Geopolitica
Raid aereo israeliano alla periferia di Aleppo, attivata la difesa anti-aerea
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di Asianews.
Gli scontri sono proseguiti per gran parte della notte. La difesa in stato di allerta per contrastare una «aggressione aerea». Fonti governative rivendicano l’abbattimento di gran parte dei missili. Nelle ultime settimane si sono intensificate le operazioni militari dell’esercito israeliano contro Damasco e i suoi alleati, l’Iran e gli Hezbollah libanesi.
Dietro l’attacco vi sarebbe l’esercito israeliano, protagonista già in passato di operazioni militari mirate in territorio siriano
Nella notte e fino alle prime ore della mattina [dell’11 settembre, ndr] la difesa anti-aerea siriana è rimasta in stato di allerta per contrastare una «aggressione aerea» esterna nei pressi di Aleppo, metropoli del nord un tempo capitale economica e commerciale del Paese.
Secondo gli esperti, citati dall’agenzia ufficiale Sana, dietro l’attacco vi sarebbe l’esercito israeliano, protagonista già in passato di operazioni militari mirate in territorio siriano.
«All’1.30 di notte ore locale – spiega una nota dell’agenzia – il nemico sionista ha condotto una aggressione aerea, con l’obiettivo di colpire i dintorni della città di Aleppo con una selva di missili», come conferma una «fonte militare» anonima. Essa non spiega nel dettaglio la posizione o le posizioni prese di mira, ma aggiunge che le batterie di difesa antiaerea si sono attivate e hanno “abbattuto” la maggior parte dei missili.
Nelle ultime settimane si sono verificati diversi raid aerei in territorio siriano,
Secondo quanto riferisce l’Osservatorio siriano per i diritti umani (OSDU), nelle ultime settimane si sono verificati diversi raid aerei in territorio siriano, molti dei quali sono stati attribuiti alle forze israeliane. Gli attacchi hanno preso di mira postazioni a sud di Damasco, nella Siria centrale o nell’estremo settore orientale, al confine con l’Iraq, colpendo e uccidendo miliziani filo-iraniani o soldati governativi.
Israele non ha voluto commentare l’attacco della notte. Ma già in passato l’esercito con la stella di David ha compiuto operazioni militari contro obiettivi militari di Damasco e dei suoi alleati, l’Iran e gli Hezbollah libanesi, rivendicandole in un secondo momento o a distanza di anni.
Teheran ha sostenuto il governo siriano in questi nove anni di guerra, inviando centinaia di esperti militari e migliaia di uomini. La Repubblica islamica avrebbe sfruttato il conflitto per costruire una base militare, utilizzata in collaborazione con i soldati siriani.
Israele non ha voluto commentare l’attacco della notte
Divampato nel marzo 2011 con la repressione dei movimenti pro-democrazia, il conflitto in Siria si è trasformato in una guerra per procura con il coinvolgimento di potenze regionali e mondiali. Ad oggi si sono registrate quasi 400 mila vittime e milioni fra sfollati interni e rifugiati.
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Immagine di archivio
Geopolitica
Trump respinge l’offerta di pace iraniana
Il presidente statunitense Donald Trump ha respinto una controproposta iraniana al piano di pace precedentemente presentato tramite intermediari pakistani.
Il tira e molla ha finora portato a una situazione di stallo in cui nessuna delle due parti sembra disposta a cedere. Sebbene i combattimenti attivi siano stati sospesi il mese scorso in virtù di un fragile cessate il fuoco, sia Washington che Teheran continuano a fare affidamento sulla leva economica per imporre concessioni.
L’Iran ha presentato la sua proposta in 14 punti giovedì scorso, ribadendo le sue condizioni per porre fine alla situazione di stallo, come riportato dall’agenzia di stampa iraniana Tasnim. Parlando domenica all’emittente israeliana Kan News, Trump ha affermato di aver esaminato la proposta e di considerarla inaccettabile.
Trump aveva già accennato a questa posizione sui social media, scrivendo che l’Iran «non ha ancora pagato un prezzo sufficientemente alto per ciò che ha fatto all’umanità e al mondo negli ultimi 47 anni».
La proposta statunitense, che si articola in nove punti, prevede un’estensione del cessate il fuoco di due mesi. L’Iran, invece, insiste affinché la controversia venga risolta entro 30 giorni.
La crisi nel Golfo Persico è iniziata alla fine di febbraio con un’azione congiunta di Stati Uniti e Israele volta a eliminare i vertici iraniani e con una campagna di bombardamenti finalizzata al rovesciamento del governo. Teheran ha risposto con azioni di rappresaglia, tra cui attacchi contro i paesi che ospitano basi statunitensi e interruzioni della navigazione nello Stretto di Ormuzzo.
Nel contesto del cessate il fuoco, Trump ha ordinato il blocco dei porti iraniani, mentre le restrizioni all’approvvigionamento globale costringono Washington ad adottare misure costose per contenere l’aumento dei prezzi del petrolio.
L’Iran chiede garanzie contro futuri attacchi, risarcimenti – potenzialmente finanziati tramite pedaggi per il transito attraverso lo Stretto ormusino – e la prosecuzione del suo programma nucleare, che sostiene essere di natura pacifica. Gli Stati Uniti chiedono lo smantellamento completo delle attività nucleari iraniane e la libera navigazione attraverso la strategica via d’acqua mediorientale.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Geopolitica
Fico: la Slovacchia rifiuta di aderire ai prestiti UE per Kiev
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Geopolitica
La Weidel (AfD): Von der Leyen immune alla democrazia
Secondo Alice Weidel, co-presidente del partito di destra Alternativa per la Germania (AfD), la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen può ignorare l’opinione degli elettori poiché, a differenza del primo ministro ungherese Viktor Orbán, sconfitto di recente, non può essere destituita tramite referendum.
L’AfD è il partito più popolare in Germania: secondo un recente sondaggio YouGov, otterrebbe il 27% dei voti se le elezioni si tenessero ora. Seguono la CDU/CSU e l’SPD, rispettivamente con il 23% e il 13%.
Nel corso di una conferenza stampa tenutasi ad aprile, la Weidel ha riconosciuto che la schiacciante vittoria di Peter Magyar alle elezioni ungheresi, che ha posto fine a 16 anni di governo di Orban, è stata «assolutamente legittima», ma ha espresso preoccupazione per la responsabilità democratica dei vertici dell’UE.
Lodando Orban come «una voce importante e critica» all’interno dell’UE, Weidel si è poi detto d’accordo con un giornalista tedesco di Die Welt, il quale aveva affermato che «Orbán potrebbe essere estromesso dal governo; la signora Von der Leyen no».
Alla Von der Leyen sono bastati solo 17 minuti per rilasciare una dichiarazione in cui celebrava la vittoria dell’Ungheria, dopo che Orban aveva ammesso la sconfitta. «L’Ungheria ha scelto l’Europa», ha affermato von der Leyen. «L’Europa ha sempre scelto l’Ungheria. Un Paese ritrova il suo cammino europeo. L’Unione si rafforza».
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In seguito, ha anche esortato gli Stati membri ad abolire il diritto di veto nazionale nella politica estera dell’UE, sostenendo che il voto a maggioranza qualificata fosse «un modo importante per evitare blocchi sistemici», un chiaro riferimento agli anni di veti di Orban sulle decisioni relative all’Ucraina.
Da quando è diventata presidente della Commissione Europea nel 2019, Von der Leyen ha dovuto affrontare numerose critiche per diverse controversie. Tra le più note c’è lo scandalo «Pfizergate», incentrato su messaggi di testo personali che la presidente della Commissione europea si è scambiata con l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla, durante le trattative per un accordo da 35 miliardi di euro per 1,8 miliardi di dosi di vaccino contro il COVID-19. Nel maggio 2025, un tribunale dell’UE ha stabilito che la Commissione non era riuscita a fornire «spiegazioni credibili» sul motivo per cui i messaggi non erano stati conservati.
Negli ultimi due anni, la Von der Leyen è sopravvissuta a diverse mozioni di sfiducia, con i suoi critici che l’hanno aspramente criticata per la mancanza di trasparenza e la gestione della questione migratoria. Da tempo, inoltre, cerca di imporre una serie di modifiche fondamentali alle norme dell’UE al fine di creare un blocco a due livelli, nel quale l’Ucraina potrebbe essere integrata pur non soddisfacendo i requisiti usuali per gli Stati membri.
Un sondaggio Euroscope di Polling Europe dell’aprile 2026 ha rilevato che il tasso di approvazione di Von der Leyen si attestava al 33%, in calo del 12% rispetto a febbraio. Un sondaggio separato di Ipsos EuroPulse del settembre 2025 ha addirittura abbassato il suo indice di gradimento, portandolo ad appena il 23%.
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Immagine di © European Union, 2026 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
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