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«Decimare la popolazione, rendere schiavi i superstiti»: mons. Viganò contro il green deal

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Renovatio 21 pubblica l’intervento dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò riguardo alla minaccia ecologista ancora presente nel mondo e nella Chiesa.

 

 

 

La «conversione» green

Dichiarazione a proposito dell’endorsement vaticano alla frode climatica dell’Agenda 2030

 

La teoria che attribuisce all’uomo la responsabilità dei cambiamenti climatici derivanti dall’emissione di CO2 nell’atmosfera è sostenuta da una parte ampiamente minoritaria della comunità scientifica, peraltro in gravissimo e palese conflitto di interessi. La sua sovraesposizione mediatica è data dalla sistematica censura di tutte le voci davvero indipendenti e autorevoli, e costituisce una totale falsificazione della realtà.

 

È sulla riduzione della CO2 che si basa l’intero castello di menzogne e frodi che dovrebbero legittimare la «transizione green». In realtà l’anidride carbonica è indispensabile alla sopravvivenza della vita sul Pianeta, e ridurla significa distruggere ogni forma vivente sulla Terra. E quand’anche il riscaldamento globale fosse reale, esso non avrebbe alcun significativo rapporto con l’attività umana, essendo originato principalmente dall’attività solare.

 

Infine, le soluzioni proposte per porre rimedio all’aumento dell’anidride carbonica suonano risibili, poiché vengono adottate solo da una parte delle Nazioni, mentre Cina e India continuano a costruire centrali a carbone e ad utilizzare l’energia derivante dai combustibili fossili. D’altra parte, gli impianti per la produzione di energia alternativa risultano molto più inquinanti di quelli tradizionali.

 

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Questa teoria è entrata a far parte del programma dell’ONU denominato “Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile” e viene propagandata da organizzazioni internazionali, sulla base della teoria neomalthusiana, che considera l’uomo il cancro del Pianeta e persegue lo sterminio di miliardi di persone. Per rendere credibile l’emergenza climatica, queste organizzazioni finanziano associazioni, aziende, esperti e influencer per seminare il panico, in un’operazione di terrorismo mediatico.

 

Parallelamente, impongono ai governi di censurare le voci dissenzienti, tacciandole di complottismo o di «negazionismo climatico», esattamente come pochi anni fa avvenne con la farsa psico-pandemica.

 

Al fine di ottenere la riduzione della popolazione mondiale, Organizzazioni come l’ONU, il World Economic Forum, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, la Commissione Europea realizzano e finanziano con enormi risorse progetti concreti che portino all’impoverimento, alla malattia, alla sterilità e alla morte di miliardi di esseri umani. Parallelamente garantiscano enormi profitti alle multinazionali che collaborano a questo piano infernale.

 

Guerre, criminalità importata con l’immigrazione, pandemie, sterilizzazione di massa (tramite i vaccini ma anche mediante la teoria gender e l’ideologia LGBTQ+), aborti, mutazioni genetiche e tumori indotti con pseudovaccini, avvelenamento dei cieli, delle acque e degli alimenti, inquinamento elettromagnetico: sono questi i cavalieri dell’apocalisse globalista del Great Reset.

 

Le denunce circostanziate e corroborate da prove incontrovertibili da parte di scienziati, filosofi, storici, intellettuali e politici nulla possono contro la macchina della propaganda mediatica, finanziata con i soldi dei contribuenti, ai quali nessuno dei governi coinvolti ha chiesto alcun parere.

 

Non uno dei punti programmatici dell’Agenda 2030 costituisce la soluzione alla presunta emergenza ambientale: si tratta solo di false soluzioni a falsi problemi, con l’obiettivo di decimare la popolazione, rendere schiavi i superstiti – anche con l’imposizione di misure liberticide e di controllo sociale – e accentrare il potere politico nelle mani dell’alta finanza usuraia. Si tratta a tutti gli effetti di un colpo di stato globale, come ho più volte denunciato nei miei interventi sin dal 2020.

 

Questo quadro di diffusa corruzione dei governanti, degli scienziati e dei media finanziati da agenzie anche governative (come l’USAID e la Commissione Europea) non può però cancellare alcune scomode verità:

 

  • L’emergenza climatica è una frode, in quanto non è basata su dati oggettivi, e non è attribuibile all’azione umana (e ancor meno risolvibile solo da parte dei Paesi occidentali mediante la deindustrializzazione forzata);

 

  • questa crisi – come quella pandemica, quella economica e quella bellica – costituisce un pretesto per l’imposizione di misure coercitive ad esclusivo danno dei cittadini, minacciati non solo nei loro beni ma anche nella loro salute e nella loro stessa esistenza;

 

  • gli artefici del green deal hanno come esplicito scopo della transizione ecologica l’eliminazione fisica di gran parte della popolazione mondiale e l’instaurazione di una dittatura tecnocratica volta al controllo sociale e alla limitazione delle libertà fondamentali;

 

  • per dare corpo alla frode green, le organizzazioni coinvolte si avvalgono di tecniche di manipolazione dell’opinione pubblica e di ingegneria sociale, ricorrendo non solo alla falsificazione sistematica delle notizie tramite i media – ad esempio attribuendo le morti di questi giorni all’emergenza climatica – ma anche creando artificialmente eventi meteorologici disastrosi (pensiamo alle distruzioni provocate a Maui nelle Hawaii, a Valencia in Spagna e più recentemente in Texas tramite l’impiego della geoingegneria e delle tecnologie dell’HAARP, High frequency Active Auroral Research Programme).

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La Chiesa Cattolica sarebbe dovuta intervenire da tempo, non tanto per esprimersi su materie scientifiche che esulano dalla sua competenza magisteriale, ma piuttosto per denunciare l’uso pretestuoso e doloso di false emergenze allo scopo di indurre la popolazione ad accettare le misure criminali imposte dall’Agenda 2030, tra i cui punti figura anche il diritto all’aborto, definito «salute riproduttiva», l’estensione dell’eutanasia anche ai minori, ai malati, ai poveri e la promozione dell’ideologia gender e LGBTQ+.

 

Già in passato la gerarchia bergogliana si era fatta promotrice dei sieri genici sperimentali prodotti con linee cellulari derivanti da feti abortiti, addirittura giungendo a rassicurare i fedeli circa la liceità morale del loro uso, con una Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede. Anche l’allora mons. Robert Francis Prevost promosse l’uso delle mascherine, il distanziamento sociale e il rispetto di norme sanitarie assurde e dannose. È a tutti ben nota la stretta collaborazione del Vaticano di Bergoglio con i massimi esponenti di Big Pharma e i suoi finanziatori, e sappiamo quanto il suo endorsement sia stato determinante per la realizzazione di quella criminale operazione pseudo-sanitaria e della strage che ne è seguita.

 

L’esperienza pregressa e l’evidenza delle frodi allora commesse non hanno insegnato nulla a chi oggi promuove una falsificazione scientifica, non meno devastante e distruttiva, riguardante i «cambiamenti climatici». Eppure gli artefici di queste crisi sono gli stessi, uguali sono i principi cui si ispirano e gli scopi che si prefiggono.

 

Suscita dunque sgomento e scandalo vedere come, dopo anni di ossessione climatica di Jorge Mario Bergoglio anche il suo Successore continui a sostenere l’agenda globalista fornendo basi dottrinali ad un’ideologia apertamente antiumana, anticristiana ed anticristica, abusando del prestigio e dell’autorevolezza della Chiesa Cattolica e del papato per fornire una presunta legittimità e addirittura una positiva valenza morale ad un piano criminale che meriterebbe la più aperta e severa condanna.

 

Suscita ancor più sgomento il silenzio o addirittura l’entusiastica approvazione di chi, soprattutto tra i «cattolici conservatori», si ostina contro ogni evidenza a voler vedere nel pontificato di Leone una rottura rispetto a Jorge Bergoglio, mentre nella realtà esso sinora si è posto in evidente continuità con ciò che il gesuita argentino aveva iniziato. Come ha giustamente osservato un commentatore di questi eventi, cambia il venditore, ma non il prodotto, che rimane contraffatto.

 

Non vi è alcuna necessità di una «conversione ecologica», soprattutto quando essa costituisce un palliativo sentimentale e chimerico ad una vera conversione dei cuori a Nostro Signore Gesù Cristo, unico Salvatore.

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Questa «conversione ecologica» si presta volutamente ad alimentare una visione materialista e orizzontale della Religione, del tutto aliena al Vangelo e al Magistero Cattolico. Ratificarla poi con un rito liturgico rende palese la complicità della Gerarchia Cattolica con i piani eversivi del Nuovo Ordine Mondiale, ai danni dei fedeli e dell’intera umanità.

 

È questo il mandato che Nostro Signore ha conferito all’Apostolo Pietro e ai suoi legittimi Successori? Possono il Papa e i Vescovi tacere la Verità salvifica e schierarsi apertamente con la menzogna mortale dei nemici di Cristo? E quale responsabilità grava su costoro, nei riguardi dei fedeli tratti in inganno dalla voce dei Pastori, dopo l’avvallo della psicopandemia e dei falsi vaccini mRNA? Di quanti decessi, di quanti effetti avversi, di quanti bambini morti in gravidanza, di quanti anziani e fragili uccisi, di quanti giovani falcidiati da infarti, tumori e malori improvvisi è responsabile la chiesa bergogliana, a causa della sua vile complicità?

 

La Messa per la custodia del creato (Missa votiva de Pachamama?) costituisce l’ennesima conferma di un inquietante asservimento della Gerarchia Cattolica – non scevro da conflitti di interesse come per il business dell’accoglienza dei clandestini – di cui essa dovrà rispondere anzitutto a Nostro Signore Gesù Cristo, che ha concesso a Pietro il potere delle Sante Chiavi non per sentenziare sul clima – peraltro seguendo una teoria scientificamente insostenibile – ma per custodire e trasmettere il Depositum Fidei, per pascere e proteggere il Gregge del Signore, oggi minacciato nell’anima e nel corpo da un’élite di pericolosi criminali psicopatici votati al male.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

Viterbo, 14 Luglio 2025
S.cti Bonaventuræ Episcopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris

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Spirito

Il peccato non diventa mai un bene

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Pubblicata il 24 giugno 2026, la Professione di Fede Cattolica della Fraternità Sacerdotale San Pio X viene qui presentata in diverse parti. Questa dodicesima parte ci ricorda che il bene e il male sono determinati dalla legge di Dio e non cambiano in base alle circostanze, alle intenzioni o ai mutamenti sociali. La vera misericordia non può quindi mai giustificare il peccato: essa chiama alla conversione e conduce le anime ai rimedi della grazia.  

XI. Ordine morale e legge di Dio

88. Io affermo che esiste un ordine morale fondato sulla sapienza eterna di Dio. Le azioni umane sono buone o cattive a seconda della loro conformità o opposizione alla legge divina, che è santa e immutabile. Opinioni individuali, consenso sociale, intenzioni soggettive e circostanze storiche non possono alterare il valore inviolabile di questi principi della morale cristiana.   89. Dall’immensa bontà con cui Dio ha elevato l’uomo all’ordine soprannaturale, consegue che l’uomo ha un solo fine ultimo, soprannaturale, al quale rimane ordinato secondo il piano di Dio, anche dopo il peccato. Questo fine soprannaturale assume, eleva e perfeziona il fine dell’ordine naturale dell’uomo.   90. La legge naturale, iscritta da Dio nella natura umana, rimane conoscibile attraverso la retta ragione e vincola tutti gli uomini. La legge positiva rivelata, di ordine soprannaturale, la conferma, la eleva e la chiarisce, trascendendola. Pertanto, non vi è alcuna opposizione tra la legge del Vangelo e la legge naturale; anzi, la stessa grazia dà all’umanità la forza di essere soprannaturalmente fedele ai propri precetti, e di godere così di quella libertà dei figli di Dio grazie alla quale, liberati dal potere del peccato, possiamo tendere al nostro fine ultimo.

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91. Rifiuto pertanto la moralità situazionale, secondo la quale circostanze concrete potrebbero rendere buone azioni intrinsecamente malvagie. In particolare, sostengo che nessuna circostanza possa mai legittimare il ricorso alla contraccezione, all’aborto o all’eutanasia. Rifiuto qualsiasi dottrina che affermi che una condotta oggettivamente contraria ai comandamenti di Dio possa costituire, per alcuni, la generosa risposta attualmente richiesta da Dio. Dio non comanda mai il peccato o ciò che è impossibile; non benedice mai il disordine morale e non giustifica mai ciò che contraddice la sua stessa legge; ma a coloro che fanno del loro meglio, non nega mai la sua grazia per osservare i suoi comandamenti.   92. Affermo che le unioni adulterine, le unioni contro natura e tutte le situazioni pubbliche contrarie alla legge divina non possono essere presentate come beni imperfetti, doni di Dio, passi positivi o realtà degne di benedizione in quanto tali. Una simile presentazione ingannevole mina gravemente i principi della morale cristiana e danneggia la sacra istituzione del matrimonio e il benessere delle famiglie.   93. Respinggo pertanto, in quanto contraria alla costante fede e disciplina della Chiesa, la pretesa di ammettere ai sacramenti, e in particolare alla ricezione della Santissima Eucaristia, coloro che persistono pubblicamente in tali stati senza rinunciare al loro disordine. La vera misericordia chiama il peccatore alla conversione; non ratifica il peccato con il pretesto della cura pastorale o del discernimento delle situazioni particolari.   94. Rifiuto altresì la moderna separazione tra dottrina e cura pastorale. Una cura pastorale che contraddice la dottrina non è cura pastorale; svia le anime. La carità non consiste nel nascondere la verità per evitare la sofferenza, ma nel dire la verità con gentilezza per condurre alla salvezza. La medicina della Chiesa può guarire solo nominando il male, invitando al pentimento e offrendo i rimedi della grazia.   95.Infine, affermo che Dio non è solo l’autore e il fine dell’ordine morale, ma anche il suo custode, il suo giudice e l’arbitro supremo del bene e del male. Dimenticare il giudizio divino genera una misericordia falsa, sentimentale e impotente che non salva nessuno perché non converte nessuno.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di Pudelek (Marcin Szala) via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International  
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Quando il papa è nemico del papato: uscito il libro di mons. Viganò

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È uscito in questi giorni il libro dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò Lo scisma capitale. Quando il Papa è il primo nemico del Papato.

 

«Ho raccolto in queste pagine — che oggi vedono la luce col titolo Lo Scisma Capitale. Quando il Papa è il primo nemico del Papato» — quanto la coscienza di Pastore non mi consente di tacere» scrive Sua Eccellenza nel testo di presentazione del lancio del volume, dopo aver citato il Vangelo: «State saldi e mantenete le tradizioni che avete appreso.
2 Tess 2, 15».

 

Il testo «espone una distinzione evidente alla retta ragione illuminata dalla Fede: il Papato come istituzione divina, roccia su cui Nostro Signore ha edificato la Sua Chiesa; il Papa come uomo fragile e mortale, che di quella roccia può farsi custode fedele o, per insondabile permissione divina, ostacolo e persino avversario» scrive monsignore.

 

«Non scrivo per seminare divisione tra i fedeli, ma per raccoglierli attorno all’unico Pastore che è Cristo, e attorno a quel Papato che oggi più che mai ha bisogno di essere difeso persino contro il papa».

 

Il già nunzio apostolico negli Stati Uniti ha inoltre pubblicato un video di un’ora spiegando le ragioni della sua opera.

 

 

Il libro è già da ora disponibile su Amazon in formato cartaceo e pure elettronico.

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Immagine AI screenshot da YouTube

 

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Difesa della «diligenza del buon padre di famiglia» di don Pagliarani

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In un articolo pubblicato sul sito spagnolo InfoVaticana il 31 agosto 2026, intitolato “Pagliarani e la diligenza del buon padre di famiglia”, il giornalista spagnolo Carlos Balén risponde alle principali accuse mosse, anche negli ambienti cattolici conservatori, contro le consacrazioni episcopali del 1° luglio a Ecône.   Carlos Balén osserva che alcune di queste critiche «si sentono in questi giorni nelle sacrestie e nei gruppi WhatsApp, e provengono da cattolici che frequentano la Messa quotidianamente, amano la liturgia e non perdonano al pontificato alcuna ambiguità, spesso alimentata da sacerdoti di buona fede che hanno esagerato sui social media».   Il giornalista raggruppa queste critiche attorno a quattro accuse: le consacrazioni avrebbero dimostrato un’eccessiva superbia; sarebbero state una sorta di prova generale per mettere alla prova il nuovo pontificato; padre Davide Pagliarani si sarebbe autoproclamato custode della Chiesa; e infine, la Fraternità Sacerdotale San Pio X considererebbe implicitamente eretici tutti i cattolici che non condividono la sua posizione.   Queste quattro accuse, tuttavia, derivano tutte dalla stessa errata interpretazione: considerare le consacrazioni del 1° luglio come un «messaggio» indirizzato a Roma. «Non era un messaggio. Era una necessità logistica», afferma.

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Una necessità prevedibile

Carlos Balén inizia ricordando la situazione dei vescovi consacrati dall’arcivescovo Marcel Lefebvre nel 1988. Dopo l’esclusione del vescovo Richard Williamson nel 2012, e poi la morte del vescovo Bernard Tissier de Mallerais nell’ottobre del 2024, la Fraternità si ritrovò con soli due vescovi consacrati nel 1988: il vescovo Bernard Fellay e il vescovo Alfonso de Galarreta, rispettivamente di 68 e 69 anni.   La Fraternità Sacerdotale San Pio X svolge il suo apostolato in 63 paesi, serve quasi 800 luoghi di culto e si occupa ogni anno della formazione e dell’ordinazione di nuovi sacerdoti. Le ordinazioni sacerdotali e le cresime richiedono la presenza dei vescovi.   Senza nuovi vescovi, osserva l’autore, tutta quest’opera apostolica e sacramentale sarebbe presto dipesa dalla «benevolenza discrezionale» delle autorità romane, sebbene la crisi nella Chiesa che giustifica questo apostolato rimanga irrisolta. Per giungere a questa conclusione, scrive, «non serve l’ecclesiologia. Bastano due certificati di nascita e un calendario».   L’autore ricorre quindi a un’analogia familiare: «un padre con figli adulti e due nonni in casa non organizza la successione quando seppellisce il secondo nonno, ma quando seppellisce il primo». La morte del vescovo Tissier de Mallerais nell’ottobre del 2024 avrebbe dunque segnato il momento in cui padre Pagliarani non avrebbe più potuto rimandare questa preparazione.   In questa prospettiva si inseriscono le misure adottate dal Superiore Generale: la richiesta di udienza indirizzata a Leone XIV nell’agosto del 2025, la seconda lettera in cui si sottolinea la necessità di nuovi vescovi, l’annuncio pubblico del 2 febbraio e il rifiuto, il 19 febbraio, di un rinvio le cui condizioni sembravano pregiudicare l’esito. Tutto ciò, scrive Carlos Balén, riflette «il comportamento di un uomo che fa testamento», quello di un superiore che deve pianificare il futuro della famiglia religiosa affidatagli, e non quello di uno stratega che cerca di sondare Roma.

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Un cosiddetto test di prova a un prezzo esorbitante

L’autore risponde poi a coloro che vedono le consacrazioni come un tentativo di mettere alla prova le disposizioni del nuovo papa. Un vero e proprio «pallone sonda», sottolinea, è un’operazione economica e reversibile: si lancia un’idea, si osservano le reazioni e, se necessario, si annulla il piano.   Le consacrazioni del 1° luglio furono esattamente l’opposto. Questo cosiddetto «tentativo di prova» «costò alla Fraternità tutto ciò che aveva da perdere: la scomunica tardiva dei suoi soli sei vescovi, dichiarata da Roma nel giro di quarantotto ore; la rovina di un capitale di disgelo che aveva portato alle facoltà di amministrare validamente le confessioni nel 2015 e di celebrare matrimoni nel 2017; l’ostilità prematura di un pontificato che non ha ancora due anni e per il quale sarebbe bastato attendere pazientemente».   Chiunque voglia semplicemente valutare la situazione, osserva Carlos Balén, può concedere un’intervista, lasciare trapelare una voce o pubblicare un articolo sotto un cauto pseudonimo: «non consacra quattro vescovi davanti alle telecamere, nella casa madre, nella festa del Preziosissimo Sangue, riproducendo esattamente il gesto che, nel 1988, gli costò vent’anni di isolamento».   Se questa decisione fosse stata basata su calcoli politici, concluse, sarebbe stato «il peggiore degli scenari possibili». Serve una spiegazione più semplice: «l’altra spiegazione è più umiliante per gli analisti: non c’è stato alcun calcolo. C’era una tabella attuariale. La data non è stata fissata dal conclave del 2025. È stata fissata da due annunci di morte».

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Vescovi ausiliari senza giurisdizione

All’accusa che padre Pagliarani si fosse autoproclamato custode della Chiesa, l’autore risponde invitando i lettori a rileggere le dichiarazioni ufficiali della Fraternità.   I quattro prelati furono consacrati vescovi ausiliari, senza giurisdizione territoriale. La Fraternità si rammaricò pubblicamente di dover procedere senza un mandato papale e che il suo Superiore Generale non avesse potuto spiegare personalmente e filialemente le ragioni della decisione al Santo Padre.   Secondo Carlos Balén, «chiunque si creda custode della Chiesa rivendica giurisdizione, istituisce gerarchie parallele o dichiara vacante la Sede. Per mezzo secolo, la Compagnia ha fatto esattamente il contrario: nomina Leone nel canone di ogni Messa, non rivendica per sé né territori né sudditi e fonda la validità del suo ministero sulla giurisdizione supplementare, una dottrina che presuppone l’urgenza e la natura provvisoria della situazione, ovvero la negazione stessa dell’autosufficienza».   Il giornalista contrappone qui la posizione della Fraternità al sedevacantismo, di cui Écône, ci ricorda, è stato uno dei più coerenti oppositori per cinquant’anni. «Pagliarani non rivendica le chiavi della Chiesa; chiede qualcosa di molto più modesto e di ben più compromissorio: il diritto di un superiore di garantire che i suoi figli abbiano qualcuno che li ordini e li crestui quando lui non ci sarà più».

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Possiamo ragionevolmente aspettarci tutto da Roma?

Carlos Balén esamina quindi l’obiezione secondo cui la Fraternità avrebbe dovuto fare affidamento interamente sui vescovi che Roma avrebbe potuto metterle a disposizione.   Una garanzia, risponde, non viene mai data da un’astrazione chiamata «Roma», ma da individui concreti le cui azioni instaurano o impediscono un rapporto di fiducia. Un superiore a cui è affidato il futuro di un’organizzazione deve quindi valutare le garanzie reali che gli vengono offerte.   L’autore cita il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e firmatario dell’avvertimento del 13 maggio che descrive le consacrazioni annunciate come un atto scismatico. Ci ricorda che Fernández è «l’autore, nel 1995, di Guariscimi attraverso la tua bocca: L’arte del bacio. Non si tratta di un insulto: è una nota bibliografica. Il custode dell’ortodossia che ordina a Menzingen di obbedire pena la scomunica è lo stesso teologo la cui opera pubblicata include un trattato sul bacio».   L’autore menziona anche diverse azioni di Papa Leone XIV, in particolare la benedizione di un blocco di ghiaccio della Groenlandia a Castel Gandolfo e alcune fotografie che lo ritraggono, nel 1995, inginocchiato durante quello che gli atti di un simposio agostiniano tenutosi a San Paolo descrivono come una «celebrazione del rito della Pachamama». L’autore osserva che non è ancora emersa alcuna spiegazione pubblica da parte del pontefice per chiarire questo episodio. A ciò si aggiungono le nomine episcopali salutate dai media progressisti come un segno di apertura alle rivendicazioni della comunità LGBT.   Per Carlos Balén, non si tratta di accusare il Papa di eresia, ma di esaminare se gli orientamenti concreti delle autorità romane offrano sufficiente stabilità per affidare interamente nelle loro mani il futuro sacramentale della Fraternità.

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Doppi standard

L’articolo mette quindi in luce l’asimmetria tra il modo in cui Roma tratta la disobbedienza dottrinale progressiva e il modo in cui sanziona gli atti canonicamente irregolari derivanti dalla Tradizione.   Nell’arcidiocesi di Monaco, sono state promosse direttive che consentivano determinate benedizioni, in contraddizione con i criteri precedentemente stabiliti da Roma. Nonostante la protesta pubblica di ventisei sacerdoti, il cardinale Reinhard Marx è stato ricevuto in udienza pochi giorni dopo, senza preavviso formale, decreto o ultimatum. Nel frattempo, i prelati che hanno appoggiato le risoluzioni del Cammino sinodale tedesco, in particolare quelli favorevoli a tali benedizioni, continuano a essere promossi all’episcopato, come l’arcivescovo di Eichstätt.   A Écône, tuttavia, il decreto di scomunica fu emesso quarantotto ore dopo le consacrazioni. Il giornalista riassume questa differenza di trattamento come segue: «una disobbedienza dottrinale concreta si amministra con anni di pazienza; una disobbedienza canonica di stampo tradizionalista, in poche ore».   L’abate Pagliarani, in qualità di Superiore Generale, dovette quindi riconoscere questa asimmetria: «La domanda di Pagliarani non era mai se Leone fosse un eretico, ma se questa Roma, la Roma di questa asimmetria, offrisse la stabilità che avrebbe reso ragionevole il rischio di attendere la morte di Galarreta. La sua risposta fu no».   È sempre possibile discutere teoricamente la sua valutazione, afferma Carlos Balén, ma anche un potenziale errore nella valutazione del rischio non deve essere confuso con la superbia. Il giudizio è proprio la responsabilità di chi è investito del potere di governare.

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Il difficile compito di giudicare

L’accusa di superbia ritorna, tuttavia, in un’altra forma: con quale diritto il Superiore Generale avrebbe potuto giudicare che fosse giunto il momento di agire?   Alcune generazioni, spiega l’autore, vivono una situazione in cui ortodossia, obbedienza e santità puntano chiaramente nella stessa direzione; «devono solo lasciarsi guidare per raggiungere il porto. Sono felici, e non c’è ironia in questo». Altre attraversano periodi in cui le indicazioni diventano contraddittorie e in cui è necessario discernere, scegliere e assumersi il possibile rischio di sbagliare.   Queste generazioni non sono migliori di quelle precedenti; «è semplicemente stato il loro destino». In tali circostanze, criticare un superiore per aver esercitato il proprio giudizio è, per usare le parole di Carlos Balén, come «criticare la sentinella per il fatto che c’è una guerra».   L’atteggiamento di padre Pagliarani, inoltre, non mostra i soliti tratti di superbia. Egli cerca i riflettori, gli applausi e l’autogiustificazione. Il Superiore Generale, dal canto suo, «chiese un’udienza nell’agosto del 2025 e ricevette solo silenzio; chiese di spiegare le sue ragioni e ricevette un decreto. Nella sua omelia, si proclamò vittorioso sul nulla: respinse come falso il dilemma che costringerebbe a scegliere tra la fede e la Chiesa, riconobbe che Roma e la Compagnia «parlano due lingue diverse» e dichiarò che Dio ora chiede loro di accettare di essere trattati come ribelli».   «L’uomo orgoglioso si assolve da solo. Quest’uomo ha accettato la punizione in anticipo», riassume il giornalista.

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La Fraternità considera eretici anche gli altri cattolici?

Rimane l’ultima accusa: la Fraternità considererebbe implicitamente eretici tutti coloro che non condividono la sua analisi.   La dichiarazione letta prima delle consacrazioni afferma che le autorità ecclesiastiche sono «animate da uno spirito contrario a quello della Fede». Basandosi sulla sua traduzione spagnola, che usa il termine imbuidas («impregnato»), Carlos Balén sottolinea che questa espressione non significa essere formalmente eretici. L’espressione «descrive un’atmosfera che si respira in misura variabile, e non una pervasività da condannare; chiunque estenda il soggetto al più umile parroco e indurisca il predicato fino al punto di un’eresia formale sta leggendo un testo che non esiste».   Pur riconoscendo che «la causa tradizionalista ha i suoi teppisti», i cui eccessi danneggiano Menzingen, l’autore osserva anche che molti cattolici che accusano la Società di esagerazione professano a loro volta un attaccamento alla liturgia tradizionale e una critica alle eterodossie contemporanee. Condividono quindi la sua diagnosi, ma ne rifiutano le conseguenze pratiche.   Questa divergenza può essere legittima e seria, poiché «riguarda la prudenza, il canone 1387 e la comunione visibile», ma non può essere risolta attribuendo sommariamente ad altri un peccato di superbia, afferma Carlos Balén.

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Il precedente del 1988

Carlos Balén sottolinea che «esiste finalmente un precedente che le quattro accuse ignorano e che è il più imbarazzante: il giudizio di Roma sul 1988 non è stato coerente. Giovanni Paolo II parlò di un atto scismatico e di scomunica nella Ecclesia Dei ; Benedetto XVI revocò queste scomuniche nel 2009; Francesco concesse a questi stessi sacerdoti la facoltà di ascoltare le confessioni nel 2015 e di celebrare matrimoni nel 2017».   Così, in pochi decenni, «la classificazione dello stesso atto è passata da una rottura completa a un’anomalia tollerata e integrata a livello sacramentale, senza che la Fraternità si sia mossa di un millimetro dalla sua posizione».   L’autore chiarisce che questo non è di per sé un argomento sufficiente a dimostrare la legalità delle consacrazioni; un atto non diventa lecito semplicemente perché le sue sanzioni vengono successivamente revocate. Tuttavia, questo precedente dovrebbe servire da monito per coloro che oggi pretendono di offrire un giudizio definitivo su Écône: “«l’ultima sentenza definitiva riguardante Écône è durata vent’anni».

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La paternità di un superiore

Al termine della sua analisi, Carlos Balén riduce la decisione del 1° luglio a una semplice realtà: «un padre contò i suoi vescovi, contò i suoi figli, guardò chi gli aveva aperto le porte a Roma e decise che questi ultimi non potevano rimanere orfani a discrezione di terzi».   Pur lasciando alla storia il compito di valutare tutte le conseguenze di questa decisione, il giornalista ricorda che alle condanne pronunciate contro le consacrazioni del 1988 sono seguite, nel corso dei decenni, la revoca delle scomuniche e la concessione delle facoltà ai sacerdoti della Fraternità.   Carlos Balén non intende risolvere da solo l’intero dibattito canonico ed ecclesiologico. Il suo obiettivo è confutare le accuse di intenzionalità mosse contro padre Pagliarani: «nel frattempo, contestate l’interpretazione della legge di Pagliarani, contestate la sua ecclesiologia, contestate la sua prudenza. Ma non la sua paternità. Quella è evidente», conclude.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine da FSSPX.News  
   
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