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«Quell’infernale fornace che è l’Occidente apostata del Nuovo Ordine Mondiale»: omelia di mons. Viganò

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Renovatio 21 pubblica questa omelia di monsignor Carlo Maria Viganò.

 

OMELIA

nella Domenica XX dopo Pentecoste

15 Ottobre 2023

 

Omnia quæ fecísti nobis, Dómine, in vero judício fecísti, 

quia peccávimus tibi, et mandátis tuis non obedívimus: 

sed da glóriam nómini tuo, 

et fac nobíscum secúndum multitúdinem 

misericórdiæ tuæ.

Dan 3, 31, 29 et 35

 

In tutto ciò che hai fatto, o Signore, hai agito con vera giustizia, perché noi peccammo contro di Te e non obbedimmo ai Tuoi comandamenti: ma Tu dà gloria al Tuo nome e agisci nei nostri riguardi secondo l’immensità della Tua misericordia.

 

Le parole dello splendido Introito di questa santa Messa, nella Domenica vigesima dopo Pentecoste, sono tratte dal Profeta Daniele. Esse si riferiscono ad un fatto storico: quando cioè il re Nabucodonosor convocò satrapi, prefetti, governatori, consiglieri, tesorieri, giudici, questori e tutte le alte autorità delle province per annunciare la costruzione di una statua d’oro a Babilonia.

 

Un banditore di Nabucodonosor annuncia: Popoli, nazioni e lingue, a voi è rivolto questo proclama: Quando voi udirete il suono del corno, del flauto, della cetra, dell’arpicordo, del salterio, della zampogna, e d’ogni specie di strumenti musicali, vi prostrerete e adorerete la statua d’oro, che il re Nabucodonosor ha fatto innalzare. Chiunque non si prostrerà alla statua, in quel medesimo istante sarà gettato in mezzo ad una fornace di fuoco ardente (Dan 3, 4-6).

 

Dinanzi all’obbedienza di tutti i popoli, nazioni e lingue, c’è però chi si conserva fedele al vero Dio, e viene denunciato al re: Ora, ci sono alcuni Giudei, ai quali hai affidato gli affari della provincia di Babilonia, cioè Sadràch, Mesàch e Abdènego, che non ti obbediscono, re: non servono i tuoi dèi e non adorano la statua d’oro che tu hai fatto innalzare (Dan 3, 12).

 

Nabucodonosor convoca i tre funzionari Ebrei e ordina loro, sotto pena di morte, di adorare l’idolo. Ed essi gli rispondono: Re, noi non abbiamo bisogno di darti alcuna risposta in proposito; sappi però che il nostro Dio, che serviamo, può liberarci dalla fornace con il fuoco acceso e dalla tua mano, o re. Ma anche se non ci liberasse, sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai eretto (Dan 3, 16-18).

 

Adirato per la loro risposta, il re li fa gettare in una fornace ardente, che però uccide con le sue fiamme i soldati che ve li avevano buttati. Sadràch, Mesàch e Abdènego, incolumi, passeggiavano in mezzo alle fiamme, lodavano Dio e benedicevano il Signore (Dan 3, 24).

 

Ritroviamo quasi le medesime parole nell’Epistola: Implemini Spiritu Sancto, loquentes vobismetipsis in psalmis, et hymnis, et canticis spiritualibus, cantantes, et psallentes in cordibus vestris Domino (Ef 5, 18-19). Siate ricolmi dello Spirito Santo, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore.

 

È a questo punto che Azaria intona la meravigliosa preghiera cui allude l’Introito. Vi esorto a rileggerla nel terzo capitolo del Libro di Daniele, dal verso 26 al verso 45. Dovrebbe essere la preghiera di ciascuno di noi, in questi giorni di ribellione e di tenebre. 

 

Anania inizia con atto di fede e di adorazione. 

 

Benedetto sei tu, Signore Dio dei nostri padri;

degno di lode e glorioso è il tuo nome per sempre.

Tu sei giusto in tutto ciò che hai fatto;

tutte le tue opere sono vere,

rette le tue vie e giusti tutti i tuoi giudizi.

 

Poi passa alla confessione delle proprie colpe e la consapevolezza della giusta punizione: 

 

Giusto è stato il tuo giudizio

per quanto hai fatto ricadere su di noi

e sulla città santa dei nostri padri, Gerusalemme.

Con verità e giustizia tu ci hai inflitto tutto questo a causa dei nostri peccati,

poiché noi abbiamo peccato, abbiamo agito da iniqui,

allontanandoci da te, abbiamo mancato in ogni modo.

Non abbiamo obbedito ai tuoi comandamenti,

non li abbiamo osservati, non abbiamo fatto

quanto ci avevi ordinato per il nostro bene.

 

Non abbiamo fatto quanto ci avevi ordinato per il nostro bene, riconosce Anania. E lo riconosciamo anche noi, popolo eletto della Nuova ed Eterna Alleanza, nuovo Israele, nuova Nazione santa. Contempliamo quanto è stato fatto ricadere su di noi e sulla città santa dei nostri padri, Roma. 

 

Ora quanto hai fatto ricadere su di noi,

tutto ciò che ci hai fatto, l’hai fatto con retto giudizio:

ci hai dato in potere dei nostri nemici, ingiusti, i peggiori fra gli empi,

e di un re iniquo, il più malvagio su tutta la terra.

 

Il leviatano globalista che ci tiene oggi schiavi è ben peggiore della schiavitù di Babilonia e del re Nabucodonosor, ma obbedisce al medesimo Principe di questo mondo che allora ispirava la costruzione di una statua d’oro da far adorare ai popoli, e che oggi erige gli idoli del Nuovo Ordine Mondiale, dell’ideologia woke, della follia gender, della Pachamama, della sinodalità e di tutti i feticci che il Salmista compendia in quattro icastiche parole: omnes dii gentium demonia, tutti gli dei pagani sono demoni (Sal 95, 5).

 

Perché adorando la natura o adorando se stessi, si adora sempre e comunque Satana, e chi adora Satana non può adorare Dio.

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Azaria sembra quasi appellarsi alla divina Maestà, al Dominus Deus Sabaoth, al Signore degli eserciti schierati in ordine di battaglia, perché assecondi le sue preghiere non guardando ai meriti inesistenti di chi le formula né alla moltitudine delle sue colpe, ma alla parola data ad Abramo e a Isacco, e tramite essi all’intero popolo eletto: 

 

Ora non osiamo aprire la bocca: 

disonore e disprezzo sono toccati ai tuoi servi, ai tuoi adoratori.

Non ci abbandonare fino in fondo,

per amore del tuo nome, non rompere la tua alleanza;

non ritirare da noi la tua misericordia, per amore di Abramo tuo amico,

di Isacco tuo servo, d’Israele tuo santo,

ai quali hai parlato, promettendo di moltiplicare 

la loro stirpe come le stelle del cielo, come la sabbia sulla spiaggia del mare.

 

E quanto si era moltiplicata la nostra stirpe, la stirpe di Cristo, nei secoli in cui Egli ha regnato sulle Nazioni e nella Chiesa! Quante conversioni, quante vocazioni, quanti figli nati alla Grazia e cresciuti nel timor di Dio e nell’osservanza dei Suoi Comandamenti!

 

E poi anche noi non abbiamo fatto quanto ci avevi ordinato per il nostro bene (Dan 3, 30). Ricordiamo anche noi con nostalgia la nostra Sion, seduti in lacrime lungo le rive del Tevere: Super flumina Babylonis illic sedimus, et flevimus: dum recordaremur tui, Sion (Ps 136, 1), come canteremo tra poco nell’Offertorio.

 

Viene poi la richiesta di aiuto, con un elenco di disgrazie e sciagure che sembra parlare della situazione in cui versa oggi la Santa Chiesa: 

 

Ora invece, Signore,

noi siamo diventati più piccoli di qualunque altra nazione,

ora siamo umiliati per tutta la terra a causa dei nostri peccati.

Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto,

né sacrificio, né oblazione, né incenso, 

né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia.

 

Azaria parla di principe, capo e profeta: denuncia insomma la latitanza di un’autorità che dovrebbe esserci ma è come sospesa, tenuta in ostaggio o venduta ai nemici. Non menziona una totale assenza di fede nel popolo, ma la evidenzia nei capi: anche questo dovrebbe farci riflettere, perché è proprio nel tradimento dell’autorità che si consuma il peccato pubblico che tanto offende la divina Maestà.

 

E qui arriviamo al cuore dell’orazione, all’offerta di sé, in cui sono prefigurati il Sacrificio redentore di Cristo e la necessità che le membra del Suo Corpo Mistico, la Chiesa, Lo seguano sulla via della Croce:

 

Potessimo esser accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato,

come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli!

Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito,

perché non c’è confusione per coloro che confidano in te.

 

Ma noi, a differenza del popolo ebraico, abbiamo Chi viene accolto dal Padre: et sic fiat sacrificium nostrum in conspectu tuo, ut placeat tibi, Domine Deus. Sono le parole che il sacerdote recita all’Offertorio, prima di invocare la discesa dello Spirito Santo sul sacrificium tuo sancto nomini præparatum.

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Nella Santa Messa, che ripete in forma incruenta il Sacrificio della Croce, noi abbiamo la certezza di essere ascoltati, perché a nostro nome è l’Uomo-Dio, il Sommo ed Eterno Sacerdote, il Mediatore tra Dio e gli uomini, Nostro Signore Gesù Cristo che si rivolge all’Eterno Padre. 

 

E proprio mentre Azaria si dice disposto a immolarsi, torna potente la professione di Fede: 

 

Ora ti seguiamo con tutto il cuore, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto.

Fa’ con noi secondo la tua clemenza, trattaci secondo la tua benevolenza,

secondo la grandezza della tua misericordia.

 

Eco di questa preghiera è anche il Communio: Memento verbi tui servo tuo, Domine, in quo mihi spem dedisti: hæc me consolata est in humilitate mea (Ps 118, 49-50). Ricordati della tua parola detta al servo tuo, o Signore, nella quale mi hai dato speranza: essa è stata il mio conforto nella umiliazione.

 

Troppo spesso dimentichiamo che il Signore Dio è Padre Onnipotente. Eppure lo recitiamo nel primo articolo del Credo. È Padre: ci ama e vuole il nostro bene. È Onnipotente: questo Amore è infinito, al punto di dare la vita del proprio Figlio Unigenito per noi; questo Amore è così infinito da essere Dio Egli stesso, la Terza Persona della Santissima Trinità, lo Spirito Santo Paraclito.

 

Questo Amore che procede dal Padre e dal Figlio dispiega la potenza del suo braccio, disperde i superbi nei pensieri del loro cuore; rovescia i potenti dai troni, innalza gli umili. L’esultazione della Vergine nel cantico del Magnificat riprende la gioia incontenibile per una Giustizia che è veramente giusta perché divina; una Giustizia che ripristina l’ordine eterno e perfetto del κόσμος divino, infranto dal χάος di Satana. Una Giustizia che sa essere prodigiosa e miracolosa proprio perché sia inequivocabile che viene da Dio.

 

Ascoltiamo Azaria: 

 

Salvaci con i tuoi prodigi, da’ gloria, Signore, al tuo nome.

Siano invece confusi quanti fanno il male ai tuoi servi,

siano coperti di vergogna con tutta la loro potenza; 

e sia infranta la loro forza!

Sappiano che tu sei il Signore, il Dio unico e glorioso su tutta la terra.

 

Come ci fa notare San Gregorio Magno nelle lezioni del Mattutino di oggi, nel Vangelo di San Giovanni, il funzionario reale crede imperfettamente nella potenza taumaturgica di Cristo, a differenza del centurione (Mt 8, 5-13), la cui fede nella divinità di Cristo non chiede che Egli sia presente di persona per guarire il servo. Per questo il Signore lo rimprovera – Se non vedete segni e prodigi, voi non credete (Gv 4, 48) – pur concedendo al funzionario quel che chiede, perché creda davvero. Credono invece i tre fanciulli nella fornace, e crede addirittura il re babilonese, dinanzi ai segni e ai prodigi. 

 

E mentre i mantici degli aguzzini aumentavano le fiamme, l’angelo del Signore, che era sceso con Azaria e con i suoi compagni nella fornace, allontanò da loro la fiamma del fuoco e rese l’interno della fornace come un luogo dove soffiasse un vento pieno di rugiada. Così il fuoco non li toccò affatto, non fece loro alcun male, non diede loro alcuna molestia (Dan 3, 49-50). 

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A questo punto Anania, Azaria e Misaele intonano il loro canto di lode, il Cantico dei Tre Fanciulli, che fa parte dell’Ufficio delle Lodi della Domenica. Quando recitiamo il Breviario – per chi vi è tenuto o lo fa per devozione – dovremmo pensare che quelle parole sulla bocca dei tre ragazzi – tres pueri – sono pronunciate tra le fiamme, dove essi rimangono illesi grazie alla loro Fede e – diciamolo, una buona volta – alla loro indisponibilità al dialogo, alla loro «rigidità», al loro «costruire muri».

 

Perché non è amare il prossimo lasciare che perda la sua anima per l’eternità; né è amare Dio sottrarGli quelle anime per le quali Egli ha versato il proprio Preziosissimo Sangue. 

 

Dovremmo anche noi ripetere più spesso la preghiera di Azaria, mentre un mondo ostile e una Gerarchia non meno nemica soffiano sulle braci di questa infernale fornace che è l’Occidente apostata del Nuovo Ordine Mondiale, perché la nostra sorte sia di monito per gli altri.

 

Videte quomodo caute ambuletis: non quasi insipientes, sed ut sapientes, redimentes tempus, quoniam dies mali sunt, ci ammonisce San Paolo nell’Epistola (Ef 5, 15-16): vigilate dunque attentamente sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti, ma da uomini saggi; profittando del tempo presente, perché i giorni sono cattivi. Profittando del tempo presente, ossia comprendendo che tutto ciò che avviene è permesso da Dio, e che quanto hai fatto ricadere su di noi, tutto ciò che ci hai fatto, l’hai fatto con retto giudizio – come recitano le parole dell’Introito – perché già da due secoli l’Autorità temporale e da sessant’anni quella spirituale si sono rese meritevoli dei castighi che vanno moltiplicandosi in questa fase cruciale per le sorti del mondo.

 

E noi con esse, dal momento che come cittadini e come Cattolici abbiamo tollerato, accettato e addirittura incoraggiato il progressivo tradimento di Dio e della Sua Legge da parte dei nostri governanti civili e religiosi. Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovare misericordia (Dan 3, 37-38).

 

Dinanzi alla prepotenza dell’idolatra Nabucodonosor, l’umile fermezza di Sadràch, Mesàch e Abdènego ci mostra la risposta di Dio: Sappiano che tu sei il Signore, il Dio unico e glorioso su tutta la terra (Dan 3, 45). Possiamo dunque sperare, per virtù di Speranza, che anche noi passeremo indenni attraverso questa fornace di vizi e di orrori in cui i nemici di Dio ci hanno gettato, se solo comprenderemo quali sono le nostre colpe – e le conosciamo bene – e quale la potenza, anzi: l’onnipotenza di Dio.

 

Ce lo ricorda il Postcommunio: Ut sacris, Domine, reddamur digni muneribus: fac nos, quæsumus, tuis semper obedire mandatis. O Signore, per renderci degni dei Tuoi sacri doni, fa’, Te ne preghiamo, che obbediamo sempre ai tuoi precetti.

 

E così sia. 

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

15 Ottobre 2023

Dominica XX post Pentecosten

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Spirito

«Salus extra Ecclesiam non est»: mons. Viganò contro il documento vaticano sul dialogo interreligioso

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Renovatio 21 pubblica il commento di monsignor Carlo Maria Viganò alla nota del Dicastero per la Dottrina della Fede «Un cammino di speranza: sessant’anni di dialogo interreligioso e fraternità alla luce della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate».    

SPES CONTRA SPEM

Osservazioni sulla Nota «Un cammino di speranza» dei Dicasteri per la Dottrina della Fede, per l’Unità dei Cristiani e per il Dialogo Interreligioso

   

Et non est in alio aliquo salus. Nec enim aliud nomen est sub caelo datum hominibus, in quo oporteat nos salvos fieri.

Act 4, 12

Habere non potest Deum patrem qui Ecclesiam non habet matrem.

S. Cyprianus, De unitate Ecclesiæ, 6

 

Premessa: una data che accusa

La Nota Un cammino di speranza, redatta per il sessantesimo anniversario di Nostra Ætate, porta la firma dei Cardinali Fernández, Koch e Koovakad. Leone XIV l’ha approvata e ne ha ordinato la pubblicazione. È datata 16 settembre, memoria dei Santi Cornelio e Cipriano.   Non so se gli estensori si siano accorti dell’ironia: San Cipriano è il Padre che ha consegnato alla Chiesa la formula salus extra Ecclesiam non est. Egli ha insegnato che non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per Madre. Sotto la sua protezione si pubblica un documento che, per sessanta paragrafi, si guarda bene dal ripetere quella verità; anzi, in molti modi la contraddice e la nega. E si tratta del Dicastero che fu il Sant’Uffizio. L’organo istituito per custodire la Fede Cattolica ora ne firma la liquidazione.   Aggiungo che la Nota vede la luce quattro giorni dopo la festa del Santissimo Nome di Maria. Il Beato Innocenzo XI la estese alla Chiesa universale in ringraziamento per la liberazione di Vienna dagli Ottomani, nel 1683. Proprio in quei giorni la Santa Sede ci spiega che il vero pericolo per la Cristianità si chiama islamofobia.   Esaminiamo dunque il documento, non per ciò che dichiara di voler essere, ma per ciò che «insegna».

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I. Una rottura confessata

La Nota si presenta come testimonianza di una «continuità arricchita». Ma basta leggerla per accorgersi che essa stessa smentisce questa pretesa, e più di una volta.   Già all’inizio (n. 1) essa afferma che Nostra Ætate ha segnato un cambiamento profondo nel modo in cui la Chiesa comprende il proprio rapporto con le altre religioni. Nella conclusione (n. 57) si compiace che quella Dichiarazione conciliare abbia trasformato radicalmente le relazioni interreligiose. La Chiesa, vi si legge, sarebbe passata da un atteggiamento riservato e distante a un cammino di dialogo. Al n. 51 si arriva a dire che il dialogo trasforma le persone, le comunità e talvolta perfino le strutture ecclesiali.   Ora, la Chiesa non può «comprendere diversamente» il proprio rapporto con l’errore, perché quel rapporto è fissato dalla Rivelazione divina. Il Concilio Vaticano I lo ha insegnato con parole che non ammettono aggiornamenti. Il senso dei sacri dogmi dichiarato una volta dalla Chiesa si deve ritenere per sempre: nec umquam ab eo sensu, altioris intelligentiæ specie et nomine, recedendum; non ci si deve mai allontanare da quel senso [dei dogmi] sotto il pretesto o l’apparenza di una migliore comprensione (Dei Filius, cap. 4).   E nel Giuramento Antimodernista di San Pio X ogni chierico, fino al 1967, giurava: prorsus rejicio hæreticum commentum evolutionis dogmatum, ab uno in alium sensum transeuntium diversum ab eo, quem prius habebat Ecclesia; rifiuto assolutamente la finzione eretica dell’evoluzione dei dogmi, che passerebbero da un significato a un altro diverso da quello che la Chiesa professava prima.   Un documento che celebra la «trasformazione radicale» di un insegnamento non descrive uno sviluppo omogeneo. Descrive una mutazione. E coloro da quei Dicasteri adulterano la Fede, consenziente ed auspice Leone, tradiscono ed abusano dell’autorità che ricoprono.

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II. L’indifferentismo in clergyman

Il cuore dottrinale della Nota è una tesi che la Chiesa ha sempre condannato: le false religioni sarebbero, in qualche misura, vie di accesso a Dio.   Si ripete (n. 1) che la Chiesa nulla rigetta di ciò che è vero e santo nelle altre religioni. Si fa propria (n. 33) la catechesi di Leone del 29 ottobre 2025, per la quale in ogni ricerca religiosa sincera si dovrebbe discernere un riflesso dell’unico Mistero divino. Si afferma (n. 59) che lo Spirito Santo opera all’interno delle diverse religioni dei popoli e vi accende la fiamma della sapienza. E infine (n. 51) si definisce il dialogo interreligioso «un luogo teologico, dove lo Spirito Santo vuole farsi sentire».   Che vi siano frammenti di verità naturale sparsi negli errori dei pagani, nessun cattolico lo ha mai negato. Il demonio stesso, per ingannare, mescola il vero al falso. Ma altro è riconoscere un frammento di verità dentro un sistema erroneo; altro è attribuire a quel sistema, in quanto tale, un valore di salvezza, una presenza dello Spirito Santo, una funzione di «luogo teologico». Questo secondo passo è precisamente ciò che il Magistero perenne ha condannato.   Il Beato Pio IX, nel Syllabus, ha condannato le seguenti proposizioni:   Homines in cujusvis religionis cultu viam æternæ salutis reperire æternamque salutem assequi possunt. Gli uomini possono trovare la via della salvezza eterna e conseguire l’eterna salvezza nel culto di qualunque religione (prop. 16).   Saltem bene sperandum est de æterna illorum omnium salute, qui in vera Christi Ecclesia nequaquam versantur. Si deve almeno avere buona speranza circa la salvezza eterna di tutti coloro che non si trovano affatto nella vera Chiesa di Cristo (prop. 17).   Pio XI, nella Mortalium Animos (1928), ha descritto con esattezza profetica i congressi interreligiosi del futuro. Ne ha condannato il principio: la falsa opinione di chi ritiene tutte le religioni plus minusve bonas ac laudabiles, più o meno buone e lodevoli. E ha avvertito che chi aderisce a tale opinione si allontana del tutto dalla Religione rivelata da Dio.   San Pio X, nella Pascendi, ha smascherato la radice teologica di questo errore: l’immanentismo modernista. Se la religione nasce dall’esperienza del divino nel sentimento dell’uomo, ogni religione, persino quella dei pagani, dovrà dirsi vera. La Nota non fa che applicare questo principio quando parla di «ricerca religiosa sincera» e di «dialogo dell’esperienza religiosa» (n. 39).   Lo Spirito Santo è Spiritus veritatis (Jo 16, 13), e non può abitare là dove si nega la Divinità del Figlio che Lo ha mandato. Il Salmista non conosceva le sfumature del dialogo: Quoniam omnes dii gentium dæmonia, poiché gli dei dei pagani sono demoni (Ps 95, 5). Né le conosceva l’Apostolo: quæ immolant gentes, dæmoniis immolant, et non Deo, quello che immolano i pagani, lo immolano ai demoni e non a Dio (1 Cor 10, 20).  

III. L’Antica Alleanza e la Sinagoga

La parte più grave del documento riguarda l’ebraismo. Voglio essere chiaro fin d’ora, perché la malafede dei neo-modernisti è pronta a travisare. L’odio verso gli Ebrei è un peccato, e la Chiesa lo ha sempre condannato; la carità verso di loro è un dovere. Ma la carità più grande che si possa loro usare è quella che la Chiesa ha sempre praticato: pregare per la loro conversione a Nostro Signore Gesù Cristo, loro Messia. È precisamente questa carità che la Nota sopprime.  

1. La genesi naturalistica del Cristianesimo

Al n. 10 la Nota espone una ricostruzione che nessun Padre della Chiesa mai riconoscerebbe. Il cristianesimo primitivo si sarebbe sviluppato a partire dal «movimento avviato da Gesù». I primi cristiani avrebbero adottato principi dell’ebraismo di allora, adattandoli alla nuova situazione post-pasquale. Giudaismo rabbinico e Cristianesimo apparirebbero così come due rami paralleli della stessa radice.   Questa è la storia delle religioni del razionalismo ottocentesco, non la Fede cattolica. La Chiesa di Cristo non è un «adattamento» del giudaismo. Essa è il vero Israele, Israël Dei (Gal 6, 16), nel quale le promesse sono compiute. Il giudaismo rabbinico, sorto dopo la distruzione del Tempio, non è un fratello gemello della Chiesa: è la prosecuzione di quella parte d’Israele che non ha riconosciuto il tempo della Sua visita (Lc 19, 44).   Che un documento dell’ex Sant’Uffizio ricorra all’autorità del teologo calvinista Karl Barth (n. 5), per illustrare l’Incarnazione come «la Parola [che] si fece carna ebraica», dice tutto sulla sua ispirazione…  

2. L’alleanza «irrevocabile» e la religiosità attuale degli Ebrei

Al n. 13 la Nota afferma che l’alleanza con il popolo ebraico è irrevocabile e ha un significato teologico. Aggiunge che la religiosità degli Ebrei di oggi, non solo quella legata all’Antico Testamento, sarebbe rilevante per i cristiani. Arriva a presentarla come effetto della Parola rivelata, un valore attuale e dinamico capace di arricchirci.   La Nota si premura di negare le «due vie di salvezza». Ma è una smentita di facciata, perché subito dopo attribuisce valore salvifico e teologico proprio a ciò che ha appena detto di non considerare una via parallela. Contro questa dottrina sta tutto il Magistero perenne della Chiesa.   L’Apostolo Paolo insegna: Dicendo autem novum, veteravit prius. Quod autem antiquatur et senescit, prope interitum est; dicendo “nuova alleanza”, Dio ha dichiarato antica la prima; e ciò che diventa antico e invecchia, è prossimo a scomparire (Hebr 8, 13).   Il Concilio di Firenze, nella Bolla Cantate Domino (1442), definisce che le prescrizioni legali dell’Antico Testamento sono cessate con la venuta di Cristo. Dopo la promulgazione del Vangelo, esse non si possono osservare senza perdere la salvezza eterna. E lo stesso Concilio proclama che nessuno di quelli che esistono fuori della Chiesa cattolica — non solo i pagani, ma neppure i Giudei o gli eretici e gli scismatici — può divenire partecipe della vita eterna. Firmiter credit, profitetur et prædicat, nullos extra catholicam Ecclesiam existentes, non solum paganos, sed nec Judæos aut hæreticos atque schismaticos, æternæ vitæ fieri posse participes.   San Tommaso (S. Th. I-II, q. 103, a. 4) insegna, con i Padri, che le cerimonie della Legge antica, dopo la Passione, sono morte, e dopo la divulgazione del Vangelo sono mortifere.   Pio XII, nella Mystici Corporis (1943), insegna che con la morte del Redentore la Legge antica è abrogata, ed è subentrato il Nuovo Testamento.   La Chiesa Cattolica, per diciannove secoli, ha pregato il Venerdì Santo (1) perché Dio tolga il velo dal cuore del popolo ebraico, secondo le parole di San Paolo: velamen positum est super cor eorum. Cum autem conversus fuerit ad Dominum, auferetur velamen; fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore; ma quando ci si converte al Signore, il velo viene rimosso (2 Cor 3, 15-16). La Nota non considera quel velo un impedimento da rimuovere, ma una ricchezza da cui imparare.

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3. Una citazione amputata

Vi è poi un dettaglio che rivela il metodo. Al n. 14 la Nota invoca il decreto del Sant’Uffizio del 25 marzo 1928 (AAS 20 [1928], 103-104) come precedente della propria lotta all’antisemitismo. Quel decreto, in effetti, condanna l’odio contro il popolo un tempo eletto da Dio. Ma la Nota tace il suo oggetto principale. Il decreto sopprimeva l’associazione Amici Israël, i cui membri chiedevano, tra l’altro, di modificare la liturgia del Venerdì Santo. Il Sant’Uffizio giudicò le loro idee contrarie al sentire della Chiesa, alla dottrina dei Padri e alla sacra Liturgia.   I funzionari dei Dicasteri romani, dunque, citano a proprio sostegno un documento che condannava esattamente ciò che essi oggi promuovono. Non è una svista: è il marchio di un’operazione ingannevole che si nutre di citazioni amputate e di omissioni calcolate.  

4. Il giudaismo rabbinico non è la religione dell’Antico Testamento

Qui sta l’equivoco su cui poggia l’intero edificio della Nota – e di Nostra Ætate – che parla dell’ebraismo come se fosse la religione di Abramo, di Mosè e dei Profeti, giunta intatta fino a noi per un’altra strada. Ma non è così, e il Magistero lo ha sempre saputo. La religione istituita da Dio sul Sinai era tutta ordinata al Tempio, al sacerdozio levitico e al sacrificio rituale: quando il velo del Tempio si squarciò e il Sacrificio della Croce compì e abolì le figure, quell’economia era finita; e la distruzione del Tempio nel 70, che nessun ebreo osservante ha mai potuto riparare, ne fu la sanzione visibile.   Ciò che è sorto dopo — il giudaismo rabbinico e talmudico, codificato nella Mišnah e nel Talmud fra il II e il VI secolo e nelle sue scuole posteriori — non è la continuazione della religione mosaica: è una costruzione post-cristiana, elaborata in larga parte per opposizione alla Chiesa e al riconoscimento di Gesù come Messia venuto nella carne. Non è il ramo antico: è un ramo nuovo, nato dopo il Calvario e contro il Calvario, nato dal Sinedrio che condannò Nostro Signore Gesù Cristo.   Perciò la formula dei «fratelli maggiori» (n. 20) e quella dei «padri nella fede» (n. 12) non sono espressioni infelici: sono errori teologici. Altroché fratelli maggiori! I nostri padri nella fede sono i Patriarchi e i Profeti, che attesero Cristo e che Cristo, disceso agli inferi, liberò. Maria Santissima, gli Apostoli, i primi martiri erano Ebrei, e l’Ecclesia ex circumcisione è nostra madre. Ma il rabbinismo posteriore non ci è padre in nulla: è nato dopo di noi e in polemica contro di noi.   San Paolo, che pure amava i suoi fratelli secondo la carne fino a voler essere egli stesso anatema e separato da Cristo in loro favore (Rom 9, 3), insegna che i rami naturali sono stati recisi a causa dell’incredulità, e che Dio è potente per innestarli di nuovo se non si ostineranno nell’incredulità (Rom 11, 20. 23). Tutta la speranza dell’Apostolo riposa su quel se: e la Nota, che cita abbondantemente la Lettera ai Romani, quel se non lo nomina mai.   Aggiungo una parola che voglio sia intesa esattamente per ciò che dice. Il criterio dato dall’Apostolo San Giovanni non riguarda un popolo, né un sangue, né una nazione: riguarda una dottrina: Quis est mendax, nisi is qui negat quoniam Jesus est Christus? Hic est antichristus, qui negat Patrem et Filium. Chi è il menzognero se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L’anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio (1 Jo 2, 22).   Chiunque neghi il Cristo cade sotto quella sentenza: greco o romano, europeo o americano, laico o chierico, e oggi anzitutto chierico… Ma una religione che si è costituita storicamente attorno alla negazione della Messianità di Nostro Signore Gesù Cristo non è una fede sorella con qualche lacuna: è, in linea di principio, l’antitesi del Cristianesimo. Dirlo non è disprezzo verso alcuno: è la ragione stessa per cui la Chiesa Cattolica ha pregato per la conversione d’Israele in ogni Venerdì Santo della sua storia. Chi ci ha tolto quella preghiera non ci ha resi più caritatevoli: ci ha resi indifferenti alla salvezza eterna di uomini che diciamo di amare.

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5. Un cattolicesimo giudaizzante

Ciò che la Nota intende portare a compimento ha un nome antico, e lo si trova nella Lettera ai Galati: quomodo gentes cogis judaizare? Perché costringi i gentili a giudaizzarsi? (Gal 2, 14). San Paolo ha combattuto per tutta la vita contro chi voleva mantenere accanto alla Croce un’economia parallela, e ha usato parole che nessun Dicastero oserebbe oggi ristampare: si circumcidamini, Christus vobis nihil proderit; se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla (Gal 5, 2).   Il giudaizzante non nega Cristo: Lo affianca. Non dice che la Croce è inutile: dice che non è spes unica. Ed è esattamente la struttura del n. 13, dove si nega a parole la dottrina delle due vie di salvezza e la si riafferma nella sostanza, attribuendo all’antica alleanza un significato teologico attuale e alla «religiosità ebraica» odierna un valore che ci arricchirebbe.   Questo giudaismo cristianizzato non è un’invenzione conciliare: da quasi due secoli il mondo protestante anglosassone coltiva la medesima teologia delle due alleanze — il dispensazionalismo di Darby e di Scofield — con le conseguenze politiche ormai visibili in tutte le nazioni occidentali, in cui esponenti del «cristianesimo sionista» asservano le nazioni alla mafia ashkenazita.   La chiesa sinodale non ha fatto che importarne la sostanza, vestendola di lessico «cattolico»: il cattolicesimo giudaizzante di oggi è il corrispettivo sinodale del sionismo protestante. Due percorsi diversi per origine, identici nell’effetto, poiché entrambi rendono la Croce parzialmente superflua e riducono la Chiesa Cattolica a una delle vie.

6. Il noachismo, ovvero la religione universale dei gentili

Se si nega che gli Ebrei debbano convertirsi a Cristo, resta da chiedersi che cosa venga offerto ai gentili. La tradizione rabbinica ha su questo una risposta antica e coerente: i sette precetti noachidi (Sanhedrin 56a), un codice morale minimo riservato ai non ebrei, che esclude per essi ogni pretesa soprannaturale. Una religione universale senza Trinità, senza Incarnazione, senza Croce, senza Sacerdozio, senza Chiesa, senza Grazia e senza Sacramenti.   Non è una curiosità erudita: nel 1991 il Congresso degli Stati Uniti, con la Public Law 102-14, ha solennemente riconosciuto le «Sette Leggi Noachidi» come fondamento della civiltà.   Si confronti ora quel progetto con ciò che la Nota propone. Al n. 58 le religioni sono chiamate a trasformare il mondo perché diventi espressione fraterna della volontà di Dio, e al n. 53 ci si affretta a escludere che si voglia fondare una religione mondiale. Il risultato è però il medesimo: un monoteismo generico, una morale comune, una fraternità senza il Figlio di Dio.   Non ho bisogno di attribuire intenzioni a nessuno, e mi guardo dal farlo: basta osservare che la chiesa sinodale sta predicando ai gentili pressappoco ciò che la Sinagoga ha sempre riservato ai gentili, e che in nessuno dei due schemi resta un posto per Nostro Signore Gesù Cristo. È questo, e non la fraternità evangelica, che si nasconde dietro l’espressione «fratelli maggiori».

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IV. L’Islam e la memoria di Lepanto

Al n. 43 la Nota riprende da Nostra Ætate l’affermazione che i musulmani adorano l’unico Dio. E si rallegra della crescente consapevolezza critica verso l’islamofobia.   Ma quale Dio adora chi nega espressamente la Santissima Trinità, la Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, la Sua morte in Croce e la Sua Risurrezione? L’Apostolo San Giovanni risponde senza ambiguità: Omnis qui negat Filium, nec Patrem habet; chiunque nega il Figlio non ha neanche il Padre (1 Jo 2, 23). E ancora: Omnis qui recedit, et non permanet in doctrina Christi, Deum non habet; chiunque recede, e non rimane nella dottrina di Cristo, non ha Dio (2 Jo 9). Un monoteismo che rifiuta il Figlio non è una forma imperfetta della vera fede: è la sua negazione, e per di più consapevole, perché il Corano conosce Cristo e Lo rifiuta come Dio.   Vi è poi la dimensione pratica, che la Nota sfiora con una prudenza rivelatrice. Al n. 45 essa riprende Evangelii Gaudium per chiedere ai cristiani di accogliere con affetto gli immigrati musulmani, mentre implora i paesi islamici di concedere ai cristiani la libertà di culto. Si osservi l’asimmetria dei verbi: da una parte un dovere, dall’altra una supplica. La reciprocità viene invocata da sessant’anni e non è mai arrivata, e nessuno osa trarne la conclusione ovvia.   Nel frattempo l’immigrazione di massa prosegue, promossa da poteri politici e finanziari che ne conoscono benissimo gli effetti, e benedetta da una gerarchia che vi ha trovato la sua ultima ragione sociale (e una comoda fonte di profitto che compensa le disastrose perdite di donazioni e offerte dei propri fedeli). Le conseguenze sono sotto gli occhi di chiunque non sia pagato per non vederle: intere periferie europee sottratte di fatto alla legge e al costume cristiano; chiese vendute, chiuse o trasformate mentre si moltiplicano le moschee; una sostituzione etnica e religiosa pianificata che non si può più negare e che si preferisce chiamare arricchimento.   Al n. 47 la Nota ammette le persecuzioni dei cristiani da parte di gruppi estremisti, ma senza nominarne il luogo, la causa e il rimedio: l’unica risposta individuata è ancora il dialogo. Un dialogo che si volta altrove, quasi infastidito dal sangue dei Martiri cattolici in Nigeria, massacrati quotidianamente da coloro a cui Roma stringe la mano sorridente.   La carità verso il singolo straniero è un dovere, e nessuno qui lo discute. Ma la carità ha un ordine — l’ordo caritatis che San Tommaso espone nella Somma (II-II, q. 26, a. 6-8) — e la carità verso lo straniero non obbliga un popolo cristiano a consegnare ai propri figli una terra scristianizzata. I Pontefici che organizzarono la Lega Santa amavano i Turchi abbastanza da volerne la conversione, e amavano i propri popoli abbastanza da non consegnarli loro. Oggi si è smesso di fare l’una e l’altra cosa, e questo doppio vile abbandono viene ipocritamente chiamato accoglienza.   La Nota evoca più volte San Francesco d’Assisi come patrono della «fratellanza universale» (n. 30). In questi giorni la Chiesa ha celebrato l’Impressione delle sue Sacre Stimmate. Ebbene, quando il Poverello si recò a Damietta dal Sultano al-Malik al-Kamil, nel 1219, non vi andò per «costruire una società fraterna capace di accettare le differenze». Vi andò per predicargli Nostro Signore e convertirlo. Nella sua prima Regola dispose che i frati andati tra i Saraceni annunciassero la Parola di Dio, perché credessero e fossero battezzati. Questa è la fratellanza francescana: la carità che vuole la salvezza eterna del fratello, non che costui si confermi nell’errore.   San Pio V non combatté l’islamofobia: radunò la Lega Santa, affidò la flotta al Rosario, vinse a Lepanto e istituì la festa di Santa Maria della Vittoria. Il Beato Innocenzo XI, dopo Vienna, consacrò al Nome di Maria il 12 settembre. Secondo i criteri di questa Nota, entrambi andrebbero annoverati tra i «modelli monolitici» che il n. 54 dichiara fonte di violenza e sofferenza.

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V. Libertà religiosa e religione dell’Uomo

La Nota lega espressamente Nostra Ætate a Dignitatis Humanæ (n. 2). Presenta la libertà religiosa come condizione di ogni relazione rispettosa tra le religioni e la pone a fondamento di una «cittadinanza universale».   Anche qui il Magistero precedente è unanime.   Gregorio XVI, nella Mirari vos (1832), chiama la libertà di coscienza un’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto un delirio, che sgorga dalla fonte avvelenata dell’indifferentismo: Ex hoc putidissimo indifferentismi fonte absurda illa fluit ac erronea sententia, seu potius deliramentum, asserendam esse ac vindicandam cuilibet libertatem conscientiæ; da questa immondissima sorgente dell’indifferentismo scaturisce quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza.   Il Beato Pio IX, nella Quanta Cura (1864), fa propria quella condanna. Il Syllabus condanna la proposizione per cui ognuno è libero di abbracciare la religione che, alla luce della ragione, avrà giudicato vera (prop. 15). Condanna anche quella per cui non converrebbe più che la religione cattolica sia l’unica religione dello Stato (prop. 77).   Leone XIII, nella Immortale Dei (1885) e nella Libertas præstantissimum (1888), insegna che lo Stato non può trattare tutti i culti allo stesso modo senza cadere nell’ateismo pratico. La libertà di culto, intesa come diritto a professare qualsiasi religione, contraddice la virtù di religione, che è dovuta al solo vero Dio.   Pio XI, nella Quas Primas (1925), proclama la Regalità sociale di Cristo sugli individui, sulle famiglie e sugli Stati. Denuncia il laicismo come la peste del nostro tempo.   Anche il sogno della «fratellanza universale» senza Cristo è già stato giudicato. San Pio X lo ha fatto nella Lettera Notre charge apostolique (1910), con cui condannava il Sillon. Vi denunciava un grande movimento di apostasia, organizzato in tutti i paesi, pour l’établissement d’une Église universelle qui n’aura ni dogmes, ni hiérarchie, ni règle pour l’esprit, ni frein pour les passions, per l’istituzione di una Chiesa universale che non avrà né dogmi, né gerarchia, né regola per lo spirito, né freno per le passioni. La Nota, al n. 53, si affretta a precisare di non voler fondare una grande religione mondiale, e nel frattempo pretende che le religioni trasformino il mondo perché diventi espressione fraterna della volontà di Dio (n. 58). Una volontà di Dio che, evidentemente, si può esprimere indifferentemente in una sinagoga, in una moschea, in una pagoda o nella Basilica di San Pietro.   Nella stessa Lettera, San Pio X ricordava che i veri amici del popolo ne sont ni révolutionnaires, ni novateurs, mais traditionalistes, i veri amici del popolo non sono né rivoluzionari, né innovatori, ma tradizionalisti. Questo spiega perché oggi i tradizionalisti vengano trattati come nemici.  

VI. L’abolizione della missione

Il punto in cui la Nota getta la maschera è il n. 54. Vi si legge che «la difesa della propria posizione e il proselitismo», come modalità di incontro con l’altro, non avrebbero più senso nel «villaggio globale». Al n. 22 si ammoniscono coloro che sarebbero «tentati» di insistere sull’obbligo di annunciare Cristo. Al n. 46 si rassicura che non vi è proselitismo nella dinamica dell’amore.   Prima di rispondere occorre smascherare l’inganno lessicale, perché è su di esso che l’intera operazione si regge.   Proselitismo, nell’uso corrente, ha un’accezione negativa: evoca la persuasione aggressiva, la pressione psicologica, il reclutamento, la coscienza comprata con il pane o piegata con la minaccia. Ebbene: l’evangelizzazione non è proselitismo, e non lo è mai stata. La Chiesa ha sempre insegnato che l’atto di fede deve essere libero e che gli infedeli non si possono in alcun modo costringere a credere (S. Th. II-II, q. 10, a. 8). San Gregorio Magno vietò di battezzare gli Ebrei contro la loro volontà, e quel divieto passò nella costituzione Sicut Judæis, rinnovata da una lunga serie di Pontefici. Nessun cattolico degno di questo nome ha mai difeso le conversioni forzate.   L’inganno consiste nel far coincidere i due termini evangelizzazione e proselitismo. Bergoglio, con inganno, ha giocato su questa identificazione, attribuendo al mandato di evangelizzare le caratteristiche odiose del proselitismo: l’arroganza, la violenza, la mancanza di rispetto per l’altro. Compiuta la sostituzione, il gioco è fatto: chi predica la conversione diventa un aggressore, chi tace diventa un uomo di dialogo, e il missionario, che per venti secoli è stato l’immagine più pura della carità cristiana, è considerato intollerante e divisivo.   È un sofisma elementare, e proprio per questo efficace. Ma va detto con chiarezza: nessuno di noi promuove il proselitismo: questa è piuttosto la prerogativa delle sette specialmente di matrice protestante. Noi rivendichiamo il mandato di Nostro Signore, che è cosa ben diversa e che nessun Papa e nessun Dicastero ha il potere di abrogare.   Nella chiesa conciliare e sinodale il comando di Nostro Signore è considerato una forma di intolleranza da bandire. Ma quel comando non può essere cancellato: Euntes ergo docete omnes gentes, baptizantes eos in nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti (Mt 28, 19). E non ammette deroghe: Qui crediderit et baptizatus fuerit, salvus erit; qui vero non crediderit, condemnabitur (Mc 16, 16).   Benedetto XV, nella Maximum illud (1919), ha ricordato ai missionari che il loro unico fine è la dilatazione del Regno di Cristo e la salvezza delle anime. Lo stesso hanno insegnato Pio XI nella Rerum Ecclesiæ (1926) e Pio XII nella Evangelii præcones (1951). La Chiesa che rinuncia a convertire gli infedeli non è più missionaria e tradisce la propria ragion d’essere. Diventa un’agenzia di mediazione culturale al servizio della «convivenza pacifica».   Anche la prassi che la Nota elogia è stata esplicitamente vietata dalla legge della Chiesa. Il n. 49 loda le «celebrazioni condivise»; il can. 1258 § 1 del Codice di Diritto Canonico del 1917 in vigore fino al 1983 stabiliva che non è lecito ai fedeli in alcun modo assistere attivamente o prendere parte alle funzioni sacre dei non cattolici: Haud licitum est fidelibus quovis modo active assistere seu partem habere in sacris acatholicorum. Il n. 19 celebra il pantheon di Assisi del 1986, con i capi delle false religioni radunati a pregare ciascuno il proprio dio. La Mortalium Animos aveva vietato ai cattolici ogni partecipazione a simili assemblee.   Il n. 41 presenta le «coppie interreligiose» come frutto del dialogo. Il can. 1070 stabiliva che la disparità di culto rende nullo il matrimonio. Il can. 1060 dichiarava che la Chiesa proibisce anche i matrimoni misti con battezzati non cattolici.   Il n. 38 della Nota ricorda con compiacimento che il Dicastero invia messaggi augurali per le feste delle altre religioni. San Giovanni aveva ordinato di non salutare nemmeno chi non porta la dottrina di Cristo: Nec Ave ei dixeritis (2 Jo 10). Oggi la Santa Sede fa gli auguri per il culto degli idoli. Ma quale intesa tra Cristo e Belial? Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli? Quæ autem conventio Christi ad Belial? Qui autem consensus templo Dei cum idolis? (2 Cor 6, 15-16).

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VII. La neolingua del falso irenismo

Resta da dire del linguaggio, che non è un accessorio ma il veicolo dell’errore.   La Nota ci offre la «cultura della complessità, della flessibilità e dell’amicizia» (n. 55) e il modello del «poliedro» (n. 56). Ci parla di «casa comune», di «villaggio globale» e di «martiri del dialogo» (n. 33). Nessuno di questi termini appartiene al lessico della Fede. Tutti appartengono al lessico dell’ideologia globalista. I Martiri della Chiesa sono morti per non aver dialogato con l’idolatria, e per aver rifiutato un granello d’incenso a Giove. La Nota ne ha inventato una nuova categoria, i martiri del compromesso.   Pio XII, nella Humani Generis (1950), ha descritto questo fenomeno con precisione. Ha deplorato il falso irenismo di chi, per favorire l’unione, è disposto a svuotare i dogmi del loro senso e a sostituire la terminologia scolastica con formule vaghe e adattabili. Non si nega apertamente la verità: la si rende indicibile, perché le parole per dirla sono state abolite.   Una Chiesa che non sa più pronunciare le parole infedele, eresia, conversione, inferno non ha bisogno di rinnegare formalmente la Fede. L’ha già fatto nella lingua.  

VIII. Conclusione: la strada larga

La Nota si intitola Un cammino di speranza, e il suo ultimo paragrafo invita tutti a percorrerlo insieme. Ma Nostro Signore ci ha avvertiti che esistono due vie. Una è stretta e conduce alla vita. L’altra è larga e spaziosa, et multi sunt qui intrant per eam (Mt 7, 13). Il cammino proposto da Leone e dai Dicasteri romani ha tutte le caratteristiche della seconda. È largo, perché vi entra chiunque senza conversione. È spazioso, perché tutto vi è ammesso tranne la pretesa della Verità. È affollato di dignitari di tutte le religioni, e vi manca soltanto Colui che ha detto: Ego sum via, et veritas, et vita. Nemo venit ad Patrem nisi per me (Jo 14, 6).   Abramo, del quale la Nota rivendica la paternità comune, contra spem in spem credidit (Rm 4, 18): sperò contro ogni speranza umana, perché credette alla promessa di Dio, che è Nostro Signore Gesù Cristo. La speranza che la Nota ci propone è l’esatto contrario: una speranza tutta umana, che ha smesso di credere alla Promessa.   Questa non è la speranza teologale, che ha per oggetto la vita eterna e per fondamento i meriti di Nostro Signore. È la speranza mondana di una pace senza il Principe della Pace, di una fratellanza senza il Padre, di una convivenza senza la Croce. È la Religione dell’Uomo che la Massoneria ha teorizzato per tre secoli e che la chiesa conciliare, sessant’anni fa, ha cominciato a predicare dai suoi pulpiti.   A chi mi chiederà se sia lecito respingere un documento approvato dal Papa, rispondo con San Paolo: Licet nos aut angelus de cælo evangelizet vobis præterquam quod evangelizavimus vobis, anathema sit (Gal 1, 8). Ho citato Gregorio XVI, Pio IX, Leone XIII, San Pio X, Benedetto XV, Pio XI, Pio XII, il Concilio di Firenze e il Concilio Vaticano I. Chi tra loro e questa Nota si trova in contraddizione con la Fede di sempre? Non certo quei Pontefici.   Ai fedeli dico: non lasciatevi turbare. Ciò che è stato vero per diciannove secoli non è diventato falso il 28 ottobre 1965 con la promulgazione di Nostra Ætate, né il 16 settembre 2026 con la pubblicazione di questa Nota. Continuate a pregare per la conversione degli infedeli, degli eretici e degli Ebrei, come la Chiesa ha sempre fatto.   Continuate a professare che fuori della Chiesa non vi è salvezza. Continuate ad amare le anime abbastanza da desiderarne il Battesimo.   E rivolgiamoci a Colei della quale la Chiesa canta: Gaude, Maria Virgo, cunctas hæreses sola interemisti in universo mundo. Ella, che a Lepanto e a Vienna ha salvato la Cristianità dalla spada, la salverà anche da questo inganno più sottile. Lo farà quando un Papa tornerà a fare ciò che fecero San Pio V e San Pio X: confermare i fratelli nella Fede, condannare l’errore, e restituire alla Chiesa la sua missione.   O lo farà Nostro Signore, nel giorno della Sua seconda Venuta, quando Egli riassumerà in Sé la Regalità universale e il Sommo Pontificato.
 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

21 Settembre MMXXVI
S. Matthæi Apostoli et Evangelistæ

 

NOTE

1) Oremus et pro perfidis Judæi: ut Deus et Dominus noster auferat velamen de cordibus eorum; ut et ipsi agnoscant Jesus Christum Dominum nostrum.
   
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Spirito

Don Pagliarani: «abbiamo detto la verità al Papa» prima delle consacrazioni FSSPX

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Padre Davide Pagliarani, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), ha difeso la linea della congregazione sacerdotale tradizionale dopo la scomunica dichiarata dal Vaticano nei confronti dei suoi vescovi, sostenendo che essi «hanno detto la verità» al papa.

 

Intervenendo il 19 settembre al Priorato di Nostra Signora dei Dolori a Roodepoort, in Sudafrica, padre Pagliarani ha precisato che, a differenza di quanto è stato riferito – cioè che il Vaticano avrebbe avuto colloqui soddisfacenti con la Fraternità Sacerdotale San Pio X in vista delle consacrazioni – i rapporti tra le parti sono stati in realtà carenti.

 

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«Abbiamo semplicemente scelto, fin dall’inizio, di dire la verità a tutti», ha detto Pagliarani, secondo Integrity Magazine.

 

«Prima di tutto, ci siamo rivolti al Papa dicendogli: «Ascolta, non possiamo essere d’accordo». C’è un’altra soluzione, la comprensione. Abbiamo detto la verità al Papa. E abbiamo detto la verità alla gente».

 

«Abbiamo spiegato perché avremmo consacrato i vescovi, perché sono necessari, e abbiamo fatto la professione di fede. Due professioni di fede. Perché? Perché questo era il modo di dire la verità. È ciò di cui hanno bisogno», ha proseguito.

 

Nelle settimane precedenti le consacrazioni episcopali Pagliarani ottenne un’udienza con il cardinale Victor Manuel Fernandez, prefetto eterodosso del Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF), mentre Papa Leone XIV rifiutò di incontrare i vertici della Fraternità Sacerdotale San Pio X.

 

Un comunicato della Casa Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, pubblicato a febbraio dopo l’incontro tra Pagliarani e Fernandez, riferiva che il cardinale aveva proposto un dialogo con la Fraternità per chiarire il «minimo necessario» in vista del riconoscimento canonico. Il cardinale aveva già precisato che i documenti del Concilio Vaticano II dovevano essere accettati integralmente dalla Fraternità per ottenere quello status «regolare».

 

«Il cardinale ha dichiarato oralmente che, pur essendo possibile avviare un dialogo sul Concilio, i suoi testi non possono essere corretti», si legge nel comunicato.

 

Alla Fraternità Sacerdotale San Pio X è stata negata la «regolarizzazione» e l’approvazione delle consacrazioni episcopali da parte del Vaticano perché insiste nel denunciare con chiarezza le contraddizioni del Concilio Vaticano II rispetto all’insegnamento perenne della Chiesa, come la dichiarazione «che la persona umana ha diritto alla libertà religiosa».

 

L’arcivescovo Guido Pozzo, già a capo della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, aveva del resto chiarito nel 2016 che alcuni testi del Concilio Vaticano II non sono dottrinali e quindi non vincolano la coscienza cattolica. Pozzo ha citato in particolare i testi contestati dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X, tra cui Nostra Aetate sul dialogo interreligioso, il decreto Unitatis Redintegratio sull’ecumenismo e la Dichiarazione Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa, e ha spiegato:

 

«Non si tratta di dottrine o dichiarazioni definitive, bensì di istruzioni e linee guida per la pratica pastorale. Si può (pertanto legittimamente) continuare a discutere di questi aspetti pastorali anche dopo l’approvazione canonica (della FSSPX) per giungere a ulteriori (e accettabili) chiarimenti».

 

Il Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X ha sottolineato, nel suo discorso in Sudafrica, che ciò di cui le anime hanno più bisogno oggi, «perché non riescono a trovarlo da nessuna parte», è «la verità».

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Immagine da FSSPX.News

 

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Spirito

Chi siete voi per giudicare?

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La Società di San Pio X e la critica alla libertà di ricerca.   Quando il cardinale Gabriel-Marie Garrone, prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica, incontrò l’arcivescovo Lefebvre il 3 marzo 1975, lo criticò per la sua dichiarazione del 1974. Secondo quanto riportato nella biografia dell’arcivescovo Lefebvre scritta dal vescovo Tissier de Mallerais, il cardinale esclamò: «il suo manifesto è inaccettabile; insegna ai suoi seminaristi ad affidarsi al proprio giudizio personale, alla Tradizione così come la interpretano. Questa è la libera ricerca, la peggiore forma di liberalismo!»   Questa critica alla libertà di ricerca ha una lunga storia, e quando i cattolici – non solo la Fraternità Sacerdotale San Pio X – criticano ciò che viene detto o fatto ai vertici della Chiesa, è facile accusarli di presunzione: con quale diritto pretendono di giudicare ciò che il Papa o qualsiasi altro prelato dice o fa? Chi credono di essere? (1)   Accade che le direttive emanate dalle autorità ecclesiastiche dopo il Concilio pretendano di essere vincolanti per i fedeli. Tuttavia, questi fedeli sono esseri umani dotati della dignità che ciò comporta, il che implica che le loro decisioni, persino la decisione di obbedire, debbano essere conformi alla ragione. «Dio in principio creò l’uomo e lo lasciò nelle mani del suo consiglio» (Ecclesiaste 15,14).

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Fin dal XIII secolo , la questione dell’unità dell’intelletto è stata risolta e, contro gli averroisti che affermavano l’esistenza di un unico intelletto per tutti gli esseri umani, separato da ogni individuo, si può – e anzi si deve (2) – sostenere che ogni essere umano possiede la propria intelligenza e volontà, che gli impone il pesante e faticoso compito di esercitare la propria prudenza. Pertanto, spetta ai genitori decidere a quale Messa partecipare in famiglia la domenica, in quale scuola iscrivere i figli, supervisionare il loro insegnamento del catechismo e così via.   Ne consegue inoltre che ogni persona dovrà rispondere a Dio delle proprie azioni. Quando Dio ritiene Adamo responsabile del suo peccato, Adamo scarica facilmente la colpa su Eva: voleva essere come Dio, e si dà il caso che, attraverso la sua coscienza, sia, come Dio, libero e responsabile, sebbene, a differenza di Dio, non sia sovrano. Il suo peccato è infatti suo e non di chi lo ha ispirato.   Certo, per ogni decisione bisogna considerare le leggi legittime, la legge naturale e talvolta chiedere consiglio. Ma in definitiva, spetta a ciascun individuo prendere la propria decisione, come esprimono i teologi affermando che la coscienza è il criterio primario della moralità.   La Chiesa si trova in una situazione in cui non è più possibile fidarsi ciecamente dei prelati, poiché ora si può pretendere l’ordinazione delle donne o difendere impunemente pratiche contro natura. Il cardinale Müller, già prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, che non esita a denunciare certi scandali, ha affermato in un’intervista: «Non ci si può aspettare che un vero cattolico accetti acriticamente qualsiasi documento proveniente da Roma o da un’autorità episcopale» (3). Resta il fatto che ognuno deve giudicare da sé, poiché Roma ha ripreso a condannare le consacrazioni senza mandato papale solo di recente (e anche in questo caso, non tutte, si veda il caso della Cina).   Che cosa resta dunque dell’accusa di libera indagine? Il termine si riferisce alla dottrina luterana dell’assistenza diretta dello Spirito Santo nella lettura e interpretazione delle Sacre Scritture senza ricorrere alla Tradizione della Chiesa, che è essa stessa fonte di Rivelazione. Questo non ha nulla a che vedere con la prudenza personale che ogni individuo deve esercitare.   Sarebbe senz’altro un abuso di autorità affermare che le decisioni prese personalmente debbano vincolare chiunque su cui non si ha alcuna autorità. Ma i credenti tradizionali non pretendono di vincolare nessuno.   Si rischierebbe di cadere nel protestantesimo se si affermasse di condurre la propria vita cristiana secondo regole e dottrine inventate. Al contrario, si cerca di aderire a pratiche affidabili, tramandate dalla Tradizione della Chiesa.   Quanto al pensare di avere più ragione di chi non vede quando il re è nudo, dovrai rassegnarti.   Abate Nicola Cadiet   NOTE 1) Più recentemente, padre Michel Viot ha affermato: «Anche se possiamo concedere alla Fraternità Sacerdotale San Pio X che certi passi del Concilio Vaticano II non siano definizioni infallibili, resta la questione: con quale autorità può un cattolico affermare se questo Concilio Ecumenico insegni qualcosa di falso e se tale insegnamento debba essere respinto?» https://fr.zenit.org/2026/09/17/les-tresors-de-vatican-ii/ 2) Concilio di Vienne del 1312, DS 902 e Concilio Lateranense V del 1513, DS 1440 3) Il cardinale Gerhard Müller, «La Fraternità Sacerdotale San Pio e la sua unità con la Chiesa», 21 febbraio 2026, https://www.kath.net/news/89675: «Non ci si può aspettare che un vero cattolico accetti acriticamente ogni documento proveniente da Roma o da un’autorità episcopale». E cita diversi santi della storia della Chiesa.

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Immangine: Ercole Ramazzani (1535–1598), Giudizio Universale (1597), Collegiata di San Medardo, Arcevia. Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
 
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