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Geopolitica

Trump: l’Ucraina non vincerà la guerra con la Russia

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non crede che l’Ucraina possa vincere la guerra contro la Russia.

 

Parlando ai giornalisti alla Casa Bianca lunedì, Trump ha dichiarato: «Potrebbero ancora vincerla. Non credo che ci riusciranno, ma potrebbero ancora vincerla», quando gli è stato chiesto di chiarire la sua posizione sul conflitto. «Ho detto che potevano vincere. Tutto poteva succedere. Sai, la guerra è una cosa molto strana. Succedono molte cose brutte. Succedono anche molte cose belle», ha aggiunto.

 

Alla domanda sui presunti attacchi russi contro aree civili in Ucraina, Trump ha risposto che la maggior parte delle vittime erano soldati. Trump ha anche affermato che ogni settimana muoiono nel conflitto circa 5.000-7.000 militari di entrambe le parti.

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Il mese scorso Trump ha dichiarato che l’Ucraina potrebbe riuscire a riconquistare tutto il territorio perso a favore della Russia nel corso della guerra durata tre anni.

 

Dopo una telefonata con il presidente russo Vladimir Putin la scorsa settimana, Trump ha ribadito che l’Ucraina è destinata a perdere parte della sua «proprietà» a favore della Russia in seguito al perdurante conflitto. Mentre Kiev ha ripetutamente escluso concessioni territoriali, Mosca ha elencato il ritiro delle truppe ucraine dalle nuove regioni russe tra le questioni chiave da risolvere per stabilire una pace duratura.

 

Da quando è entrato in carica, Trump ha abbandonato l’approccio dell’amministrazione Biden di mantenere la distanza diplomatica da Mosca.

 

Ad agosto, Trump ha incontrato Putin ad Anchorage, in Alaska, e la scorsa settimana i due leader hanno annunciato che si stanno preparando per un altro incontro a Budapest.

 

Trump nelle ultime ore ha altresì affermato che Russia e Ucraina dovrebbero congelare l’attuale linea del fronte nel Donbass, sottolineando che Mosca controlla comunque quasi tutta la regione.

 

«Pensiamo che quello che dovrebbero fare è semplicemente fermarsi alle linee in cui si trovano. Il resto è molto difficile da negoziare», ha detto Trump ai giornalisti a bordo dell’Air Force One domenica sera. «Dovrebbero fermarsi subito alle linee di battaglia, tornare a casa, smettere di uccidere gente e farla finita”, ha aggiunto.

 

A domanda sul Donbass, Trump ha risposto: «Lasciate che sia così com’è. Credo che il 78% del territorio sia già occupato dalla Russia. Lasciatelo così com’è adesso. Potranno negoziare qualcosa più avanti».

 

Domenica, in un intervento su Fox News, il presidente USA ha detto alla conduttrice di Fox News Maria Bartiromo che Kiev sarebbe tenuta a fare delle concessioni.

 

«Beh, [il presidente russo Vladimir Putin] prenderà qualcosa. Voglio dire, hanno combattuto, e lui ha molte proprietà. Voglio dire, ha vinto alcune proprietà», ha affermato Trump.

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Il capo di Stato maggiore russo, Valerij Gerasimov, ha dichiarato ad agosto che le truppe ucraine controllavano circa il 20% della Repubblica Popolare di Donetsk e meno dell’1% della Repubblica Popolare di Lugansk.

Putin ha affermato che, affinché un cessate il fuoco funzioni, le forze ucraine devono ritirarsi da tutto il Donbass, elencando il riconoscimento dei nuovi confini della Russia come una delle condizioni per una pace duratura.

 

Trump ha ribadito la sua posizione secondo cui Washington ha già fornito a Kiev una grande quantità di armi durante il conflitto e non può consegnare l’intero arsenale per sostenere l’esercito ucraino.

 

«Sapete, non possiamo dare tutte le nostre armi all’Ucraina. Non possiamo farlo e basta. E sono stato molto buono con il presidente Zelens’kyj e con l’Ucraina, ma non possiamo dare, sapete, se dobbiamo essere a corto di armi, non voglio farlo. Non posso mettere a repentaglio gli Stati Uniti», ha sottolineato.

 

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Geopolitica

La Santa Sede invitata al Consiglio per la Pace di Trump

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Mentre Donald Trump ha appena annunciato ufficialmente la creazione del suo «Consiglio per la Pace» (Board of Peace), l’invito rivolto a Papa Leone XIV pone la Santa Sede in una posizione delicata. Sospesa tra il desiderio di dialogo e l’impegno per il multilateralismo, la diplomazia vaticana si sta prendendo il suo tempo per rispondere, pur esprimendo le riserve di una Chiesa che si rifiuta di vedere l’ordine mondiale dettato da un «club privato».   Anche se probabilmente non gli verrà richiesto di pagare il miliardo di euro «in contanti» richiesto agli altri capi di Stato dall’occupante della Casa Bianca per entrare a far parte del suo Consiglio per la Pace, il pontefice si sta prendendo il tempo per riflettere.

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Un’istituzione con poteri esorbitanti

E per una buona ragione: inizialmente concepito lo scorso settembre per supervisionare la ricostruzione di Gaza, il Consiglio per la Pace ha visto le sue prerogative espandersi notevolmente. Il suo statuto, pubblicato il 18 gennaio 2026, delinea un «secondo Consiglio di Sicurezza», libero dai vincoli dell’ONU, che considera «obsoleto e inefficace».   Il funzionamento di questo nuovo organismo è piuttosto semplice. Donald Trump ha poteri discrezionali: sceglie i membri, può revocarli e ha persino il diritto di designare il suo successore. Ancora più sorprendente, lo statuto prevede una membership «premium».   Infatti, gli Stati che versano un miliardo di dollari nel primo anno si assicurano un seggio permanente, aggirando il processo di rinnovo triennale. Mentre alleati come Viktor Orban (Ungheria), Javier Milei (Argentina) e Re Mohammed VI (Marocco) hanno già firmato, altri sono esitanti.

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La prudenza diplomatica della Santa Sede

È in questo contesto di accresciute tensioni che il Vaticano ha ricevuto il suo invito. La risposta, fornita dal cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, è improntata a «vigile prudenza». Sebbene Papa Leone XIV abbia sempre sostenuto una cultura del dialogo, il formato proposto da Washington sembra scontrarsi con gli attuali principi fondamentali della diplomazia pontificia.   Interrogato su questi sviluppi, il cardinale Pietro Parolin ha sottolineato la preoccupazione della Santa Sede per l’erosione del diritto internazionale. Per il numero due del Vaticano, la pace non può essere il prodotto di un “giudizio pragmatico” esercitato da una manciata di Stati «volontari», ma deve essere perseguita nel quadro delle istituzioni multilaterali esistenti. La Santa Sede teme che questo Consiglio possa diventare uno strumento di pressione politica piuttosto che un autentico strumento di stabilità.   Inoltre, la composizione del consiglio esecutivo – composto esclusivamente da stretti collaboratori del presidente americano (Marco Rubio, Jared Kushner), con l’eccezione di Tony Blair – rafforza l’immagine di una diplomazia «transazionale». Per la Santa Sede, aderire a un simile organismo rischierebbe di comprometterne la neutralità, essendo spesso chiamata ad agire come mediatore imparziale nei conflitti, dall’Ucraina al Medio Oriente.   Mentre Vladimir Putin sta ancora valutando le «sfumature» del suo invito, il Vaticano sembra prendere tempo. Preso tra la tentazione di influenzare le decisioni della Casa Bianca dall’interno e la necessità di proteggere l’ordine internazionale, il Papa cammina su un filo teso: un ruolo di osservatore al Consiglio per la Pace – come alle Nazioni Unite – potrebbe rappresentare una via di mezzo?   Una cosa è certa: la Santa Sede non darà carta bianca a un organismo in cui la pace sembra avere un prezzo «premium».   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Geopolitica

Ballerini ucraini rischiano il licenziamento per aver ballato «Il Lago dei Cigni»

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Secondo quanto riferito dalla stampaucraina, due primi ballerini dell’Opera nazionale ucraina rischiano il licenziamento per aver interpretato un’opera del grande compositore russo Pëtr Čajkovskij durante una tournée europea.

 

Natalia Matsak e Sergey Krivokon potrebbero essere licenziati per aver danzato ne «Il lago dei cigni» mentre si trovavano in congedo personale. Stando a Strana.ua, il Ministero della Cultura ucraino ha dichiarato di essere venuto a conoscenza delle esibizioni «tramite i social network» e ha accusato i due artisti di «diffondere il prodotto culturale del Paese aggressore» eseguendo un capolavoro classico del compositore russo del XIX secolo.

 

Nella nota ufficiale, il ministero ha sottolineato che i ballerini «hanno violato la posizione di principio degli artisti dell’Opera nazionale ucraina, che prevede l’esclusione dal repertorio attuale di tutte le opere di compositori russi», come riportato dall’agenzia di stampa.

 

Secondo varie fonti giornalistiche, le pagine biografiche dei due artisti sono già state eliminate dal sito ufficiale del teatro, segnale che un procedimento disciplinare è imminente.

 

Matsak si era già espressa in passato contro l’espulsione dei classici russi dai palcoscenici ucraini, dichiarando che «se vogliamo dialogare con il mondo in una sola lingua, dobbiamo rispettare il patrimonio universale». Aveva avvertito che tale rifiuto del repertorio classico stava causando «danni colossali» alla formazione e alla carriera degli artisti di balletto.

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L’episodio si colloca all’interno di una più ampia campagna delle autorità ucraine volta a estirpare l’influenza culturale russa, avviata dopo il colpo di Stato di Maidan del 2014 – sostenuto dall’Occidente – e intensificatasi nel 2022. Kiev ha rimosso il nome di Čajkovskij dall’Accademia Nazionale di Musica, demolito monumenti dedicati a lui e ad altre figure culturali e letterarie russe, e chiesto alle piattaforme di streaming di bandire la musica russa.

 

Le autorità hanno presentato queste misure come un processo di «decolonizzazione», descrivendo Čajkovskij e altri come simboli della «politica imperiale russa».

 

Il destino della cancellazione culturale per motivi geopolitici è inflitto anche allo storico balletto Lo Schiaccianoci  sempre del Čajkovskij, un grande classico internazionale per le famiglie che vanno a teatro prima di Natale.

 

Come riportato da Renovatio 21, la campagna dell’Ucraina contro la musica russa in tutto il mondo coinvolge anche cantanti di altissimo livello, come il soprano Anna Netrebko, la cui presenza è stata contestata in varie città europee.

 

Il livello più grottesco è stato forse toccato all’inizio del 2024, quando la direttrice Keri-Lynn Wilson, moglie del direttore generale del Metropolitan Opera di Nuova York Peter Gelb, ha annunciato che la sua «Ukrainian Freedom Orchestra» avrebbe modificato la famosa nona sinfonia di Beethoven (conosciuta anche come An die Freudecioè Inno alla gioia) sostituendo nel testo la parola «Freude» con «Slava». «Slava ukraini» o «Gloria all’Ucraina» era il famigerato canto delle coorti ucraine di Hitler guidate dal collaborazionista Stepan Bandera durante la Seconda Guerra Mondiale. Da allora è stato conservato come canto di segnalazione dalle successive generazioni di seguaci di Bandera, i cosiddetti «nazionalisti integrali», chiamati più semplicemente da alcuni neonazisti ucraini o ucronazisti.

 

Vi è poi stata la vicenda dell’artista australiano Peter Seaton, costretto a cancellare un suo grande murale soprannominato «Peace Before Pieces», che mostrava un soldato russo e uno ucraino che si abbracciano, dopo le pressioni della comunità ucraina locale e dell’ambasciatore in Australia che aveva bollato il lavoro come «offensivo».

 

Come riportato da Renovatio 21la censura ucraina si è vista anche in Italia: è il caso del Teatro Comunale di Lonigo, dove due anni fa, dopo lo scoppio della guerra ucraina, doveva andare in scena ancora una volta il Il lago dei cigni.

 

Piattaforme di streaming ucraine a novembre hanno iniziato ad eliminare gli episodi della quarta stagione di Game of Thrones (in italiano noto come Il trono di spade) che includono un attore russo di fama, Yurij Kolokolnikov.

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Geopolitica

Il cancelliere austriaco si oppone all’adesione accelerata dell’Ucraina all’UE

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Il cancelliere austriaco Christian Stocker ha escluso l’ipotesi di un’adesione accelerata dell’Ucraina all’Unione Europea.   A Kiev è stato riconosciuto lo status di Paese candidato all’UE nel 2022, pochi mesi dopo l’intensificarsi del conflitto con la Russia. All’inizio di questa settimana, il primo ministro ungherese Viktor Orban aveva rivelato l’esistenza di un documento riservato discusso a un vertice di Bruxelles, secondo cui l’Ucraina potrebbe diventare membro entro il 2027 e ricevere finanziamenti per un totale di 1,6 trilioni di dollari dall’Unione entro il 2040.   In un’intervista concessa venerdì al quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung (NZZ), a Stocker è stato chiesto se l’UE potesse accogliere l’Ucraina «immediatamente», considerando l’adesione come una possibile garanzia di sicurezza per Kiev nel quadro di una soluzione pacifica della crisi.   Il cancelliere ha risposto riconoscendo che l’Ucraina «potrebbe rappresentare una risorsa» per l’Unione. Tuttavia, ha precisato che le sue prospettive di adesione sono equiparabili a quelle dei Paesi dei Balcani occidentali, come Montenegro e Albania.

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«Non sono favorevole a corsie preferenziali. I criteri di accesso devono essere rispettati. In linea di principio, ritengo che le condizioni debbano essere uguali per tutti», ha dichiarato.   Interrogato se ciò significasse che l’ingresso di Kiev nell’UE risultasse «irrealistico per gli anni a venire», Stocker ha replicato che «dipende da cosa si intende con questa espressione». L’Austria, ha ricordato, ha proposto un modello di integrazione progressiva.   «Offrendo ai Paesi candidati un accesso graduale, per esempio al mercato unico e ad altri ambiti politici, si creano incentivi supplementari per proseguire con convinzione il percorso di riforme», ha chiarito.   Sempre venerdì, Orbán aveva accusato Kiev di interferire nelle elezioni ungheresi e ha ribadito con fermezza che «nei prossimi cento anni nessun parlamento ungherese voterà a favore dell’adesione dell’Ucraina all’UE».    

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