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Transessualismo a scuola, l’ascesa della carriera alias non si ferma

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Molte scuole italiane hanno approvato la carriera alias. Molte altre si apprestano a farlo, altre ancora saranno bersaglio di pressioni crescenti e di questo passo cederanno per emulazione. L’ordine è: alias per tutti, reclutamento a tappeto. Ne avevamo parlato in un nostro precedente articolo.

 

Il colpo da maestro di una propaganda ben organizzata consiste nell’enfatizzare fenomeni marginali, del tutto minoritari nel mondo reale, fino a farli diventare artificiosamente questioni di interesse pubblico. Anzi, questioni di vita o di morte in seno a una società frastornata, resa orfana degli strumenti della logica e del pensiero.

 

È così che, a dispetto del senso delle proporzioni – e, prima ancora, del senso primitivo del bene e del male – questi fenomeni prendono corpo proprio grazie alle chiacchiere che vi si sprecano attorno e che risuonano dappertutto, dalle accademie alle sagrestie. Cavalcati con sussiego dal benpensante trasversale, assumono una consistenza che non hanno, poi si propagano per contagio indotto, poi si affermano sulla pubblica piazza come esigenza impellente di un’intera collettività. Pronti al debutto con l’abito formale del «diritto», oggi acquistabile per pochi spiccioli al mercatino delle pulci.

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La transizione di genere è una moda che, a causa dei danni procurati, ha imboccato la via del tramonto nella parte del mondo in cui era stata lanciata, ma è in trionfante ascesa nell’altra parte di mondo, quella che si ostina ad alimentarsi dei rifiuti altrui nonostante la loro manifesta tossicità.

 

La cosiddetta carriera alias è un pezzo importante di quella moda: serve a reclutare adepti, a fidelizzarli all’ambiente alternativo che lavora nel settore da decenni, a incanalarli precocemente lungo la strada senza ritorno delle terapie ormonali e della chirurgia affermativa. Per questo si sta espandendo nelle scuole come una macchia d’olio. Conta sulla fragilità dei più giovani, psico-fisicamente disintegrati e lasciati a fluttuare nel nulla cosmico apparecchiato per loro; conta sulla cedevolezza degli adulti in totale disarmo cognitivo; conta sulla ignavia delle istituzioni incapaci di comprendere il senso del diritto perché, forse, ormai il diritto ha perduto il suo senso per tramutarsi definitivamente in un’arma contundente a servizio del potere di turno.

 

Gli ideatori della carriera sono i legali della Rete Lenford, impegnati nella promozione dei diritti LGBTQ+. Tra i loro obiettivi dichiarati, quello di «…provocare un cambiamento delle norme giuridiche in senso più avanzato e quindi una trasformazione sociale verso l’inclusione e la non discriminazione». Cioè, più che operare secondo diritto dentro la cornice dell’ordinamento positivo, vogliono esercitare attività di pressione per forzarne l’assetto. Ce lo dicono, non ne fanno mistero, è la missione a cui si sono votati.

 

Il modello di regolamento di carriera alias proposto dalla Rete per le scuole prevede che qualsiasi alunno sostenga, in un dato momento, di non sentirsi a proprio agio nel «sesso assegnato alla nascita» possa comunicare al dirigente di voler assumere entro il contesto scolastico una identità elettiva, ovvero pretendere di essere chiamato da tutti, e indicato nei documenti interni, con un nome diverso dal proprio. Giovanni potrà diventare Serena, Lucia potrà diventare Ernesto, e preside, docenti, compagni, bidelli, segretari, saranno tenuti ad assecondare la sua volontà sovrana.

 

Sopra i quattordici anni – sempre secondo il modello proposto dalla Rete – non sarà neppure necessario che i genitori siano messi al corrente della scelta del figlio, che indosserà a scuola una identità parallela come una volta si indossava il grembiule, e si appresterà in autonomia a inaugurare una nuova vita. Non sarà lasciato solo nel suo viaggio, ovviamente: persone premurose si prenderanno cura di lui e lo sosterranno nella carriera intrapresa, destinata a proseguire verso la modificazione dei connotati fisici in via farmacologica e chirurgica.

 

Vale la pena di mettere in fila alcuni fatti e alcune osservazioni per cercare di fare luce su un fenomeno di costume che in Italia si fa strada incontrastato sulle ali della mistificazione. Le sue implicazioni sono tante, e sono enormi.

 

Come si diceva, i paesi anglosassoni che a quel costume avevano dato i natali hanno ingranato una risoluta marcia indietro.

 

Dopo la recente chiusura della clinica Tavistock di Londra, il più grande centro al mondo nel trattamento della disforia di genere sui minori attivo dal 1989, il National Health Service ha comunicato che in Gran Bretagna non potranno più essere somministrati bloccanti della pubertà (puberty blocker) ai minorenni.

 

La spallata finale al gigantesco business sanitario legato alle transizioni precoci, già scricchiolante, l’hanno data i messaggi trapelati da una chat interna del WPATH (World Professional Association for Transgender Health), considerato la principale autorità scientifica globale sulla «medicina di genere», i cui standard di cura «hanno plasmato le linee guida, le politiche e le pratiche di governi, associazioni mediche, sistemi sanitari pubblici e cliniche private in tutto il mondo, OMS compresa». OMS compresa. Ne scrive Marina Ferragni qui e qui e si invita caldamente il lettore a non trascurare la lettura di questi due articoli fondamentali e sconvolgenti: trattasi di un dovere morale.

 

Dalle conversazioni degli spregiudicati membri della chat del WPATH (chirurghi, medici, terapisti vari) risulta chiaramente come i trattamenti farmacologici e chirurgici inflitti ai minori consistessero in pratiche improvvisate, dalle conseguenze imprevedibili e di sicuro incomprese nella loro vera entità dai giovani pazienti, alcuni dei quali affetti da conclamati ritardi mentali o patologie psichiatriche.

 

Vi si trovano descrizioni raccapriccianti delle cruente tecniche di mutilazione (cosiddetta chirurgia correttiva: falloplastiche e vaginoplastiche) sperimentate per manomettere irreversibilmente i loro organi sessuali; condite con cinici commenti degli esecutori di quegli esperimenti, concordi nell’auspicare un approccio il più possibile precoce ai protocolli perché, si sa, prima si interviene meglio è.

 

Tanto orrore non poteva evidentemente perpetuarsi indisturbato, ed è venuto a galla travolgendo un apparato tentacolare che si credeva intoccabile, blindato dentro un gomitolo di interessi multimiliardari.

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Da noi però, nel frattempo, la sfolgorante carriera della carriera alias va avanti tra gli applausi automatici di spettatori inebetiti e l’ignavia di una massa irretita dalla prepotenza di una minoranza urlante, e molto ben addestrata. Si registrano qua e là sparuti sussurri di perplessità; nelle alte sedi istituzionali, sì e no un paio di gridolini di sdegno emessi ad pompam a favor di telecamera, giusto per compiacere un elettorato dolosamente cornuto e dolosamente mazziato.

 

Ora, non si dica che, investendo un profilo meramente onomastico, la carriera alias nulla ha a che fare con operazioni psicologicamente e fisicamente più invasive. Non è vero. La carriera si pone in un continuum programmatico con la transizione ormonale e chirurgica. La sua funzione è proprio quella di fare da anticamera alle tappe successive, e risolutive, del «cambio di sesso», di cui il cambio di nome costituisce tecnicamente una anticipazione, favorendo la cosiddetta transizione sociale.

 

Che questa sia la funzione specifica della carriera lo dicono in modalità ancor più esplicita i documenti amministrativi che si sforzano di disciplinarla, supplendo al silenzio della legge. Per esempio, c’è un contratto collettivo di lavoro del comparto Istruzione e Ricerca e ci sono delle linee guida del Ministero della Difesa che ancorano la carriera alias al procedimento di transizione di genere definendola apertis verbis una «anticipazione» del provvedimento che la stabilirà in via definitiva: «l’identità alias costituisce un’anticipazione dei provvedimenti che si renderanno necessari al termine del procedimento di transizione di genere, quando il soggetto sarà in possesso di nuovi documenti di identità personale a seguito di sentenza del Tribunale, passata in giudicato, che ne rettifichi l’attribuzione di sesso e il nome attribuito alla nascita».

 

Il collegamento tra carriera e rettificazione di sesso è dunque qualcosa di espressamente riconosciuto e non solo intuitivamente ipotizzabile.

 

Ma la disciplina elaborata da parte di alcune amministrazioni non può che rendere ancora più eclatante l’azzardo che risiede nel consentire alla popolazione scolastica, e in particolare a scolari minori di età, l’accesso incondizionato alla carriera alias tramite una mera, estemporanea dichiarazione di volontà e a prescindere da ogni ulteriore presupposto di fatto e di diritto.

 

Molti istituti, infatti, hanno approvato de plano il regolamento della carriera nella sua versione più ampia, proposta dalla Rete Lenford. Ciò dà luogo a un duplice abuso: viene calpestato il primato educativo della famiglia, nel caso questa non sia coinvolta in via prioritaria; assecondando acriticamente un momentaneo desiderio in assenza di alcun appiglio oggettivo, viene omesso a priori il perseguimento del miglior interesse del minore e vengono gettate arbitrariamente le premesse di un suo radicamento identitario non armonizzato al sesso di appartenenza.

 

Vale a dire: uno si dichiara in crisi di identità prima ancora di aver completato la fase dello sviluppo, quando cioè, di fatto, non ha ancora vissuto nel corpo che si appresta a rifiutare, e la scuola, anziché fare la sua parte per favorire la rimozione delle cause della crisi e un’intima riconciliazione con se stesso, si presta a incoraggiare un soggetto sano a intraprendere un iter di medicalizzazione perenne.

 

Va però chiarito come non si debba nemmeno pensare che qualche ritocco cosmetico al regolamento standard sia capace di sanare l’illegittimità insita nella sua adozione. Inventarsi una formulazione meno spinta di quella suggerita dalla Rete – per esempio richiedendo il consenso dei genitori, o una documentazione da cui risulti il pregresso avvio di un parallelo percorso medico o psicologico – non significa muoversi nel rispetto della legge.

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La possibilità stessa di assumere un’identità alias rappresenta infatti un indebito superamento delle norme anagrafiche e, prima ancora, delle norme che disciplinano il diritto personalissimo al nome: è una deroga circoscritta entro un perimetro stabilito, ma pur sempre una deroga, che genera una sorta di bizzarro regime di extraterritorialità. Lo esprimono bene le già citate linee guida del Ministero della Difesa, laddove contemplano «la possibilità di assumere in via interinale «un’identità alias», utilizzando un prenome (articolo 6, comma 2, del codice civile) differente da quello risultante dall’anagrafica del Ministero della Difesa, per le attività interne all’Amministrazione, in attesa che il percorso della rettificazione di attribuzione anagrafica di sesso, di cui alla legge n. 164 del 1982, porti al rilascio di una documentazione definitiva».

 

Citando l’articolo 6 del codice civile, che disciplina il «diritto al nome» – e stabilisce che: 1. «ogni persona ha diritto al nome che le è per legge attribuito»; 2. «nel nome si comprendono il prenome e il cognome»; 3. «non sono ammessi cambiamenti, aggiunte o rettifiche al nome se non nei casi e con le formalità dalla legge indicati», ovvero attraverso sentenza del giudice competente) – insieme alla legge 164/82 che disciplina la rettificazione di sesso, l’amministrazione ammette di derogare, in parte qua, alle stesse – oltre che all’articolo 35 dell’Ordinamento dello stato civile (dpr 396/2000), che esordisce: «il nome imposto al bambino deve corrispondere al sesso…».

 

Dal combinato disposto di queste norme discende infatti che il nome di una persona possa subire modifiche soltanto a seguito di una sentenza ad hoc. E invece con la carriera alias non si fa altro che stabilire arbitrariamente una anticipazione di quella sentenza, sostituendosi di fatto al legislatore, che nulla ha previsto al riguardo: nessuna fonte di rango legislativo ammette infatti una simile anticipazione.

 

Né vale invocare che la ratio della anticipazione insita nella carriera alias è quella, nobile e inoffensiva, «di promuovere il riconoscimento dei diritti della persona in transizione di genere…al fine di eliminare situazioni di disagio e forme di discriminazioni legate al sesso, all’orientamento sessuale e all’identità di genere».

 

Perché dalla carriera alias, a fronte dei «diritti» in capo al soggetto in transito, scaturiscono correlativi «doveri» per una serie di altri incolpevoli soggetti, ai quali è imposto di subire le ricadute di una decisione unilaterale; in altre parole, la manifestazione di volontà di un soggetto, sganciata da alcun dato oggettivo (e anzi, in contrasto con il dato biologico dei propri caratteri sessuali) genererebbe effetti vincolanti per l’intera comunità di riferimento, chiamata a subirli passivamente.

 

In ambito scolastico, ciò significa per esempio, per gli altri studenti, dover condividere una stanza in gita scolastica, o bagni, o spogliatoi, con un compagno che si afferma di sesso diverso da quello effettivo. E comunque significa, per tutti quanti, assorbire dalla stessa istituzione, che incarna l’autorità, una alterata percezione della realtà, dei suoi equilibri e dei suoi paradigmi essenziali.

 

La carriera alias costituisce quindi una conclamata violazione del principio di legalità della azione amministrativa: adottandola, la pubblica amministrazione si intesta abusivamente un potere legislativo che per definizione non le appartiene.

 

Una violazione, questa, tanto più grave in quanto investe la sfera di diritti personalissimi e, nel caso delle scuole, interferisce con la tutela potenziata che spetta a soggetti incapaci di agire in ragione della loro minore età, e coinvolge soggetti, quali preside e docenti, che nell’esercizio delle rispettive funzioni rivestono il ruolo di pubblici ufficiali.

 

Infine, vale la pena aggiungere che una condotta antigiuridica non perde la propria antigiuridicità in ragione della sua diffusione: la circostanza che tante scuole abbiano già allegramente deliberato la loro carriera senza farsi troppi problemi non elimina la responsabilità di chi si mette in coda e le copia, perché pare brutto rimanere indietro. Semmai, l’emulazione acritica aggrava l’ignominia.

 

Il fatto è che, nella giostra dei diritti di tutti e della discriminazione di nessuno, si è pericolosamente diffusa la convinzione che un qualsiasi desiderio, più o meno transitorio, sia idoneo a far sorgere situazioni giuridicamente rilevanti, attive e passive, con ricadute sulla altrui sfera di libertà. Con tanti saluti al senso del diritto, alla gerarchia delle fonti, al principio di legalità, che non abitano più in questo disgraziato Paese.

 

In attesa che, se Tonina afferma di sentirsi preparata in geografia acquisti il diritto al nove sul registro; o se Gigetto sostiene di essere un ballerino provetto, abbia il diritto di essere scritturato alla Scala.

 

Con la benedizione della scuola, del ministero dell’istruzione e del merito, della società tutta.

 

Elisabetta Frezza

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Articolo previamente apparso su Ricognizioni.

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Mons. Eleganti: gli omosessuali nella gerarchia continuano a «sbatterci in faccia i colori dell’arcobaleno»

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Renovatio 21 traduce e pubblica questo testo del vescovo svizzero Marian Eleganti, già vescovo ausiliare di Coira, apparso su LifeSiteNews. Note per le sue posizioni contrarie alla deriva della chiesa moderna, monsignor Eleganti è purtroppo contrario alle prossime ordinazioni della FSSPX, alla quale il suo mentore, monsignor Huonder, aveva negli ultimi anni della sua vita aderito.   Ciò che proviene da Roma – intendo il laboratorio del cosiddetto «processo sinodale» proclamato dalla Chiesa universale – è pura saggezza umana. Evidentemente, i protagonisti non hanno di meglio da fare che impartire ripetutamente direttive alle chiese locali su come il processo sinodale – un’impresa nata morta fin dall’inizio – debba essere gestito e mantenuto in funzione. Credono di poter canalizzare lo Spirito Santo e che Egli troverà la sua via per raggiungere i fedeli attraverso i canali che hanno predisposto. Il risultato è la burocratizzazione di un rinnovamento e di una missione auspicati.   Il popolo di Dio, nella sua accezione più ampia e semplice, rimane in disparte. Sono gli attori a tempo pieno di questa chiesa disfunzionale, guidata da comitati, a essere occupati, a caro prezzo, dei meccanismi di controllo e dei documenti sinodali commissionati. Tutto ciò che ne deriva sono documenti da rileggere più e più volte, risultati di studi eterodossi e comitati di nuova creazione (che si aggiungono ai molti già esistenti).   Eppure basterebbe che ogni cattolico fosse veramente ciò che il nome implica: il sale della terra. Lo Spirito Santo opererebbe attraverso di loro. Ma all’opera ci sono i «cattolici di professione» che si prendono una pausa dall’essere cattolici nel loro tempo libero. Molti di loro non frequentano nemmeno regolarmente la Messa domenicale. Ma ovviamente sanno come la Chiesa deve essere rinnovata; si può quindi leggere a riguardo – idee abilmente concepite.   Questo vale anche per gli artefici di questo processo sinodale a Roma. Ormai è chiaro a cosa miri: una ristrutturazione delle posizioni dottrinali consolidate e incrollabili della Chiesa in materia di divorzio e «nuovo matrimonio», omosessualità (l’intera agenda queer), la democratizzazione sinodale della leadership ecclesiastica, nuovi ruoli per le donne e progressi ecumenici e interreligiosi a scapito della propria identità cattolica. Bisogna, in effetti, andare alla ricerca di questa identità.

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La tanto decantata inclusione riguarda principalmente la normalizzazione dell’omosessualità all’interno della Chiesa e non è altro che una revisione della sua dottrina su questioni rimaste invariate per 60 anni. Tanto clamore per un programma fin troppo evidente. A quanto pare, abbiamo già abbastanza omosessuali nel clero e nella gerarchia ecclesiastica che, con la stessa insistenza e instancabile tenacia del resto della società, ci sbattono in faccia i colori dell’arcobaleno a ogni occasione, convinti di essere più vicini che mai al loro obiettivo.   Ma il fatto che i documenti del Concilio Vaticano II non siano più validi è davvero sorprendente. Il Concilio parlava ancora di una differenza fondamentale tra il sacerdozio ordinato e i laici non ordinati; parlava dell’unità di ordinazione e di giurisdizione/guida, di un Popolo di Dio gerarchicamente ordinato. Tutto è ormai acqua passata! Oggi, questa unità di ordinazione e di guida (giurisdizione) auspicata dal Concilio viene distrutta non solo dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X (con i suoi vescovi ausiliari privi di giurisdizione), ma anche da coloro che a Roma e tra noi nominano laici a capo o prefetti di dicasteri, con i vescovi come assistenti subordinati o co-capi, qui, a capo di parrocchie e di unità pastorali e di parrocchie con i cosiddetti sacerdoti «collaboratori» come loro subordinati.   Ma stanno cantando vittoria troppo presto, senza tenere conto del tanto citato Spirito Santo. Egli percorre strade completamente diverse. Basti pensare ai tanti giovani che si candidano al battesimo: un fenomeno in crescita, ma non frutto del processo sinodale.   La Chiesa farebbe meglio a concentrare la sua attenzione sulla questione liturgica se non vuole assistere impotente alla deriva della propria nave, che continua a scivolare lungo il fiume. È proprio questo che auspico per questo processo sinodale, dal quale non mi aspetto nulla. Finora, infatti, non ha prodotto altro che un’incessante frenesia, un eccesso di parole e direttive, ma nessuna vita soprannaturale nei cuori dei fedeli. Questa vita verrebbe da una vera conversione, dal versamento del proprio sangue. I processi, al contrario, sono pure creazioni intellettuali; non entrano nel sangue, almeno non nel mio. Probabilmente non sono il solo a pensarla così.   Diventerà evidente che questo tentativo di rinnovare la Chiesa e riformattarla secondo i propri interessi – si pensi al tanto decantato cambio di paradigma dalla Chiesa apostolica a quella sinodale – è destinato al fallimento. Peggio ancora, già oggi rappresenta un acceleratore di forze centrifughe e nuove minacce di scisma, sia interne che esterne!   Forse dovremmo rimettere l’altare al centro della Chiesa. Forse tutti nella Chiesa dovrebbero considerare che senza il sacerdote non c’è Santa Messa, e senza Santa Messa non c’è Chiesa. Una Chiesa senza sacerdote – un sogno per alcuni di noi, coloro che marginalizzano o soppiantano il sacerdote e credono che sia giunta l’ora dei laici – è destinata a scomparire.   Molti giovani sono dunque attratti dalla vecchia liturgia [la Messa tradizionale in latino]. Ma essa è silenziosa (soprattutto nel momento culminante). Nella Chiesa post-conciliare, invece, si parla continuamente, sia liturgicamente che sinodalmente. C’è quasi una necessità di farlo, perché il mistero davanti al quale ci si inginocchia per ricevere da Cristo tutto ciò che dà la vera vita è andato perduto.   Dobbiamo tornare indietro, rivolgerci a Lui e guardare a Lui. I sacerdoti, invece, guardano verso la congregazione, che si definisce secondo categorie secondarie e poi celebra la liturgia come soggetto di quelle liturgie categoriali. Il sacerdote è semplicemente il presidente dell’assemblea. CRISTO, l’attrazione principale (letteralmente e figurativamente!) di ogni celebrazione, sfugge al loro sguardo. Persino il Papa lo mette da parte nelle Messe papali, che diventano soprattutto un incontro con lui, il papa (una «superstar»?), non con CRISTO. Dovremmo riflettere su tutto questo – non necessariamente parlarne, ma cambiarlo, ognuno per sé!   + Marian Eleganti vescovo  

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«L’omosessualità è un disturbo mentale»: psichiatra ad un congresso medico

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Una psichiatra russo di spicco ha definito l’omosessualità e l’identità transgender come disturbi mentali durante un importante congresso medico tenutosi in Russia.

 

Intervenendo al 18° Congresso degli Psichiatri della Russia la scorsa settimana, Olga Bukhanovskaya, primario del Centro Scientifico Medico e Riabilitativo Phoenix di Rostov sul Don, ha introdotto il concetto di «disturbo dello spettro transgender».

 

«Se oggi si usa la bella espressione “disturbo dello spettro autistico”, allora possiamo dire ‘disturbo dello spettro transgender’ e tutte queste malattie mentali rientrano in questa categoria», ha affermato Bukhanovskaya.

 

La categoria proposta include cinque condizioni distinte: «omosessualità», «travestitismo feticistico», termine che indica il travestitismo associato all’eccitazione sessuale, «disturbi di personalità», «disturbo schizotipico» e «schizofrenia con effeminatezza periodica», che si riferisce a comportamenti o tratti femminili intermittenti negli uomini.

 

Bukhanovskaya, figlia del defunto psichiatra Aleksander Bukhanovsky, che aveva elaborato il profilo psicologico del famigerato serial killer ucraino Andrey Chikatilo, ha inoltre descritto la Russia come alle prese con un’«epidemia transgender» alimentata dalla propaganda e dai finanziamenti stranieri.

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La psichiatra accusato quella che ha definito una «quinta colonna della medicina» di promuovere i diritti delle persone transgender, sostenendo che medici, psicologi e docenti «favorevoli alle persone trans e LGBT» stessero indottrinando i pazienti e l’intera comunità medica.

 

Nel 1990 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rimosso l’omosessualità dalla lista dei disturbi mentali. Secondo la Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD-11) dell’OMS, il manuale diagnostico globale utilizzato da medici e sistemi sanitari in tutto il mondo, anche il transessualismo è stato tolto dalla categoria delle malattie mentali quando gli standard aggiornati sono entrati in vigore nel 2022.

 

Mosca ha sospeso la transizione prevista all’ICD-11 nel 2024, affermando che alcune disposizioni erano in conflitto con i valori tradizionali del Paese.

 

Nel 2023, dopo l’adozione da parte della Russia di una legge che vietava gli «interventi medici finalizzati al cambio di sesso», la Società Russa di Psichiatria ha elaborato delle linee guida cliniche sui «disturbi dell’identità di genere». Il documento riconosceva che le persone transgender non potevano essere «curate» e raccomandava invece un supporto psicoterapeutico.

 

Negli ultimi anni, la Russia ha adottato misure per promuovere i valori tradizionali e ha vietato la «propaganda LGBT», definendo il movimento internazionale «estremista». Funzionari russi, tra cui il ministro degli Esteri Sergey Lavrov, hanno sostenuto che le agende LGBTQ promosse dall’Occidente mirano a «erodere, cancellare e soggiogare» i valori e le identità di altri paesi.

 

Il presidente russo Vladimir Putin ha ripetutamente affermato che le relazioni non tradizionali tra adulti rimangono una questione privata, pur sottolineando che la loro promozione, soprattutto tra i minori, è vietata.

 

Nel manuale diagnostico DSM-II (1968) era classificata come «deviazione sessuale». Il 15 dicembre 1973 l’American Psychiatric Association (APA) votò la rimozione della diagnosi di omosessualità dal manuale, su pressione di attivisti omosessualisti e nuovi studi scientifici che asserivano si tratti di una naturale variante della sessualità umana.

 

Tuttavia, per compromesso, rimase temporaneamente la categoria «disturbo dell’orientamento sessuale» (poi «omosessualità egodistonica»), eliminata definitivamente solo nel 1987 dal DSM-III-R. L’OMS la cancellò dall’ICD nel 1990.

 

Questa depatologizzazione, parte della classica finestra di Overtone, ha segnato un cambio epocale, influenzato da ricerca, diritti civili e attivismo gay che ha cambiato radicalmente la società arrivando alla legalizzazione del matrimonio omofilo.

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Dopo la rimozione dall’APA nel 1973, la Società Italiana di Psichiatria si è gradualmente allineata. Tuttavia, la svolta ufficiale e definitiva è arrivata con l’OMS nel 1990 (17 maggio), quando l’omosessualità è stata cancellata dalla Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD-10). Da quel momento non è più considerata una patologia nella pratica psichiatrica italiana.

 

Oggi la SIP (Società Italiana di Psichiatria) afferma chiaramente che l’omosessualità non è una malattia né un disturbo mentale.

 

Secondo alcuni un processo simili di depatologizzazione sarebbe stato impreso per la pedofilia, ma a differenza dell’omosessualità, rimossa dal DSM nel 1973, essa non è stata ancora depatologizzata. Nel DSM-5 (2013) resta classificata come Disturbo Pedofilico all’interno dei Disturbi Parafilici. L’APA ha introdotto una distinzione tra parafilia (l’attrazione persistente verso bambini prepuberi) e disturbo parafiliaco (quando causa distress o azioni dannose).

 

Durante la stesura del DSM-5 emersero forti polemiche. Furono proposte controverse, tra cui l’inserimento dell’hebephilia, e comparve temporaneamente la definizione di pedofilia come “orientamento sessuale”, poi corretta dall’APA dopo critiche durissime. Gruppi di attivisti hanno spinto per de-stigmatizzare i pedofili che non commettono crimini, sostenendo di trattare solo il disagio e non l’attrazione stessa.

 

Ciò ha generato reazioni pubbliche molto forti, con accuse di tentata normalizzazione. L’APA ha ribadito chiaramente che l’attrazione pedofila resta un disturbo mentale e che agire su di essa è un crimine grave. Nel DSM-5 e nell’ICD-11 la pedofilia rimane patologica. Le polemiche continuano tra chi chiede maggiore attenzione alla prevenzione e chi teme derive relativiste simili a quelle avvenute con l’omosessualità.

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I vescovi elvetici «respingono fermamente» le terapie di conversione per omosessuali e transessuali

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La Conferenza Episcopale Svizzera (SBK) ha annunciato martedì di essere «fortemente» contraria alle misure di conversione che cercano di allineare l’orientamento sessuale o l’«identità di genere» di una persona al sesso assegnatole da Dio. Lo riporta LifeSite.   I vescovi svizzeri hanno diffuso una dichiarazione a sostegno della proposta di legge presentata al Parlamento svizzero, che vieta le pratiche di conversione per bambini e giovani adulti. Come spiega il disegno di legge, le pratiche di conversione, note anche come «terapia di conversione» o «guarigione omosessuale», mirano a «ripolarizzare» la predisposizione omosessuale di una persona trasformandola in eterosessuale o a modificare l’identità di genere delle persone interessate.   «La Congregazione per la Dottrina della Fede (SBK) respinge fermamente le pratiche di conversione», hanno dichiarato i vescovi nella loro nota di martedì. «Esse non sono compatibili con un mandato pastorale basato sull’accoglienza, la veridicità e la protezione della persona. In ambito religioso, tali pratiche possono configurarsi come abuso spirituale quando le persone vengono umiliate, minacciate o manipolate in nome di Dio».   «Le pratiche volte a modificare o sopprimere l’orientamento sessuale, l’identità di genere o l’espressione di genere contraddicono la dignità della persona in quanto immagine di Dio e possono causare danni significativi», ha affermato la SBK.

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I vescovi svizzeri suggeriscono quindi che l’orientamento omosessuale e le identità «transgender» non siano intrinsecamente disordinate, ma addirittura positive, in contraddizione con la dottrina cattolica, che dichiara che l’inclinazione omosessuale è «oggettivamente disordinata».   La dichiarazione dei vescovi svizzeri potrebbe addirittura suggerire che l’orientamento omosessuale e le confuse «identità di genere» siano preferibili all’orientamento e all’identità sessuale naturali. Se omosessualità ed eterosessualità fossero semplicemente alternative moralmente uguali e neutre, non ci sarebbe motivo di opporsi alla libera scelta di qualcuno di ricercare una di queste alternative.   Va tenuto presente che sia le relazioni omosessuali che gli interventi di transizione di genere infliggono violenza fisica, ad esempio tramite mutilazioni chirurgiche. La terapia di conversione, al contrario, oltre ad essere liberamente scelta, consiste principalmente in un percorso di consulenza per superare sentimenti omosessuali indesiderati o per accettare il proprio sesso biologico, la cui efficacia è supportata da studi e testimonianze di coloro che ne hanno beneficiato.   I vescovi svizzeri si dimostrano quindi logicamente incoerenti, oltre a contraddire radicalmente l’insegnamento cattolico. Il disegno di legge svizzero stesso è esplicitamente aperto a «misure medicalmente indicate per il riallineamento di genere», dimostrando un doppio standard a favore di interventi che si oppongono al sesso naturale di una persona.   Se approvata, la legge vieterebbe ai minori e ai giovani adulti «tutte le misure volte a modificare (“cambiamento di polarità”) o a sopprimere l’orientamento sessuale, l’identità di genere o l’espressione di genere (SOGIE)».   La giustificazione addotta dal Parlamento svizzero per il divieto di conversione per i minori è che «considera l’omosessualità e la transessualità come ‘malattie’» e che, a suo dire, «possono dimostrare di causare grandi sofferenze, danni psicologici fino al suicidio per le persone colpite e non hanno alcun beneficio terapeutico».   Gli oppositori della terapia di «conversione» o «riparativa» spesso sollevano obiezioni invocando pratiche marginali e ormai obsolete, come l’elettroshock e altre forme di interventi fisicamente dannosi che oggi non vengono più praticati. Secondo studi gli omosessuali e le persone con disforia di genere presentano livelli basali significativamente più elevati di problemi psicologici, tra cui depressione e ansia, che potrebbero falsare i risultati di qualsiasi intervento a cui partecipano.   Malta, Germania, Francia e Grecia hanno già introdotto divieti nazionali sulle terapie di conversione, e progetti di legge simili sono in fase di preparazione in Belgio, Irlanda, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Spagna.   Negli Stati Uniti, mentre più di 20 stati hanno emanato leggi che vietano le terapie di conversione, la sentenza della Corte Suprema del marzo 2026 nel caso Chiles contro Salazar si è pronunciata contro il divieto del Colorado, citando violazioni dei diritti sanciti dal Primo Emendamento. La decisione potrebbe avere ripercussioni sull’applicazione dei divieti sulle terapie di conversione negli altri stati.

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In Italia non esiste una legge specifica che vieti le terapie di conversione, tuttavia oltre 2.200 psicologi e psichiatri italiani hanno sottoscritto negli anni dichiarazioni di condanna. Gli ordini professionali sanzionano i membri che applicano tali pratiche basandosi sull’obbligo di tutela della salute del paziente, che a dir loro sarebbe quindi minacciata dalla terapia.   A fine aprile 2026, l’Europarlamento ha approvato a larga maggioranza la richiesta di vietare le terapie di conversione in tutti gli Stati membri. A maggio 2026, la Commissione Europea ha pubblicato una raccomandazione ufficiale invitando gli Stati membri (tra cui l’Italia) ad adottare leggi nazionali di divieto. Tuttavia, trattandosi di una raccomandazione, l’atto non è vincolante.   Le pressioni derivano anche dall’Iniziativa dei cittadini europei (ICE) «Vietare le pratiche di conversione nell’Unione Europea», che ha raccolto oltre un milione di firme complessive, di cui circa 62.000 in Italia.  

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