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Eutanasia

Sucidio assistito in Veneto, cosa sta succedendo?

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In Veneto si è appena sfiorata l’approvazione di una legge regionale sul suicidio assistito. Sarebbe stato il primo caso in Italia: curiosamente non capitava in regioni «rosse» come l’Emilia o la Toscana, ma in quella che si credeva una delle regioni più cattoliche d’Europa, governata da quasi tre lustri da un esponente di spicco di un partito, la Lega Nord, che in teoria è espressione delle tradizioni popolari.

 

I motivi per cui Zaia, che aveva iniziato il suo mandato nel 2010 negando la pillola abortiva RU486 negli ospedali veneti, si sia spostato su posizioni di laicismo spintissimo (fecondazione assistita fino a 50 anni, centri di cambio sesso…) lasciano molti osservatori interdetti, e privi di vere spiegazioni. Tuttavia, nonostante la velocità con cui si è manifestato, il progetto dell’eutanasia veneta sembra, almeno per il momento, essere stato fermato.

 

Abbiamo parlato della situazione con il Dottor Alberto Zelger, già consigliere comunale e provinciale a Verona, città è stato candidato sindaco nel 2022. Lo conosciamo per il suo indefesso, autentico, afflato pro-life, tuttavia negli ultimi anni si è speso generosamente su temi come il green pass e la guerra ucraina. Anche questa volta, non ha perso tempo ed ha organizzato una rete di resistenza alla Cultura della Morte che stava per fare un grande passo dentro la sua regione.

 

Dottor Zelger, cosa stava accadendo in Veneto?

Nel maggio scorso il consiglio regionale aveva già approvato una mozione favorevole al suicidio assistito, forse senza nemmeno valutarne le conseguenze. Nel frattempo l’Associazione Luca Coscioni stava lavorando per una proposta di legge atta a velocizzare il percorso di suicidio ammesso dalla sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale; una proposta di legge d’iniziativa popolare, che poi è stata presentata in Regione il 30 giugno con 9000 firme.

 

Cosa dice la sentenza?

La sentenza della Corte si basava sulla legge 219/2017 (Consenso informato e DAT) per stabilire la parziale abrogazione dell’art. 580 del Codice Penale (Istigazione o aiuto al suicidio) limitatamente al caso in cui il paziente possieda i seguenti requisiti: 1) è tenuto in vita da trattamento di sostegno vitali; 2) è affetto da una patologia irreversibile; 3) ha una patologia che è «fonte di sofferenze intollerabili»; 4) è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

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In che modo è stata recepita?

È apparso come uno spiraglio, attraverso il quale i fautori del suicidio assistito mirava ad inserirsi per promuovere a livello regionale ciò che non riuscivano ad ottenere a livello nazionale, cioè l’eutanasia di Stato. Verso metà giugno il consigliere regionale Stefano Valdegamberi ha pensato quindi di contrapporre alla proposta Coscioni una proposta alternativa sull’assistenza domiciliare e sulle cure palliative, chiedendo anche il mio aiuto

 

Come è stata organizzata l’opposizione alla legge?

Ho contattato professori di diritto costituzionale e di bioetica per redigere un testo da sottoporre a Valdegamberi. Lui lo ha integrato in collaborazione col consigliere Nicola Finco e lo protocollò all’inizio di agosto. Il progetto di legge in questione fu sottoscritto da tre consiglieri regionali: Stefano Valdegamberi (che è il primo primo firmatario), Nicola Finco e Fabiano Barbisan. Il progetto è stato illustrato nella conferenza stampa del 31 ottobre scorso a palazzo Ferro Fini, sede della Regione Veneto. Ha fatto molto scalpore, perché ha mandato in frantumi la quasi certezza del Presidente Zaia di far approvare senza scosse il progetto di legge sul suicidio assistito.

 

Cosa prevedeva la legge regionale?

La proposta degli attivisti eutanatici prevedeva tempi molto ristretti (27 giorni) per la verifica dei requisiti stabiliti dalla Corte Costituzionale e per l’esecuzione del suicidio. Teniamo presente che nel frattempo i vescovi del Triveneto avevano pubblicato un documento contrario a questa proposta e che l’Avvocatura di Stato, su richiesta del presidente del consiglio Ciambetti, aveva dichiarato che la materia non era di competenza regionale.

 

E quindi il presidente della Regione cosa ha fatto?

Zaia ha deciso di andare avanti lo stesso, supportato dal suo Ufficio legislativo, ma sapeva che la legge sarebbe stata impugnata dal governo davanti alla Corte Costituzionale; solo che per la sua abrogazione poteva passare anche un anno. Posso immaginare che nel frattempo tutti gli amanti del suicidio d’Italia avrebbero potuto venire in Veneto a farsi ammazzare e altre Regioni avrebbero potuto approvare leggi simili, creando una diffusa cultura della morte e inducendo infine il Parlamento a legiferare sull’eutanasia

 

In che modo la legge è stata «respinta»?

Ho cercato di diffondere la notizia a tutti i miei contatti, soprattutto a quelli coi quali avevo collaborato in precedenza. Comunicando coi social abbiamo attivato gruppi di preghiera, monasteri, tante famiglie e singole persone, affinché dedicassero preghiere e digiuni per chiedere a Dio, tramite la Madonna, di scongiurare questa calamità.

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Ci sono state altre manifestazioni oltre quella del 16 gennaio?

Il 13 dicembre, quando il Presidente Zaia è venuto a Verona a presentare un suo libro, organizzammo un presidio di circa 50 persone con due grandi striscioni: «NO A ZAIA ARCOBALENO» e diversi cartelli del tipo: «SI all’assistenza domiciliare – NO al suicidio assistito», «NO all’ideologia gender nelle scuole», «Aiuti concreti per i caregivers», «I nostri cari hanno diritto all’assistenza», etc. Alcuni partecipanti urlavano slogan come «Zaia basta calpestare i valori tradizionali del popolo veneto…», «Zaia dov’è l’autonomia?», , «I soldi vanno spesi per la sanità vera, non per il cambio di sesso».

 

Avete contattato qualche consigliere regionale?

In seguito abbiamo invitati i nostri simpatizzanti ad inviare messaggi e riflessioni sul tema a tutti i consiglieri regionali, dato che la Commissione Sanità aveva iniziato l’iter di approfondimento della proposta Coscioni con diverse audizioni. La Commissione si è riunita 5 volte: il 31 ottobre, il 13 e 16 novembre, e il 7 e 13 dicembre. Lo Statuto regionale prevede che le proposte di legge d’iniziativa popolare giungano in consiglio entro 6 mesi dalla presentazione; la proposta avrebbe dovuto quindi essere portata in aula entro il 31 dicembre. C’era anche il bilancio da approvare e ciò non è stato possibile, ma è stata portata in aula al primo consiglio del mese, cioè il 16 gennaio.

 

Arriviamo così alla giornata della discussione e della protesta.

Per l’occasione ho organizzato un presidio a Venezia davanti a palazzo Ferro Fini, chiamando a raccolta persone da varie parti del Veneto e d’Italia, con l’obiettivo di sostenere i consiglieri pro-life e far capire a tutti gli altri che il popolo veneto preferisce la solidarietà all’abbandono di chi soffre, e respinge ogni induzione ai suicidio, mascherata da falsa pietà e da una libertà di scelta che non esiste; quale libertà può mai avere chi sta soffrendo abbandonato da tutti (medici e persone care), in quanto isolato in una RSA o in un ospedale chiuso alle visite per COVID.

 

Cosa è accaduto in aula?

Il dibattito in consiglio è iniziato alle 10:30 ed è arrivato alla prima votazione (articolo per articolo) intorno alle 19:00. Lo Statuto e il Regolamento consiliare prevedono che una proposta venga approvata solo se ottiene la maggioranza dei voti dei consiglieri presenti. Il consiglio è composto da 51 consiglieri, compreso il Presidente Zaia. È iniziata la votazione dell’Art.1. In aula c’era solo 50 consiglieri (uno era andato via); per l’approvazione ci volevano 26 voti favorevoli, ma ce ne sono stati solo 25, con 22 contrari e 3 astenuti. L’art. 1 è stato bocciato. Idem per l’art.2. Dopodiché l’Ufficio legislativo ha fatto sapere al presidente del consiglio (Ciambetti) che l’intera proposta, senza articolo 2, non aveva più senso.

 

E quindi?

Sulla base di precedenti analoghi, la proposta di legge è stata rinviata alla Commissione Sanità, con votazione unanime, da dove difficilmente uscirà una seconda volta, sia perché Zaia è stato sconfitto e non credo abbia interesse a ripescare il progetto, sapendo che solleverà ulteriori polemiche, sia perché bisognerebbe approvare un emendamento che riscriva completamente la proposta originaria, essendo stato respinto il suo principale articolo

 

Ora cosa succederà alla legge? Uscita dalla porta potrebbe tornare dalla finestra

Difficilmente potrà accadere prima delle prossime elezioni, cioè maggio-giugno 2025. Ma vigileremo.

 

C’è una spaccatura nella Lega?

Credo proprio di sì, basata anche su altre questioni, come i numerosi voltafaccia del partito su altri temi: guerra, COVID, green pass, UE, Euro, … Inoltre, sui temi etici la Lega si era spesso vantata di difenderli e molti nel partito non hanno gradito lo scivolamento di Zaia verso posizioni radicali. E Salvini che dice «io avrei votato contro» senza bloccare Zaia, è del tutto insufficiente, perché significa che il partito non ha una posizione definita su questioni che interessano tante famiglie che finora l’hanno votato.

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C’è una valenza di questo voto sugli equilibri politici nazionali, specialmente tra i due maggiori partiti di governo, in vista delle prossime elezioni?

Non solo per questo. Anche per quando ho detto sopra. Su questioni essenziali la Lega, ma anche Fratelli d’Italia, sembrano agire in continuità col governo Draghi: sudditi dell’UE, degli USA, della NATO e forse anche dell’OMS (speriamo di no), mentre le nostre aziende chiudono, i disoccupati crescono, le ideologie galoppano (gender, CO2, ecoterrorismo, …) e arriva pure la censura. Meno male che i trattori si muovono.

 

Zaia sembra essersi appoggiato interamente al progetto dell’Associazione Luca Coscioni. Com’è possibile per una figura politica che aveva sempre cercato di mantenere buoni rapporti con le istituzioni e l’elettorato dei cattolici?

Le ipotesi sono molte e non vorrei fare il complottista, però diciamo che secondo me ha tradito gli ideali del popolo veneto.

 

C’è stato un pronunciamento dei vescovi locali?

Come ho detto sopra, i vescovi del Triveneto hanno pubblicato u bel documento sul suicidio assistito, in opposizione alla proposta di legge.

 

Il Veneto era chiamato «la sacrestia d’Italia». Com’è possibile che una legge della Cultura della Morte venga introdotta a partire proprio dalla regione più «bianca»?

Perché i Veneti lavorano e tendenzialmente si fidano dei loro rappresentanti. Certo è cresciuto il laicismo, ma la base veneta è profondamente ancorata ai valori umani e cristiani tradizionali. Ora questa base si sente tradita. Zaia segue altre ispirazioni; vorrebbe anche il 3° mandato, che poi è il 4°. In pratica il Veneto diverrebbe uno «Zaiastan». La gente potrebbe essere stufa e voler cambiare.

 

Quanti hanno pregato affinché la legge non passasse?

Credo qualche centinaio di persone.

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Eutanasia

Morte in Umbria

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In Umbria ha vinto la morte. Come già in altre regioni italiane quali Toscana, Sardegna, Emilia-Romagna e Veneto, anche il cuore verde d’Italia ha deciso di non battere più per la vita.   Qualche giorno fa l’Assemblea legislativa ha approvato — con 11 voti favorevoli dei consiglieri della maggioranza di centrosinistra, sei contrari e tre astenuti — la proposta di legge di iniziativa popolare sul suicidio assistito denominata «Liberi subito», nel ricordo di Laura Santi, la giornalista protagonista della battaglia per l’approvazione della norma, malata di sclerosi multipla e morta somministrandosi un farmaco il 21 luglio 2025 nella sua casa di Perugia.   Immagino che le mani si siano spellate dagli applausi partiti dagli scranni della sinistra politica, perché la conquista del fine vita è vista come un atto di libertà, una libera scelta, «il corpo è mio e decido io cosa farne». Gli esponenti della maggioranza esultano di fronte a questa svolta, anche perché molti di essi suppongo che non siano manifestamente credenti. In qualche rara occasione istituzionale ho avuto modo di incontrarli in qualche funzione religiosa e ho notato che non hanno fatto nemmeno il segno di croce, confermando ancor più la loro posizione ideologica di fede. Lungi da me giudicarli: è una loro convinzione. È evidente e chiaro che i singoli casi gravi, quelli che toccano nel profondo l’animo dei malati e dei loro cari, rappresentano sempre un terreno scivoloso in cui il «giudizio da divano» rimane aleatorio. Attenzione, però, che ciò non sia prodromico ad un’eutanasia massiva di anziani o malati e che poche eccezioni non finiscano per giustificare una necrocultura come già, peraltro, ha preso piede in altri Stati nel cosiddetto mondo occidentale civilizzato.    I dati ufficiali del governo del Canada dell’anno passato mostrano che circa la metà dei canadesi che non sono malati terminali, desideravano porre fine alla propria vita tramite il suicidio assistito autorizzato dallo Stato e lo hanno fatto perché affermavano di sentirsi soli.   Ed ecco che viene sdoganata la libertà di togliersi la vita con l’avallo dello Stato, che magnanimamente accompagna i propri sudditi a morire presentandogli questa via come l’unica e inconfutabile soluzione al loro malessere. E dopo, il nulla.   Un cristiano dovrebbe destarsi, sobbalzare sulla sedia nel vedere e accettare tutto questo, poiché si tratta di un punto di non ritorno, un passo avanti verso l’abisso. Lo abbiamo visto con l’aborto: guai se oggi qualche politico – anche se sedicente cattolico – mettesse in discussione la legge 194, che ha fatto oltre sei milioni di vittime. Anzi, si esalta la portabandiera di tali battaglie, Emma Bonino, che ha pure ricevuto i funerali di Stato.    Lo abbiamo visto con il divorzio, di cui oggi scontiamo le nefaste conseguenze con quasi il cinquanta per cento delle famiglie sfasciate e disgregate. Anche questa legge sul «suicidio assistito» segnerà inevitabilmente un prima e un dopo. La storia ce lo insegna. In tutto questo vociare si nota soltanto qualche flebile reazione da parte di alcuni politici presunti cattolici, ma si tratta di slogan postati sui social che non arrivano a nulla di veramente concreto per poter arginare e fermare questa deriva.   I porporati hanno commentato con una laconica nota nella quale esprimono «amarezza e delusione. La vita è un dono inestimabile» per l’approvazione di tale norma mortifera. Non c’è da stupirsi, perché sono gli stessi vescovi che permettono, senza colpo ferire, i funerali in chiesa di defunti che poi vengono trasportati nei forni crematori, una pratica che cozza apertamente con i dettami della Chiesa, e non vado oltre con la filosofia modernista e permissiva della chiesa post conciliare. Come detto, basta aprire gli occhi e vedere ciò che succede in altri paesi che sponsorizzano e applicano «la dolce morte».   Nello Stato di Victoria, in Australia, i casi di eutanasia sarebbero cresciuti del 400% nell’arco di cinque anni, e la regione intende allargare ancora la normativa a partire dal prossimo anno, come riportato puntualmente da Renovatio 21.   Il 15 luglio 2026 rimarrà una data oscura nella storia francese. Dopo diversi anni di dibattito e tre respingimenti consecutivi da parte del Senato, l’Assemblea nazionale ha approvato la legge che istituisce il «diritto al suicidio assistito».   Ecco che a volte questo desiderio di morire, nel suo atto terminale, può essere rigettato come nel caso di un uomo dell’Ontario il quale ha gemuto, fatto smorfie e ripetuto «aiutatemi!» mentre veniva sottoposto a un processo di morte assistita da un medico, dopo che uno dei farmaci non aveva prodotto il livello di sedazione previsto, lasciandolo inizialmente cosciente.   Un altro uomo sulla sessantina ha scelto di ricorrere all’eutanasia in Canada, indicando come motivo principale la profonda solitudine. Nonostante ciò, era in grado di utilizzare autonomamente il bagno e di muoversi da solo, ma viveva da anni in una struttura di assistenza a lungo termine. Nei documenti si legge che tal paersona lamentava una «profonda sofferenza psicosociale e solitudine», dovuta alla difficoltà di relazionarsi con gli altri, una condizione che, a suo dire, lo accompagnava da molto tempo.   Sempre nel lungimirante Canada, che si presenta come stato portabandiera della necrocultura, leggiamo che l’Ordine dei medici del Quebecco ha dichiarato che l’eutanasia è un «trattamento appropriato» per i bambini nati con gravi problemi di salute.   Nei Paesi Bassi l’eutanasia rappresenta ormai il 6% di tutti i decessi, tanto che nel 2025 10.341 persone sono morte per eutanasia e, mentre tre quarti dei richiedenti avevano più di 70 anni, un caso riguardava una persona di età compresa tra i 12 e i 18 anni.

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E se ribaltassimo il paradigma? E se lo Stato, anziché aiutare a morire, aiutasse a vivere dignitosamente chi soffre?   Se lo Stato sostenesse con sussidi economici cospicui tutte quelle famiglie con malati gravi, pagando loro le cure persino delle malattie più rare e sovvenzionando i familiari che assistono i propri cari con assegni adeguati, così da poter dedicare tutto il tempo agli affetti anziché vivere con l’ossessione del lavoro a tutti i costi, nel terrore di non arrivare a fine mese e condurre un’esistenza socialmente penalizzata a causa delle spese mediche?   E se lo Stato promulgasse leggi che guardano all’amore che le persone potrebbero scambiarsi, anziché inneggiare alla dolce morte come pillola unica, finale e irreversibile?   Ebbene, uno Stato che ha quasi totalmente messo da parte la propria radice cristiana, credo non possa neanche concepire pensieri del genere.   Cari signori, vedo nei vostri sguardi il vuoto, la vacuità spirituale di un’anima che inneggia alla morte anziché alla vita, perché in voi non arde la fiamma della Fede.   Francesco Rondolini

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Eutanasia

Le case di cura cristiane di Zurigo perdono il diritto di rifiutare il suicidio assistito

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Il 27 settembre 2026 gli elettori del Canton Zurigo hanno approvato con il 68,1% dei voti (298.813 sì contro 139.933 no) modifiche alla legge sui pazienti e alla legge sanitaria. La partecipazione è stata del 47,6%. La nuova normativa impone a tutti gli ospedali, le cliniche di riabilitazione e le case di cura e di riposo del cantone di tollerare il suicidio assistito nei propri locali. Restano escluse le strutture psichiatriche e le carceri. L’entrata in vigore è prevista nella primavera 2027.

 

Fino ad oggi l’obbligo di tolleranza riguardava solo le case di cura gestite o commissionate dai comuni. Ospedali e strutture private potevano decidere autonomamente se consentire o rifiutare la pratica. Secondo i dati della direzione sanitaria cantonale, su circa 212 case di cura del cantone, 129 non sono pubbliche; di queste, 29 (prevalentemente di ispirazione cristiana) rifiutavano il suicidio assistito, per un totale di circa 2.000 residenti. Nella maggior parte delle altre strutture la pratica era già ammessa.

 

La normativa non obbliga il personale sanitario o assistenziale a partecipare direttamente al suicidio assistito: la procedura è eseguita da organizzazioni esterne specializzate (come Exit o Dignitas), previo rispetto delle condizioni di legge svizzere (come la capacità di discernimento della persona e volontà persistente).

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La proposta era il controprogetto del Consiglio cantonale a un’iniziativa popolare più ampia, successivamente ritirata. Contro il controprogetto è stato indetto un referendum da forze di centro-destra e conservatrici (tra cui SVP, EDU ed EVP). Il Consiglio di Stato (governo cantonale) si era espresso contro l’estensione dell’obbligo agli ospedali. Tra i sostenitori figuravano partiti di sinistra e centro-sinistra, le organizzazioni per il suicidio assistito e il consiglio della Chiesa riformata del Canton Zurigo, che ha visto nella misura un bilanciamento tra autodeterminazione e tutela delle persone vulnerabili.

 

I contrari, tra cui diverse strutture cristiane e il vescovo di Coira Joseph Maria Bonnemain, hanno sostenuto che l’obbligo viola la libertà religiosa e di coscienza delle istituzioni, nonché la libertà economica. Hanno sottolineato che i residenti e le famiglie scelgono consapevolmente strutture con una missione di cura orientata alla vita e che la presenza del suicidio assistito potrebbe creare disagio a personale e altri ospiti.

 

Markus Schaaf, direttore di una casa di cura e parlamentare dell’EVP, ha dichiarato che la decisione elimina la possibilità di scegliere tra strutture che ammettono e strutture che rifiutano la pratica. Il direttore della Haus St. Otmar (collegata alla parrocchia cattolica di St. Anton) ha ribadito che il suicidio assistito è incompatibile con la missione dell’istituto.

 

I favorevoli hanno invece messo al centro l’autodeterminazione: una casa di cura è la casa dell’ospite e non dovrebbe essere costretto a trasferirsi per poter accedere a un’opzione legale. Hanno sostenuto che il diritto della persona prevale sull’orientamento valoriale della struttura privata.

 

La direttrice sanitaria Natalie Rickli (SVP) ha commentato che per la maggior parte delle strutture non cambierà nulla e che chi sceglie una casa di cura cristiana probabilmente non ricorrerà comunque al suicidio assistito. Il risultato è stato letto da alcuni osservatori come un segnale più ampio sul rapporto tra autodeterminazione individuale e libertà delle istituzioni di ispirazione religiosa.

 

La vicenda offre un’idea del (giusto) destino che spetta a tutti coloro che confidano nell’obiezione di coscienza, grande, oscena foglia di fico della Cultura della Morte. Essendo essa già una stretta di amano con l’Inferno, è idiota pensare che questo poi non voglia inghiottirsi il braccio e tutto il resto.

 

Il totalitarismo della Necrocultura evolve verso la disintegrazione dell’obiezione di coscienza e va bene così: non va cercato l’adattamento al sistema diabolico, ma il suo abbattimento e riformulazione.

 

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Eutanasia

Pena sospesa per l’australiana che aveva ucciso il marito malato terminale

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Una donna australiana che ha ucciso il marito con una combinazione letale di farmaci ha ricevuto una condanna a due anni con sospensione condizionale della pena dopo essersi dichiarata colpevole di istigazione al suicidio. Il tribunale ha archiviato l’accusa di omicidio. Lo riporta LifeSite.   Kylie Ellina Truswell-Mobbs rischiava l’ergastolo per aver somministrato il cocktail letale al marito malato terminale, che a quanto pare desiderava morire. Il quotidiano britannico Guardian riporta che la donna, 52 anni, si è dichiarata non colpevole di omicidio ma colpevole di aver aiutato il marito a suicidarsi davanti alla Corte Suprema di Brisbane alla fine di settembre.   Il pubblico ministero ha accettato la dichiarazione di colpevolezza e il tribunale l’ha condannata a due anni di reclusione con sospensione condizionale della pena, dopo che aveva già trascorso 14 mesi in custodia cautelare. Il giudice Tom Sullivan ha riconosciuto che la donna aveva agito per compassione, il che lo ha indotto a sospendere la pena.   Suo marito, l’ex vigile del fuoco David Ronald Mobbs, soffriva di una forma aggressiva di sclerosi laterale amiotrofica (SLA). Il suo corpo è stato rapidamente paralizzato dalla malattia dopo la diagnosi, ricevuta nell’aprile del 2023. Da persona in forma e indipendente, è diventato costretto a letto nel giro di pochi mesi.

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Mobbs avrebbe probabilmente potuto richiedere l’eutanasia ai sensi della legge del Queensland sul suicidio assistito volontario (VAD). Tuttavia, la difesa di Truswell-Mobbs ha sostenuto che, entro il 5 dicembre 2023, non era più in grado di parlare e comunicare correttamente. La procedura per richiedere il VAD richiede almeno nove giorni e il consenso esplicito, personale e volontario della persona che desidera morire.   Secondo quanto affermato dalla Truswell-Mobbs, suo marito soffriva di forti dolori e di un profondo disagio, e «implorava di morire», dopodiché lei gli avrebbe somministrato un cocktail letale di farmaci attraverso i sondini per l’alimentazione, causandone la morte il 6 dicembre.   L’avvocato difensore della Truswell-Mobbs, Ruth O’Gorman, ha dichiarato: «Non c’era nulla di segreto. È stato fatto con la piena consapevolezza dei suoi figli e del numero di assistenti che si prendevano cura di lei». Truswell-Mobbs ha parlato fuori dal tribunale dopo la lettura della sentenza, dove è stata accolta da applausi e abbracci da parte della sua famiglia e dei suoi sostenitori. «Mi sento bene», ha detto ai giornalisti.   Non solo la normalizzazione dell’eutanasia è un fatto, ma ciò che sta venendo sdoganato è l’omicidio stesso, ora ancora al livello overtoniano dell’«omicidio del consenziente».   L’Italia non è considerabile ancora molto lontana dalla legalizzazione dell’assassino puro e semplice: pensiamo al referendum di cinque anni fa, bocciato dalla Corte costituzionale, sulla depenalizzazione dell’omicidio del consenziente.   All’epoca Renovatio 21 lamentò questo esito: perché la legalizzazione dell’omocidio sic et simpliciter è ciò che forse serve a tutti per capire che viviamo nella società della Necrocultura più forsennata. Aborto, eutanasia sono solo fasi iniziali: nel Regno Sociale di Satana, l’assassinio è legale, la strage è premiata, la distruzione dell’umano è un valore imposto dallo Stato moderno.  

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