Connettiti con Renovato 21

Geopolitica

Risoluzione ONU di Srebrenica, «genocidio» e doppi standard in attesa della nuova balcanizzazione

Pubblicato

il

La recente risoluzione dell’ONU sul «Genocidio di Srebrenica» ha raccolto 84 voti a favore, 19 contrari e 68 astensioni, attribuendo ingiustamente la colpa dei tragici eventi del 1995 all’insieme serbo, mentre l’Occidente ignora la verità. Come previsto dai funzionari serbi, questa mossa non fa altro che approfondire le spaccature esistenti e aumentare le tensioni in Europa. Un articolo della testata governativa russa Sputnik fa il punto sulla situazione.

 

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato giovedì una controversa risoluzione che nomina l’11 luglio «Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica del 1995» e condanna «senza riserve qualsiasi negazione del genocidio di Srebrenica come evento storico».

 

I leader della Serbia e della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (Republika Srpska) riconoscono la tragica morte di migliaia di musulmani bosniaci a Srebrenica come un crimine di guerra perpetrato da alcuni individui, ma rifiutano categoricamente la sua qualificazione come genocidio e contestano le affermazioni avanzate dalle autorità bosniache e dall’Occidente riguardo il bilancio delle vittime.

Sostieni Renovatio 21

«Questo documento non farà altro che aumentare il potenziale di conflitto dei Balcani», ha affermato Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo.

 

Prima del voto, il presidente serbo Aleksandar Vucic aveva avvertito gli Stati Uniti e l’Unione Europea delle conseguenze problematiche della risoluzione.

 


L’ambasciatore russo all’ONU, Vassilij Nebentsia, aveva previsto che la risoluzione avrebbe portato alla «distruzione degli accordi di pace di Dayton» che hanno posto fine alla guerra in Bosnia nel 1995 e stabilirono l’attuale forma della Bosnia-Erzegovina. Le previsioni del diplomatico di Mosca hanno iniziato a materializzarsi il 23 maggio, scrive Sputnik.

 

Milorad Dodik, presidente della Republika Srpska, che fa parte della federazione della Bosnia ed Erzegovina, ha annunciato che entro i prossimi 30 giorni la Republika Srpska presenterà una proposta ai suoi partner in Bosnia ed Erzegovina delineando un piano di separazione pacifica.

 

«In primo luogo, la nostra proposta sarà quella di chiarire le competenze politiche di ciascuna delle nostre entità [compresa la Bosnia ed Erzegovina]. Proporremo di mantenere in vigore l’attuale modello economico, adattandolo poi al processo di separazione pacifica. Il popolo serbo non può più vivere in una Bosnia-Erzegovina simile. Ciò che hanno fatto i bosniaci con la risoluzione su Srebrenica è illegale e dimostra che [gli artefici della risoluzione] non rispettavano i serbi».

 

Nella sua essenza, la Bosnia-Erzegovina è una struttura fragile, scrive l’analisi di Sputnik. Lo Stato balcanico è costituito da due entità principali, la prima parte composta da croati cattolici e bosniaci musulmani – la Federazione della Bosnia ed Erzegovina, e la seconda, Republika Srpska, la parte cristiano-ortodossa, popolata da serbi.

 

L’emigrazione dei croati dalla Bosnia-Erzegovina è stata dilagante, soprattutto dopo il 2013, quando la Croazia è diventata membro dell’UE. Da allora, la comunità croata, composta da 550.000 persone, è andata dissolvendosi, mentre i giovani croati bosniaci partono per lavori migliori nelle grandi città dell’UE. Di conseguenza, la Bosnia-Erzegovina (BiH) è diventata sempre più dominata dai musulmani, spingendo così la Republika Srpska a cercare la riunificazione con la Serbia.

 

Il semplice metodo di conteggio dei voti durante la sessione dell’Assemblea generale dell’ONU su Srebrenica ha sollevato interrogativi. Gli 87 paesi che non hanno votato a favore della risoluzione hanno infatti superato gli 84 che hanno sostenuto la bozza, formalmente proposta da Germania e Ruanda.

 

In un’intervista sempre a Sputnik Darko Mladic, figlio del leader serbo-bosniaco Ratko Mladic, che attualmente sta scontando l’ergastolo per il suo coinvolgimento negli eventi di Srebrenica, ha spiegato perché la risoluzione ha provocato tanta indignazione tra il popolo serbo.

 

Nonostante il fatto che solo poche nazioni abbiano sostenuto l’idea di etichettare gli eventi del 1995 come «genocidio», i serbi hanno la sensazione che la loro intera nazione sia stata ingiustamente stigmatizzata come genocida. Qualsiasi tentativo futuro di sfidare questa percezione potrebbe essere visto come una forma di «negazione del genocidio», rendendo di fatto illegale per i serbi esprimere qualsiasi obiezione.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

«Hanno dovuto cambiare le regole delle Nazioni Unite per far approvare» questa risoluzione, ha spiegato Mladic. «Lo scopo degli autori di questa risoluzione è quello di… impedire alla comunità di ricerca di svolgere ulteriori indagini su ciò che realmente accadde allora [durante la guerra in Bosnia del 1992-1995, ndr]. Non solo a Srebrenica, ma in tutta la Bosnia… Questa risoluzione non promuove la pace, ha un enorme potenziale distruttivo».

 

In un’intervista all’agenzia di stampa Tanjug, Efraim Zuroff, direttore del Centro Simon Wiesenthal per la caccia ai criminali di guerra nazisti, ha criticato il recente voto dell’Assemblea generale dell’ONU definendolo di natura politica. Zuroff ha continuato descrivendo l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite come il «posto peggiore» per un simile voto.

 

In qualità di ricercatore del genocidio nazista contro gli ebrei durante gli anni Trenta e Quaranta, Zuroff ha spiegato che la definizione di «genocidio» accettata a livello internazionale va oltre i crimini di guerra, comprendendo omicidi premeditati con l’intenzione di sradicare un intero gruppo etnico, sostenendo che questa definizione non si applicava agli eventi di Srebrenica del 1995, dove tutte le donne e i bambini musulmani furono evacuati e la maggior parte degli uomini uccisi erano combattenti morti nei campi minati o durante gli scontri a fuoco.

 

Zuroff ha anche affermato che la risoluzione è stata in realtà redatta da musulmani bosniaci, che hanno utilizzato gli inviati tedeschi e ruandesi presso le Nazioni Unite come delegati. I serbi bosniaci e la Serbia ne sono consapevoli, e questo li rende sempre più determinati a far sì che la Republika Srpska lasci la Bosnia-Erzegovina e si unisca alla Serbia.

 

La storia rende i serbi scettici riguardo alle promesse fatte dagli inviati tedeschi all’ONU riguardo alla responsabilità individuale o collettiva nel «genocidio». Dei sette capi di entità post-jugoslave giudicati colpevoli dall’Aia e imprigionati, la maggioranza erano serbi. Serbi bosniaci, serbi croati e persino il defunto presidente Slobodan Milosevic furono tra le persone incarcerate, mentre nessun rappresentante musulmano o croato subì lo stesso destino.

 

I leader serbo-bosniaci Radovan Karadjic, Biljana Plavsic, Momcilo Kraishnik e il primo presidente della Repubblica Serba di Krajina in Croazia, Milan Babic, sono stati tutti condannati al carcere dal tribunale dell’Aja, mentre i leader albanesi del Kosovo Hashim Taci e Ramush Haradinaj sono stati liberati, nonostante ampie prove dei loro crimini, scrive la testata russa.

 

Sia Taci che Haradinaj sono stati rilasciati, nonostante le accuse del procuratore capo delle Nazioni Unite Carla del Ponte, che nei suoi due libri ha dettagliato il loro ruolo nella tortura e nell’omicidio di massa dei serbi del Kosovo.

 

«Se si attacca ‘individualmente’ solo ai politici di una certa origine etnica, allora ovviamente si ritiene responsabile questo gruppo», ha detto a Sputnik George Szamuely, ricercatore senior del Global Policy Institute con sede a Budapest.

 

Un esempio lampante dei doppi standard dell’Occidente può essere visto nel caso di Milan Martic, l’ex presidente della Repubblica Serba di Krajina, un’entità autoproclamata dalla popolazione di etnia serba abitante nelle regioni storiche di Krajina e Slavonia.

 

Nel 1995, le truppe croate invasero la Repubblica Serba di Krajina, provocando quello che è stato descritto come un atto di «pulizia etnica». Nonostante ciò, il Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia ha attribuito la colpa esclusivamente ai leader dell’entità serba distrutta e non ai leader politici e militari croati responsabili della sua distruzione.

 

Di conseguenza, non ci sono più serbi che vivono nella regione, eppure nessun politico musulmano croato o bosniaco è stato ritenuto responsabile del proprio ruolo in questi eventi.

 

La risoluzione delle Nazioni Unite su Srebrenica si aggiunge a un numero crescente di rimostranze inflitte ai serbi, e la Bosnia-Erzegovina potrebbe essere solo la prima vittima di questa ingiustizia legittimata a Nuova York il 23 maggio 2024.

 

A Trent’anni di distanza non possiamo dire che la «balcanizzazione» sia terminata. A gennaio Belgrado ha reso nota la sua contrarietà alla decisione di Washington di vendere missili anticarro alla provincia separatista islamica del Kosovo e intende in risposta rafforzare l’esercito, ha dichiarato venerdì il ministro della difesa serbo Milos Vucevic.

Aiuta Renovatio 21

«Gli Stati Uniti sono un alleato di lunga data di Pristina, quindi non siamo sorpresi da questa mossa, ma siamo ovviamente delusi e abbiamo espresso apertamente il nostro disappunto», ha detto Vucevic al quotidiano serbo Kurir.

 

Gli albanesi hanno dichiarato l’indipendenza nel 2008 con il sostegno degli Stati Uniti, ma la Serbia non ha mai riconosciuto la mossa, nonostante le continue pressioni da parte dell’Occidente, anche recenti: è stato riportato che l’anno passato il cancelliere tedesco Scholz ha detto al presidente serbo Vucic che Belgrado non sarebbe entrata nella UE fino a che non avrebbe riconosciuto l’indipendenza del nuovo Stato albanese.

 

Come riportato da Renovatio 21, le tensioni avevano portato Belgrado a muovere le truppe verso il confine. L’anno scorso in alcuni scontri la polizia kosovara aveva sparato sulla protesta serba. In un momento di tensione i poliziotti di etnia albanese avevano strappato bandiere, mostrato le armi e occupato una diga. Negli scontri tra polizia, manifestanti serbi e truppe NATO fa furono feriti, tra gli altri, alcuni militari italiani, suscitando una reazione rabbiosa da parte del premier Meloni, che potrebbe aver fatto capire da che parte sta quando ha fatto un misterioso viaggio estivo dal premier albanese Edi Rama, uomo di Soros il cui fratello fu accusato di aver interrotto una partita di calcio della nazionale a Belgrado con un drone recante una bandiera della «grande Albania», dove il territorio serbo del Kosovo risulta parte dello Stato di Tirana.

 

Come riportato da Renovatio 21, lo scorso autunno il presidente serbo Vucic ha dichiarato che e forze di pace NATO hanno dato al Kosovo «carta bianca» per uccidere i serbi. In precedenza aveva accusato il Kosovo albanese di voler «iniziare una guerra NATO-Serbia».

 

Una nuova guerra nei Balcani mirerebbe a riportare sui binari il progetto mondialista espletatosi con la presidenza Clinton e continuato con Bush e Obama.

 

Il Kosovo è essenzialmente una creazione dei Clinton, che si appoggiavano al cosiddetto «Ulivo mondiale»: Blair a Londra e l’ex comunista Massimo D’Alema a Roma, che fornì aiuto politico, materiale, militare dal nostro Paese. Lo «Stato» kosovaro fu creato grazie a massicci bombardamenti NATO della Serbia voluti dall’amministrazione americana a fine anni Novanta, in primis il senatore Joe Biden, che, amico personale di Tito, rivendica addirittura di aver indicato ai militari le zone da colpire.

 

Secondo il New York Times il Kosovo è percentualmente il più grande fornitore di foreign fighter ISIS in rapporto alla popolazione.

 

L’ex presidente kosovaro Hashim Thaci, pupillo del segretario di Stato clintoniano Madeleine Albright a lungo al vertice del Paese, è stato accusato di crimini tra cui il traffico di organi.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Michael Büker via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

 

 

 

 

Continua a leggere

Geopolitica

«Ya viene Giacarta»: la CIA in Indonesia

Pubblicato

il

Da

Il 19 giugno 1966 James Reston (1909-1995), uno dei più influenti editorialisti americani, intitolava il suo articolo Una luce di speranza in Asia. La luce veniva dall’Indonesia, dove l’esercito aveva appena annientato uno dei più grandi partiti comunisti del mondo. Nei mesi precedenti centinaia di migliaia di persone erano state uccise, spesso con coltelli, machete e lance di bambù.   Agli occhi di Washington, quel massacro rappresentava una delle più importanti vittorie della Guerra fredda.   Da questa contraddizione parte il giornalista americano Vincent Bevins nel suo The Jakarta Method (tradotto in italiano da Einaudi con il titolo Metodo Giacarta, 2020) che ricostruisce la distruzione violenta dei movimenti comunisti nel mondo postcoloniale. Secondo Bevins, questa distruzione avvenne spesso con il sostegno o la complicità degli Stati Uniti.

Sostieni Renovatio 21

Bisogna tornare al 1945, quando l’Indonesia proclamò l’indipendenza dai Paesi Bassi. Il suo leader, Sukarno (1901-1970), immaginava un Paese libero dal colonialismo europeo e indipendente da entrambi i blocchi. Nel 1955 riunì a Bandung ventinove nazioni asiatiche e africane, gettando le basi del movimento dei non allineati.   L’Indonesia rappresentava un problema strategico per Washington. Era un Paese immenso, ricco di materie prime, collocato lungo rotte commerciali fondamentali. Ospitava inoltre il PKI, il Partito Comunista Indonesiano, con milioni di iscritti e simpatizzanti. A differenza dei comunisti vietnamiti, il PKI perseguiva prevalentemente una strategia politica, partecipando alla vita pubblica e sostenendo Sukarno.   Già nel 1958, sotto Dwight Eisenhower (1890-1969), la CIA finanziò e armò una ribellione contro il governo di Giacarta. Alla guida dell’Agenzia c’era Allen Dulles (1893-1969), mentre il fratello John Foster Dulles (1888-1959) era al Dipartimento di Stato. L’operazione fallì quando il pilota americano Allen Pope (1928-2020) venne abbattuto e catturato.   La svolta arrivò tra il 30 settembre e il 1° ottobre 1965. Un gruppo di ufficiali sequestrò e uccise sei generali dell’esercito, gettandone i corpi in un pozzo. Le responsabilità dell’operazione restano controverse, ma il generale Suharto (1921-2008), non preso di mira dai congiurati, ne attribuì subito la colpa ai comunisti. La propaganda dell’esercito diffuse anche il racconto di militanti comuniste che avrebbero mutilato gli ufficiali. Le autopsie ordinate dallo stesso Suharto, che lo studioso Benedict Anderson (1936-2015) pubblicò nel 1987, non riportavano né occhi cavati né mutilazioni: solo ferite d’arma da fuoco e i traumi della caduta nel pozzo. L’esercito avviò una campagna di repressione che si trasformò rapidamente in sterminio.   Iscritti al PKI, sindacalisti, contadini, insegnanti e semplici sospetti furono arrestati o uccisi. L’esercito eseguì direttamente molte esecuzioni; in altre regioni incoraggiò milizie civili e gruppi religiosi anticomunisti. Le stime più citate parlano di circa mezzo milione di morti, ma alcune valutazioni arrivano a un milione.   L’11 ottobre 1965, dieci giorni dopo l’inizio della crisi, il corrispondente da Washington Max Frankel (n. 1930) pubblicò un articolo intitolato «Gli Stati Uniti rincuorati dalla sconfitta dei rossi». L’amministrazione di Lyndon Johnson (1908-1973), scriveva Frankel, intravedeva una straordinaria nuova opportunità. Riteneva inoltre che l’esercito potesse indebolire, forse distruggere, il comunismo indonesiano come forza politica.

Aiuta Renovatio 21

Il 17 dicembre 1965 TIME riferiva di comunisti uccisi a migliaia insieme alle loro famiglie. A Giava orientale e nel Nord di Sumatra lo smaltimento dei cadaveri era diventato un problema sanitario e chi tornava da quelle zone parlava di corsi d’acqua «letteralmente intasati di cadaveri».   Cinque mesi dopo il primo articolo, il 13 marzo 1966, Frankel tornò sull’argomento. I funzionari americani, dopo mesi di «prudente silenzio» e una lunga azione diplomatica a favore dei militari, erano elated: entusiasti. Faticavano a nascondere la propria soddisfazione per le notizie che arrivavano dall’Indonesia.   Nel frattempo, dal Paese arrivavano resoconti sempre più atroci.   Il 15 luglio 1966 il settimanale TIME dedicò all’Indonesia la copertina, con il volto di Suharto, e un lungo servizio non firmato: Vendetta con il sorriso.    

Copertina di TIME, voll. 88, 15 luglio 1955. Diritti di TIME magazine

Aiuta Renovatio 21

Il reportage raccontava che a Kediri, nella Giava orientale, circa 25.000 sospetti comunisti erano stati trascinati fuori dalle case. Molti erano stati decapitati e le loro teste infilzate su pali davanti alle abitazioni, perché mogli e figli le vedessero. I cadaveri gettati nel fiume Brantas erano così numerosi che gli abitanti avevano paura di mangiarne il pesce.   Lo stesso articolo descriveva il nuovo corso in termini favorevoli. Sukarno veniva presentato come un leader screditato, responsabile di vent’anni di governo personalistico. Suharto appariva invece come un generale determinato, alla guida di un regime definito «scrupolosamente costituzionale». La fine dello scontro con la Malaysia e il distacco da Pechino venivano descritti come una reazione a catena di pace. La rivista concludeva che si trattava della migliore notizia per l’Occidente in Asia da anni.   Anche sul New York Times comparvero valutazioni analoghe. Il 5 aprile 1966 un editoriale giudicava positivamente la cautela con cui i militari gestivano la transizione. L’8 aprile il commentatore Cyrus Leo Sulzberger (1912-1993), membro della famiglia proprietaria del giornale, scriveva che quasi tutti erano soddisfatti dei cambiamenti in corso.   Non tutti i giornalisti interpretarono gli eventi soltanto come una vittoria anticomunista. Il 24 agosto 1966 il corrispondente Seymour Topping (1921-2020), dopo aver attraversato Giava e Bali, pubblicò un reportage intitolato «Il massacro dei rossi lascia all’Indonesia una cupa eredità». Topping descriveva una repressione dalle forme diverse: in alcune zone erano stati i soldati a condurre le esecuzioni. Altrove gruppi di civili sostenuti o incoraggiati dalle autorità avevano ucciso con armi da taglio e lance di bambù. Le violenze comprendevano decapitazioni e mutilazioni. Secondo quanto ricordò poi lo stesso Topping, Johnson mostrava i suoi dispacci ai visitatori come prova che la fermezza americana in Vietnam aveva incoraggiato i generali indonesiani.   Il reportage contraddiceva la rappresentazione del massacro come esplosione spontanea di odio popolare: la violenza aveva avuto un’organizzazione politica e militare.   Per Bevins è questo il punto centrale. La distruzione del PKI fu una vittoria strategica ottenuta dagli Stati Uniti senza impiegare direttamente le proprie truppe. Mentre Washington combatteva in Vietnam, in Indonesia un movimento comunista di massa veniva eliminato dall’esercito locale e dalle milizie anticomuniste.   Gli Stati Uniti non furono gli esecutori materiali del massacro. Nel 1990, però, alcuni ex funzionari dell’ambasciata e della CIA dichiararono di aver compilato elenchi di migliaia di dirigenti e quadri comunisti, consegnati all’esercito. Raccontarono anche di aver poi segnato i nomi di chi veniva ucciso o catturato. Uno di loro affermò di avere probabilmente molto sangue sulle mani, aggiungendo che non era del tutto un male.   Nel 2017 la desecretazione di migliaia di pagine dell’archivio dell’ambasciata di Giacarta ha mostrato che i diplomatici americani seguivano l’andamento delle uccisioni. Una funzionaria dell’ambasciata definì il cambio di potere un «fantastico ribaltamento» avvenuto in dieci settimane.   Il risultato fu la distruzione del PKI e la progressiva estromissione di Sukarno. Suharto instaurò una dittatura militare che sarebbe durata fino al 1998, e l’Indonesia divenne uno dei principali alleati anticomunisti dell’Occidente nel Sud-est asiatico.

Iscriviti al canale Telegram

La tesi più originale del libro di Bevins riguarda ciò che avvenne dopo: Giacarta divenne il nome di un metodo.   Il libro si apre con la storia di Ing Giok Tan, una ragazza che nel 1962 fuggì da Giacarta verso il Brasile, ritenendolo un Paese lontano dalla Guerra fredda. Due anni dopo, anche il Brasile ebbe il suo colpo di Stato militare.   Negli anni successivi il riferimento al massacro indonesiano cominciò a circolare negli ambienti anticomunisti latinoamericani. In Brasile, governato dai militari dopo il colpo di Stato del 1964, Giacarta divenne un riferimento per la repressione del Comunismo. In Cile, tra il 1972 e il 1973, sui muri di Santiago comparve la scritta Ya viene Djakarta, rivolta ai sostenitori di Salvador Allende (1908-1973).   Bevins non sostiene che tutte le dittature latinoamericane abbiano copiato un unico piano elaborato a Giacarta. La sua ricostruzione mostra piuttosto la diffusione internazionale di una pratica che tendeva ad eliminare fisicamente le organizzazioni politiche considerate incompatibili con l’ordine anticomunista. Il Brasile aveva preceduto l’Indonesia; il Cile e altri Paesi ne ripresero simboli e strumenti. A collegarli era una rete di apparati militari, servizi di intelligence e interessi politici ed economici.   Le conseguenze andarono oltre la scomparsa dei partiti comunisti. In molti Paesi vennero distrutti sindacati, organizzazioni contadine e movimenti nazionalisti che avevano cercato una strada autonoma dopo la fine del colonialismo.   Bevins propone così di rileggere l’intera Guerra fredda. La vittoria occidentale non fu soltanto il risultato della superiorità economica americana, della deterrenza nucleare o del collasso sovietico. Fu anche il prodotto della repressione violenta di movimenti politici che avrebbero potuto dare ai Paesi postcoloniali un futuro diverso.   Quando Bevins chiese a un sopravvissuto indonesiano come l’Occidente avesse vinto, la risposta fu: Ci avete uccisi.   Marco Dolcetta Capuzzo

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
 
Continua a leggere

Geopolitica

Il Cremlino: Kiev nelle «ultime manifestazioni di agonia»

Pubblicato

il

Da

Gli attacchi a lungo raggio dell’Ucraina contro le infrastrutture civili ed energetiche russe, incluso il raid su San Pietroburgo, non sono altro che disperati tentativi di Kiev di cambiare il corso del conflitto e non avranno successo, ha affermato il portavoce del Cremlino Demetrio Peskov.

 

Una persona è rimasta uccisa e altre cinque ferite a San Pietroburgo durante un raid aereo notturno condotto dall’esercito ucraino, secondo quanto dichiarato dal governatore locale Aleksandr Beglov. L’attacco ha inoltre danneggiato oltre una dozzina di palazzi residenziali e provocato un incendio in un terminal petrolifero locale.

 

Peskov ha descritto l’attacco come «un’ultima manifestazione dell’agonia» dell’Ucraina, aggiungendo che, sebbene «il regime di Kiev stia reagendo, non può cambiare il corso della storia».

 

Secondo il portavoce del Cremlino, la Russia ha costantemente risposto agli attacchi ucraini con importanti raid sistematici, che «producono risultati».

Sostieni Renovatio 21

Mosca ha accusato Kiev di aver deliberatamente preso di mira infrastrutture civili e zone residenziali con droni a lungo raggio, nel tentativo di compensare le battute d’arresto sul campo di battaglia, dove le forze russe hanno continuato ad avanzare.

 

Kiev continua inoltre a prendere di mira le infrastrutture petrolifere russe, nonostante le richieste del presidente statunitense Donald Trump di porre fine agli attacchi, che a suo dire sono la causa dell’impennata dei prezzi globali dell’energia. Trump aveva precedentemente accusato Volodymyr Zelens’kyj di «creare problemi» agli Stati Uniti e al mondo intero, suggerendo che l’Ucraina avesse bisogno di un «nuovo presidente».

 

All’inizio di questo mese, Washington ha anche raggiunto un accordo con Mosca per alleviare la crisi dei carburanti in vista delle elezioni di medio termine statunitensi del 3 novembre. L’accordo prevedeva che gli Stati Uniti allentassero le restrizioni sulle esportazioni di gasolio da Mosca e rinunciassero alle sanzioni «devastanti», tra cui dazi del 500% sulle importazioni dalla Russia e del 100% sui principali acquirenti di petrolio e gas russi, in cambio della fornitura di gasolio da parte di Mosca al mercato globale e potenzialmente anche agli Stati Uniti.

 

La Russia ha risposto agli attacchi terroristici di Kiev intensificando la sua campagna di missili a lungo raggio e droni contro le infrastrutture militari, industriali e logistiche dell’Ucraina. Il ministero della Difesa russo sostiene che le forze armate non prendono di mira i civili e che gli attacchi sono diretti esclusivamente contro obiettivi militari e infrastrutture a supporto delle forze ucraine.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) ; immagine modificata

 

Continua a leggere

Geopolitica

L’Egitto promette supporto militare all’Arabia Saudita contro gli Houthi

Pubblicato

il

Da

L’Egitto si è impegnato a sostenere l’Arabia Saudita nel conflitto in escalation con i ribelli Houthi, appoggiati dall’Iran, nello Yemen, secondo quanto annunciato dal massimo organo di sicurezza del Paese.   Riad ha fatto pressioni sugli alleati affinché fornissero assistenza in seguito agli attacchi degli Houthi contro aeroporti e impianti petroliferi sauditi, in rappresaglia per le sue operazioni militari in Yemen. Il gruppo ha chiesto all’Arabia Saudita di revocare il blocco degli aeroporti e dei porti yemeniti, definendo il suo approccio «occhio per occhio».   Il Consiglio di Difesa Nazionale egiziano, presieduto dal presidente Abdel Fattah al-Sisi, ha annunciato la decisione domenica, il giorno dopo aver richiesto l’autorizzazione parlamentare per il dispiegamento di truppe e attrezzature militari all’estero. Il Consiglio ha promesso «ogni possibile forma di sostegno» per aiutare l’Arabia Saudita a difendere la propria sicurezza, ma non ha specificato quale tipo di assistenza avrebbe fornito l’Egitto.   Il rinnovato scontro è iniziato a luglio, quando le forze governative yemenite sostenute dall’Arabia Saudita hanno attaccato l’aeroporto di Sana’a, controllato dagli Houthi, ponendo fine ad anni di relativa calma seguiti alla tregua mediata dalle Nazioni Unite nel 2022.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Gli Houthi hanno reagito con attacchi missilistici, hanno dichiarato un blocco marittimo e hanno conquistato territori lungo la costa yemenita del Mar Rosso, tra cui Mokhaa e le isole dello stretto di Bab el-Mandeb. Di conseguenza, Riyadh ha intensificato i suoi attacchi aerei e ha appoggiato una controffensiva del governo yemenita riconosciuto a livello internazionale.   Secondo le autorità saudite, gli attacchi degli Houthi contro l’aeroporto internazionale Re Khalid di Riad, avvenuti tra il 10 e l’11 ottobre, hanno causato almeno 14 morti e oltre 300 feriti. La scorsa settimana, le forze a guida saudita hanno colpito depositi di petrolio a Sana’a.   Un raid aereo contro un’abitazione nella provincia settentrionale yemenita di Saada ha ucciso almeno nove persone, tra cui cinque bambini e due donne, e ne ha ferite 19 domenica, secondo quanto riferito dal ministero della Salute controllato dagli Houthi. Il ministero ha accusato l’Arabia Saudita, che non ha rilasciato commenti immediati. Dall’altra parte del confine, le autorità saudite hanno affermato che un proiettile lanciato dagli Houthi ha ferito sei persone in una zona residenziale della provincia di Najran.   Il capo negoziatore degli Houthi, Mohamed Abdulsalam, ha attribuito a Riad la responsabilità dell’escalation e l’ha accusata di ostacolare gli sforzi di mediazione. Ha affermato che l’Oman ha proposto una tregua di cinque giorni per facilitare i colloqui e che i ribelli hanno accettato di interrompere gli attacchi se l’Arabia Saudita soddisferà richieste umanitarie non specificate.   La scorsa settimana un diplomatico saudita ha fornito una versione contrastante dei fatti, affermando che il regno aveva proposto colloqui in Oman a luglio per risolvere le divergenze, ma che gli Houthi si erano rifiutati di parteciparvi.   Come riportato da Renovatio 21, in settimana gli Houthi hanno lanciato un attacco missilistico contro il palazzo presidenziale nella città meridionale di Aden, dove ha sede il governo riconosciuto a livello internazionale e sostenuto dall’Arabia Saudita.   Come riportato da Renovatio 21, il presidente statunitense Donaldo Trump ha lasciato intendere che gli USA potrebbero unirsi ai sauditi negli attacchi contro gli Houthi. Anche il presidente francese Emanuele Macron ha parlato di invio di truppe in Arabia Saudita. Parimenti, la Siria, ora gestita da islamisti, starebbe valutando un intervento in Yemen.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
 
Continua a leggere

Più popolari