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Epidemie

Test sierologici, immunità e false speranze

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La tanto sognata «Fase 2» — lo sappiamo — è un disastro da ogni punto di vista. L’ultimo DPCM, decretando in maniera del tutto incostituzionale che alcuni esercizi potranno riaprire — forse — soltanto a giugno, è riuscito a scontentare tutti, condannando al fallimento  pressoché certo migliaia e migliaia di attività – e quindi  alla rovina di migliaia e migliaia famiglie,.

 

D’altronde non ci si poteva aspettare di meglio da chi ha deciso di affidare la ripartenza del Paese ai Colao e agli Arcuri, i quali per cercare di capire il tasso di immunità nazionale hanno puntato tutto sul tracciamento delle persone attraverso una app e sui test sierologici 

 

Per meglio comprendere a che punto siamo arrivati, vorrei soffermarmi un attimo, come già fatto in passato, sui tanto dibattuti test sierologici,.

I test rapidi basati sull’identificazione di anticorpi IgM e IgG, anticorpi indispensabili per capire se si è entrati in contatto con il nCoV, non possono in alcun modo sostituire il test molecolare basato sull’identificazione di RNA virale dai tamponi nasofaringei

 

Partiamo fugando ogni dubbio: i test sierologici sono analisi del sangue, tramite prelievo al braccio o una goccia di sangue dal polpastrello (stesso procedimento utilizzato per lo stick glicemico), in grado di determinare se una persona è entrata in contatto con SARS-CoV-2. 

 

Precisiamo, quindi, che non si tratta affatto di test diagnostici in grado di dimostrare se la persona è affetta da COVID-19. Allo stato attuale dell’evoluzione tecnologica, i test rapidi basati sull’identificazione di anticorpi IgM e IgG, anticorpi indispensabili per capire se si è entrati in contatto con il nCoV, non possono in alcun modo sostituire il test molecolare basato sull’identificazione di RNA virale dai tamponi nasofaringei, secondo gli stessi protocolli indicati dall’OMS — dove viene peraltro specificato che per il loro uso nell’attività diagnostica d’infezione in atto da SARS-CoV-2 siano indispensabili ulteriori evidenze sia per dimostrare loro performance, sia per dimostrare la loro utilità operativa. 

 

La realtà è che sul tema dell’immunità nessuno ci ha realmente capito nulla ma tutti continuano a parlarne a caso. A parte il Dott. Andrea Crisanti, che ha almeno avuto l’umiltà di ammettere che non esiste ancora alcuna comprovata evidenza scientifica per quanto concerne il tasso dei livelli anticorpali, risultando precoce e persino inutile parlare, ad oggi, di immunità e di vaccino.

 

La realtà è che sul tema dell’immunità nessuno ci ha realmente capito nulla ma tutti continuano a parlarne a caso. A parte il Dott. Andrea Crisanti, che ha almeno avuto l’umiltà di ammettere che non esiste ancora alcuna comprovata evidenza scientifica per quanto concerne il tasso dei livelli anticorpali

Facendo altresì riferimento ad una circolare del Ministero della Salute, anche la stessa Regione Emilia-Romagna, in prima linea per sottoporre tutti gli operatori sanitari ai test sierologici, in una comunicazione di qualche giorno fa ha ammesso che «al momento attuale le conoscenze in merito alla risposta immunitaria da infezione da virus SARS- CoV-2 non sono consolidate».

 

Nonostante questo, abbiamo assistito nelle scorse ore al lancio di coriandoli da parte dei tanti scienziati da salotto per l’arrivo dello studio cinese condotto da alcuni ricercatori dalla Chongqing Medical University e pubblicato su Nature Medicine, il quale confermerebbe che a 19 giorni dai sintomi il 100% dei pazienti esaminati (285) avevano sviluppato le IgG contro Sars-CoV-2. Epperò con livelli diversi.

 

Roberto Burioni, twittando la lieta notizia che potrebbe fungere da incoraggiamento per l’individuazione di un vaccino (musica per le orecchie dei siringaioli che albergano i «comitati scientifici»), inciampa proprio sul tema delle quantità variabili di produzione di anticorpi:

 

«Seppure in quantità variabili i pazienti guariti da Covid-19 producono anticorpi contro il virus. Questo è bene perché rende affidabile la diagnosi sierologica e, se gli anticorpi fossero proteggenti, promette bene per l’immunità».

 

Questo significa ingannare le aspettative, perché il problema non è lo sviluppo di anticorpi, ma quanti se ne sviluppano e quanto la loro efficacia sia attualmente affidabile. 

 

Il problema non è lo sviluppo di anticorpi, ma quanti se ne sviluppano e quanto la loro efficacia sia attualmente affidabile

A contrastare poi l’ottimismo per un solo studio, vi sono le analisi condotte dalla Fudan University su 175 pazienti dimessi dall’ospedale di Shanghai e ritenuti guariti dall’infezione. 

 

Secondo quanto affermato da questi altri ricercatori cinesi, in circa un terzo dei soggetti la resistenza al coronavirus risulterebbe molto scarsa, mentre in altri pazienti addirittura non vi sarebbe alcuna traccia di immunizzazione.

 

Questo significherebbe che tra quei guariti ci possono essere soggetti capaci di infettarsi per una seconda volta. I ricercatori ammettevano la preoccupazione soprattutto per lo scarso sviluppo di anticorpi registrato nei giovani che hanno manifestato sintomi lievi: i titoli anticorpali più bassi sono stati rilevati nella fascia di età fra i 15 e i 39 anni, mentre quelli più alti in quella 60-85. 

 

Ricerca dell’Università di Fudan: in circa un terzo dei soggetti la resistenza al coronavirus risulterebbe molto scarsa, mentre in altri pazienti addirittura non vi sarebbe alcuna traccia di immunizzazione

Questo significherebbe avere in ogni caso una finestra larghissima di popolazione presumibilmente priva della copertura da qualsivoglia immunità.

 

Nel mentre però l’azienda farmaceutica americana Abbott, che ha appena vinto il bando indetto dal governo per la fornitura dei test sierologici nel nostro Paese, ha in programma di fornire gratis un primo lotto di 150.000 kit disponibile dal 4 maggio e promettendo l’arrivo di 4 milioni di test entro la fine del prossimo mese.

 

Il nuovo test, secondo quanto garantisce l’azienda farmaceutica americana, avrebbe dimostrato specificità e sensibilità superiori al 99% 14 giorni o più dopo l’insorgenza dei sintomi.

 

Allo stesso tempo la Abbott ha voluto precisare che «l’affidabilità di questi test non è mai al 100% (ossia che non generino mai falsi negativi né falsi positivi) e soprattutto che non c’è alcuna certezza scientifica che le persone che siano venute in contatto con il nuovo coronavirus abbiano poi sviluppato gli anticorpi».

Questo significherebbe che tra quei guariti ci possono essere soggetti capaci di infettarsi per una seconda volta

 

Se è vero che la sensibilità superiore al 90% voluta dal nostro governo di geniacci sembrerebbe essere stata ampiamente raggiunta dai test della Abbott, si deve però sempre tenere presente che un responso negativo potrebbe venire da un soggetto che solo recentemente si è contagiato — è il cosiddetto «effetto finestra negativa» — e che per ovvie ragioni non ha ancora sviluppato anticorpi, motivo per il quale, come già detto, se i suddetti test non saranno affiancati a tamponi di massa serviranno probabilmente a poco, nonostante l’ipotetico alto grado di sensibilità di quelli messi a disposizione dai vincitori del bando.

 

Le immunoglobuline, cioè i famosi IgM, iniziano solitamente a comparire nel sangue dopo sette giorni dall’attacco del virus: ciò vuol dire che tanto dipenderà dal periodo in cui molti di questi test saranno effettuati. Il loro valore dovrebbe invece scendere dopo la terza settimana dal contagio.

 

Le immunoglobuline G, invece, cioè le famose IgG, cominciano a comparire nel sangue dalla seconda settimana dopo l’infezione.

Qualsiasi saranno gli esiti dei milioni di test, essi fino a prova contraria non varranno  come patente di immunità o come salvacondotto perché, come già convenuto, non esistono ancora sufficienti evidenze

 

In ogni caso, qualsiasi saranno gli esiti dei milioni di test, essi fino a prova contraria non varranno  come patente di immunità o come salvacondotto perché, come già convenuto, non esistono ancora sufficienti evidenze. 

 

In poche parole e per concludere: la famosa «Fase 2», oltre ad essere affidata ad incompetenti scelti da altri incompetenti, sarà all’insegna di un app di dubbia legittimità e a test di dubbia efficacia e validità. 

 

Si salvi chi può.

 

 

 

Cristiano Lugli 

 

 

 

 

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Epidemie

L’FBI di Biden ha bloccato l’interrogatorio di Daszak nella ricerca sulle origini del COVID-19

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L’FBI sotto l’amministrazione Biden è intervenuta per impedire che il presidente di EcoHealth Alliance, Peter Daszak, venisse interrogato sulle origini del COVID-19 e sui suoi 15 anni di attività presso il laboratorio cinese da cui probabilmente è fuoriuscito il virus, secondo documenti resi pubblici dal senatore Rand Paul.

 

Il Paul, presidente della Commissione del Senato per la Sicurezza Interna e gli Affari Governativi, ha reso noto che i documenti descrivono in dettaglio come il National Targeting Center della US Customs and Border Protection (CBP) avesse identificato Daszak come «persona di estremo interesse» e intendesse interrogarlo nel febbraio 2021 sulle sue «attività in Cina, i suoi contatti presso il WIV [Istituto di Virologia di Wuhan, ndr] e se avesse raccolto o trasportato campioni biologici», vista la sua partecipazione alla controversa ricerca «gain-of-function», che prevede il potenziamento intenzionale dei virus per studiarne i potenziali effetti.

 

Tuttavia, tre giorni prima dell’arrivo previsto di Daszak all’aeroporto internazionale John F. Kennedy per il suo rientro negli Stati Uniti, «il CBP ha ricevuto una richiesta dall’ufficio dell’FBI di Nuova York: non fermare il soggetto», si legge nel comunicato. «L’ispezione non ha mai avuto luogo».

 

Il Daszak, che negli ultimi tempi ha annunciato anche di avere origini ucraine, è una figura fondamentale nella storia,  ancora non scritta,  della pandemia. Secondo il libro di Andrew Huff, ex vicepresidente Adell’organizzazione del Daszak, EcoHealth Alliance avrebbe avuto, legami con la CIA.

 

«Queste discussioni hanno portato a pubblicazioni che indicano che il dottor Peter Daszak, presidente di EcoHealth Alliance, stava lavorando con la CIA e che l’agente biologico comunemente noto come COVID-19 (SARS-CoV-2) era in fase di sviluppo presso EcoHealth Alliance da allora 2012 e altre prove suggeriscono che la SARS-CoV-2 sia iniziata prima del 2012» si legge nel libro di Huff The Truth about Wuhan.

 

Dopo che il SARS-CoV-2 è scoppiato nella stessa città in cui Daszak stava finanziando manipolazioni il coronavirus da pipistrello, la (un tempo) prestigiosissima rivista scientifica The Lancet aveva pubblicato un documento firmato dallo stesso Daszak con oltre due dozzine di scienziati, in cui insisteva che il virus avrebbe potuto provenire solo da un evento di spillover naturale, probabilmente da un mercato di animali vivi e che gli scienziati «stanno uniti per condannare fermamente le teorie del complotto che suggeriscono che il COVID-19 non ha un’origine naturale».

 

Solo più tardi Lancet avrebbe  notato gli evidentissimi conflitti di interessi di Daszak, che fu grottescamente immesso poi – su pressione anche cinese, si disse – nel gruppo di ispettori che a pandemia dilagante fece una visita-farsa al laboratorio virologico wuhaniano.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’organizzazione del Daszak EcoHealth Alliance aveva ricevuto ancora incredibilmente tre milioni di dollari dal ministero della Difesa dell’amministrazione Biden pure dopo la pandemia.

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«Questa non è tutta la storia. È solo l’inizio», ha anticipato il senatore Paul su X.

 


Le origini del COVID rappresentano uno dei numerosi scandali ancora ufficialmente irrisolti che persistono a cinque anni dalla pandemia. Pubblicamente, la teoria secondo cui il COVID sarebbe sfuggito dal laboratorio di Wuhano, anziché essersi evoluto in natura, è stata ampiamente derisa e respinta sin da quando il senatore statunitense Tom Cotton  l’ha avanzata nel febbraio 2020, e per mesi qualsiasi accenno a tale ipotesi è stato condannato come disinformazione. Solo a metà del 2021, ben dopo che i Democratici avevano riconquistato la Casa Bianca, i principali media hanno iniziato a considerarla una possibilità.

 

Come riportato da Renovatio 21, la svolta fu probabilmente quando nel 2021 uscì un articolo sul Bulletin of Atomic Scientists del noto e rispettato divulgatore scientifico Nicholas Wade.

 

Nel 2024, la Sottocommissione speciale sulla pandemia di coronavirus del Comitato di supervisione e responsabilità della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha pubblicato la sua tanto attesa analisi post-evento sul COVID-19 e sulla risposta del governo.

 

Lo studio ha concluso che il COVID è molto probabilmente «emerso a seguito di un incidente di laboratorio o legato alla ricerca», che il governo federale ha sostenuto la ricerca «gain-of-function» presso il WIV senza adeguata trasparenza o supervisione e che l’ex consigliere della Casa Bianca per il COVID e direttore del National Institute of Allergy & Infectious Diseases (NIAID), il dottor Anthony Fauci, «ha giocato con la semantica della definizione di ricerca “gain-of-function”» per negarla, oltre ad aver promosso la creazione del controverso paper «Proximal Origins» nel tentativo di screditare la teoria della fuga di laboratorio, rilevando inoltre che i funzionari del NIAID hanno attivamente cercato di eludere le richieste di accesso agli atti FOIA (Freedom of Information Act) relative alla questione, ad esempio scrivendo intenzionalmente in modo errato vari nomi e termini per renderli più difficili da trovare nelle ricerche per parole chiave.

 

Due anni fa alcuni scienziati chiesero alla rivista che pubblicò «Proximal Origins», cioè Nature Medicine, di ritrattare l’articolo. A maggio 2025 era emerso che l’amministrazione Trump indaga sull’editore del documento sulle origini del COVID per corruzione, citando l’influenza di Fauci.

 

Come riportato da Renovatio 21, sulle responsabilità di Fauci nel finanziamento del gain-of-function a Wuhano disse di non aver alcun dubbio l’ex direttore del CDC Robert Redfield. Nel corso dello scorso anno è emerso che Fauci aveva detto ai colleghi di cancellare le prime comunicazioni relative al COVID; a ciò si aggiunge la notizia per cui un assistente di Fauci avrebbe distrutto e-mail sensibili ed utilizzato un account privato per nascondere ilegami con il laboratorio wuhaniano. Secondo documenti emersi nelle inchieste, il Fauci sapeva dell’origine laboratoriale del virus e sapeva pure che i vaccini mRNA non avrebbero funzionato.

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Il senatore Paul ha sostenuto che il Dipartimento di Giustizia dovrebbe perseguire Fauci per aver mentito al Congresso su questa e altre questioni relative al COVID, sebbene il presidente Joe Biden abbia concesso a Fauci un’amnistia generale prima di lasciare l’incarico, rendendo altamente improbabile qualsiasi futura azione penale e ancor meno probabile che venga confermata.

 

Il Paul, che lavora da mesi e mesi a richieste di documenti di Intelligence su Fauci, il dottor Ralph Baric e il COVID,  sostiene che il tentativo dovrebbe comunque essere fatto, in modo che i tribunali possano decidere se confermare o meno l’amnistia alla luce dei dubbi sulla capacità mentale e decisionale di Biden nei suoi ultimi giorni di mandato. Già un lustro fa, il senatore aveva dichiarato pubblicamente che «Fauci potrebbe essere il responsabile dell’intera pandemia».

 

Come riportato da Renovatio 21, l’FBI era a conoscenza della possibile fuga da laboratorio già nel marzo 2020. Si discute oramai da anni anche del fatto che militari di tutto il mondo potrebbero aver contratto il coronavirus durante i Giochi sportivi militari di Wuhano nell’ottobre 2019, contribuendo quindi alla diffusione mondiale del COVID. L’Intelligence americana ancora nel 2021 aveva confermato che lavoratori del laboratorio di Wuhano erano già malati a novembre 2019.

 

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Immagine di Tony Webster via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

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Alimentazione

Epidemia di diarrea negli USA, la lattuga sotto accusa

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Le autorità sanitarie statunitensi hanno identificato la lattuga iceberg tritata servita nella più grande catena di fast food di ispirazione messicana del Paese come la fonte di un’epidemia di ciclosporiasi, una malattia parassitaria che causa diarrea grave ed esplosiva.   Dall’inizio di maggio, a livello nazionale sono stati segnalati oltre 1.600 casi di ciclosporiasi confermati in laboratorio, con 94 persone ricoverate in ospedale. Non sono stati segnalati decessi, sebbene i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) abbiano avvertito che il numero effettivo di infezioni è probabilmente molto più elevato, poiché molti casi non vengono diagnosticati.   Venerdì scorso il CDC ha identificato la catena come Taco Bell e ha affermato che un’indagine di tracciabilità ha collegato i prodotti contaminati a un unico fornitore nel Messico centrale. L’ente epidemico ha esortato le persone a non consumare la lattuga iceberg tritata servita nei ristoranti Taco Bell in Indiana, Kentucky, Michigan, Ohio e West Virginia.   L’agenzia ha dichiarato che il fornitore coinvolto, Taylor Farms de Mexico, ha ritirato volontariamente tutta la lattuga iceberg dal mercato statunitense. Le autorità stanno continuando a indagare per accertare se i prodotti contaminati siano stati distribuiti ad altri ristoranti o rivenditori.

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La ciclosporiasi è causata dal parassita microscopico Cyclospora cayetanensis. La malattia si manifesta tipicamente con diarrea acquosa esplosiva, accompagnata da gonfiore, flatulenza, crampi addominali, nausea e vomito. Alcune persone presentano anche affaticamento e febbre, mentre altre non sviluppano alcun sintomo.   Secondo il CDC, l’infezione si contrae solitamente consumando cibo o acqua contaminati da feci, e i sintomi compaiono in genere circa una settimana dopo l’esposizione.   Sebbene la malattia possa essere curata con antibiotici, non viene rilevata dalla maggior parte degli esami di laboratorio di routine, il che rende difficile la diagnosi. Se non trattata, l’infezione può durare più di un mese, con episodi ricorrenti di diarrea come sintomo più caratteristico.   Il parassita è endemico nei Paesi tropicali e subtropicali. Non vi sono prove che sia in grado di trasmettersi da uomo a uomo.   Precedenti focolai di ciclosporiasi negli Stati Uniti sono stati collegati a coriandolo, lamponi, piselli, lattuga e basilico importati dal Messico.   La crescente popolarità del cibo messicano presso la popolazione americana, che con Trump ha di fatto espresso la volontà di tenere i messicani fuori dagli USA, rimane un mistero.   La catena Taco Bell gode di un successo straordinario  che supera l’andamento generale del settore dei ristoranti a servizio rapido (QSR). La catena domina capillarmente il mercato statunitense della cucina di ispirazione messicana, controllando oltre il 26% dei ristoranti di categoria organizzati in catene.   La sua rete commerciale sul suolo americano conta oltre 7.600 pricipali punti vendita distribuiti in tutti gli stati, con una concentrazione record in California che supera gli 880 ristoranti, seguita dal Texas con più di 650. Questa massiccia presenza fisica consente al marchio di servire oltre due miliardi di clienti ogni anno a livello globale, la stragrande maggioranza dei quali concentrata proprio nel mercato domestico.

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I dati finanziari più recenti evidenziano una crescita straordinariamente solida e costante: nel primo trimestre del 2026, Taco Bell ha registrato un aumento dell’8% delle vendite a parità di negozi negli Stati Uniti, segnando l’ottavo trimestre consecutivo di crescita comparabile positiva. Questo incremento segue i già eccellenti risultati dell’ultimo trimestre del 2025, che si era chiuso con un +7% nelle vendite domestiche a parità di posizioni.   A livello di vendite complessive di sistema, il marchio ha registrato un balzo del 10% nello stesso trimestre del 2026, accompagnato da un incremento del 3% nelle transazioni totali e da una crescita dei profitti operativi pari al 39%. L’applicazione mobile di Taco Bell ha superato i 17 milioni di visitatori unici mensili negli Stati Uniti, scalzando giganti storici della ristorazione veloce e posizionandosi come la seconda app di fast food più utilizzata nel Paese.   I fattori chiave di questo successo poggiano sulla capacità di attrarre fasce demografiche trasversali, intercettando sia i consumatori a basso reddito sia le famiglie e i giovani della Generazione Z tra i 18 e i 24 anni.   Ora tutti costoro rischiano di dover correre alla toilette e starvi per lungo tempo – se va bene. Non è dato capire cosa accadrà alla finanze di Taco Bell e del suo gruppo di controllo Yum Brands, tuttavia è difficile pensare che gli americani invertano il loro crescente amore verso il cibo dello spesso diprezzato Paese limitrofo.

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Epidemie

Ebola, gli Stati Uniti impediscono ai cittadini americani residenti nella Repubblica Democratica del Congo di rientrare in patria

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Gli Stati Uniti hanno vietato ai propri cittadini residenti nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) di imbarcarsi su voli commerciali per tornare in patria finché non avranno trascorso almeno 21 giorni in un altro Paese, a causa del peggioramento dell’epidemia di Ebola.

 

Le restrizioni, annunciate lunedì dall’amministrazione Trump, prevedono l’inserimento dei cittadini statunitensi attualmente nella Repubblica Democratica del Congo o che hanno recentemente lasciato il Paese in una lista di persone a cui è vietato l’imbarco, avvalendosi dei poteri federali in materia di trasporti, ha riferito Reuters, citando un funzionario della Casa Bianca.

 

Secondo quanto riferito dal funzionario, circa una ventina di americani si stavano preparando a volare negli Stati Uniti martedì, e il Dipartimento di Stato avrebbe fornito assistenza alle persone interessate durante il periodo di attesa.

 

Il provvedimento giunge nel contesto di una rapida diffusione dell’epidemia del ceppo Bundibugyo di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, dove, all’11 luglio, le autorità sanitarie hanno segnalato 1.926 casi confermati e 702 decessi.

 

Venerdì, i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) hanno annunciato che un cittadino americano che lavora per un’organizzazione umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo è risultato positivo al virus Ebola. Un altro cittadino statunitense, contagiato mentre lavorava nel Paese centroafricano, è stato ricoverato all’Ospedale Universitario di Francoforte, in Germania, come ha comunicato lunedì il suo datore di lavoro, l’organizzazione cristiana evangelica Samaritan’s Purse. Anche Peter Stafford, chirurgo e leader del gruppo missionario cristiano Serge, che aveva contratto il virus all’inizio dell’epidemia, è stato trasferito in Germania per ricevere cure.

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L’Uganda ha segnalato 20 casi confermati e due decessi. Un caso legato a un viaggio nella Repubblica Democratica del Congo è stato inoltre rilevato in Francia e riguarda un medico rientrato alla fine del mese scorso da una missione umanitaria.

 

Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha affermato che, sebbene l’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo continui a progredire più rapidamente della risposta all’emergenza, il rischio di una più ampia diffusione internazionale rimane basso.

 

Washington aveva già inasprito le regole di viaggio in risposta all’epidemia. A maggio, il CDC ha innalzato il livello di allerta per i viaggi in alcune zone della Repubblica Democratica del Congo e dell’Uganda, mentre il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha disposto che i viaggiatori provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo, dall’Uganda e dal Sud Sudan si sottoponessero a controlli più rigorosi negli aeroporti statunitensi designati.

 

Lunedì, il CDC ha annunciato di aver prorogato di altri 30 giorni la precedente sospensione dell’ingresso di alcuni cittadini non statunitensi che si erano trovati nella Repubblica Democratica del Congo, in Uganda o nel Sud Sudan nei 21 giorni precedenti.

 

Come riportato da Renovatio 21, il Kenya ha già bloccato il progetto statunitense per la struttura di cura dell’Ebola. Dei 800 milioni di dollari che erano stati stanziati, una parte sarebbe destinata alla fornitura di materiali, medicinali e alla costruzione di una rete logistica regionale.

 

Secondo un Rapporto OMS, entro settembre vi sarebbe il rischio di oltre 8.000 casi di Ebola in Congo.

 

Come riportato da Renovatio 21, pochi giorni fa la Francia ha confermato il suo primo caso di Ebola in un medico rientrato di recente da una missione umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo. L’India, dove si vociferava vi fossere dei casi, non ha confermato alcun caso di contagio.

 

Nelle scorse settimane manifestanti avevano dato fuoco a un centro di cura per l’Ebola dopo che era stato loro impedito di portare via il corpo di una presunta vittima per la sepoltura.

 

Come riportato da Renovatio 21, il produttore di sieri genici mRNA Moderna la scorsa settimana si è aggiudicata un contratto da 50 milioni di dollari per il vaccino Ebola.

 

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