Gender
Streamer di Call of Duty critica l’indottrinamento LGBT dei bambini: l’azienda lo punisce ma il numero dei suoi follower su Twitter esplode
Uno popolare videogiocatore streamer – cioè una persona che trasmette in streaming le proprie prodezze videoludiche – del videogame Call of Duty ha visto crescere la sua popolarità dopo essersi opposto all’indottrinamento LGBT dei bambini. Per aver denunciato la diffusione dell’ideologia omosessualista fra i più piccoli, la casa produttrice del videogioco lo aveva punito.
Lo streamer, Nick Kolcheff, noto però in rete come «NICKMERCS», aveva risposto a un tweet sugli scontri scoppiati in California al di fuori di una riunione del consiglio scolastico, un episodio segnalato anche da Renovatio 21 che ha visto attivisti pro-LGBT scontrarsi con gruppi di genitori armeni-americani e ispanici che si opponevano alla sessualizzazione dei bambini nelle scuole.
Mentre i suoi tweet hanno portato Call of Duty di proprietà di Activision a rimuovere i prodotti di Nick dal suo negozio, la sua difesa dei bambini ha portato ad un incredibile aumento dei follower, che sul social di Musk sono cresciuti di circa 50.000 unità, nonostante il fatto che Nick stesse effettivamente perdendo centinaia di follower un giorno prima del tweet.
«Lasciate che le persone amino chi amano e vivete la vostra vita», aveva twittato con la solita retorica individualista uno streamer pro-LGBT.
«Dovrebbero lasciare in pace i bambini piccoli. Questo è il vero problema», ha risposto Kolcheff, il quale nel 2020 figurava tra i primi dieci videoatleti per guadagni complessivi.
They should leave little children alone. That’s the real issue.
— FaZe Nickmercs (@NICKMERCS) June 7, 2023
«A causa dei recenti eventi, abbiamo rimosso il pacchetto “NICKMERCS Operator” dal negozio di Modern Warfare II e Warzone», ha twittato Call of Duty l’8 giugno, in risposta a un altro tweet. La serie di videogiochi è di proprietà di Activision, che come noto sarebbe stata comprata, assieme all’associata Blizzard, dal colosso di Bill Gates Microsoft, anche se l’operazione, del valore di 68,7 miliardi di dollari, non è ancora andata in porto del tutto.
«Siamo concentrati sulla celebrazione del PRIDE con i nostri dipendenti e la nostra comunità» ha scritto l’account Twitter di Call of Duty, una delle più popolari serie di videogiochi di guerra al mondo.
Due to recent events, we have removed the “NICKMERCS Operator” bundle from the Modern Warfare II and Warzone store. We are focused on celebrating PRIDE with our employees and our community.
— Call of Duty (@CallofDuty) June 9, 2023
Da notare che l’Activision-Blizzard aveva avuto i problemi in stile post-#metoo: accuse di maschilismo, atteggiamenti impropri verso le poche dipendenti femmine, etc.
Call of Duty vendeva una «skin» a 20 dollari, che permetteva ai giocatori di assomigliare a Kolcheff, un giocatore assai popolare grazie ai suoi seguitissimi stream.
Il Kolcheff ha difeso i suoi commenti di fronte alla censura di Call of Duty.
«Semplicemente non penso che sia un posto per un insegnante o una scuola – non penso sia il posto giusto per parlare di cose del genere», ha detto nel suo live streaming. «Non è che penso che non se ne dovrebbe parlare. Se è quello che avete capito da quel tweet, allora vi sbagliate».
La sua popolarità potrebbe anche essere stata aiutata da uno spettacolo di supporto da parte di un collega streamer che si chiama «TimTheTatman» che ha chiesto a Call of Duty di rimuovere il suo «pacchetto» dal negozio a sostegno di Kolcheff.
.@NICKMERCS has been my friend for years- we went in getting our CoD operators together.
It feels wrong for me to have mine and him no longer have his. In support of my friend, please remove the timthetatman bundle@CallofDuty
— timthetatman???? (@timthetatman) June 10, 2023
Al momento il tweet originale di NICKMERCS ha superato i 15 milioni di visualizzazioni.
Come riportato da Renovatio 21, è emerso pochi mesi fa che il Pentagono ha usato Call of Duty come strumento di reclutamento.
A inizio anno vi è stata la notizia per cui un’altra azienda produttrice di videogiuochi, la Ubisoft – la società dietro videogiochi di estremo successo di Assassin’s Creed e Rainbow Six – starebbe collaborando con la polizia britannica per affrontare i discorsi ritenuti «tossici» dei giocatori online.
Sulle restrizioni alle conversazioni nei videogiochi lavora da anni l’Anti-Defamation League (ADL), l’associazione di difesa della reputazione ebraica passata a vagliare qualsiasi altro argomento possa definirsi hate speech.
Il programma dell’ADL per le aziende di videogames ruota attorno alla sorveglianza dei giocatori, incoraggiando le aziende a bandire i discorsi di «odio online» e «suprematismo bianco», espandendo i sistemi di segnalazione all’interno del gioco per vietare agli utenti i loro discorsi e facendo pressioni sui governi per cambiare i loro leggi per criminalizzare i giocatori se quello che dicono online non è ritenuto consono.
«I legislatori dovrebbero approvare leggi che ritengano gli autori di gravi molestie e odio online responsabili dei loro reati sia a livello statale che federale» raccomanda in uno dei suoi punti il recente documento dell’ADL sui videogiochi, mentre invita le aziende ad ammodernarsi, perché «Gli autori di abusi che utilizzano la chat vocale nei giochi online per prendere di mira le persone spesso sfuggono al rilevamento».
Immagine di The Conmunity – Pop Culture Geek via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)
Gender
Il governo ceco respinge la convenzione UE per timori legati all’ideologia di genere
Il 22 giugno, il governo ceco, guidato dal premier Andrej Babiš, ha deciso di revocare la risoluzione del giugno 2023 del precedente governo di Petr Fiala, con la quale il potere esecutivo aveva acconsentito a proseguire il processo di ratifica della Convenzione di Istanbul. Lo riporta LifeSite.
Questa decisione pone formalmente fine al processo di ratifica a livello governativo e – aspetto significativo – è stata presa senza alcun comunicato stampa o annuncio in una conferenza stampa governativa. Il contenuto della risoluzione è stato rivelato solo dal portale di notizie ceco irozhlas.cz, che ha ottenuto il documento, fino ad allora non divulgato dal governo.
La motivazione della risoluzione afferma che la mozione di consenso alla ratifica non è stata esaminata dalla Camera dei Deputati durante la precedente legislatura e che il Senato non ha adottato una risoluzione in merito, confermando formalmente che il processo di ratifica era rimasto a lungo in stato di sospensione.
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La decisione dell’attuale governo è una conseguenza della precedente decisione del Senato ceco. Il 24 gennaio 2024, la camera alta del Parlamento ceco ha respinto la bozza di risoluzione che concedeva il consenso alla ratifica della convenzione: dei 71 senatori presenti, solo 34 hanno votato a favore, due voti in meno rispetto alla maggioranza richiesta. Ventotto senatori hanno votato contro e nove si sono astenuti.
Un ruolo particolare nel dibattito al Senato è stato svolto dalla posizione della Commissione Costituzionale e Giuridica, presentata dal senatore Zdeněk Hraba, secondo la quale la convenzione è un documento ideologico che in pratica non aiuterà le vittime di violenza domestica. Il vicepresidente del Senato Jiří Oberfalzer, a sua volta, ha sottolineato come la convenzione utilizzi ripetutamente il termine «genere» anziché «sesso», confondendo così le differenze biologiche tra donne e uomini.
La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, comunemente nota come Convenzione di Istanbul, sin dalla sua adozione nel 2011, ha suscitato serie controversie che vanno ben oltre il suo obiettivo dichiarato di proteggere le vittime di violenza. L’obiezione più frequentemente sollevata riguarda l’introduzione nell’ordinamento giuridico del concetto di genere socio-culturale, inteso come costrutto sociale indipendente dal sesso biologico di una persona.
Controversie circondano anche l’articolo 12(1) della convenzione, che obbliga gli Stati parte ad adottare misure volte a sradicare i «ruoli stereotipati per donne e uomini» e le tradizioni considerate fonte di violenza. La Corte costituzionale bulgara ha stabilito nel luglio 2018 che la convenzione è incompatibile con la costituzione di quel paese proprio a causa della sua relativizzazione delle differenze biologiche tra i sessi. I sostenitori della convenzione replicano a queste obiezioni sottolineando che il documento non impone l’obbligo di modificare la definizione di matrimonio o di identità di genere e che il suo scopo principale rimane la creazione di una protezione sistemica per le vittime di violenza domestica e sessuale.
La decisione del governo di Andrej Babiš – detto da alcuni il «Trump di Praga» – si inserisce in una tendenza più ampia che vede i vari Stati europei riconoscere i presupposti ideologici negativi della Convenzione di Istanbul. È significativo che ciò sia accaduto nella Repubblica Ceca, uno dei Paesi più laici e atei al mondo, dove l’opposizione alla Convenzione difficilmente può essere attribuita a motivazioni religiose.
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Allo stesso tempo, la decisione riflette un cambiamento politico da parte del governo di Babiš, leader del movimento ANO, che per anni è stato percepito come un politico centrista e che, dal suo ritorno al potere nel dicembre 2025, ha costantemente spostato l’enfasi delle sue politiche in direzione conservatrice, prendendo le distanze dall’agenda promossa dalle istituzioni dell’UE in materia di politica sociale e familiare.
Il sentimento contrario ai diktat europei è condiviso anche dalla vicina Slovacchia di Robert Fico, che due anni fa boicottò la cerimonia finale delle Olimpiadi parigine dopo l’infame spettacolo della cerimonia di apertura, tra tropi omotransessualisti e blasfemia manifesta.
Come riportato da Renovatio 21, quattro anni fa emerse chei cechi rischiavano tre anni di carcere se sostenevano la Russia e Putin sui social media.
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Immagine di David Sedlecký via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Famiglia
Il presidente polacco pone il veto su una legge che mira a indebolire il matrimonio con le unioni civili genderiste
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Gender
Nuova «lista dei nemici» di Amnesty International: dentro gruppi pro-life, critici del gender e gruppi religiosi
La notoria ONG mondialista Amnesty International ha appena pubblicato un nuovo rapporto sulle oscure minacce che incombono sul Gran Bretagna, intitolato«Una minaccia crescente: il movimento anti-diritti nel Regno Unito».
Le conclusioni dell’ente sono che il Regno Unito sia minacciato da quelli che chiama «gruppi anti-diritti».
«Il Regno Unito ha registrato un calo significativo nella tutela dei diritti LGBT+, passando dal 1° al 22° posto nella Rainbow Map annuale di ILGA-Europe tra il 2015 e il 2026», avverte il documenti di Amnesty. «Tra i fattori chiave che hanno contribuito a questo declino figurano la mancata riforma del quadro giuridico in materia di riconoscimento di genere, l’assenza di un divieto sulle pratiche di conversione, il trattamento dei richiedenti asilo LGBT+ e le implicazioni della sentenza della Corte Suprema nel caso For Women Scotland Ltd contro il Ministro scozzese».
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L’elenco di «gruppi anti-diritti» che Amnesty International individua è incredibilmente variegato, scrive LifeSite. Ad esempio, citano centri di assistenza per la gravidanza che cercano di aiutare le donne in gravidanze difficili, così come Labour Women’s Declaration, un gruppo femminista di sinistra che si oppone all’agenda transgender. Mettono in evidenza gruppi pro-vita così come gruppi come Gender Critical Greens e, stranamente, persino Children of Transitioners, un gruppo di persone con genitori transgender che parlano delle loro esperienze, scrive LifeSite.
Complessivamente, l’elenco comprende 49 gruppi «critici nei confronti del genere»; 25 gruppi pro-vita (tra cui 13 centri di assistenza per gravidanze in crisi); 11 gruppi etichettati come «pratiche di conversione», che includono gruppi come Genspect e Therapy First; 12 gruppi di «politica/attivismo della destra cristiana»; e infine una categoria onnicomprensiva «Altro».
L’elenco include testate come il Catholic Herald e l’Anglican Mainstream, che sono lieto di constatare abbiano entrambi pubblicato miei lavori in passato. Includono anche la Natural Family Planning Teachers’ Association, un’associazione che si occupa della fertilità naturale rigettando la contraccezione.
Secondo Amnesty l’insieme dei movimenti critico nei confronti delle questioni di genere nel Regno «è in crescita», con il 60% di questi gruppi «emersi dopo il 2017». Notano che i 117 gruppi elencati nel loro rapporto hanno speso «144 milioni di sterline tra il 2019 e il 2024, con un aumento del 47%», e che «i maggiori finanziatori sono organizzazioni cristiane ultraconservatrici di politica e advocacy», seguite da «sezioni britanniche di gruppi statunitensi e organizzazioni anti-aborto». Riferiscono inoltre che i gruppi sono «diffusi geograficamente e non concentrati a Londra».
Naturalmente, lo scopo di questo rapporto è quello di spingere il governo laburista a prendere di mira i gruppi che ha inserito nella lista. Amnesty International raccomanda di esaminare lo status di ente benefico dei gruppi idonei per valutare la possibilità di revocarlo, nonché di esaminare e regolamentare i centri di assistenza per gravidanze in crisi (probabilmente per obbligarli a offrire servizi di aborto). Tre paragrafi chiave evidenziano gli aspetti su cui sperano che il governo intervenga:
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«Il 25 giugno 2026, il governo ha pubblicato una bozza di legge sulle pratiche di conversione, dopo anni di impegni assunti dai governi precedenti. Mentre il disegno di legge sul divieto procede in Parlamento, occorre prestare particolare attenzione alle organizzazioni e ai fornitori di servizi che promuovono le pratiche di conversione, inclusi quelli che offrono formazione a terapisti e consulenti, come l’International Foundation for Therapeutic and Counselling Choice (IFTCC)».
La legislazione dovrebbe garantire che le pratiche di conversione non possano essere legittimate attraverso rivendicazioni di consenso o di scelta personale e dovrebbe prevedere chiare garanzie contro potenziali lacune. Inoltre, il disegno di legge dovrebbe disciplinare la pubblicità e la promozione di tali attività.
«Il rapporto mette in luce la vera natura di Amnesty International: un’organizzazione potente che afferma di difendere i diritti umani ma che in realtà funge da strumento di attacco per la rivoluzione sessuale» scrive LifeSite. «Qualsiasi gruppo che contraddica l’ideologia LGBT o l’aborto, che si tratti di un centro di assistenza per donne incinte in difficoltà o di un gruppo femminista che sostiene che solo le donne possono rimanere incinte, viene etichettato come “gruppo anti-diritti” da prendere di mira dal governo.
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Immagine di Jonatan Svensson Glad (Josve05a) via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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