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Renovatio 21 recensisce la serie documentaria Allen vs Farrow
Sull’onda delle nuove rivelazioni sulla frequentazione tra Woody Allen e Jeffrey Epstein (ma cosa potranno mai avere in comune, quei due?) Renovatio 21 ripropone un articolo apparso sul sito Mondoserie riguardo a Allen vs Farrow, serie documentaria sullo scandalo accaduto tra i due, con Allen accusato di molestie alla figlia piccola Dylan e poi la scoperta del rapporto con un’altra figlia della sua fidanzata Farrow, Soon-Yi, che diventerà infine sua moglie in una cerimonia celebrata a Venezia da Massimo Cacciari. È una storia che contiene molte cose, spesso sconcertanti.
HBO può considerarsi, più che un canale TV, una Finestra di Overton permanente. La Finestra di Overton è quel sistema, studiato dalla politica americana, con il quale si prende un’idea impensabile e la si rende, dopo vari passaggi («radicale», «accettabile», «sensibile», «popolare»…) la si rende legalizzata.
HBO ha overtonizzato l’immaginario e l’audiovisivo per decenni, ormai.
I Sopranos fu forse il primo show TV di prima serata a mostrare zizze di prostitute a profusione, violenze inaudite, situazioni moralmente ripugnanti. Di lì si passò al sesso coi vampiri (True Blood) e alle porcherie del Trono di Spade, dove al termine del primo episodio un bambino è gettato da una torre da un tizio che si accoppia con la sua stessa sorella.
Un giovane regista italiano di stanza Los Angeles ci fece un corto satirico, dove gli aspiranti attori, davanti a copioni di infinita sozzeria, si ripetono catarticamente «It’s not porn, it’s HBO».
Qualcuno arrivò a dire che sui set HBO avviene l’opposto di quanto è successo per più di un secolo di settima arte: i cineasti vogliono osare con scene di sesso e violenza, la produzione nega e al massimo taglia. Maddeché: qui è la produzione che impone il piede a tavoletta. Considerando la quantità di serie sfornate ogni anno, ora anche con lo streaming di HBO Max, un tale sistema non può che diventare una sorta di divoratore di tabù.
Ci sarebbe il tabù dei tabù – ma in verità non sappiamo nemmeno se sia l’ultimo. Ci sarebbe quella cosa, là, di cui tratta la tragedia di Edipo e, secondo Jung, la storia di Elettra, ma forse ambedue si configurano più come il racconto di Crono che ingolla la sua prole… Perché il tabù edipico, a differenza che nell’antica Grecia, può anche combinarsi con l’orrore più grande che martella l’opinione pubblica a cavallo tra XX e XXI secolo: la pedofilia.
Ecco, HBO sta facendo un suo percorso di avvicinamento (overtoniano, sì) anche a questo tema. Laddove l’audiovisivo in casi estremamente rari è riuscito a spingersi, HBO plana forte di talenti e di milioni di dollari per le produzioni – e per gli avvocati.
Il primo caso, dove la parola «pedofilo» era pronunziata solo all’ultimo minuto, fu la miniserie Leaving Neverland, dove parlavano le presunte vittime infantili di Michael Jackson. Uno spettacolo straziante, con effetti devastanti su tutto l’immaginario mondiale – Michael Jackson, diceva il sociologo francese Jean Baudrillard, era così amato perché rappresentava l’umanità ventura, né maschio né femmina, né nero né bianco… la caratteristica che si aggiunge ora rende il ritratto definitivamente inquietante. Ne parleremo forse in un altro articolo.
Il caso più conclamato è Allen v. Farrow, docuserie uscita a febbraio 2021 (in Italia vista su Sky) realizzata da Kirby Dick (nominato più volte all’oscar per i suoi documentari) e Amy Ziering, già studentessa californiana del filosofo Jacques Derrida, cui ha dedicato un documentario nel 2002.
I quattro episodi esplorano un’accusa di abuso sessuale fatta contro Woody Allen nel 1992. Perché quello che lo spettatore non sa, in ispecie fuori dagli USA, è che la storia di Woody Allen che sposa sua figlia adottiva, la coreana Soon-Yi (sposata qualche anno dopo a Venezia in una cerimonia officiata dal sindaco Massimo Cacciari) è solo la punta dell’iceberg dello scandalo che lo travolse. Anzi, qualcuno maligna: è uno schermo per un’accusa ben peggiore…
Allen ha rifiutato di partecipare alla serie, che quindi si basa interamente sulla generosità di Mia Farrow e famiglia.
Entriamo nella loro casa in Connecticut, una meravigliosa casa di campagna davanti ad un laghetto, una sorta di paradiso che pare una dacia di felicità estiva come in certi romanzi russi, tanto amati da Woody, che da fidanzato di Mia viene immerso in questo eden multirazziale di bambini.
Certo, la Farrow è un personaggio non semplice: arriva al successo giovanissima, sposa Frank Sinatra che nemmeno ha venti anni, poi fa figli con il direttore d’orchestra Previn, quindi comincia ad adottarne una discreta quantità da ogni parte del mondo – arriverà alla cifra incredibile di 14 figli, e non tutte le loro storie sono belle. C’è da dire che viene da una bella famiglia in cui i figli erano sette.
In particolare, si tratta di Dylan Farrow. La bambina, adottata in Texas, aveva 7 anni. Woody, viene detto, sviluppa un incredibile attaccamento nei suoi confronti, al punto che si parla anche di visite dallo psicologo. Insieme a Mia e Dylan Farrow, al figlio biologico di Allen e Farrow Ronan Farrow – l’iniziatore del #MeToo – e alla cantante pop amica di famiglia Carly Simon, compaiono nella serie, esperti, pubblici ministeri e investigatori.
Alcuni danno ragguagli abbastanza sensati: chi ha dato un’occhiata alle carte donate da Woody Allen all’Università di Princeton – cioè, a tutti i suoi dattiloscritti con correzioni a mano – non può non notare che una certa tendenza verso le ragazze giovanissime c’è… E in effetti, se pensate a Manhattan, Mariti e mogli (tutti usciti prima dello scandalo del 1992 (proprio di quella è la storia del film. La serie è riuscita a scovare poi un’attrice che sostiene di essere stata «romanticamente coinvolta» con Allen quando lei aveva ancora 17 anni.
Tuttavia con Dylan la storia è diversa: la bambina, ha 7 anni, non 17. La bimba la preferita da Woody che arrivò ad adottarla, denuncia abusi. Da lì partirà la lotta della Farrow contro Allen, e dopo 30 anni secchi, oramai, l’ira sua e di alcuni suoi figli non è ancora placata. O forse, più che di ira, dobbiamo parlare di traumi.
Il fatto è che con questa serie sono emersi elementi che rendono davvero difficile parteggiare per Allen – e infatti, molti dei suoi attori lo hanno ripudiato, così come è svanito il suo contratto per una serie su Amazon Prime.
Il primo documento, è la video-intervista registrata dalla Farrow appena successo il fatto. L’attrice aveva la mania degli home-movies, e di fatto per la serie la quantità di cassette messe a disposizione è una manna. Fece raccontare a Dylan quello che le fece Woody quando erano rimasti soli nel solaio.
Il video fu contestato dal partito di Allen, che sostiene che girare un video a caldo se si crede a un tale trauma sia innaturale. Una giovane giornalista del New York Times, Amanda Hess, divenuta madre di recente, ha scritto che questa accusa di non-maternità non regge. Dice che, invece, specie in era di smartphone, è il non fare foto alla prole che è considerato come segno di mancata maternità.
Il secondo documento rivelatore, che abbiamo se possibile trovato ancora più disturbante, riguarda le registrazioni telefoniche delle telefonate che comunque intercorrevano tra Allen e la Farrow.
«Se mi è rimasto un briciolo di fiducia in te, allora aiutami ora: dimmi dov’eri per quei 20 minuti», dice la Farrow, riferendosi al giorno in cui Allen avrebbe abusato di Dylan, quando la casa era piena di familiari e amici, ma nessuno sapeva dove fossero Allen o Dylan per una ventina di minuti.
«Tutti i dettagli quando sarà il momento e la verità verrà fuori», risponde Allen. Non è chiaro cosa significhi. Tuttavia, ad un certo punto, lui le assicura che non sta registrando la telefonata, che si deve fidare di lui, e lei pare cascarci. Poi lo si sente invece parlare presumibilmente con l’avvocato e comunicare che, tranquillo, sta registrando tutto.
Ecco qualcosa che il documentario ci fa scoprire: Allen, a differenza di come lo si percepisce nei film, e soprattutto in Europa, è potente. Non è solo «la quintessenza di New York» come è detto in un episodio; no, conosce persone, ha influenza, e tanto, tanto danaro. Solo questo ribaltamento – Woody non è il geniale sfigato con cui ridiamo in Zelig, Io e Annie, o ne Il dittatore dello Stato libero di Bananas – vale la visione della serie.
Anzi: avendo scavato in questo orrore, si può sentire cambiare il senso di alcuni lavori di Allen, come il suo capolavoro, Match Point. I tuoi crimini ti inseguiranno erinnicamente? Oppure riuscirai a vivere tranquillo in una cornice familiare apparentemente perfetta, semplicemente ignorando il passato e la sua abiezione?
Alcune testate hanno criticato l’opera perché presenta solo la versione dei Farrow. Allen ha denunciato la produzione perché sono stati usati brani della sua recente autobiografia A proposito di niente. I realizzatori si sono appellati alla dottrina del Fair Use., l’uso di contenuti coperti da copyright per scopo giornalistico. Pare un tentativo disperato di dare fastidio, tramite cavilli e avvocati costosi.
Nel frattempo gli attori hollywoodiani, che sceglieva a piacere, si sono tutti dileguati, o addirittura hanno intonato mea culpa per aver lavorato con il comico ebreo. Qualcuno tuttavia ancora prova a difendere Woody: il contrarian Alec Baldwin e il presentatore (HBO, peraltro) Bill Maher.
Per Allen, una carriera a dipingersi come un genio bonario, è una sorta di Crepuscolo degli Dei. Però, aspetta, quello era Wagner, il cui ascolto – una delle sue più celebri battute… – andava ad Allen l’impulso di invadere la Polonia.
Qui sono in gioco impulsi persino peggiori. Cadono tante maschere, di questi tempi.
E dove c’è qualcosa che si denuda, c’è HBO.
Immagine di David Shankbone via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported (CC BY 3.0); immagine tagliata.
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Renovatio 21 saluta Kavinsky, stella della synthwave
Il produttore e DJ francese Kavinsky, all’anagrafe Vincent Belorgey, è morto all’età di 50 anni lo scorso 28 luglio.
Il suo nome dice poco agli ascoltatori di musica mainstream e tantissimo a chi invece ha esplorato i confini della musica elettronica, specie nella sua ramificazione recente chiamata synthwave.
Il musicista, icona della scena elettronica internazionale e considerato a capo di un movimento ulteriore chiamato French Touch (un genere musicale nato in Francia nella prima metà degli anni novanta che ha rivoluzionato la musica elettronica mondiale grazie ai successi di Daft Punk, Cassius, Justice, Etienne de Crécy, Stardust ed altri), è stato trovato senza vita nella serata di martedì 28 luglio 2026 all’interno della sua abitazione nel diciottesimo arrondissement di Parigi.
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A dare l’allarme è stato un vicino di casa. Sebbene le autorità abbiano aperto un’indagine ordinaria per accertare le cause del decesso, le prime ricostruzioni dei soccorritori escludono elementi sospetti e ipotizzano che la causa sia stata un ictus. Insomma, anche lui avrebbe avuto un malore.
Il suo brano più celebre del 2010, prodotto insieme a Guy-Manuel de Homem-Christo dei Daft Punk, diventato un cult mondiale grazie alla colonna sonora del film Drive (2011), un film considerato una pietra miliare per la diffusione mondiale della musica Synthwave: vediamo il protagonista Ryan Gosling vagolare poeticamente fra i neoni della notte losangelena al suono dei pezzi dei Desire, College e, appunto, del Kavinsky.
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Una delle ultime grandi apparizioni pubbliche dell’artista risale alla cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici del 2024, dove si era esibito insieme ai Phoenix e alla cantante Angèle. Di qui, forse, il fatto che pure il presidente francese Emmanuel Macron ha voluto rendere omaggio all’artista, definendolo pubblicamente come «una fonte di orgoglio francese per sempre».
Il suo stile consisteva nella sapiente mistura di suoni e temi musicali del decennio degli Ottanta miscelato con le sonorità più recenti del genere detto electro.
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Oltre ai numerosi EP e singoli, ha segnato il genere synthwave con gli album in studio OutRun (2013), dal titolo dell’indimenticabile antico gioco coin-op SEGA, e Reborn (2022). Alcuni suoi brani sono stati inseriti nel popolare videogiuoco Grand Theft Auto IV e in Hitman: Absolution. Un’altra canzone trovò il successo perché utilizzata da una pubblicità della BMW i8.
Il synthwave (noto anche come retrowave o outrun) è un genere di musica elettronica nato a metà degli anni 2000 che celebra ed emula le colonne sonore, la cultura pop e le atmosfere dei film e dei videogiochi degli anni Ottanta. Non si tratta di musica prodotta in quel decennio, ma di una reinterpretazione moderna basata su una forte nostalgia idealizzata per quell’era.
Il suono è dominato da tastiere vintage, drum machine (come la mitica Roland TR-808) ed effetti a emulazione analogica, mentre ritmi di basso incalzanti e continui (chiamati spesso arpeggiati) trasmettono una sensazione di movimento o di guida notturna. Nonostante i suoni siano vintage, la compressione, i bassi e la pulizia del mixaggio sfruttano gli standard tecnologici odierni.
La musica synthwave ha generato intorno a sé tutta un’estetica molto specifica, un immaginario visivo specifico, spesso chiamato appunto Outrun (dal videogioco di guida che tutti hanno veduto nelle sale giochi di quaranta anni fa), uno stile visivo rétro-futurista: paesaggi digitali avvolti da sfumature di viola, rosa neon, blu elettrico e nero, tramonti tropicali e griglie geometriche in prospettiva – grandi soli al crepuscolo strizzati da linee nere, griglie vettoriali tridimensionali (dette neon grid), palme stilizzate e vetture sportive dell’epoca come la DeLorean DMC-12 o la Testarossa.
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La cultura visiva Outrun Ispirato al cinema sci-fi cyberpunk (come Blade Runner), ai polizieschi d’azione ambientati a Miami e all’archeologia informatica dei primi PC e delle cassette VHS.
Il genere è esploso a livello globale all’inizio degli anni 2010. Tra i pionieri e i pilastri spiccano appunto il Kavinsky (, The Midnight, Timecop1983, GUNSHIP e College. Negli anni successivi, influenze synthwave sono sbarcate nel pop mainstream grazie ad artisti come The Weeknd (con la hit Blinding Lights).
Il documentario spagnuolo La rebelión de los sintes, conosciuto internazionalmente come The Rise of the Synths (2019) sostiene, tramite testimonianze prese internazionalmente, che l’humus di generazione del syntwave sia stato da qualche parte in Francia a metà fine anni 2000.
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Il synthwave, di cui esistono infinite compilazioni sullo YouTubo, si è ramificato il ulteriori sottogeneri: evvi il dreamwave (più melodico, malinconico, lento e rilassante, focalizzato su atmosfere sognanti e nostalgiche, come ad esempio nel caso di Lazerhawk); havvi il darksynth (sonorità molto più pesanti, aggressive e distorte che uniscono il synthwave a elementi di musica metal, industrial e techno, come per esempio i casi Perturbator e Carpenter Brut); c’è poi il caso dello sci-fi synthwave (tracce fortemente cinematografiche che sembrano scritte per pellicole fantascientifiche di quegli anni).
Il futuro della synthwave si sta muovendo lungo due binari paralleli: da un lato l’uscita dalla nicchia underground per fondersi con il pop e la musica cinematografica di massa, dall’altro una radicale evoluzione tecnica guidata dai produttori di seconda generazione. Sebbene i puristi della prima ora – membri della cosiddetta synthfam, la primigenia comunità mondiale del genere – considerino superata l’età dell’oro nostalgica degli albori (producendo il fenomeno abissale della «nostalgia della nostalgia»), il genere sta dimostrando una forte maturazione artistica e strutturale.
Il successo planetario di brani come Blinding Lights di The Weeknd ha sdoganato le sonorità degli anni Ottanta a livello globale. La synthwave non è più un genere isolato, ma una vera e propria tavolozza di suoni utilizzata dai grandi produttori pop, R&B e trap. Si assiste a una collaborazione sempre più frequente tra i produttori elettronici storici e cantautori o turnisti professionisti in studio, trasformando le vecchie tracce prevalentemente strumentali in canzoni pop strutturate e radiofoniche.
Il sound design attuale si sta distaccando dalla rigida emulazione dell’hardware vintage puro: i produttori attuali preferiscono l’uso di sintetizzatori moderni che uniscono la precisione della sintesi digitale flessibile alla «magia» dei filtri analogici, espandendo la complessità dei suoni oltre i limiti degli anni Ottanta. È inevitabile che anche qui si stia inserendo prepotentemente l’IA, con i quali già molti producono interi trailer, parodistici o meno, di film dal sapore anni Ottanta, colonna sonora di sintetizzatori inclusa.
Il domani di questo genere si regge sulle fondamenta della sua stessa comunità globale, la synthfam. Attraverso piattaforme come Discord, Bandcamp e i canali indipendenti, gli appassionati finanziano direttamente gli artisti scavalcando le grandi etichette discografiche.
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Immagine di Kmeron via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
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Ecco l’Odissea demo-woke-global-giudaico-massonica
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Perché a San Lorenzo dobbiamo ricordarci l’oscena poesia massonica?
Poche ore dal cielo notturno più bello dell’anno: la Terra attraversa lo sciame meteorico delle Perseidi, una densa nube di polveri e detriti lasciati lungo l’orbita della cometa Swift-Tuttle, che ogni 133 anni compie un giro intorno al Sole, perdendo ghiaccio e polveri lungo il suo cammino.
Tali frammenti, grandi come granelli di sabbia, si incendiano istantaneamente per l’impatto con l’aria, consumandosi prima di toccare il suolo.
In pratica, siamo pronti per le stelle cadenti, spettacolo del quale, nei decenni, mai siamo paghi. Chi non ricorda una notte di San Lorenzo passata con i propri genitori a contare le stelle che cadono? Magari con gara annessa, dove l’avvistamento del satellite era un falso allarme che non valeva punti. Chi non ricorda almeno un’estate in cui, guardando le stelle, non ci si è sdraiati su un prato con la persona del batticuore, magari sperando di suggellare le stupende lagrime celesti con un bacio?
Il fatto è che tutte queste belle memorie devono essere difese da un tremendo nemico che vuole spodestarle: la letteratura italiana. Specialmente quella inflitta a tutti i bambini, noi compresi, senza che nemmeno si possa pensare che essa faccia schifo o, ancora peggio, nasconda neanche tanto bene cose che non vanno tanto bene, e che magari, se approfondite neanche di tanto, farebbero capire certe dinamiche occulte e tossiche della storia dell’Italia post-risorgimentale, e di come la scuola dell’obbligo non abbia smesso di iniettarle nell’animo dei cittadini sin da infanti.
Ci riferiamo, ovviamente, alla poesia X agosto di Giovanni Pascoli (1855-1912), composta nel 1896 in memoria della morte del padre Ruggero Pascoli, morto 32 anni prima.
Tutti la conoscono, perché nella scuola dell’obbligo italiana vi sono stati, e probabilmente vi sono ancora insegnanti che pretendono che gli scolari la imparino a memoria.
San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla
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Abbiamo il diritto di dire che, già in partenza, questa poesia fa schifo? Le rime sono idiotissime, la forma ebetissima («lo so perché tanto di stelle» era cringe già nell’Ottocento; il «concavo cielo» che «sfavilla» non se lo sarebbero sognati di scrivere neanche quelli che hanno fatto l’adattamento per il doppiaggio de I cavalieri dello Zodiaco).
Ma non è solo la forma ad inquinare la bellezza della notte di San Lorenzo. Pascoli, e con lui la scuola italiana, vuole che associamo le stelle cadenti al decesso del genitore (metodo per individuare un idiota: stasera, davanti al cielo, si mette a recitare i versi pascoleschi a memoria, così per sembrare colti senza contare la nota funebre che rovina tutto).
Perché in classe ti fanno una testa così: guardate qua, la bellezza della metafora ornitologica. L’idea geniale del Pascoli è quella di paragonare suo padre ad un uccello.
Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra i spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini
Il cringiometro anche qui va fuori scala, e con «rondinini» abbiamo toccato il fondo, uno pensa. Ma ce n’è ancora. A parte l’augello, il poeta inserisce tra i versi anche delle bambole, dei props di scena che dovrebbero commuovere il lettore, ma che nemmeno gli sceneggiatori de Gli occhi del cuore (la mitologica fiction fittizia dell’irresistibile serie Boris) sognerebbero di proporci.
Menzione speciale per quel «cadde tra i spini». «I» spini? Con la «i»? Ma come parla il poeta? Portate pazienza: l’italiano che vi fanno studiare a scuola, sulla cui playlist di autori vi diremo a breve, sembra in ogni momento negare se stesso.
Vi fanno studiare la sua grammatica bizantina (un dramma, specie chi viene dalle meravigliose lingue regionali, il veneto, il napoletano, il siciliano, il ladino etc.) per poi decantarvi scrittori che la violano ad ogni momento, e non per licenza poetica, ma, crediamo per ignoranza, o inesistenza di una vera lingua italiana, un costrutto convenzionale recente e asimmetrico che al primo soffio cade come un castello di carte – con buona pace di Crusca ed altre granaglie.
Tuttavia, è sul finale non esattamente edificante che richiamiamo l’attenzione. La sua negatività, confessiamo, ci aveva colpiti ancora da bambini. Il poeta, nella tragedia, non trova una possibile abreazione, una comprensione del dolore, del disegno più grande a cui, talvolta, capita di pensare anche a noi quando muore un nostro caro.
Macché: Pascoli diventa depressivo, vinto… o ancora, diventa gnostico.
E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!
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Ecco, la Terra per il poeta impostoci dallo Stato italiano è un «atomo opaco del Male». Facciamo l’analisi che a scuola non ci è stata offerta: «atomo» richiama una visione materialista, che di lì a breve, proprio con gli atomi, avrebbe ottenuto risultati davvero inquietanti; «opaco» aggiunge una semantica di incomprensione, di mancanza di lucidità dichiarata, oltre che di impotenza e tristezza; infine attenzione al «Male» con la maiuscola, come se il poeta, che tanto cristiano non sembra, creda che esso possa essere un concetto supremo, o perfino un essere personale.
Pascoli con evidenza odia la Terra. Detesta il mondo e le sue dinamiche, cioè la legge naturale, la quale certo non preserva l’uomo e le altre creature dal dolore e dall’ingiustizia. Il poeta non lo può concepire: per questo è impressionato dal cielo «infinito, immortale» che gli sembra indifferente.
E quindi, Pascoli non crede al Cielo. Siamo nell’ateismo più palmare, con evidenze pulsioni anti-cosmiste, cioè gnostiche: l’universo è stato creato da un dio cattivo, l’esistenza è una prigione. Chi conosce le religioni sa che lo gnosticismo (Don Ennio Innocenti, pace all’anima sua, sulla questione aveva scritto volumi definitivi) è la tendenza segreta o pubblica di tutti i culti, meno che quello cristiano. Lo gnosticismo, dove la divinità odia l’uomo, è l’esatto opposto del cristianesimo.
Ora, sveliamo quello che la scuola dell’obbligo non vi ha detto. Giovanni Pascoli fu iniziato alla massoneria il 22 settembre 1882 nella loggia «Rizzoli» di Bologna, introdotto dal maestro Giosuè Carducci, già autore dell’Inno a Satana pure presente in certe nostre antologie, anche lui poeta pessimo (stormi di uccelli neri / Com’esuli pensieri /Nel vespero migrar) inflitto alla popolazione post-unitaria nonché (chissà perché) premio Nobel.
La prova fondamentale del legame del Pascoli con la setta verde è il suo «testamento massonico» autografo a forma di triangolo, con le risposte tradizionali sui doveri verso la patria («La vita»), l’umanità («D’amarla») e se stesso («di rispettarsi»).
L’adesione del Pascolazzo alla massoneria rappresenta uno dei capitoli più dibattuti della sua biografia. Per molti anni questa appartenenza è rimasta in ombra, quasi nascosta dalla critica letteraria tradizionale, per poi essere riscoperta e documentata in modo inconfutabile attraverso il ritrovamento di documenti d’archivio.
Per il giovane Pascoli, l’ingresso nella loggia rappresentava una continuazione naturale del suo impegno civile e delle sue aspirazioni di giustizia sociale, dopo gli anni giovanili segnati dall’attivismo anarchico e socialista che gli erano costati anche tre mesi di carcere nel 1879.
Il poeta rielaborò in chiave intimistica e poetica i valori massonici nella celebre poetica del «Fanciullino», anche quella irrogata ai poveri, indifesi studenti di medie e superiori.
E quindi, visto che abbiamo fatto questa piccola scoperta di retroscena, possiamo farci qualche semplice domanda sulla morte del padre? Si tratta di un vero cold case, lasciato completamente insoluto: rammentiamo quanto ci colpiva come ci facessero memorizzare la poesia ma non vi fosse intenzione di spiegare l’assassinio. Tipo, luna e dito.
Tipo che, come, come abbiamo altre volte scritto, farsi prendere dalla tarantola di un omicidio (penso ai tanti che stanno sotto con i serial killer nostrani e non, dal Mostro di Firenze a Son of Sam, etc.) è un fenomeno naturale per un uomo sano, volontario o involontario che sia, perché nella mente entra automaticamente una dissonanza che chiede di essere risolta affinché la propria esistenza, e quella della comunità, siano al riparo da un bestia sanguinaria misteriosa.
E invece, mai una parola su chi ha ammazzato il Pascoli senior. Il lettore comincia a capire. Però no, non vi sono prove che Ruggero Pascoli (1815-1867) fosse massone. E il poco che dicono gli studiosi di letteratura è che forse dietro c’era solo una bega professionale, un tizio benestante del luogo che voleva assumere il ruolo di Pascoli padre, che era amministratore di una tenuta dei principi di Torlonia. Il rivale Pietro Cacciaguerra, ad ogni modo, dopo l’omicidio quel posto lo ottenne.
Gli esecutori sarebbero balordi violenti della zona, ma anche qui non v’è certezza. Come neanche in una puntata de I Simpsons, sono stati poi sospettati negli anni il veterinario, l’ingegnere, il postino. Anzi no: sarebbero stati i contrabbandieri di sale, all’epoca mestiere criminale terrificante. Anzi no: è stato un delitto d’onore, una vendetta privata per storie personali.
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In realtà, le autorità all’epoca, un po’ come facciamo noi ora, credeva alla possibilità di una pista politica. Il Ruggero, un tempo di simpatie «repubblicane», aveva accettato di collaborare con il neonato governo monarchico, venendo percepito da alcuni estremisti locali come un «voltagabbana». Insomma, questioni «repubblicane» («laiche», è l’eufemismo orwelliano di oggi con cui ci si riferisce ai grembiulini) nella Romagna appena uscita dalla Legazione delle Romagne, cioè dallo Stato Pontificio del papa re, e già dentro al Regno d’Italia a totale trazione massonica, famiglia regnante compresa.
Di questa pista politica, cioè di una pista massonica, nessuno alla scuola dell’obbligo vi ha mai parlato davvero – l’importante è mandare a memoria la poesiola orrenda sorbendone subliminalmente la visione atea, gnostica, disperata.
Non si tratta dell’unico caso della letteratura scolastica dove ai giovini alunni viene spacciato per capolavoro un qualche componimento agrammaticale dove trionfa una visione gnostica ed anticristiana. Pensiamo al caso più emblematico, quello di Giacomo Leopardi (1798-1837).
Leopardi, se non lo avete ancora capito, è il prototipo dello sfigato, dall’etimo ex privativo e figa, cioè privo di compagnia femminile: A Silvia è un inno incel, anzi è peggio, perché almeno gli incel hanno fatto una qualche riflessione sulla distribuzione della sessualità femminile dopo la dissoluzione dei costumi (voluta chissà da chi), mentre il Giacomino resta a guardare la bella ragazza popolana senza trovare il coraggio di approcciarla – e da conte, da proprietario del villaggio, la cui vita spontanea lo scrittore invidiava nell’altro suo componimento intollerabile, Il Sabato del villaggio, appunto. Sfigato davvero.
Con evidenza, in nessuno dei libri che leggeva, e che lo hanno reso gobbo e triste, vi era scritto come fare. Lo studio «matto e disperatissimo» non gli insegnava come avvicinare una ragazza. E allora a cosa serve lo studio? A nulla, o quasi: quando arrivai all’università uno studioso di letteratura, che, va detto, non faceva molto per nascondere le sue brame omosessuali, mi raccontò che in realtà con i libri Leopardi ci si masturbava, chiudendosi la verga tra le pagine – ecco, mi disse, cosa intendeva davvero quando parlava di «sudate carte».
È evidente come la verve paganeggiante, orientaleggiante (tanti richiamano lo Schopenauer, cioè l’ingresso del pensiero buddista e induista in Europa, tema di cui ho scritto lustri fa in Contro il buddismo) del tizio di Recanati sia stata considerata utile come solvente occulto dei principi cristiani: la vita è dolore, e allora? Il dolore è voluto da Dio, lui stesso vi è passato attraverso – la Croce, dove si incontrano, metafisicamente, fisicamente, il Cielo e la Terra. E il Signore ci dà anche la gioia, terrestre ed eterna. Tutte guide esistenziali sconosciute al Leopardo, che oggi sarebbe sotto Zoloft, e quindi magari pure impotente al punto di non potere «sudare» nemmeno sulle carte.
Un amico scomparso, il filosofo cattolico Piero Vassallo (1933-2022) scriveva che la scuola dell’obbligo di un Paese sano, invece di farlo studiare, «avrebbe dovuto insegnare il disprezzo del gobbo». Vassallo aveva lavorato con il cardinale Siri a Genova negli anni Sessanta alla rivista Renovatio, dove, tra le risate dei benpensanti, si scriveva a chiare lettere che di lì a breve sarebbe arrivato il «diluvio gnostico». Una catastrofe spirituale collettiva preparata anche sui banchi di scuola dallo studio obbligato di gnostici sfigati. (Piero, quanto mi mancano le tue telefonate!)
Tutto vero: una nazione, abbiamo detto, è tale perché, sempre nell’etimo, vi nascono delle persone. Gli sfigati, per una questione tecnica, non possono mandare avanti una nazione, perché la sfiga quando organizzata diventa uno strumento della Necrocultura (homo sine figa est imago mortis). E allora, capiamo che l’effetto della letteratura nazionale è anticoncezionale, cioè antinazionale. Paradosso solo apparente, per un Paese creato con squadra e compasso.
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A questo punto emerge la domanda. Ma questi chi li ha scelti ? Chi ha deciso , in ultima istanza, gli scrittori da far studiare e generazioni di italiani?
La risposta è facilotta anche qui. Sebbene il canone letterario italiano venga fatto nobilmente risalire a Boccaccio e Pietro Bembo, a mettere insieme la hitlist degli scrittori meritevoli di interesse accademico è stato un libro chiamato Storia della letteratura italiana (prima edizione 1870), compilato dal critico e politico irpino Francesco Saverio de Sanctis (1817-1883), anche lui figlio di piccolo proprietari terrieri e, soprattutto, anche lui massonissimo.
Formatosi culturalmente e politicamente nel pieno del Risorgimento italiano, un periodo storico in cui l’adesione alla massoneria era estremamente comune tra intellettuali e membri della classe dirigente che aveva apparentemente sconfitto il papato e il Sacro Romano Impero (quest’ultimo liquidato poi con l’ulteriore guerra massonica, la Prima Guerra Mondiale, concepita proprio alla bisogna, appena morto il santo antimassonico San Pio X), l’appartenenza del de Sanctis alla libera muratoria è rivendicata apertis verbis dal Grande Oriente d’Italia.
Fatta l’Italia (massonica), bisognava fare gli italiani, cioè massonicizzarli, cioè de-cattolicizzarli: ed eccoti scodellata la serqua di scrittori atei e gnostici, panzuti e baffuti, tristi (pardon, pessimisti cosmici) e tronfi, che siamo a subire, per inerzia o cospirazione plurisecolare, ancora ora, perfino nella sera con il cielo più bello dell’anno.
Va ben tutto, capiamo che questo Paese lo hanno fatto loro, e da qualche parte credono ancora di comandarlo.
Ma perché i massoni devono rovinarci anche la notte delle stelle cadenti?
Roberto Dal Bosco
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