Spirito
«Quell’infernale fornace che è l’Occidente apostata del Nuovo Ordine Mondiale»: omelia di mons. Viganò
Renovatio 21 pubblica questa omelia di monsignor Carlo Maria Viganò.
OMELIA
nella Domenica XX dopo Pentecoste
15 Ottobre 2023
Omnia quæ fecísti nobis, Dómine, in vero judício fecísti,
quia peccávimus tibi, et mandátis tuis non obedívimus:
sed da glóriam nómini tuo,
et fac nobíscum secúndum multitúdinem
misericórdiæ tuæ.
Dan 3, 31, 29 et 35
In tutto ciò che hai fatto, o Signore, hai agito con vera giustizia, perché noi peccammo contro di Te e non obbedimmo ai Tuoi comandamenti: ma Tu dà gloria al Tuo nome e agisci nei nostri riguardi secondo l’immensità della Tua misericordia.
Le parole dello splendido Introito di questa santa Messa, nella Domenica vigesima dopo Pentecoste, sono tratte dal Profeta Daniele. Esse si riferiscono ad un fatto storico: quando cioè il re Nabucodonosor convocò satrapi, prefetti, governatori, consiglieri, tesorieri, giudici, questori e tutte le alte autorità delle province per annunciare la costruzione di una statua d’oro a Babilonia.
Un banditore di Nabucodonosor annuncia: Popoli, nazioni e lingue, a voi è rivolto questo proclama: Quando voi udirete il suono del corno, del flauto, della cetra, dell’arpicordo, del salterio, della zampogna, e d’ogni specie di strumenti musicali, vi prostrerete e adorerete la statua d’oro, che il re Nabucodonosor ha fatto innalzare. Chiunque non si prostrerà alla statua, in quel medesimo istante sarà gettato in mezzo ad una fornace di fuoco ardente (Dan 3, 4-6).
Dinanzi all’obbedienza di tutti i popoli, nazioni e lingue, c’è però chi si conserva fedele al vero Dio, e viene denunciato al re: Ora, ci sono alcuni Giudei, ai quali hai affidato gli affari della provincia di Babilonia, cioè Sadràch, Mesàch e Abdènego, che non ti obbediscono, re: non servono i tuoi dèi e non adorano la statua d’oro che tu hai fatto innalzare (Dan 3, 12).
Nabucodonosor convoca i tre funzionari Ebrei e ordina loro, sotto pena di morte, di adorare l’idolo. Ed essi gli rispondono: Re, noi non abbiamo bisogno di darti alcuna risposta in proposito; sappi però che il nostro Dio, che serviamo, può liberarci dalla fornace con il fuoco acceso e dalla tua mano, o re. Ma anche se non ci liberasse, sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai eretto (Dan 3, 16-18).
Adirato per la loro risposta, il re li fa gettare in una fornace ardente, che però uccide con le sue fiamme i soldati che ve li avevano buttati. Sadràch, Mesàch e Abdènego, incolumi, passeggiavano in mezzo alle fiamme, lodavano Dio e benedicevano il Signore (Dan 3, 24).
Ritroviamo quasi le medesime parole nell’Epistola: Implemini Spiritu Sancto, loquentes vobismetipsis in psalmis, et hymnis, et canticis spiritualibus, cantantes, et psallentes in cordibus vestris Domino (Ef 5, 18-19). Siate ricolmi dello Spirito Santo, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore.
È a questo punto che Azaria intona la meravigliosa preghiera cui allude l’Introito. Vi esorto a rileggerla nel terzo capitolo del Libro di Daniele, dal verso 26 al verso 45. Dovrebbe essere la preghiera di ciascuno di noi, in questi giorni di ribellione e di tenebre.
Anania inizia con atto di fede e di adorazione.
Benedetto sei tu, Signore Dio dei nostri padri;
degno di lode e glorioso è il tuo nome per sempre.
Tu sei giusto in tutto ciò che hai fatto;
tutte le tue opere sono vere,
rette le tue vie e giusti tutti i tuoi giudizi.
Poi passa alla confessione delle proprie colpe e la consapevolezza della giusta punizione:
Giusto è stato il tuo giudizio
per quanto hai fatto ricadere su di noi
e sulla città santa dei nostri padri, Gerusalemme.
Con verità e giustizia tu ci hai inflitto tutto questo a causa dei nostri peccati,
poiché noi abbiamo peccato, abbiamo agito da iniqui,
allontanandoci da te, abbiamo mancato in ogni modo.
Non abbiamo obbedito ai tuoi comandamenti,
non li abbiamo osservati, non abbiamo fatto
quanto ci avevi ordinato per il nostro bene.
Non abbiamo fatto quanto ci avevi ordinato per il nostro bene, riconosce Anania. E lo riconosciamo anche noi, popolo eletto della Nuova ed Eterna Alleanza, nuovo Israele, nuova Nazione santa. Contempliamo quanto è stato fatto ricadere su di noi e sulla città santa dei nostri padri, Roma.
Ora quanto hai fatto ricadere su di noi,
tutto ciò che ci hai fatto, l’hai fatto con retto giudizio:
ci hai dato in potere dei nostri nemici, ingiusti, i peggiori fra gli empi,
e di un re iniquo, il più malvagio su tutta la terra.
Il leviatano globalista che ci tiene oggi schiavi è ben peggiore della schiavitù di Babilonia e del re Nabucodonosor, ma obbedisce al medesimo Principe di questo mondo che allora ispirava la costruzione di una statua d’oro da far adorare ai popoli, e che oggi erige gli idoli del Nuovo Ordine Mondiale, dell’ideologia woke, della follia gender, della Pachamama, della sinodalità e di tutti i feticci che il Salmista compendia in quattro icastiche parole: omnes dii gentium demonia, tutti gli dei pagani sono demoni (Sal 95, 5).
Perché adorando la natura o adorando se stessi, si adora sempre e comunque Satana, e chi adora Satana non può adorare Dio.
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Azaria sembra quasi appellarsi alla divina Maestà, al Dominus Deus Sabaoth, al Signore degli eserciti schierati in ordine di battaglia, perché assecondi le sue preghiere non guardando ai meriti inesistenti di chi le formula né alla moltitudine delle sue colpe, ma alla parola data ad Abramo e a Isacco, e tramite essi all’intero popolo eletto:
Ora non osiamo aprire la bocca:
disonore e disprezzo sono toccati ai tuoi servi, ai tuoi adoratori.
Non ci abbandonare fino in fondo,
per amore del tuo nome, non rompere la tua alleanza;
non ritirare da noi la tua misericordia, per amore di Abramo tuo amico,
di Isacco tuo servo, d’Israele tuo santo,
ai quali hai parlato, promettendo di moltiplicare
la loro stirpe come le stelle del cielo, come la sabbia sulla spiaggia del mare.
E quanto si era moltiplicata la nostra stirpe, la stirpe di Cristo, nei secoli in cui Egli ha regnato sulle Nazioni e nella Chiesa! Quante conversioni, quante vocazioni, quanti figli nati alla Grazia e cresciuti nel timor di Dio e nell’osservanza dei Suoi Comandamenti!
E poi anche noi non abbiamo fatto quanto ci avevi ordinato per il nostro bene (Dan 3, 30). Ricordiamo anche noi con nostalgia la nostra Sion, seduti in lacrime lungo le rive del Tevere: Super flumina Babylonis illic sedimus, et flevimus: dum recordaremur tui, Sion (Ps 136, 1), come canteremo tra poco nell’Offertorio.
Viene poi la richiesta di aiuto, con un elenco di disgrazie e sciagure che sembra parlare della situazione in cui versa oggi la Santa Chiesa:
Ora invece, Signore,
noi siamo diventati più piccoli di qualunque altra nazione,
ora siamo umiliati per tutta la terra a causa dei nostri peccati.
Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto,
né sacrificio, né oblazione, né incenso,
né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia.
Azaria parla di principe, capo e profeta: denuncia insomma la latitanza di un’autorità che dovrebbe esserci ma è come sospesa, tenuta in ostaggio o venduta ai nemici. Non menziona una totale assenza di fede nel popolo, ma la evidenzia nei capi: anche questo dovrebbe farci riflettere, perché è proprio nel tradimento dell’autorità che si consuma il peccato pubblico che tanto offende la divina Maestà.
E qui arriviamo al cuore dell’orazione, all’offerta di sé, in cui sono prefigurati il Sacrificio redentore di Cristo e la necessità che le membra del Suo Corpo Mistico, la Chiesa, Lo seguano sulla via della Croce:
Potessimo esser accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato,
come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli!
Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito,
perché non c’è confusione per coloro che confidano in te.
Ma noi, a differenza del popolo ebraico, abbiamo Chi viene accolto dal Padre: et sic fiat sacrificium nostrum in conspectu tuo, ut placeat tibi, Domine Deus. Sono le parole che il sacerdote recita all’Offertorio, prima di invocare la discesa dello Spirito Santo sul sacrificium tuo sancto nomini præparatum.
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Nella Santa Messa, che ripete in forma incruenta il Sacrificio della Croce, noi abbiamo la certezza di essere ascoltati, perché a nostro nome è l’Uomo-Dio, il Sommo ed Eterno Sacerdote, il Mediatore tra Dio e gli uomini, Nostro Signore Gesù Cristo che si rivolge all’Eterno Padre.
E proprio mentre Azaria si dice disposto a immolarsi, torna potente la professione di Fede:
Ora ti seguiamo con tutto il cuore, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto.
Fa’ con noi secondo la tua clemenza, trattaci secondo la tua benevolenza,
secondo la grandezza della tua misericordia.
Eco di questa preghiera è anche il Communio: Memento verbi tui servo tuo, Domine, in quo mihi spem dedisti: hæc me consolata est in humilitate mea (Ps 118, 49-50). Ricordati della tua parola detta al servo tuo, o Signore, nella quale mi hai dato speranza: essa è stata il mio conforto nella umiliazione.
Troppo spesso dimentichiamo che il Signore Dio è Padre Onnipotente. Eppure lo recitiamo nel primo articolo del Credo. È Padre: ci ama e vuole il nostro bene. È Onnipotente: questo Amore è infinito, al punto di dare la vita del proprio Figlio Unigenito per noi; questo Amore è così infinito da essere Dio Egli stesso, la Terza Persona della Santissima Trinità, lo Spirito Santo Paraclito.
Questo Amore che procede dal Padre e dal Figlio dispiega la potenza del suo braccio, disperde i superbi nei pensieri del loro cuore; rovescia i potenti dai troni, innalza gli umili. L’esultazione della Vergine nel cantico del Magnificat riprende la gioia incontenibile per una Giustizia che è veramente giusta perché divina; una Giustizia che ripristina l’ordine eterno e perfetto del κόσμος divino, infranto dal χάος di Satana. Una Giustizia che sa essere prodigiosa e miracolosa proprio perché sia inequivocabile che viene da Dio.
Ascoltiamo Azaria:
Salvaci con i tuoi prodigi, da’ gloria, Signore, al tuo nome.
Siano invece confusi quanti fanno il male ai tuoi servi,
siano coperti di vergogna con tutta la loro potenza;
e sia infranta la loro forza!
Sappiano che tu sei il Signore, il Dio unico e glorioso su tutta la terra.
Come ci fa notare San Gregorio Magno nelle lezioni del Mattutino di oggi, nel Vangelo di San Giovanni, il funzionario reale crede imperfettamente nella potenza taumaturgica di Cristo, a differenza del centurione (Mt 8, 5-13), la cui fede nella divinità di Cristo non chiede che Egli sia presente di persona per guarire il servo. Per questo il Signore lo rimprovera – Se non vedete segni e prodigi, voi non credete (Gv 4, 48) – pur concedendo al funzionario quel che chiede, perché creda davvero. Credono invece i tre fanciulli nella fornace, e crede addirittura il re babilonese, dinanzi ai segni e ai prodigi.
E mentre i mantici degli aguzzini aumentavano le fiamme, l’angelo del Signore, che era sceso con Azaria e con i suoi compagni nella fornace, allontanò da loro la fiamma del fuoco e rese l’interno della fornace come un luogo dove soffiasse un vento pieno di rugiada. Così il fuoco non li toccò affatto, non fece loro alcun male, non diede loro alcuna molestia (Dan 3, 49-50).
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A questo punto Anania, Azaria e Misaele intonano il loro canto di lode, il Cantico dei Tre Fanciulli, che fa parte dell’Ufficio delle Lodi della Domenica. Quando recitiamo il Breviario – per chi vi è tenuto o lo fa per devozione – dovremmo pensare che quelle parole sulla bocca dei tre ragazzi – tres pueri – sono pronunciate tra le fiamme, dove essi rimangono illesi grazie alla loro Fede e – diciamolo, una buona volta – alla loro indisponibilità al dialogo, alla loro «rigidità», al loro «costruire muri».
Perché non è amare il prossimo lasciare che perda la sua anima per l’eternità; né è amare Dio sottrarGli quelle anime per le quali Egli ha versato il proprio Preziosissimo Sangue.
Dovremmo anche noi ripetere più spesso la preghiera di Azaria, mentre un mondo ostile e una Gerarchia non meno nemica soffiano sulle braci di questa infernale fornace che è l’Occidente apostata del Nuovo Ordine Mondiale, perché la nostra sorte sia di monito per gli altri.
Videte quomodo caute ambuletis: non quasi insipientes, sed ut sapientes, redimentes tempus, quoniam dies mali sunt, ci ammonisce San Paolo nell’Epistola (Ef 5, 15-16): vigilate dunque attentamente sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti, ma da uomini saggi; profittando del tempo presente, perché i giorni sono cattivi. Profittando del tempo presente, ossia comprendendo che tutto ciò che avviene è permesso da Dio, e che quanto hai fatto ricadere su di noi, tutto ciò che ci hai fatto, l’hai fatto con retto giudizio – come recitano le parole dell’Introito – perché già da due secoli l’Autorità temporale e da sessant’anni quella spirituale si sono rese meritevoli dei castighi che vanno moltiplicandosi in questa fase cruciale per le sorti del mondo.
E noi con esse, dal momento che come cittadini e come Cattolici abbiamo tollerato, accettato e addirittura incoraggiato il progressivo tradimento di Dio e della Sua Legge da parte dei nostri governanti civili e religiosi. Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovare misericordia (Dan 3, 37-38).
Dinanzi alla prepotenza dell’idolatra Nabucodonosor, l’umile fermezza di Sadràch, Mesàch e Abdènego ci mostra la risposta di Dio: Sappiano che tu sei il Signore, il Dio unico e glorioso su tutta la terra (Dan 3, 45). Possiamo dunque sperare, per virtù di Speranza, che anche noi passeremo indenni attraverso questa fornace di vizi e di orrori in cui i nemici di Dio ci hanno gettato, se solo comprenderemo quali sono le nostre colpe – e le conosciamo bene – e quale la potenza, anzi: l’onnipotenza di Dio.
Ce lo ricorda il Postcommunio: Ut sacris, Domine, reddamur digni muneribus: fac nos, quæsumus, tuis semper obedire mandatis. O Signore, per renderci degni dei Tuoi sacri doni, fa’, Te ne preghiamo, che obbediamo sempre ai tuoi precetti.
E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
15 Ottobre 2023
Dominica XX post Pentecosten
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Missionari Cattolici nel Mondo, TRADITIO – Parte II: Un’Opera di Speranza
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«Rivendico di non essere scismatico!»: la lettera a Leone XIV di mons. Viganò
Renovatio 21 pubblica la lettera dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò a papa Leone XIV. Le opinioni degli scritti pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

L’Arcivescovo Carlo Maria Viganò a Leone XIV
Alcune settimane fa ho reso pubbliche le vicende legate alla mia richiesta di incontrare Leone, al suo iniziale accoglimento, alla sua improvvisa disdetta e definitiva cancellazione. Mentre un Arcivescovo cattolico non veniva ritenuto degno di essere ricevuto in Udienza, un’abortista omoeretica nelle vesti di «arcivescovessa» anglicana ha meritato non solo gli onori protocollari del Vaticano, ma addirittura di comunicare «in sacris» con Leone e altri Prelati, giungendo ad impartire una «benedizione» nel sacello del Principe degli Apostoli. Ciò a riprova del doppio standard applicato dagli esponenti della chiesa sinodale. Non credo occorra dilungarsi in ulteriori commenti. Dopo lunghi mesi di silenzio è giunto il momento di portare a conoscenza il contenuto della mia lettera a Leone del 25 gennaio scorso, in modo da lasciarne una traccia documentale.
Santità, con questa lettera desidero offrire alla Sua considerazione gli eventi salienti della mia vita personale e ministeriale, in modo da consentirLe di conoscermi e di inquadrare le intenzioni che mi animano.
Sono nato il 16 Gennaio 1941 a Varese, in una famiglia profondamente cattolica, grazie alla quale ho potuto crescere nella pratica quotidiana della Fede, avere una solida istruzione superiore e maturare la Vocazione al Sacerdozio. Fui ordinato sacerdote il 24 Marzo 1968 e dopo un breve periodo di ministero parrocchiale a Pavia fui invitato dall’allora Sostituto della Segreteria di Stato Mons. Giovanni Benelli ad entrare nella Pontificia Accademia Ecclesiastica, dove venni ammesso nell’Ottobre 1971.
Ho servito cinque Pontefici: nelle Nunziature di Bagdad, Kuwait e di Londra; poi dal Gennaio 1978 in Segreteria di Stato per oltre dieci anni come Segretario di tre Sostituti; infine come Osservatore Permanente presso il Consiglio d’Europa e il Parlamento Europeo a Strasburgo (1988-1992). Dopo la mia Consacrazione episcopale, ricevuta dalle mani di Giovanni Paolo II, sono stato inviato in Nigeria come Nunzio Apostolico (1992-1998), quindi richiamato in Segreteria di Stato con l’incarico di Delegato per le Rappresentanze Pontificie (1998-2009). Nel 2009 Papa Benedetto XVI mi ha nominato Segretario Generale del Governatorato e nel 2011 Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America, fino al 2016.
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Fu nelle vesti di Delegato per le Rappresentanze Pontificie che mi trovai a trattare i processi informativi per le promozioni all’Episcopato, in Curia e nelle Nunziature, e i casi più riservati e delicati riguardanti Vescovi e Cardinali, tra i quali il dossier di Theodore McCarrick e di altri Prelati omosessuali. La mia azione in questo ambito mi valse la rimozione dalla Segreteria di Stato e il mio trasferimento al Governatorato come Segretario Generale, dove Papa Benedetto mi incaricò di contrastare la malagestione e la vasta rete di corruzione finanziaria. Anche in quel caso, nonostante avessi portato il bilancio del Governatorato, nell’arco di un anno e mezzo, da un deficit di 15 milioni di Euro ad un utile di 35 milioni, e nonostante il Papa volesse promuovermi alla Presidenza del Pontificio Consiglio per gli Affari Economici della Santa Sede, fui allontanato dalla Curia Romana ed inviato a Washington come Nunzio Apostolico. La mia azione disturbava persone all’epoca molto potenti e capaci di prevaricare sulla volontà di Papa Benedetto.
Nel 2016, all’esatto compimento dei settantacinque anni, Bergoglio mi ordinò di lasciare la Nunziatura di Washington e mi proibì di ritornare in Vaticano, dove Giovanni Paolo II mi aveva assegnato permanentemente un appartamento; mi proibì altresì di dimorare nella residenza romana dei Nunzi in pensione appositamente predisposta da Papa Benedetto. Prima di morire Bergoglio mi ha fatto anche revocare la cittadinanza vaticana e il passaporto; mi ha impedito di usufruire dell’assistenza sanitaria fornita ai membri del Servizio Diplomatico nonostante ne abbia sempre regolarmente versato i contributi; ha ordinato la radiazione della mia vettura dal Registro Veicoli Vaticani; ha impedito il rinnovo della patente di guida vaticana di cui avevo usufruito ininterrottamente dal 1973, creandomi gravissimi disagi e condannandomi di fatto agli arresti domiciliari.
Dopo aver reso pubblico nell’agosto del 2018 il dirompente memoriale su Theodore McCarrick e sull’estesa rete di corruzione e complicità in seno alla Curia Romana, che vedeva direttamente coinvolto lo stesso Jorge Mario Bergoglio, ho vissuto per alcuni anni in luoghi segreti, come mi fu consigliato dal Card. Raymond Leo Burke in considerazione delle minacce ricevute, e del fatto che il mio immediato predecessore a Washington, il Nunzio Pietro Sambi, aveva trovato la morte in circostanze molto sospette, dopo aver avuto duri scontri con l’allora Card. McCarrick nel comunicargli i provvedimenti presi da Benedetto XVI per contrastare i suoi crimini di abusatore seriale.
La corruzione, i ricatti, gli inganni e i tradimenti con cui mi sono dovuto confrontare mi hanno indotto ad interrogarmi sulle origini profonde dello stato disastroso in cui versa la Chiesa Cattolica.
Nel ritornare con la memoria agli anni della mia formazione all’Università Lateranense (1960-1964) e alla Gregoriana (1965-1969), ho dovuto riconoscere che ancor prima della conclusione del Concilio Vaticano II l’impostazione ideologica dell’intero cursus studiorum – e del corpo docente – era già improntata ai nuovi insegnamenti conciliari, pur non ancora approvati. Ricordo bene come nei Seminari romani la disciplina clericale cedette all’anarchia su tutti i fronti, e come fossero i Superiori ad incoraggiare la partecipazione dei chierici alle conferenze dei «nuovi teologi»: mi riferisco a quanti, sino a pochi anni prima, erano visti con giustificato sospetto dal Sant’Uffizio, come Küng, Ratzinger, Rahner, Schillebeeckx, Congar e con loro quel sottobosco di modernisti che di lì a poco avrebbe infestato le cattedre degli Atenei e i posti di responsabilità in Vaticano e nelle Diocesi. E come sempre è avvenuto per tutte le operazioni eversive, il clima di generale cambiamento, di continue riforme, di enormi mutazioni fu creato ad arte dall’alto.
Dal mio punto di osservazione privilegiato come Segretario del Sostituto, sono stato testimone dell’emorragia di migliaia di vocazioni sacerdotali e religiose; mentre quei sacerdoti che non volevano assecondare il nuovo corso conciliare né abbandonare la Liturgia tridentina erano ostracizzati, trattati come eretici, scomunicati o sospesi a divinis, privati dello stipendio, lasciati morire in solitudine.
Rileggendo quegli eventi e quelle riforme con lo sguardo disincantato di oggi e con l’esperienza derivante da altri fatti analoghi – non ultima la gestione del Sinodo sulla Famiglia che portò ad Amoris Lætitia e soprattutto la rivoluzione sinodale in corso – non mi fu possibile non vedere in tutto ciò una mens che aveva già predisposto l’azione eversiva che di lì a breve avrebbe mostrato i suoi più dirompenti effetti.
La rivoluzione conciliare ha seguito un copione ben preciso, sotto un’unica regia. Tutto doveva sembrare perfettamente legale e conforme alla prassi ordinaria della Chiesa: ogni documento promulgato doveva consentire di darne un’interpretazione ortodossa per rassicurare i Padri conciliari e un’interpretazione eretica da far deflagrare successivamente. Quei documenti rivelano le vere finalità di coloro che usarono dolosamente un Concilio per imporre errori dottrinali, morali e liturgici già condannati dai Romani Pontefici.
Durante i lunghi anni del mio ministero al servizio della Sede Apostolica, l’obbedienza incondizionata ai Pontefici e il mio essere totalmente assorbito dagli incarichi affidatimi, non mi permisero di comprendere la rivoluzione in atto. Come avrei potuto immaginare il sovvertimento e il tradimento che si stavano consumando? Come avrei potuto credere che la suprema Autorità della Chiesa e l’intero Episcopato potessero essersi resi complici dei più insidiosi nemici di Cristo che San Pio X aveva identificato nei Modernisti?
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Il «pensionamento» sopraggiunto nel 2016 mi ha permesso di dedicare a questi gravi problemi preghiera, studio e meditazione. Ho così maturato la consapevolezza che il Concilio Vaticano II, pur mantenendo le caratteristiche di un Concilio Ecumenico, è stato voluto con l’intenzione di usarlo per rivoluzionare l’intero edificio ecclesiale e sovvertirlo in ogni sua componente: nella Dottrina, nella Liturgia, nella disciplina, nelle norme canoniche e specialmente nella sua costituzione gerarchica. Sono stati gli stessi artefici del Vaticano II a definirlo «il 1789 della Chiesa» e a considerare questo loro esperimento eversivo il Concilio per antonomasia, dimostrando così la sua eterogeneità rispetto a tutti gli altri Concili e alla perenne Tradizione della Chiesa.
Tanto Jorge Bergoglio quanto i papi del post-concilio hanno orgogliosamente rivendicato la loro continuità ideologica con il Vaticano II per eseguire e legittimare ogni loro «riforma». Significativamente, l’intero «corpus magisteriale postconciliare» pone un nuovo paradigma sancito dal Concilio. Le sue dottrine fluide – in continua evoluzione come in evoluzione è la sintesi hegeliana che esse sottendono – sono in evidente rottura con il Magistero bimillenario della Chiesa precedente al Vaticano II.
Il Concilio ha assecondato e contribuito alla decristianizzazione dell’Occidente e all’instaurazione, nella sfera civile, di un nuovo ordine conforme ai disegni della Massoneria. Sono ben noti i piani delle logge e conosciamo i mezzi che sarebbero stati adottati per ottenere gli scopi prefissati. Si trattava di infiltrare la Chiesa Cattolica e colpirla dal di dentro.
La discussio sul Vaticano II e sul golpe nella Chiesa mi ha condotto a riscoprire in tempi relativamente recenti il Rito Tradizionale. L’abbandono della messa montiniana ha segnato una nuova stagione del mio Ministero episcopale. Insieme alla Messa tridentina (che fu quella della mia Ordinazione sacerdotale), ho scoperto un universo sommerso di sacerdoti, religiosi e seminaristi perseguitati ed emarginati. Ho ritenuto mio dovere apostolico ascoltare il loro grido di aiuto, offrendo loro una risposta che desse rinnovata fiducia verso quella Chiesa dalla quale si sentivano traditi e cacciati. Ciò mi ha portato a istituire la Fondazione Exsurge Domine, facendo tutto il necessario per garantire i mezzi di sussistenza – spirituali e materiali – e un’identità ecclesiale autenticamente cattolica a chi, per la propria fedeltà alla Tradizione, è stato ingiustamente colpito dal Terrore bergogliano.
Tra questi vi sono i membri della Fraternità Sacerdotale Familia Christi, nata e riconosciuta prima nell’ambito di Ecclesia Dei, poi brutalmente distrutta e cancellata. I suoi membri sono stati vittime di una terribile persecuzione – che Ella non può ignorare – da parte dell’attuale Arcivescovo di Ferrara Gian Carlo Perego e della stessa Santa Sede. A questi chierici, che si sono rivolti a me dopo essere stati abbandonati a loro stessi senza sostentamento, e ai candidati al Sacerdozio che si sono uniti a loro, sto assicurando la mia cura paterna.
La mia denuncia dell’apostasia della chiesa conciliare e sinodale e della sua rottura con la Tradizione, insieme ai circostanziati dubbi sulla legittimità del «pontificato» di Bergoglio – che in coscienza ho affrontato nella persuasione di adempiere al mandato di Successore degli Apostoli – mi sono valsi una scomunica ingiusta, illegittima e ideologicamente motivata. Questa sanzione canonica, ancorché la consideri nulla, comporta delle gravi ripercussioni ecclesiali, istituzionali e personali che mi addolorano profondamente e che stridono se paragonate all’impunità di cui godono cardinali, vescovi e sacerdoti notoriamente eretici e corrotti.
Tra costoro non posso non menzionare Eleuterio Vásquez Gonzales, noto a Chiclayo come «padre Lute», accusato di aver abusato sessualmente di alcune giovani vittime. La Santa Sede ha di recente accordato a «padre Lute» la dimissione dallo stato clericale senza un regolare processo canonico, e di fatto lasciandolo impunito; mentre l’avvocato canonista delle vittime, mons. Ricardo Coronado Arrascue è stato estromesso dalle sue funzioni legali, ridotto allo stato laicale, e inquisito per infamanti accuse. La vicenda mi è stata documentata e dettagliatamente esposta dallo stesso mons. Coronado. Questo caso ripete lo stesso modus operandi di Bergoglio già adottato con McCarrick e rivela un’aberrante amministrazione della Giustizia da parte della Santa Sede.
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Dinanzi alla scomunica illegittimamente comminatami rivendico di non essere scismatico! Per grazia di Dio sono e sarò un devoto figlio di Santa Romana Chiesa e un fedele suddito del Pontificato Romano. Credo fermamente nella Comunione Apostolica e riconosco il Primato Petrino. Riconosco parimenti la necessità di appartenere non solo al Corpo Mistico invisibile, ma anche al corpo ecclesiale istituzionale e visibile.
Insieme a me, sul banco degli imputati dell’ex-Sant’Uffizio, sono stati chiamati tutti i Papi della storia fino a Pio XII.
Mi sono chiesto più volte la ragione della persecuzione che devo affrontare nella fase finale della mia vita terrena; e se la mia convinzione di agire rettamente e secondo la volontà di Dio possa essere stata tratta in errore. Ma per quanto io cerchi di esaminare il mio operato, come se mi trovassi dinanzi a Cristo Giudice nel momento del trapasso, non vi trovo nulla di moralmente sbagliato. I miei accusatori si sono limitati a dar seguito ad una sentenza già scritta, allo scopo di estromettere con un espediente «canonico» colui che ha denunciato l’infedeltà della Gerarchia cattolica, proclamando la Verità senza bavagli. Una voce – la mia – che non poteva essere messa a tacere per il semplice fatto che nessuno mi ha mai potuto corrompere né ricattare.
Gli Ufficiali dell’ex Sant’Uffizio non sono stati in grado di confutare uno solo degli argomenti da me addotti. Ma è bastato loro che io abbia osato criticare il Vaticano II e Jorge Mario Bergoglio per condannarmi alla scomunica per il delitto di scisma, proprio quando è il mio amore per il Papato e per il Magistero perenne della Chiesa ad espormi a questo spietato attacco da parte del Vaticano. Non ho mai inteso separarmi dalla Comunione Apostolica, né disobbedire al Vicario di Cristo, né fondare una «chiesa parallela», come taluni mi hanno accusato di voler fare. Credo anzi che non avrei potuto meglio servire il Papato e la Santa Chiesa, se non parlando e agendo come ho fatto, affrontando le sofferenze che me ne sono derivate in spirito di unione con i patimenti del divino Redentore.
Mi rivolgo a Lei come Arcivescovo anziano, per amore di Nostro Signore e nella fedeltà alla Santa Chiesa. Mi rivolgo a Lei per esprimerLe il tormento nel vedere la Chiesa Cattolica eclissata e sfigurata da chi la occupa e ne detiene il potere. Non riesco a capacitarmi di come, dopo la disastrosa esperienza di Jorge Bergoglio, Ella non solo non voglia condannarne gli errori e gli scandali, ma non perda occasione per ribadire la Sua totale continuità con essi, in nome di una «chiesa sinodale» che adultera la struttura gerarchica e la natura monarchica che Nostro Signore ha voluto dare alla Sua Chiesa, e ne demolisce l’intero edificio dottrinale.
Faccio appello a un altro Leone, il grande Papa Vincenzo Gioacchino Pecci, nella paradossale situazione di sapere che egli troverebbe le mie parole condivisibili e meritevoli di elogio, mentre la chiesa bergogliana le ha giudicate degne di uno scismatico. Cos’è accaduto nella Chiesa Cattolica nell’arco di qualche decennio, per far sì che io mi trovi condannato, e con me tutti i Papi preconciliari? Quomodo facta est meretrix civitas fidelis? (Is 1, 21).
La Fede che professo, la Messa tridentina che celebro, i Concili e gli Atti magisteriali che accolgo, la Professio Fidei Tridentina e lo Jusjurandum antimodernisticum che tante volte ho ripetuto, sono comuni a tutta la Chiesa e mi uniscono ad essa. Di questa Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica e Romana, immutata nella dottrina e nella morale, mi dico figlio e servitore devoto. Quel Papato, parimenti immutato, è il Papato Romano cui sono obbediente, poiché nella voce del Vicario risuona la Verità del Buon Pastore che dà la vita per le pecore (Gv 10, 11).
L’autorità delle Sante Chiavi deve aprire le porte della Gerusalemme celeste ai giusti ed escludervi i reprobi, non viceversa. Questa autorità promana da Nostro Signore (Rm 13, 1) – ed è vicaria della Sua autorità. Non è possibile che essa venga usata per legittimare ciò che Egli condanna, né tantomeno per condannare ciò che Egli ha ordinato di fare. Per questo non posso obbedire a chi, costituito in autorità, rifiuta di essere a sua volta sottomesso e obbediente alla somma Autorità di Dio.
Penso alle parole di San Paolo: Ma se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anatema! (Gal 1, 8) Da quale Chiesa sono separato? E quale autorità mi condanna? Quella del Vicario di Cristo o quella di chi predica un vangelo diverso da quello ricevuto da Nostro Signore?
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Lascio nelle Sue mani questa lettera, affinché Ella conosca le ragioni delle mie posizioni e della mia azione, nella speranza di poterLa spronare ad un profondo esame di coscienza e ad una doverosa quanto improrogabile conversione del cuore, della mente, della volontà, memore delle parole di Nostro Signore: “Simone, Simone, Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano, ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno: e tu, quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22, 31-32).
Le chiedo di esercitare la Sua suprema Autorità per confermare i fratelli nella Fede. Le chiedo di confermarmi nella Fede: lo voglia fare. O mi dica dove sto errando e in che cosa sto contraddicendo il Depositum Fidei che Ella deve custodire e sul quale si basa l’Unità Cattolica. È sulla professione della vera Fede che devo essere giudicato: mi dica dunque in cosa contraddico la Fede Cattolica e me ne emenderò.
Ma non vi sono argomenti che legittimino la mia scomunica: essa mi è stata comminata illegittimamente, per distruggere la mia persona e la mia azione in difesa della Verità Cattolica; una sanzione motivata non da ultimo dall’odio implacabile di Jorge Mario Bergoglio verso di me. Un’ingiustizia che esige riparazione del gravissimo danno causato a me e alla Causa di Santa Romana Chiesa.
Confido che Ella vorrà concedermi un’udienza dopo la cancellazione di quella accordatami per l’11 dicembre scorso. Potrò allora comunicarLe di persona alcune questioni della massima importanza relative al mio Ministero apostolico e alla necessità di assicurare ad esso continuità e futuro.
Sin d’ora, rinnovo l’incondizionata intenzione di adempiere ad ogni obbligo che mi si impone come Successore degli Apostoli,
in Christo Rege,
+ Carlo Maria Viganò,
Arcivescovo tit. di Ulpiana, Nunzio Apostolico
Viterbo, 25 Gennaio 2026
In Conversione S. Pauli Apostoli
Renovatio 21 offre questa lettera di monsignor Viganò per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
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Immagine da Twitter
Spirito
Politico francese fa infuriare il sindaco comunista recitando l’Ave Maria in consiglio comunale
Ivry : un élu RN récite un «Je vous salue Marie» en conseil municipal face à la laïcité à géométrie variable du maire PCF
🔗 Article JDD : https://t.co/kDrQaaVuWD pic.twitter.com/T00OsJprrO — Le JDD (@leJDD) June 12, 2026
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«Questa è davvero una vergogna. Questo è un vero e proprio scandalo. In poche ore di consultazione, avete raggiunto ogni vetta immaginabile, superando in modo assoluto ogni limite invalicabile», ha continuato Bouyssou. Poi, furioso, si mosse per cacciare Nader. «La invito ad abbandonare immediatamente quest’assemblea comunale», esclamò Bouyssou tra gli applausi, battendo il pugno sul tavolo. «Mai il consiglio comunale di Ivry è stato insultato in questo modo». Al rifiuto del Nader, Bouyssou sospese la riunione. Il Naderro ha dichiarato di aver subito attacchi «molto violenti, avvenuti fuori sede» da parte di funzionari del consiglio comunale dopo la riunione. «Sono stato fischiato, minacciato, mi hanno detto che sarei finito all’inferno, mi hanno dato del razzista», ha riportato Le Parisien. Il politico cristiano ha aggiunto che intende sporgere denuncia. Nei commenti al video della riunione del consiglio pubblicato su YouTube e sui social media, Nader è stato applaudito per la sua dimostrazione di fede cattolica e per aver smascherato l’ipocrisia del sindaco. «Pregare in un’assemblea deliberativa ha chiaramente creato un disturbo all’ordine pubblico», ha poi dichiarato Bouyssou all’agenzia AFP.🚨🇫🇷 𝗔𝗟𝗘𝗥𝗧𝗘 𝗜𝗡𝗙𝗢 — Résumé vidéo de ce qu’il s’est passé hier lors du conseil municipal à Ivry-sur-Seine entre le maire PCF Philippe Bouyssou, son adjointe Fenda Diarra et le conseiller RN d’opposition Kevin Nader. https://t.co/Z535LCHFFt pic.twitter.com/FauQsRp0Sj
— L’Écho Chrétien (@lechochretien) June 12, 2026
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