Big Pharma
Vaccini, farmaci ed etica medica, intervista a Stefano Montanari
Cristiano Lugli, portavoce di Renovatio 21, intervista in esclusiva il Dr. Stefano Montanari.
Medici, etica medica, scandali nel mondo della scienza e commercio di organi: questo e molto altro in un’intervista chedelinea una situazione sconvolgente all’interno del mondo della medicina e della scienza, dove l’etica e la morale sono state abbandonate per obbedire, ciecamente, ai dettami dell’interesse economico e di potere.
Dottor Montanari, di recente alcuni camion vela hanno solcato la provincia parmense e vicentina con manifesti il cui messaggio rivolto ai cittadini era piuttosto chiaro: «Solo il 15% dei medici si vaccina. Ti fidi dei medici?». Come potrà immaginare, la categoria è tutta, interamente, sobbalzata dalla poltrona gridando allo scandalo. Eppure, è stato lo stesso Gualtiero «Walter» Ricciardi, ancor prima di dimettersi dall’imponente carica di Presidente ISS, a denunciare queste scarse percentuali. Chi ha ragione, i medici indignati o Ricciardi?
Temo che non abbia ragione nessuna delle due parti. A mio parere, avendo parlato in camera caritatis con più di un medico, credo proprio che a vaccinarsi sia al massimo un decimo di quel 15%. Naturalmente, nessuno dispone dei dati reali e ognuno può inventare ciò che più gli aggrada, cosa che oggi è del tutto abituale.
Le dirò che a me capita non di rado di ricevere reazioni poco urbane ogni volta che rispondo “non lo so” a una domanda. Il fatto è che, se non lo so, non lo so e basta. Ma la gente è stata ormai ammaestrata a bersi qualunque cosa e addirittura a pretendere risposte pur sapendo in cuor suo che si tratterà spesso di panzane.
«A mio parere, avendo parlato in camera caritatis con più di un medico, credo proprio che a vaccinarsi sia al massimo l’1,5% dei dottori»
Esiste ancora un’etica medica fra i medici?
Sì, esiste. Non è detto, però, che sia sempre rispettata.
Essa imporrebbe a tutti i medici di vaccinarsi con tutti i vaccini esistenti in circolazione?
L’etica medica è chiara e semplice ed è contenuta in quello che viene comunemente definito il Giuramento d’Ippocrate la cui base è di agire solo ed esclusivamente per il bene di chi a loro si affida. Potrà essere divertente leggere l’articolo 5 del codice deontologico, dove si dice che il medico «non deve soggiacere a interessi, imposizioni e suggestioni di qualsiasi natura».
È evidente che, se si ubbidisce alla cieca all’imposizione di vaccinare chiunque e comunque, la deontologia scompare in nome di altro e così pure la dignità non solo professionale ma umana. Ma è interessante pure l’articolo 9 che dice che «Il medico deve mantenere il segreto su tutto ciò che gli è confidato o che può conoscere in ragione della sua professione». Il che è in qualche modo ripreso dall’articolo seguente: «Il medico deve tutelare la riservatezza dei dati personali e della documentazione in suo possesso riguardante le persone».
Articolo 10 del codice deontologico: «Il medico deve tutelare la riservatezza dei dati personali e della documentazione in suo possesso riguardante le persone». Curiosamente, però, il medico denuncia i bambini che non sono vaccinati.
E, ancora, all’articolo 11: «Nella comunicazione di atti o di documenti relativi a singole persone, anche se destinati a Enti o Autorità che svolgono attività sanitaria, il medico deve porre in essere ogni precauzione atta a garantire la tutela del segreto professionale». Curiosamente, però, il medico denuncia i bambini che non sono vaccinati. Mi chiedo che cosa ne direbbe San Giovanni Nepomuceno. Vero è che, per salvare la faccia ma, in realtà, rovinandola ancora di più, si pongono eccezioni tra cui quella relativa ad un presunto interesse pubblico mai dimostrato a fatti.
Per venire alla sua domanda, se i medici rispettassero il loro codice deontologico, allora, sì: tutti i vaccini a tutti i medici e ai loro figli. Ma, come accade anche in altri ambiti, la legge è uguale per tutti ma la sua applicazione no.
È perché non lo fanno?
Forse perché, molto banalmente, non sono fessi o, forse, ironicamente, perché l’articolo 12 recita in modo testuale: «La prescrizione di un accertamento diagnostico e/o di una terapia impegna la responsabilità professionale ed etica del medico e non può che far seguito a una diagnosi circostanziata o, quantomeno, a un fondato sospetto diagnostico. Su tale presupposto al medico è riconosciuta autonomia nella programmazione, nella scelta e nella applicazione di ogni presidio diagnostico e terapeutico, anche in regime di ricovero, fatta salva la libertà del paziente di rifiutarle e di assumersi la responsabilità del rifiuto stesso».
Se i medici rispettassero il loro codice deontologico, allora, sì: tutti i vaccini a tutti i medici e ai loro figli. Ma, come accade anche in altri ambiti, la legge è uguale per tutti ma la sua applicazione no.
Io non do volentieri consigli ma stavolta faccio un’eccezione invitando tutti a perdere qualche decina di minuti per leggere il testo del Codice Deontologico con tanto di commenti. Chiunque potrà accorgersi della situazione.
In compenso, però, tagliano lo stipendio del 20% ai medici che pongono obiezioni sull’obbligo vaccinale, come nel caso del Dr. Fabio Vaccaro, medico di famiglia a cui, per decisione del Collegio arbitrale regionale e per applicazione della Asl, verrà decurtato lo stipendio per 5 mesi…
Sarebbe come se lei chiedesse a me perché la mafia delinque.
Come commenta questo caso?
Vuole farmi prendere una querela?
Di recente, in America, un grande e storico oncologo si è dimesso dai numerosi incarichi di editore di grandi riviste perché un’indagine ha dimostrato che circa l’87% degli articoli pubblicati erano frutto di collusioni con le case farmaceutiche. È veramente questo il mondo che ruota intorno a Big Pharma?
Ricordo di aver assistito personalmente nel 1974, e per me era la prima volta, alla falsificazione di risultati da parte di medici pagati da un’industria farmaceutica. Non ricordo quale fosse l’industria ma ricordo che si trattava di un farmaco per il trattamento della vescica neurogena flaccida. Il prodotto era palesemente inefficace ma i risultati che uscirono da quella farsa furono vicini all’entusiasmo.
Richard Horton, il direttore di The Lancet, cioè del giornale medico forse di maggior prestigio, disse candidamente che metà di ciò che si pubblica in medicina è falso
Già nel 2005 John Ioannidis pubblicò un articolo denunciando la falsità di molto di ciò che si pubblica in medicina. Richard Horton, poi, che di The Lancet, cioè del giornale medico forse di maggior prestigio, è il direttore disse candidamente che metà di ciò che si pubblica in medicina è falso.
Il tutto fu confermato da Marcia Angell del New England Journal of Medicine, altra rivista di grande prestigio. In realtà le cose non stanno esattamente così: se si vuole pubblicare, è ineludibile dover passare attraverso maglie strettissime di censura. Il perché è presto detto: i giornali medici non potrebbero sopravvivere senza che l’industria farmaceutica li mantenesse di fatto in toto.
È evidente, allora, che solo ciò che non tocca gli interessi del “benefattore” potrà avere il via libera. Una delle tante cose che la gente comune non sa è che le case farmaceutiche dispongono di squadre di persone ingaggiate per scrivere articoli che di fatto sono pubblicitari. Quegli articoli vengono firmati da presunti luminari (oggi è facilissimo crearne nella percezione popolare e noi italiani ne abbiamo testimonianza), vengono pubblicati e presi per verità rivelata.
Se si vuole pubblicare in riviste scientifiche, è ineludibile dover passare attraverso maglie strettissime di censura. Il perché è presto detto: i giornali medici non potrebbero sopravvivere senza che l’industria farmaceutica li mantenesse di fatto in toto
La cosa buffa, e a me è capitato di assistere a scene comiche d’imbarazzo, è che, se si chiede un chiarimento al presunto autore, quello non conosce nemmeno il contenuto dell’articolo che ha firmato. Dunque, stante la censura, ahimè, ad essere falso è molto, molto più della metà di ciò che esce. Insomma, sì: il mondo che ruota intorno a Big Pharma è corrotto fino al midollo e a subirne gli effetti è tanto il paziente quanto il medico, spessissimo incapace di rendersi conto della qualità di ciò che gli viene propinato.
È possibile allora che anche intorno alla chemioterapia ci siano grossi interessi?
Non è possibile: è certo.
Ci spieghi meglio…
Si deve partire sapendo che la medicina non è una scienza, mancandole epistemologicamente alcuni presupposti di base, il primo dei quali è la ripetibilità assoluta dei risultati e, dunque, la prevedibilità. Così, in medicina, quella vera, intendo, vale il più assoluto pragmatismo: è tutto buono ciò che funziona.
«La medicina non è una scienza, mancandole epistemologicamente alcuni presupposti di base, il primo dei quali è la ripetibilità assoluta dei risultati e, dunque, la prevedibilità»
A questo punto, etica impone che si vadano a controllare in modo gelidamente imparziale i risultati dei vari approcci a diverse malattie. Se lo si facesse, si scoprirebbe, seppure con molte difficoltà perché i dati faticano parecchio ad uscire alla luce, che non poche cure definite grottescamente alternative, e qui c’è da chiedersi alternative a che, funzionano meglio di quelle della giostra dei quattrini. Io stesso ne sono testimone da decenni.
Per non cadere in malintesi, è indispensabile precisare che la medicina classificata come alternativa ospita parecchi ciarlatani che sconfinano nella delinquenza vera e propria
Per non cadere in malintesi, è indispensabile precisare che la medicina classificata come alternativa ospita parecchi ciarlatani che sconfinano nella delinquenza vera e propria e, dunque, bisogna essere capaci di scegliere la strada giusta, cosa tutt’altro che facile anche agli addetti ai lavori, e questo per le falsità che inquinano pesantemente la medicina.
Parliamo di un tema delicato quanto discusso: i trapianti di organi. Il fatto che esista un commercio di organi è cosa ormai assodata. La cosa la stupisce?
No di certo, così come non mi stupisce nessuna forma di delinquenza.
Caso del traffico d’organi: «un medico che opera non “in scienza e coscienza” ubbidendo acriticamente ad ordini, non avrà troppa strada da percorrere per altri atti di delinquenza
È ormai noto il caso dell’ex presidente del Barcelona Calcio, Sandro Rosell, il quale fu costretto a negare di aver acquistato illegalmente un fegato umano per l’ex difensore del Barcellona Eric Abidal nel 2012, colpito da un tumore, dopo un reportage sul quotidiano spagnolo El Confidencial in cui la polizia affermava di aver intercettato le telefonate di Rosell che presumibilmente comprovavano l’acquisto dell’organo da trapiantare al suo giocatore. Degli organi si occupano i medici, ragione per cui non crede che se esiste un commercio di organi, esiste anche, per logica conseguenza, una grave responsabilità da parte dei medici?
Non è che si possa prelevare un organo e impiantarlo a chiunque. I tessuti di donatore e ricevente vanno tipizzati con molta cura ed espianto, conservazione, trasporto e impianto hanno bisogno di personale e di chirurghi esperti. È evidente, allora, che il traffico non può prescindere dalla presenza non di un medico ma di una squadra di medici. E anche qui non ci si può stupire.
Che i medici recuperino la dignità di chi esercita una delle professioni più nobili, difficili e indispensabili, magari cominciando con il radiare dalla professione qualcuno
Una persona che non ha mai commesso un’infrazione alla legge avrà delle inibizioni morali fortissime ad uccidere qualcuno. Però se la persona è un rapinatore, il passo verso l’assassinio non sarà poi così difficile. La stessa cosa esiste per i medici che altro non sono se non esseri umani con tutti i loro pregi e con tutti i loro vizi. Un medico che opera non «in scienza e coscienza» come la categoria ama affermare ma ubbidendo acriticamente ad ordini, non avrà troppa strada da percorrere per altri atti di delinquenza.
In un modo o nell’altro, troverà sempre una giustificazione alla sua criminalità. C’è solo da sperare che a delinquere siano sempre meno e che i medici recuperino la dignità di chi esercita una delle professioni più nobili, difficili e indispensabili, magari cominciando con il radiare dalla professione qualcuno che oggi si esibisce alla ribalta.
Cristiano Lugli
Big Pharma
Bayer punta sulla cura del Parkinson dopo decenni di vendita di prodotti come il glifosato legati alla malattia
Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Bayer sta avviando una sperimentazione clinica di Fase 3 per un trattamento del Parkinson a base di cellule staminali attraverso la sua controllata BlueRock, nonostante l’azienda stia affrontando migliaia di cause legali relative ai pesticidi collegati alla malattia. Questa mossa evidenzia il duplice ruolo di Bayer nel contribuire al Parkinson e nel cercare di trarne profitto.
Bayer sta lanciando un nuovo trattamento sperimentale per il morbo di Parkinson, nonostante il colosso farmaceutico e chimico continui a trarre profitto dalla vendita di pesticidi collegati alla malattia.
La società ha annunciato la scorsa settimana che la sua sussidiaria BlueRock Therapeutics LP ha avviato una sperimentazione clinica di fase 3 per il bemdaneprocel, un farmaco progettato per sostituire le cellule cerebrali produttrici di dopamina uccise dalla malattia neurodegenerativa.
Il farmaco deriva da cellule staminali impiantate chirurgicamente nel cervello di una persona affetta dal morbo di Parkinson. Una volta impiantate, le cellule staminali possono svilupparsi in neuroni dopaminergici maturi, contribuendo a riformare le reti neurali colpite dal Parkinson.
Ripristinano «potenzialmente» la funzionalità motoria e non motoria dei pazienti. Il farmaco è stato approvato dalla Food and Drug Administration statunitense nel 2021.
Bemdaneprocel sarà probabilmente disponibile sul mercato tra anni, eppure Bayer sta investendo molto nelle infrastrutture produttive per i futuri prodotti di terapia cellulare e genica. Parte di questo sforzo include la costruzione di uno stabilimento da 250 milioni di dollari in California, secondo Reuters.
Le tecnologie di terapia cellulare e genica contro il cancro stanno già generando profitti per altre aziende, ma BlueRock è la prima azienda a portare una terapia cellulare per il Parkinson alla fase 3 degli studi clinici.
Le difficoltà finanziarie della Bayer derivano in parte dai brevetti scaduti su due dei suoi farmaci di successo: l’anticoagulante Xarelto e il medicinale per gli occhi Eylea.
Ma i maggiori problemi finanziari di Bayer sono radicati nell’acquisizione di Monsanto nel 2018, secondo Reuters. Il glifosato, un diserbante di Monsanto, è collegato al cancro e al Parkinson, le stesse malattie da cui Bayer potrebbe trarre profitto con un nuovo trattamento.
Finora, Bayer ha pagato circa 11 miliardi di dollari per risolvere le cause legali relative al glifosato e si stima che siano ancora pendenti 67.000 cause legali nei suoi confronti.
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Molti dei pesticidi della Bayer sono collegati al Parkinson
Il morbo di Parkinson è il disturbo neurologico in più rapida crescita al mondo, caratterizzato dalla perdita di neuroni nella parte del cervello che produce dopamina e che è responsabile del controllo motorio.
Sebbene non esista una cura nota per il Parkinson, esistono alcune cause note. Studi dimostrano che l’esposizione a diversi pesticidi è fortemente correlata allo sviluppo della malattia.
I collegamenti più ampiamente segnalati tra pesticidi e morbo di Parkinson riguardano l’erbicida paraquat della Syngenta.
Attraverso un’indagine sui documenti interni di Syngenta, il giornalista Carey Gillam ha rivelato che l’azienda era consapevole che il suo pesticida causava cambiamenti neurologici che sono il segno distintivo della malattia, ma lavorava segretamente per insabbiare le prove scientifiche del collegamento.
Tuttavia, studi recenti collegano anche l’esposizione ad altri pesticidi alla malattia.
Numerosi studi di casi, uno studio epidemiologico, studi sugli animali e recenti studi che esaminano molteplici esposizioni a pesticidi dimostrano che il glifosato, una nota neurotossina, probabilmente gioca un ruolo nel Parkinson.
Tuttavia, gli scienziati che scrivono sulle più importanti riviste mediche affermano che sono necessarie ulteriori ricerche e una migliore regolamentazione, citando il legame poco studiato tra glifosato e Parkinson come esempio paradigmatico del problema.
Parte del problema, affermano, è che sono le aziende produttrici di pesticidi a condurre la maggior parte delle ricerche, e la maggior parte di queste riguarda singoli pesticidi in modo isolato.
Nuove prove dimostrano che il Parkinson è anche – e forse più frequentemente – collegato all’esposizione a «cocktail» di pesticidi. Questi causano «una neurotossicità maggiore per i neuroni dopaminergici rispetto a qualsiasi singolo pesticida», perché i diversi pesticidi hanno meccanismi d’azione diversi. Se combinati, possono causare danni neurologici maggiori.
Una ricerca pubblicata su Nature Communications ha esaminato la storia dell’esposizione chimica dei pazienti affetti da Parkinson e ha identificato 53 pesticidi implicati nella malattia.
Tra le 10 sostanze chimiche identificate come direttamente tossiche per i neuroni collegate al Parkinson figurano pesticidi, erbicidi e fungicidi prodotti dalla Bayer.
Tra questi ci sono l’endosulfan, prodotto dall’azienda ma gradualmente eliminato in risposta alle pressioni internazionali; il diquat, un ingrediente chiave utilizzato dalla Bayer per sostituire il glifosato nel Roundup e vietato nell’UE, nel Regno Unito e in Cina; e i fungicidi contenenti solfato di rame e folpet.
Un altro studio ha identificato l’esposizione a lungo termine a 14 pesticidi con un aumento del rischio di morbo di Parkinson nelle persone che vivono nella regione delle Montagne Rocciose e delle Grandi Pianure.
I tre pesticidi con l’effetto più forte sono stati simazina, atrazina e lindano. Bayer produce diversi pesticidi contenenti simazina e atrazina. Bayer in precedenza utilizzava il lindano nei suoi prodotti, ma ne ha gradualmente eliminato l’uso come pesticida agricolo negli Stati Uniti.
Bayer è una delle quattro aziende, insieme a Syngenta, Corteva e BASF, che controllano da anni il mercato mondiale dei pesticidi.
Negli Stati Uniti, l’azienda ha tentato di proteggersi da ulteriori contenziosi sui rischi per la salute causati dai suoi prodotti chimici, sostenendo una legislazione a livello federale e statale che renderebbe più difficile per gli stati regolamentare i pesticidi o per le persone danneggiate dai prodotti agrochimici fare causa ai produttori.
Brenda Baletti
Ph.D.
© 1 ottobre 2025, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.
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Immagine di Mister F. via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 2.0
Big Pharma
AstraZeneca minaccia di ritirare gli investimenti dalla Gran Bretagna
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Autismo
Paracetamolo, Big Pharma e FDA erano da anni a conoscenza del rischio autismo
Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Le email ottenute dalla Daily Caller News Foundation mostrano che già nel 2008, i dirigenti della Johnson & Johnson, il produttore originale del Tylenol [come chiamano il paracetamolo in America, ndt], erano preoccupati in privato per quella che ritenevano una prova attendibile di un possibile legame tra autismo e paracetamolo. Anche la FDA era a conoscenza di tale legame.
Secondo i documenti ottenuti nelle cause legali contro Kenvue, i produttori di Tylenol [il nome commerciale del paracetamolo in USA, ndt] e la Food and Drug Administration (FDA) statunitense erano a conoscenza da anni della probabile associazione tra l’uso del farmaco durante la gravidanza e i disturbi dello sviluppo neurologico, tra cui l’autismo.
«Il peso delle prove inizia a sembrarmi pesante», ha affermato Rachel Weinstein , direttrice statunitense dell’epidemiologia per la divisione farmaceutica Janssen di Johnson & Johnson (J&J), in un’e-mail in cui commentava diversi studi che mostravano il collegamento.
La Daily Caller News Foundation ha ottenuto le e-mail da Keller Postman LLC, lo studio legale che rappresenta i querelanti in una class action federale contro Kenvue.
La J&J ha prodotto il Tylenol fino al 2023, quando ha trasferito la produzione a Kenvue, un’azienda separata.
Le rivelazioni via e-mail seguono l’annuncio fatto la scorsa settimana dal presidente Donald Trump secondo cui le donne incinte non dovrebbero assumere Tylenol e l’annuncio della FDA che aggiungerà avvertenze ai prodotti contenenti paracetamolo.
Le etichette aggiornate dei prodotti avvertiranno che il paracetamolo può essere associato a un rischio maggiore di patologie neurologiche, tra cui autismo e disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD), nei bambini. La FDA ha affermato che informerà anche i medici e il pubblico di questo rischio.
I media tradizionali e le organizzazioni sanitarie pubbliche hanno attaccato gli avvertimenti come infondati o esagerati. Alcune organizzazioni giornalistiche hanno citato scienziati – come l’epidemiologa dell’Università del Massachusetts Ann Bauer – che hanno pubblicato studi che identificano il legame tra Tylenol e autismo e hanno chiesto avvertimenti, ma che ora stanno pubblicamente ritrattando le loro preoccupazioni.
Tuttavia, il Daily Caller ha scoperto che, nonostante la confusione nei media e tra gli esperti di salute pubblica, le e-mail mostrano che già nel 2008 i dirigenti di J&J erano preoccupati in privato per la presenza di prove attendibili di un possibile collegamento tra autismo e paracetamolo. Hanno riconosciuto il collegamento in un’e-mail e hanno suggerito ulteriori indagini.
Le meta-analisi interne della FDA condivise con The Defender mostrano che l’agenzia aveva valutato per anni l’aggiunta di nuovi avvertimenti sugli effetti collaterali del paracetamolo nei bambini.
Nel 2019, gli scienziati della FDA hanno condotto una meta-analisi che ha rilevato disturbi urogenitali nei neonati collegati al farmaco. Gli scienziati hanno anche notato collegamenti con problemi di neurosviluppo. Nel 2022, la FDA ha condotto un’altra meta-analisi che ha rilevato un collegamento con l’ADHD.
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I produttori del Tylenol hanno monitorato attentamente una serie di pubblicazioni scientifiche che mostrano un collegamento con l’autismo
La Daily Caller News Foundation ha ricevuto email risalenti a oltre un decennio fa, che indicavano che i responsabili aziendali di J&J erano stati allertati del possibile legame tra paracetamolo e disturbi neurologici. Le email mostravano che J&J aveva persino preso in considerazione l’idea di proseguire la ricerca, ma poi aveva deciso di non farlo.
Il punto vendita ha anche ottenuto un’e-mail del 2012 di Leslie Shur, responsabile della divisione J&J che monitora gli effetti collaterali, in cui si riconosceva un altro reclamo da parte di un consumatore in merito al problema, e un’e-mail del 2014 in cui si dimostrava che il problema era stato sollevato con l’amministratore delegato Alex Gorsky, il cui nome è scritto in modo errato nell’e-mail.
Secondo la giornalista Emily Kopp, autrice dell’articolo del Daily Caller:
«I produttori di Tylenol hanno seguito attentamente una serie di pubblicazioni scientifiche che hanno riscontrato un’associazione tra l’assunzione del farmaco di successo in gravidanza e nell’infanzia e il rischio di autismo, come dimostrano altri documenti aziendali».
Una presentazione interna del 2018, definita dall’azienda «riservata e riservata», riconosce che gli studi osservazionali mostrano un’associazione «piuttosto coerente» tra l’esposizione prenatale al Tylenol e i disturbi dello sviluppo neurologico.
Un’altra diapositiva della presentazione riconosce che meta-analisi più ampie, ovvero revisioni che riassumono più studi scientifici, hanno riscontrato un’associazione, ma sottolinea i punti deboli di questi studi, come le variabili confondenti e la soggettività nella misurazione dei tratti autistici.
Un portavoce di Kenvue ha dichiarato al Daily Caller che l’azienda ritiene che non vi sia «alcun nesso causale tra l’uso di paracetamolo durante la gravidanza e l’autismo» e che i suoi prodotti sono «sicuri ed efficaci» se utilizzati come indicato sull’etichetta.
Kopp ha fatto notare che il sito web dell’azienda afferma anche che «dati scientifici credibili e indipendenti continuano a non dimostrare alcun collegamento provato tra l’assunzione di paracetamolo e l’autismo» e che «non esiste alcuna scienza credibile che dimostri che l’assunzione di paracetamolo causi l’autismo».
Tuttavia, ha scoperto che le e-mail interne mostravano dipendenti che discutevano di uno studio del 2018 e di uno del 2016, i quali concludevano entrambi che le donne incinte avrebbero dovuto essere messe in guardia sui possibili effetti dell’assunzione di Tylenol durante la gravidanza.
Ha trovato anche delle email in cui si diceva che J&J aveva preso in considerazione la possibilità di finanziare studi sul possibile collegamento tra Tylenol e autismo, ma aveva deciso di non «esporsi», temendo che i propri studi potessero confermare i risultati.
Secondo Kopp:
L’azienda ha inoltre condotto una ricerca che ha definito «ascolto sociale», monitorando le ricerche su Google e i post sui social media alla ricerca di prove su Tylenol e autismo da gennaio 2020 a ottobre 2023.
«L’azienda ha avviato la ricerca sulle tendenze dei social media dopo la pubblicazione nel 2021 di un invito all’azione sul Tylenol su Nature Reviews Endocrinology da parte di 13 esperti statunitensi ed europei “alla luce delle gravi conseguenze dell’inazione”».
L’azienda ha scritto una revisione nel 2023, Project Cocoon, che segnalava preoccupazioni relative agli effetti collaterali urogenitali e neurologici dei farmaci nei neonati, che i dirigenti hanno notato riguarda «ogni aspetto del marchio», ha scritto Kopp.
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Anche la FDA è preoccupata per le crescenti prove
Secondo lo psichiatra David Healy, la FDA ha iniziato a preoccuparsi anche per le crescenti prove di un legame tra paracetamolo e disturbi dello sviluppo neurologico, a partire da una pubblicazione su JAMA Pediatrics nel 2014 e seguita da diverse importanti pubblicazioni negli anni successivi.
Healy è un testimone esperto in un caso contro Kenvue e Safeway , sostenendo che non hanno avvisato adeguatamente i consumatori del rischio di autismo o ADHD derivante dall’esposizione prenatale al farmaco.
Documenti del 2019 e del 2022, resi disponibili tramite richieste ai sensi del Freedom of Information Act associate alla causa e condivisi con The Defender, mostrano che, sulla base di una meta-analisi della letteratura pubblicata, la FDA ha identificato collegamenti coerenti tra paracetamolo e rischi sia urogenitali che neurologici.
Già nel 2019, gli autori di uno studio della FDA avevano raccomandato di rivedere le etichette per consigliare alle donne incinte di «fare attenzione all’uso occasionale di paracetamolo quando non è strettamente necessario per il dolore o per altri scopi».
Il documento del 2022, incentrato principalmente sui risultati neurologici, afferma che, nonostante i limiti dello studio, le meta-analisi e altre ricerche hanno costantemente riscontrato collegamenti tra paracetamolo e ADHD e, di conseguenza, «potrebbe essere prudente, come misura precauzionale…» Tuttavia, il resto della raccomandazione è redatto.
Healy ha affermato che le rivelazioni di Weinstein e di altri che lavorano con J&J sono particolarmente significative perché le case farmaceutiche hanno la responsabilità di informare i consumatori quando sanno che un farmaco potrebbe essere collegato a un evento avverso.
«L’onere di avvertire non sorge quando c’è una chiara correlazione causa-effetto», ha affermato Healy. «Sorge quando ci sono motivi per ritenere che potrebbe esserci un problema».
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Immagine di Katy Warner via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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