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Politica

Viva Elly Schein! Viva il partito radicale di massa – e la sua decomposizione

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Era spuntato fuori questo curioso video, pochi giorni fa. L’allora candidata segretaria piddina Elly Schein cantava con altre due tizie la sigla di Occhi gatto, indimenticato cartone nipponico che passava su Italia 1 ai tempi di Bim Bum Bam.

 

«Tre ragazze bellissime / Tre sorelle furbissime / Son tre ladre abilissime /Molto sveglie agilissime» cantava l’inevitabile Cristina D’Avena.  La trama verteva su queste tre ladre infallibili ed eleganti, apparentemente tutte eterosessuali, e i loro colpi formidabili.

 

La prima domanda che ci si poneva è se la Schlein, che di prestava entusiasta a questo momento-nostalgia a favore di camera, avesse fatto in tempo – essendo nata nel 1985 – a vedere almeno una replica del cartone. Di fatto sembrerebbe che nella performance canora la ragazza legga un gobbo, un karaoke, insomma la canzoncina non se la ricorda a memoria.

 

 

Il fatto è che il colpo la Schlein lo ha fatto, anche se non sappiamo se «bellissima», «furbissima», «abilissima», «agilissima», siano aggettivi che si possano applicare all’operazione.

 

La scalata riuscita della Elly al PD è un fatto enorme, che va celebrato. Viva Elly Schein. Noi qui siamo contentissimi. E mica siamo da soli.

 

Matteo Renzi lo scorso ottobre aveva detto «se Schlein diventa segretaria metà partito passa con noi, e sono prudente». Abbiamo prova che il fiuto politico dell’uomo di Rignano non è infallibile, tuttavia bisogna registrare che il problema ci sarà. O forse – notizia ancora più disperante, esaltante – no, il problema non ci sarà neppure.

 

Ecco che è già iniziato il tam-tam sugli scismi – magari pure più di uno. Tutti si stanno chiedendo cosa faranno i «cattolici» del PD ora che in cima alla baracca è salita quella che nei talk-show dice «in questo momento sto con una ragazza e sono felice».

 

Va bene, ma i «cattolici» del PD, cosa sono? La Rosi Bindi? Il neocatecumenale Graziano Delrio? Castagnetti (c’è ancora)? Oppure Dario Franceschini, che in teoria ci ha un pedigree democristiano importante? Beh, Franceschini in realtà è stato di uno degli sponsor dell’OPA fluida della Elly sul partito erede della falce e del martello e di quei residui DC che no, dal punto di vista morale, mica hanno mai seguito i valori del Vaticano, soprattutto quando a questi nemmeno il Vaticano crede più.

 

Qualche ex democristiano si ribellerà e farà un altro partitino?

 

E gli altri? Gli eredi maschi del maschio partito lanciato, prima che da Nilde Iotti, da Palmiro Togliatti, con tutta quella iconografia di muscoli al lavoro e patriarcato della famiglia della bassa che alla domenica mangia le lasagne…?

 

Non è dato saperlo: del resto, il loro candidato è stato sconfitto – lui è tutto quello che rappresentava. Bonaccini incarnava il PD nella sua forma più solida ed inscalfibile: una vita da mediano, nel PCI-PSD-DS-PD, dai consigli comunali emiliani su su fino alla regione, un posto che il partito (più che gli elettori…) mica ti assegnano a caso. Guardate le foto del Bonaccini prima del restyling impostogli dagli spin doctor, sul quale tanto abbiamo scherzato qui su Renovatio 21: zero orpelli, zero tempo per l’immagini, eccoti il figlio del popolo (vero figlio del popolo) che si infila appena giacca e giù a macinare politica, sin da quanto era ragazzino.

 

È un destino ingrato, e davvero possiamo capire la rabbia del Bonaccini. Di fatto, lui aveva salvato il PD. Noi ce lo ricordiamo benissimo, in quanto coinvolti in quella che è stata la linea del fuoco per i democratici, il momento in cui potevano perdere tutto, invertendo la storia d’Italia. Parliamo delle elezioni regionali 2020, quelle tenutesi in Emilia-Romagna a una manciata di settimana da pandemia e lockdown. Ricorderete, la candidata avversaria era ad un certo punto data per vincente. Circolavano audio sui gruppi Whatsapp della Lega dove si parlava di una vittoria netta. Qualcuno diceva addirittura 10 punti… Si trattava di una svolta epocale.

 

Poi ci fu la doccia fredda. Bonaccini, nonostante tutto, aveva tenuto in piedi il sistema – che non riguarda mica la politica solo, ma l’indotto di risorse umane e finanziarie delle Coop – che poteva essere disintegrato per sempre. Cominciarono a girare voci surreali di centenari portati al seggio a votare…

 

La Schlein emerse in quell’elezione, come una sorta di tele-spalla millennial del Bonaccino. Pareva un UFO, ma andava bene così: Elena Ethel Schlein, questo il suo vero nome, nata a Lugano, cittadinanza americana, di italiano apparentemente anagraficamente ha pochino, a parte un’altra cittadinanza – poi però, c’è la storia della famiglia materna.

 

La sua lista prese il 4%, ma lei, forte di un video anti-Salvini andato virale e di un movimento di piazza anti-Salvini chiamato «Sardine» (qualcuno se le ricorda?) balzò alla vicepresidenza con una palata di voti. Del resto, Bologna è Bologna, la capitale della politica parasessuale: il primo comune in Italia (al mondo?) ad avere un consigliere transessuale (l’attore felliniano Marcello di Falco, divenuto a Casablanca Marcella di Folco), la città del Cassero e di Eva Robin’s, dove decenni fa il sindaco Renzo Imbeni, poi vicepresidente dell’Europarlamento, nel 1992 lanciava il progetto per le case popolare ai gay.

 

Intorno, sappiamo che è diverso. In campagna, il maschio lavoratore, la moglie «compagna» casalinga delle lasagne domenicali di cui sopra, magari sposata in chiesa anche senza averci la fede, perché il PCI un tempo diceva così, mica dovevi farti giudicare «strano» dalla comunità.

 

Si tratta per il più grande partito della sinistra italiana di una mutazione storica da non poco. Si tratta di una trasformazione nello stato di aggregazione della materia politica: dallo stato solido, allo stato fluido…

 

E quindi, quanti hanno sostenuto, votato, finanziato il PD come partito allo stato solido, o almeno hanno creduto di farlo per decadi, fuggiranno dal regno della Schlein? Forse, addirittura, no. E ribadiamo che questa è la notizia al contempo terribile ed eccitante. Le radici ebraiche askenazite del padre, che le causano insulti di hater – i quali, scrisse Il Corriere, «attingerebbero a due armi dell’arsenale di stereotipi antisemiti: il naso e la ricchezza» – sono un’«origine di cui sono fierissima»; il nonno emigrò in America dalla zona di Leopoli, ora Ucraina, la storia che abbiamo visto per alcune famiglie neocon, attualmente impegnate nella guerra contro la Russia. Non è dato di sapere al momento se la nostra, di vera stirpe politica certificata, abbia rivendicato anche l’origine materna, col nonno Agostino Viviani, già senatore del PSI poi membro laico del CSM in quota Forza Italia. Magari anche sì: la fluidità permette tutto.

 

Perché si sono fatti andare bene tutto, in questi anni, gli ex democristiani ed ex comunisti. Le unioni gay, il gender nelle scuole, i casi di minori allontanati dalla famiglia, la sudditanza cieca verso Bruxelles, Washington e la NATO (Bruxelles è il luogo della NATO, che è Washington). Per amor di salario, possono farsi andare bene anche questa. Questa è la parte brutta della notizia: gli esseri umani, pur di non essere disturbati nello stipendio o nella dissonanza cognitiva, possono accettare qualsiasi cosa, anche il sorriso della Schlein.

 

La parte gioiosa della questione, per chi come noi pensa che il PD sia assurto ad uno dei problemi principali della Nazione,  è che si tratta della slatentizzazione finale di un processo autodistruttivo che farà implodere la sinistra italiana, che era in tacito stato di decomposizione da oramai tanto tempo.

 

Lo diciamo forti delle profezie del politologo Augusto Del Noce (1910-1989), che aveva predetto l’avvento di un «partito radicale di massa», una sorta di pannellismo a doppia cifra elettorale, una realtà che esprime il laicismo esasperato della borghesia satolla, che molla il senso del collettivo per dedicarsi ai «diritti individuali» (cioè: sodomia, figlicidio, castrazioni e mutilazioni gender, produzione di esseri umani in laboratorio. etc.).

 

Nel suo libro Il suicidio della rivoluzione, Del Noce sosteneva che «l’esito dell’eurocomunismo non può essere che quello di trasformare il comunismo in una componente della società borghese ormai completamente sconsacrata (…) persa per strada l’utopia rivoluzionaria, l’essenza di surrogato religioso, è restato al marxismo soltanto il suo aspetto fondamentale, di prodotto dell’illuminismo scientista», e lo abbiamo visto, benissimo, con la pandemia.

 

Nel partito radicale di massa, l’ex partito comunista «si è rovesciato nel suo contrario: voleva affossare la borghesia e ne è divenuto una delle componenti più salde ed essenziali». Di fatto, il PD è il partito delle ZTL, dei centri storici dei ricchi, taluni magari divenuti ricchi grazie ai giri politici. Di più: è impossibile non aver visto, in questi anni, come il partito ben si adatta alla grande finanza internazionale, da Soros che diviene socio delle Coop (pensate che stiamo scherzando?) al PD di Renzi con il finanziere hedge found Serra alle Leopolde.

 

Quindi, potrebbe essere che gettata ogni maschera, e trasformatosi il PD nel partito radicale, esso vada verso le percentuali irrilevanti di Bonino e compagni? Può essere, anche se, ripeto, non è che ci sia da avere questa grande fiducia riguardo al popolo che ha votato PD.

 

Perché, davvero, hanno accettato qualsiasi cosa, in questi anni, poverini.

 

Hanno avuto come segretario Fassino, prima delle barzellette auto-iettatorie, ma quello era. Poi Bersani, quello delle bambole pettinate e dei giaguari da smacchiare. Poi Renzi, uno così innamorato della tradizione piddina da farsi poi un suo partito scissionista, come del resto aveva già fatto D’Alema. Hanno accettato come segretario lo Zingaretti, quello degli spritz COVID, dei manifesti che chiedevano meno cobalto, quello con quel sorriso eterno ed inspiegabile stampato in volto, mentre i suoi uomini litigano con minacce inaudite al ristorante. Poi, recuperato da Parigi dopo un’era di arbitrario oscuramento, torna il «moderato» Letta, che però moderato non è più, e ha sempre portato in volto questa espressione un po’ torva, con conseguente ultimo disastro del voto… Povero elettore del PD, in fondo va compatito, anche se bisogna dire che in tanti casi se l’è cercata.

 

È chiarissimo Bonaccini avrebbe risolto molti problemi – di immagine, di dignità, di tenuta politica partitica. Un uomo concreto, viene dalla gavetta, ha dietro tanto consenso, non ha mai litigato con nessuno, la sua regione, dicono, è ben amministrata, da anni…

 

E invece, trac. Al vertice del partito è salita una che pochi giorni fa non aveva nemmeno la tessera. Vada come vada, questa è la fine del PD. Smembrato da scissioni, imploso per fluidismo poli-sessuale, reso irrilevante dalla quantità di dichiarazioni che da qui a poco comincerà a fare la Elly – roba che le uscite di Letta, tornatoci radicalizzato dai francesi, sembreranno bazzecole. La decomposizione di quello che era il partito dei lavoratori italiani, quello delle case del popolo e dei viaggi in Russia, diventerà patente, maleolente, rivoltante.

 

Non sappiamo cosa verrà dopo, potrebbe arrivare qualcosa di ancora peggiore: forze politiche talmente fuori dal mondo da mettere a rischio la convivenza nel Paese, finanche la sua stessa esistenza. Cacci Saddam, arriva l’ISIS…

 

Al momento non ci resta che guardare gli occhi della Schlein nelle immagini del suo trionfo. Non so a voi, ma qui non ci sembrano occhi di gatto: epperò, come cantava Cristina D’Avena, «occhi di gatto / un grande colpo è stato fatto».

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

 

 

Economia

Crolla una banca, si dimette il presidente paraguagio. Quando avverrà lo stesso in Italia?

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Il presidente paraguaiano Santiago Peña si è dimesso dopo che il crollo di un importante istituto di credito, sostenuto da Peña e dal suo governo, ha scatenato proteste di massa.

 

Giovedì, in un videomessaggio, Peña ha annunciato le sue dimissioni, affermando di lasciare l’incarico «pensando alla stabilità del nostro Paese, alla pace sociale e alla necessità di preservare le nostre istituzioni democratiche». In precedenza, sempre giovedì, Peña aveva perso l’appoggio del suo partito di destra, il Colorado, ed era stato minacciato di impeachment dall’opposizione.

 

Mercoledì le proteste si sono trasformate in scontri per le strade di Asunción, dopo che la banca centrale paraguaiana ha posto Ueno Bank sotto amministrazione controllata, impedendo ai suoi 3 milioni di clienti di accedere ai propri conti. Ueno Bank, una società fintech relativamente nuova, opera solo dal 2023, ma secondo il suo sito web serve due terzi degli adulti in Paraguay.

La banca centrale ha annunciato che la Ueno Bank possedeva meno della metà del capitale legalmente richiesto per proteggere i depositanti e preservare la stabilità finanziaria. Ciò ha costretto Peña a promuovere una legge per la restituzione dei depositi, che, a suo dire, coprirà il 98% dei clienti interessati.

 

I legami personali di Peña con la banca, tuttavia, hanno alimentato l’ira dell’opinione pubblica. Peña è stato azionista della società madre di Ueno Bank fino al 2025, due anni dopo il suo insediamento, e ha depositato una somma stimata tra gli 800 e gli 850 milioni di dollari di fondi pubblici, di cui circa 380 milioni di dollari legati al fondo pensionistico e sanitario statale del Paraguay, sui conti di Ueno Bank.

 

Meno di due settimane dopo il suo insediamento, Peña ha nominato Carlos Carvallo, ex presidente della società predecessora di Ueno, a capo della Banca centrale.

 

Manifestanti e parlamentari dell’opposizione hanno accusato Peña di conflitto di interessi, uso improprio di fondi pubblici e insabbiamento di avvertimenti riguardanti le finanze della Banca di Ueno.

 

Il partito Colorado di Peña è la fazione dominante nella politica paraguaiana dalla fine degli anni Quaranta, governando il Paraguay come stato a partito unico dal 1947 al 1962 e ha sostenuto la dittatura di Alfredo Stroessner, appoggiata dagli Stati Uniti, dal 1954 fino alla sua caduta nel 1989. Il Peña ha coltivato stretti legami con il presidente statunitense Donald Trump, partecipando all’operazione militare di Trump contro i cartelli della droga caraibici e firmando l’anno scorso un accordo per accogliere i migranti respinti dagli Stati Uniti.

 

Peña è anche un fervente sostenitore di Israele. Nel 2024 ha trasferito l’ambasciata del Paraguay in Israele a Gerusalemme e ha promesso di appoggiare il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu sulla scena internazionale «a qualunque costo». Sotto la sua presidenza, il Paraguay ha votato contro tre risoluzioni delle Nazioni Unite che chiedevano un cessate il fuoco a Gaza dal 2023.

 

I parlamentari dell’opposizione hanno accusato il suo mentore politico, l’ex presidente Horacio Cartes, di aver acquistato il software spia «Pegasus» da Israele.

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Il partito Colorado rimane al potere dopo le dimissioni di Peña, con il vicepresidente Pedro Alliana pronto ad assumere la sua carica. Otto alti dirigenti di Ueno sono stati arrestati e oltre una ventina di funzionari e collaboratori della banca sono stati incriminati in relazione allo scandalo.

 

La domanda, a questo punto è: per il crollo delle banche italiane – ne abbiamo visti tanti, e dolorisissimi: per il risparmiatore e per il contribuente – quanti presidenti nostrani avrebbero dovuto dimettersi?

 

Invece niente: non si dimettevano nemmeno i presidenti delle banche della catastrofe. C’è da dire anche, alcune venivano salvate, alcune no, e chissà perché.

 

Nel frattempo, alti funzionari bancari cadono dalle finestre, ma tranquilli che si tratta certamente di suicidi.

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Immagine di Governo do Estado de São Paulo, CC BY 2.0, via Wikimedia 

 


 

 

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Politica

Trovato morto il ministro dell’economia bavarese anti-COVID

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Il vice primo ministro e ministro dell’Economia bavarese Hubert Aiwanger è stato trovato morto in un hotel di Berlino all’età di 55 anni, secondo quanto riportato dai media tedeschi, che citano fonti di polizia e governative.   Il politico conservatore, che presiedeva anche il partito Freie Wähler («Elettori Liberi»), è stato trovato senza vita nella sua stanza all’hotel Neuer Fritz, nel centro di Berlino, mercoledì, secondo quanto riportato dal giornale Bild. La sua morte è stata successivamente confermata da dpa e da altri organi di stampa tedeschi.   Aiwanger avrebbe dovuto tenere un discorso all’inaugurazione della nuova sede del suo partito a Berlino quello stesso giorno, ma secondo quanto riferito avrebbe annullato la sua partecipazione a causa di un malore. Rimase in albergo e fu successivamente trovato morto dopo essere diventato irreperibile.   La causa della sua morte non è ancora stata accertata, ma secondo il Tagesspiegel la polizia non ha trovato alcun indizio di omicidio.   Aiwanger ha ricoperto la carica di ministro dell’economia e vice primo ministro della Baviera dal 2018, anno in cui il suo partito, i Liberi Elettori, ha formato una coalizione di governo con l’Unione Cristiano-Sociale (CSU) guidata da Markus Söder. Aveva guidato la sezione bavarese del partito dal 2006 e la sua organizzazione nazionale dal 2010. Lascia la compagna di lunga data, la politica Tanja Schweiger, e i loro due figli.   Noto per le sue critiche esplicite alle politiche dell’UE, Aiwanger ha spesso contestato Berlino e Bruxelles in merito alle normative economiche e alla politica energetica. Nel 2019 ha visitato la Russia per promuovere la cooperazione economica, opponendosi alle sanzioni che danneggiavano i rapporti commerciali.   Era anche un acceso oppositore dell’immigrazione incontrollata, chiedendo controlli alle frontiere più severi e politiche di espulsione più rigide. Nei suoi ultimi giorni attribuì i disordini che stavano sconvolgendo l’Europa occidentale in parte alle comunità di migranti scarsamente integrate e agli estremisti di sinistra, accusando i politici di chiudere un occhio sugli attacchi alla polizia. Il 31 ottobre condannò la situazione a Berlino, dove i negozianti avevano sbarrato le vetrine per timore di rivolte e saccheggi, chiedendo pene più severe per i responsabili.   Il politico bavarese in passato si era pronunciato a favore di una liberalizzazione del diritto di possedere armi e, con una certa decisione, si era opposto all’obbligo di vaccinazione. Dopo aver espresso pubblicamente dubbi riguardo all’efficacia e ai possibili effetti collaterali della vaccinazione contro il COVID-19, nel novembre 2021 ha dichiarato, tuttavia, di essersi vaccinato. In precedenza il suo scetticismo verso i vaccini aveva causato tensioni con la CSU.   Aiwanger era critico verso la cultura della cosiddetta political correctness, accusando soprattutto i Verdi di perseguire un’ideologia elitista politicamente corretta, lontana dai valori dei «cittadini normali». La sua retorica è stata criticata per una supposta vicinanza al populismo del partito Alternative für Deutschland.   Nell’agosto 2023, poche settimane prima delle elezioni statali bavaresi, il quotidiano Süddeutsche Zeitung affermò che Aiwanger, da studente diciassettenne, aveva scritto un pamphlet che banalizzava il regime nazista e chiedeva l’uccisione dei cosiddetti «traditori della patria» ad Auschwitz. Aiwanger negò immediatamente la paternità del documento, attribuendo la paternità di quel testo al suo fratello.   Il primo ministro bavarese Markus Söder pretese un chiarimento completo delle accuse e condannò fermamente il contenuto del documento. L’opposizione ne chiese le dimissioni, ma Söder lo confermò in carica. Il partito dei Liberi Elettori ottenne il 15,8% dei voti, in aumento rispetto all’11,6% del 2018, incrementando la propria rappresentanza da 27 a 37 seggi.   Nonostante rimanga la seconda forza politica della Baviera, il partito dei Liberi Elettori non è riuscito a entrare nel Bundestag alle elezioni federali del 2025, ottenendo solo l’1,5% dei voti a livello nazionale.   Immagine Stefan Brending CC BY-SA 3.0 DE, via Wikimedia Commons

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Immagine Stefan Brending CC BY-SA 3.0 DE, via Wikimedia Commons
 
 
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Politica

Vance: elezioni perse a causa della guerra in Iran

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Molti americani che hanno votato repubblicano alle elezioni presidenziali del 2024 sono passati ai democratici nelle elezioni di medio termine a causa della guerra all’Iran e delle relative rimostranze, ha affermato il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance.

 

Martedì i repubblicani hanno perso il controllo di entrambe le camere del Congresso, con i democratici che hanno vinto le elezioni per la Camera e il Senato persino in roccaforti tradizionali del GOP come il Texas. In un post su X, Vance ha avvertito che alcuni avrebbero tentato di «manipolare» l’opinione pubblica riguardo al risultato, anche se «la vera ragione della nostra sconfitta è ovvia per quasi tutti».

 

Il vicepresidente ha citato un sondaggio condotto tra gli elettori che avevano sostenuto Donald Trump e lui stesso nel 2024, ma che alle elezioni di medio termine avevano appoggiato i Democratici. Alla domanda su cosa i Repubblicani potessero fare per riconquistare il loro sostegno, gli intervistati hanno fornito quattro risposte principali: porre fine alla guerra con l’Iran, affrontare il problema del costo della vita, mettere l’America al primo posto e «cambiare il nostro rapporto con Israele».

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Alla fine di febbraio, Stati Uniti e Israele hanno attaccato congiuntamente l’Iran, sostenendo che Teheran fosse a poche settimane dall’acquisizione di armi nucleari. La decisione contraddiceva la promessa elettorale di Trump di non iniziare nuove guerre ed è stata ampiamente criticata in quanto considerata una priorità data agli interessi israeliani rispetto a quelli americani. Il conflitto irrisolto è costato a Washington decine di miliardi di dollari in spese militari dirette e ha sconvolto i mercati energetici globali, facendo aumentare i prezzi negli Stati Uniti.

 

Vance ha inoltre elogiato la conduttrice di Fox News Rachel Campos-Duffy, appoggiando il suo consiglio di porre fine alla guerra con l’Iran e difendendola dalle critiche di chi l’aveva accusata di antisemitismo. Da decenni, politici e gruppi di pressione filo-israeliani esercitano una notevole influenza sulla politica statunitense.

 

Le norme americane sul finanziamento delle campagne elettorali consentono spese praticamente illimitate da parte di alcune organizzazioni politiche, permettendo a gruppi come l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) di promuovere politiche favorevoli a Israele operando come organizzazioni politiche nazionali anziché come entità di lobbying straniere registrate.

 

Le élite di entrambi i principali partiti statunitensi annoverano da tempo tra le loro fila personalità di spicco sostenitrici di Israele. L’ex presidente Joe Biden, ad esempio, si è ripetutamente e con orgoglio definito sionista.

 

Né i leader democratici né quelli repubblicani si sono dimostrati disposti ad accogliere la crescente opposizione pubblica alle politiche di Israele, soprattutto da quando lo Stato Ebraico  ha lanciato la sua devastante campagna militare a Gaza in risposta all’incursione guidata da Hamas nell’ottobre del 2023. La sconfitta di Kamala Harris contro Trump nel 2024 fu in parte attribuita alla sua riluttanza a prendere le distanze dal sostegno di Biden alla campagna militare israeliana, che molti elettori democratici consideravano un genocidio in corso. Trump, dal canto suo, mobilitò i suoi sostenitori promettendo di dare priorità agli interessi americani.

 

Sebbene Trump abbia riconosciuto che la guerra con l’Iran sia stata un fattore determinante nella sconfitta elettorale dei repubblicani, non ha mostrato alcuna intenzione di abbandonare il conflitto e rimane aperto alla possibilità di intensificarlo.

Come riportato da Renovatio 21, a giugno Vance aveva criticato gli israeliani contrari all’accordo sul nucleare iraniano del presidente Trump, avvertendo che il Paese non può risolvere ogni problema di sicurezza con la violenza. All’epoca, praticamente l’intero arco politico israeliano, dall’opposizione ai falchi di governo, ha attaccato l’accordo trumpiano, con casi di aperta negazione di esso: il ministro della Sicurezza Itamar Ben Gvir, ha scritto su X «L’accordo di Trump non ci vincola. Israele non è soggetto agli Stati Uniti e siamo una nazione indipendente e sovrana!».

 

Come riportato da Renovatio 21, Vance in passato si era opposto al coinvolgimento degli USA nella guerra tra Iran e Israele. A marzo era emerso che l’Iran avrebbe preferito il cattolico JD Vance come negoziatore statunitense al posto degli ebrei Steve Witkoff e Jared Kushner.

 

Ad ottobre il Parlamento israliano votò una legge sulla sovranità israeliana sulla Cisgiordania (che lo Stato Ebraico chiama «Giudea e Samaria») proprio mentre il Vance era in visita. Il vicepresidente lamentò che si trattava di un «insulto» da parte della Knesset e una «stupida trovata politica». Nello stesso viaggio diplomatico, il Vance preferì visitare siti cristiani della Terra Santa invece che, come tutti i politici americani, andare a baciare il Muro del Pianto.

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

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