nella madre di tutte le chiese a Roma, San Giovanni in Laterano, anche se non sono sacerdoti. Solo due giorni fa, Roma ha inviato un messaggio all’arcivescovo anglicano – una donna – in occasione del suo insediamento, ricordandole di camminare insieme, di non dimenticare che le differenze non possono cancellare la fraternità nata dal nostro comune battesimo. Le chiese sono aperte ai protestanti, permettendo loro persino di celebrare la Messa in una parrocchia qui a Torino. Preghiamo con tutte le religioni. Apriamo le chiese anche alla dea della terra Pachamama, come è successo a Roma. Apriamo le chiese ai gruppi LGBT e celebriamo la Messa con loro, specialmente a Roma, nella Chiesa del Gesù. Apriamo le porte ai buddisti e agli animisti, come durante l’incontro di Assisi del 1986, dove una statua di Buddha fu addirittura collocata sul tabernacolo.   Per la Fraternità Sacerdotale San Pio X, però, è proibito anche solo offrire una preghiera per le vocazioni – non la Messa, ma preghiere per le vocazioni. In questo caso, non c’è inclusione, ma esclusione. Perché? Perché nel Pantheon c’erano tutti gli dei tranne Nostro Signore Gesù Cristo. Se avessero incluso Nostro Signore Gesù Cristo, gli altri dei sarebbero crollati.   Ebbene, c’è una sola risposta, una risposta che ci permette di cogliere la realtà e la profondità della crisi nella Chiesa e nella cultura liberale dell’inclusività: è che la verità è esclusiva. La verità non è inclusiva, ma esclusiva. Posso includere tutto il resto, ma non la verità. Posso includere tutti gli errori, ma non la verità, perché la verità è esclusiva, come dice il Vangelo, Nostro Signore Gesù Cristo stesso: «Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde». «Il vostro “Sì, sì” sia “No, no”; tutto ciò che va oltre viene dal maligno».   La Fraternità Sacerdotale San Pio X segue semplicemente l’esempio dell’arcivescovo Lefebvre, che desiderava che sulla sua lapide fosse incisa la frase: «Ho trasmesso ciò che ho ricevuto». Noi trasmettiamo semplicemente questa verità, questa tradizione che abbiamo ricevuto. Ma, all’interno di un sistema inclusivo, questo non può essere accettato, perché la verità è esclusiva: non si può rimanere nel mezzo.   E ripeto le parole di Sant’Atanasio, che disse agli ariani e soprattutto ai semi-ariani: «Voi siete la grande corruzione perché rimanete nel mezzo. Volete rimanere tra la luce e il mondo. Siete maestri del compromesso e camminate con il mondo. Vi dico: fareste meglio ad andarvene con il mondo e ad abbandonare il Maestro, il cui regno non è di questo mondo».   Pertanto, l’ecumenismo attuale può accettare tutte le religioni, tutti gli errori, tranne la verità, tranne la dottrina cattolica che, per sua stessa natura, condanna tutti gli errori, tutte le false dottrine, tutte le false religioni. Due più due fa quattro, e quattro esclude tutti gli altri numeri. È così. La luce disperde le tenebre, come dice san Paolo: «Quale rapporto c’è tra la giustizia e l’iniquità? O quale comunione c’è tra la luce e le tenebre?».   Cari pellegrini, tutto ciò, da un lato, ci rattrista profondamente, perché mostra quanta oscurità si sia diffusa persino all’interno della Chiesa stessa; ma, dall’altro, il Signore ci mostra la splendida misericordia di Dio che, nonostante questo mistero di iniquità all’interno della Chiesa stessa, fa ancora risplendere la luce della verità e della tradizione della Chiesa cattolica. Voi stessi ne siete testimoni qui: le suore, i sacerdoti, le giovani famiglie manifestano questa luce.   Non proviamo odio né risentimento, perché, come disse san Giovanni Bosco quando fu assalito da due valdesi pronti a colpirlo: «Io non uso la forza. Potrei usarla, ma non la uso, perché sono sacerdote, perché sono cattolico, e la nostra forza è la pazienza e il perdono».   Chiediamolo in modo particolare alla Madonna Addolorata, che ci dà questo grande esempio di pazienza, e offriamole anche questo sacrificio: il sacrificio di non entrare, di non poter entrare nella Chiesa. In primo luogo, secondo l’intenzione del pellegrinaggio, per ottenere santi sacerdoti; ma offriamo questo sacrificio anche per la Chiesa, per il Papa, per il Vescovo di Ivrea, per tutti i vescovi e tutti i sacerdoti, affinché possano uscire al più presto da queste tenebre, da questo falso ecumenismo, da questa falsa cultura dell’inclusività che esclude la verità, cioè che esclude Nostro Signore Gesù Cristo, che è la via, la verità e la vita.   Ora reciteremo qui le preghiere finali: la preghiera alla Madonna Addolorata, poi canteremo le litanie della Beata Vergine.     Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Il vescovo Strickland difende Miss California

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Renovatio 21 pubblica il messaggio apparso sul social network X del vescovo emerito di Tyler, Texas, monsignor Joseph Strickland in sostegno dell’ex Miss California Carrie Prejean Boller, espulsa dalla Commissione per la libertà religiosa dell’amministrazione Trump per essersi rifituata di sottomettere la sua fede cattolica alla dottrina sionista. La Prejean Boller dice che, alle prime avvisaglie di censura da parte della leader de facto della commissione, la «pastora» protestante fondamentalista e ultrasionista Paula White, il vescovo Barron e il cardinale neoeboraceno Dolan avevano in privato espresso solidarietà nei suoi confronti. Negli ultimi giorni invece sia i due alti membri della gerarchia cattolica americana avevano preso le distanze dalla Miss, criticandola aspramente. Monsignor Strickland aveva ancora due settimane fa pubblicato un accorato appello contro la montante forza anti-cattolica in USA, dove soprattutto i tradizionalisti sono ora accusati di antisemitismo.

 

Nei giorni scorsi sono venuto a conoscenza della rimozione della signora Carrie Prejean Boller dalla Commissione presidenziale per la libertà religiosa, insieme alle accuse pubbliche che ne sono seguite. Dopo aver esaminato la sua versione dei fatti e le circostanze che circondano questa vicenda, ritengo necessario esprimermi con chiarezza.

 

La signora Boller è stata trattata ingiustamente. Una donna cattolica, parlando in coscienza e in fedeltà agli insegnamenti della Chiesa, è stata pubblicamente criticata e rimossa dal suo incarico, senza che sia stata fornita alcuna motivazione chiara e fondata. Tale mancanza di trasparenza non rende giustizia. Danneggia la reputazione e mina la fiducia.

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Ancor più preoccupante è la causa apparente: il fatto che abbia sollevato legittimi interrogativi sul sionismo e difeso la semplice verità che i cattolici non sono vincolati ad alcuna ideologia politica.

 

Vorrei essere chiaro. La Chiesa cattolica non insegna che il moderno Stato di Israele detenga un mandato divino che debba essere sostenuto da tutti i credenti. Né la Chiesa insegna che l’opposizione al sionismo politico sia intrinsecamente antisemita. Queste non sono dottrine della fede cattolica.

 

Allo stesso tempo, la Chiesa respinge inequivocabilmente ogni forma di odio verso il popolo ebraico. Ogni persona umana deve essere amata, difesa e trattata con dignità. Ma questa verità non deve essere distorta. Mettere in discussione le politiche o le azioni di una nazione moderna – qualsiasi nazione – non è odio. È una responsabilità morale quando è in gioco la vita di un innocente. Stiamo assistendo a grandi sofferenze in Terra Santa. Uomini, donne e bambini innocenti – soprattutto a Gaza – hanno subito immense devastazioni. Parlare a nome della vita umana, ovunque essa sia minacciata, non è estremismo politico. È fedeltà al Vangelo di Gesù Cristo.

 

La signora Boller ha fatto ciò che molti oggi hanno paura di fare: ha parlato. Ha parlato a nome dei cattolici, sempre più pressati a conformarsi a narrazioni politiche che non rispecchiano la pienezza della nostra fede. Ha parlato per garantire che l’antisemitismo non venga erroneamente confuso con una legittima preoccupazione morale. Ha parlato a nome della dignità di ogni vita umana, sia ebraica che palestinese.

 

Per questo motivo, è stata descritta in modo errato.

 


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È particolarmente scoraggiante quando un simile trattamento sembra provenire, in parte, da coloro che all’interno della Chiesa dovrebbero essere i primi a difendere i fedeli quando parlano con sincerità e in buona coscienza. I pastori sono chiamati a proteggere, non ad abbandonare; a chiarire, non a confondere; a stare con le pecore, specialmente quando sono sotto attacco.

 

Il silenzio di fronte all’ingiustizia non è prudenza. È una mancanza di carità e di verità. Pertanto, esprimo il mio sostegno alla signora Carrie Prejean Boller.

 

Ribadisco il suo diritto, in quanto cattolica e in quanto americana, di esprimersi con chiarezza su questioni di fede, moralità e vita pubblica senza essere ingiustamente etichettata o allontanata senza spiegazioni. Chiedo inoltre maggiore chiarezza ed equità da parte dei responsabili del suo allontanamento, affinché prevalga la verità e non le speculazioni.

 

Questo momento richiede coraggio. Non coraggio politico, ma coraggio cristiano: quel tipo di coraggio che si fonda saldamente sulla verità pur rimanendo radicato nella carità. Dobbiamo respingere l’odio in tutte le sue forme, ma dobbiamo anche respingere l’abuso di questa accusa per mettere a tacere coloro che parlano in difesa della vita e della verità morale.

 

Preghiamo per la pace in Terra Santa: per gli ebrei, per i palestinesi e per tutti coloro che soffrono. E preghiamo per la Chiesa, affinché parli sempre con chiarezza, carità e incrollabile fedeltà a Gesù Cristo, che è la Verità.

 

In Cristo,

 

Joseph E. Strickland

Vescovo

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Leone XIV e la «Comunione Anglicana»

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Il 20 marzo 2026, Papa Leone XIV ha indirizzato un messaggio alla «Reverendissima e Onorevolissima Dame Sarah Mullally, Arcivescovo di Canterbury», in occasione della sua intronizzazione. Questa missiva solleva seri interrogativi a vari livelli che non devono rimanere senza risposta.   La lettera sottolinea le «responsabilità della Dame, non solo all’interno della Diocesi di Canterbury, ma anche in tutta la Chiesa d’Inghilterra e nella Comunione Anglicana». Ciò solleva immediatamente una prima domanda.   A quale «Comunione Anglicana» ci si riferisce?  

Contesto storico

La Comunione Anglicana conta attualmente circa 85 milioni di membri distribuiti in 165 paesi e organizzati in oltre 40 province autonome. Storicamente, questa rete di chiese si è sviluppata dalla Chiesa d’Inghilterra dopo la Riforma inglese e si è espansa a livello globale grazie alla presenza coloniale britannica e all’opera missionaria.   Tuttavia, durante il secolo scorso, il centro demografico dell’anglicanesimo si è spostato considerevolmente verso l’Africa e alcune parti dell’Asia. Ciò è stato particolarmente vero in quanto il centro britannico è diventato sempre più liberale, mentre la periferia africana ha persistito in un conservatorismo sempre più ostile a Canterbury.

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Una divisione che cova da quasi un secolo

La «famiglia anglicana», per usare la terminologia del messaggio, è ora in completo disordine, addirittura sull’orlo del collasso. E l’ascesa al trono di Dame Mullally non è una coincidenza in questa situazione. È vero che la divisione ha profonde radici storiche.   Nel 1930, la Conferenza di Lambeth dei vescovi anglicani approvò l’uso limitato della contraccezione, segnando una svolta significativa nella dottrina morale. Nei decenni successivi si sono verificati ulteriori cambiamenti: molte province anglicane hanno iniziato a ordinare donne e, nel 2014, la Chiesa d’Inghilterra ha approvato la nomina di donne vescovo.   Nel 2015, la Chiesa Episcopale degli Stati Uniti ha legalizzato il matrimonio tra persone dello stesso sesso, rendendolo obbligatorio nel 2018. Altre chiese anglicane occidentali hanno adottato politiche simili e aperto l’ordinazione al clero dichiaratamente LGBT. Le province conservatrici, in particolare in Africa, hanno respinto questi cambiamenti.   Chiese come la Chiesa anglicana in Nigeria, Uganda, Kenya e Tanzania hanno mantenuto i loro insegnamenti tradizionali sul matrimonio e non consentono alle donne di servire come vescovi nelle loro giurisdizioni.   Le tensioni si sono riaccese nel 2025, quando Cherry Vann è stata eletta Arcivescovo del Galles. È diventata la prima donna arcivescovo nelle Chiese anglicane del Regno Unito e la prima vescova apertamente lesbica convivente con la sua compagna a ricoprire la carica di primate all’interno della Comunione anglicana.   Henry Ndukuba, primate della Chiesa di Nigeria – la più grande provincia anglicana del mondo – ha criticato la decisione, considerandola la prova che alcuni settori della Comunione stavano abbandonando quella che lui definiva la fede storica.   L’elemento più recente di questo scontro è stata l’elezione di Sarah Mullally ad Arcivescovo di Canterbury. Pur mantenendo la definizione di matrimonio come unione tra un uomo e una donna, l’Arcivescovo ha sostenuto proposte che consentissero la benedizione delle coppie dello stesso sesso e ha parlato della necessità che la Chiesa riconoscesse il danno subito dalle persone LGBT.

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La Conferenza Globale sul Futuro dell’Anglicanesimo (GAFCON)

La GAFCON, fondata a Gerusalemme nel 2008, è emersa da questa evoluzione. Il movimento è stato creato da vescovi conservatori che ritenevano che gli sviluppi dottrinali all’interno delle chiese anglicane occidentali, in particolare per quanto riguarda la sessualità e l’autorità ecclesiastica, andassero oltre ciò che consideravano l’insegnamento biblico.   Sebbene il movimento affermi di non essere una chiesa indipendente, la sua influenza è cresciuta costantemente. Alcune province e diocesi, fedeli alla propria prospettiva teologica, si sono già distanziate dalle strutture tradizionali della Comunione Anglicana. Il recente incontro ad Abuja ha semplicemente formalizzato una frammentazione già più o meno in atto.   Riunitisi nella capitale nigeriana durante la prima settimana di marzo, i leader del GAFCON hanno annunciato la creazione di un organo di governo globale destinato a rappresentare quella che il movimento considera la maggioranza degli anglicani fedeli alla dottrina «tradizionale» in tutto il mondo: il Consiglio Anglicano Mondiale.   Di fronte a questa situazione, Tom Middleton, direttore di Forward in Faith, un gruppo che rappresenta gli anglicani inglesi, ha dichiarato a OSV News che la Comunione Anglicana non esiste più come organizzazione coesa: «A differenza della Chiesa cattolica, è, nella migliore delle ipotesi, una federazione molto debole».   Pertanto, Dame Mullally ora rappresenta solo la Chiesa d’Inghilterra, certamente ricca di milioni, ma completamente esausta e sull’orlo dell’estinzione.  

Una comunione impossibile

Un passaggio della lettera di Papa Leone XIV cita la Dichiarazione congiunta del 5 ottobre 2016: «Nonostante i molti progressi, i nostri predecessori immediati, Papa Francesco e l’Arcivescovo Justin Welby, hanno francamente riconosciuto che “nuove circostanze hanno generato nuovi disaccordi tra noi”».   Quali circostanze? Il testo della Dichiarazione specifica: questi disaccordi riguardano «in particolare l’ordinazione delle donne e questioni più recenti relative alla sessualità umana». Un osservatore ben informato, mons. Michael Nazir-Ali, che è entrato nella Chiesa cattolica nel 2021 ed è stato membro di due commissioni di dialogo cattolico-anglicane, condivide le sue riflessioni.   Ammette che un’unione con l’anglicanesimo non è più un’opzione. Aggiunge: «Dobbiamo ora essere cauti nel confrontare le dottrine e le pratiche anglicane con ciò che insegna la Chiesa cattolica», ha affermato. «Il fatto che gli anglicani siano così divisi è un invito ai cattolici a chiarire i propri principi».   Nel frattempo, mons. Nazir-Ali ha dichiarato che la forte «tendenza protestante» tra gli anglicani contemporanei ha reso la vita più difficile a coloro che sentono un’affinità con la tradizione cattolica, e ha previsto che le conversioni alla Chiesa cattolica continueranno.   Ha inoltre ribadito che la Chiesa cattolica non ha contestato la decisione di Papa Leone XIII, espressa nella sua lettera apostolica del 1896, Apostolicae curae, secondo cui le ordinazioni anglicane sono «assolutamente nulle».   È difficile credere che Papa Leone XIV non fosse a conoscenza di quanto appena riportato, soprattutto considerando che all’inizio della sua lettera dice al suo corrispondente: «vi state assumendo questi incarichi in un momento delicato della storia della famiglia anglicana».

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Qual è dunque lo scopo del titolo di arcivescovo conferito a Dame Mullally da Leone XIV?

Dato che Leone XIV non riconosce alcun potere d’ordine nella Chiesa anglicana, e ancor meno se detenuto da una donna, come ci ricorda la citazione della Dichiarazione congiunta tra Francesco e Justin Welby, qual è il significato del titolo di arcivescovo così generosamente conferito in questa corrispondenza?   I termini «responsabilità», la richiesta del «dono della sapienza» e l’ispirazione dello Spirito Santo difficilmente si conciliano con un potere puramente «politico». Piuttosto, suggeriscono che il titolo conferito da Leone XIV significhi il riconoscimento del potere giurisdizionale sulla Chiesa d’Inghilterra (nome dato alla Chiesa anglicana nel Regno Unito).   Ed è indubbiamente questo aspetto ad attirare l’attenzione: una Chiesa «sorella», guidata da una donna, offre un’idea chiara di come Leone XIV, seguendo Francesco, intendesse il potere giurisdizionale. La stessa idea emerge chiaramente nel documento finale del Gruppo di Studio 5, sulla «Partecipazione delle donne alla vita e al governo della Chiesa».   Questa situazione è una manna dal cielo per il femminismo «cattolico». La gerarchia, seguendo Francesco, sembra essersi radicata in questo femminismo. Dopo le nomine di donne a capo di dicasteri e le regolari promozioni femminili a incarichi di governo, negare a Dame Mullally il titolo legato alla sua elezione sarebbe un intollerabile passo indietro per il mondo e per i membri «sinodali» della Chiesa.   Ci troviamo quindi nell’assurda situazione di una donna a capo della diocesi di Canterbury, osteggiata dalla maggioranza degli anglicani – che vedono questa elezione come un tradimento dell’ideale riformista – ma sostenuta e incoraggiata dal Papa regnante. Quest’ultimo, inoltre, ha in programma di ricevere Dame Mullally in Vaticano alla fine di aprile, durante la sua visita a Roma.   In queste circostanze, l’assurdità dell’ecumenismo si manifesta con particolare acutezza, il che dovrebbe far riflettere tutti coloro che non sono ancora stati insensibilizzati dal modernismo dilagante. In ogni caso, si tratta di un’ulteriore manifestazione dello stato di necessità all’interno della Santa Chiesa.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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