Pensiero
Quando la nightlife universitaria è un lontano ricordo
Il tempo della sfrenata vita notturna universitaria perugina è un lontano ricordo, non solo per i miei sopraggiunti limiti di età, ma soprattutto perché quello che vi era una volta oggi non c’è più. Un centro storico vivo, carico, pieno di studenti provenienti da tutta Italia che potevano tirar tardi – fino alle prime luci dell’alba – in più di un disco pub.
Oggi quella nightlife è svanita. Ce n’è un’altra, diversa, sicuramente bella per chi la vive, ma un dato oggettivo e incontrovertibile è sotto gli occhi di tutti: mancano i locali per ballare, per incontrarsi, per socializzare.
L’unico luogo rimasto deputato ai balli notturni (e si badi bene, solo nel fine settimana) è un caffè situato nei pressi della facoltà di Economia che, ahinoi, è stato chiuso l’anno passato a causa di una rissa violenta e della tragica morte di un giovane studente che voleva solo passare una serata tra amici. Pare, e dico pare, che nella prossima stagione forse riaprirà per dare spazio alla musica e ai giovani. Vedremo.
Le ragioni di questa desertificazione non sono di facile analisi e credo risiedano in profondità. Due decenni non possono non segnare un cambiamento a livello sociale, ma è altresì vero che lo svuotamento lento e inesorabile dell’acropoli ha portato a una situazione che oggi dovrebbe farci riflettere, e non poco. La nuova amministrazione di sinistra ha sempre proclamato di essere dalla parte della musica, ma a tutt’oggi non si sono ancora viste piazze e vie piene di gente che balla sulle note di qualche band o artista.
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Nel mio ultimo iter universitario, risalente all’inizio del decennio precedente, ricordo un docente di economia che spiegava come le pay-tv e le varie piattaforme, come Netflix e affini, investissero consistenti cifre di denaro in pubblicità indicizzandola nella fascia di età che va dai diciotto ai quasi cinquant’anni. Perché? Perché in quel periodo della vita si è più portati a uscire e abbandonare il divano, per poi reimpossessarsene dopo i cinquanta. Quindi il marketing spinge per convincere quella clientela a restare a casa e godere dei piaceri del vecchio tubo catodico – o meglio, del mega schermo – con la copertina di pile e lo scaldotto.
Era un’impresa non facile accaparrarsi quei telespettatori vogliosi di socialità, di uscite serali per un aperitivo lungo, per una pizza e financo per andare a ballare non solo nel weekend. Ci ha pensato l’avvento della «psico-pandemia» e il conseguente isolamento forzato a fare il lavoro sporco per le grandi multinazionali del networking; d’un tratto ci siamo ritrovati col pigiamone e le ciabatte di pelo a vagare da una stanza all’altra e a ingozzarci di serie televisive e di talk-show contornati da saltimbanchi che urlano sproloqui, con una sottaciuta felicità perché al sicuro da possibili rischi di contagio.
Quando il mondo è tornato come prima (più o meno…), quell’apatia indotta credo sia rimasta in molti, aggravata da un uso sempre più smodato dei social, sia tra i giovani che nelle generazioni a salire fino ai boomer.
I centri urbani sembrano isolarsi progressivamente, vedendo scomparire quei pub e discopub che in tempi recenti sono stati il motore dell’economia notturna e luoghi deputati all’aggregazione. Con loro muore una socialità vera, sincera e reale, che ci permetteva di intessere relazioni con persone improbabili incontrate al bancone del bar o, meglio ancora, di interagire con l’altro sesso. Oggi queste regole d’ingaggio sono profondamente cambiate: il filtro che si frappone tra noi e l’altro è uno smartphone che ci descrive già l’interlocutore in toto. Sappiamo come la pensa, quello che gli piace, il suo orientamento politico, dove lavora, che abitudini ha, e le foto ci mostrano la sua fisicità da diverse prospettive.
A causa della tecnologia sparisce la curiosità, il gusto di incontrare una persona in un locale, avvicinarla, parlarle e cercare di conoscersi e scoprirsi assieme, magari anche dopo il primo incontro. Oggi filtriamo prima; lo facciamo dal divano, senza avere la voglia e il desiderio di alzarci e farci un giro per la città. La pigrizia della socialità reale ha preso il sopravvento, ha fagocitato i nostri desideri e quel sapore della scoperta e dell’incognito che ci permetteva di sentirci vivi ogni qual volta interagivamo con qualcuno.
Il mondo universitario di oggi è, e sempre lo sarà, divertente per le generazioni che lo stanno vivendo. Il boomer che si arroga la saccenza di dire «ai tempi miei…» è irritante, supponente e infelice. Però abbiamo un dato incontestabile: molte città avevano un’offerta maggiore di luoghi deputati alla movida. Prendiamo ad esempio la mia Perugia: è un polo universitario riconosciuto per la sua importanza, non fosse altro per l’Università per Stranieri, dove da decenni studenti da tutto il mondo arrivano e studiano ammirando il nostro Arco Etrusco, adiacente alla facoltà.
L’integrazione e il sano divertimento sono stati un caposaldo nel corso degli anni passati. Mi preme rimembrare un vecchio articolo scritto da due studenti di allora, nonché amici: Jacopo Cossater e Mimmo Arena. Quest’ultimo, il vocalist più simpatico e coinvolgente che abbia avuto Perugia in quel periodo, insieme al DJ Alex Menichetti ha fatto saltare e ballare generazioni di ragazzi. I due baldanzosi studenti, al tempo, hanno tratteggiato con veritiera ironia la settimana notturna perfetta dello studente, sottolineando che «il vero clubber non riesce a stare a casa la sera». Un programma serrato, ricco, succulento, pieno di divertimento, colmo di scambio di allegria e socialità, di molteplici opportunità di svago per tutti i gusti e per tutte le tasche. Una vita universitaria a gas spalancato, vissuta al massimo e piena di gioia.
Parte la settimana e «il lunedì c’è gente che riesce comunque a tirar le sei», chiudendo la serata in un angusto disco club di fronte allo storico Teatro Morlacchi.
Il martedì, oltre al solito aperitivo e cena, si andava allo Zoologico fino a dopo le due di notte, dove la fila per entrare era un serpente che si snodava lungo la discesa che portava a questo luogo magico, in cui l’interazione tra i ragazzi e le ragazze raggiungeva una sublimazione quasi mistica. Ma il martedì c’era pure la discoteca fino alle prime luci dell’alba per gli studenti più temerari, per poi fare lo spuntino al forno del «Sanfra», ossia a ridosso della chiesa di San Francesco al Prato, trasformata da tempo in un auditorium dove tutti gli amanti del jazz e della musica non possono non ricordare le notti infinite di Umbria Jazz, dove la Gil Evans Orchestra incantava la città con le sue note. Il mercoledì è la notte del rock ed è vietato mancare.
Il giovedì universitario è un appuntamento fisso in una delle discoteche a ridosso della città. Il venerdì sono pieni tutti i locali e il sabato le discoteche della provincia (almeno cinque) erano tutte quasi sempre sold out. La domenica notte si ballavano gli anni Ottanta in uno dei locali più cool del centro.
Raccontare ciò sembra di narrare qualcosa vissuto in un’altra vita, in un’altra dimensione. Oggi c’è lo scenario del deserto, dello street bar che ha preso il sopravvento e vede decine di ragazzi tracannare alcol di pessima qualità a basso costo. Ma se vogliamo essere ancor più chirurgici e veritieri, anche questa moda – durata pure troppo a lungo per il sottoscritto – è bella che decotta. Di cinque discopub all’interno delle mura storiche non vi è più traccia; i pub, con le loro tavolate di giovani a bere birra e a chiacchierare, sono scomparsi. A girare in centro nelle ore notturne a volte si ha una sensazione di insicurezza, perché quell’anarco-tirannia che ha azzannato le periferie si sposta, piano piano, anche in città, deformando in parte una ciclicità di lifestyle sempre più appassita.
Solo per citare uno degli ultimi incresciosi avvenimenti in ordine di tempo, come riportato dall’edizione locale de Il Messaggero, qualche settimana fa una delle principali piazze del centro storico è diventata lo scenario di un brutale scontro tra nordafricani, costringendo gli esercenti ad abbassare le serrande in anticipo per paura. Questo episodio non rappresenta un alterco isolato, ma è l’ulteriore conferma di una situazione alquanto compromessa dal punto di vista dell’ordine pubblico all’interno della città vecchia.
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La volontà di proporre offerte di entertaiment nuove nel centro storico è latitante e aleatoria, anche alla luce di una palpabile insicurezza percepita oramai da tutti i cittadini.
La solitudine ha preso possesso delle nostre vite già assai svuotate da ogni principio etico e morale, ma riempite quantomeno di spensierato divertimento con il nostro prossimo. La coda lunga del sano e rimpianto edonismo degli anni Ottanta ce la siamo portata dietro fino all’inizio del nuovo millennio. Dopo lo shock economico del 2007/2008 qualcosa è cambiato, qualcosa che già sotto la cenere ardeva da tempo e in ispecie a Perugia il famigerato omicidio Meredith ha scoperchiato un vaso di pandora che è deflagrato dopo quell’efferato evento che ha avuto una cassa di risonanza mediatica mondiale.
In definitiva, la desertificazione notturna dell’acropoli perugina non è un fenomeno isolato, né la semplice conseguenza di un ricambio generazionale. È il sintomo tangibile di una mutazione antropologica più profonda, dove lo spazio pubblico ha smesso di essere il palcoscenico dell’incontro e dell’imprevisto per trasformarsi in un vuoto di passaggio.
Davanti a questo scenario, l’immobilismo delle istituzioni e la mancanza di una visione strategica volta, non solo al domani, ma al dopodomani, rischiano di cronicizzare il problema del centro storico. Non basta sventolare slogan a favore della cultura se poi si permette alla delinquenza di prendere sempre più piede e allo sballo low-cost dei pochi «street bar» rimasti di ridefinire l’identità della città, scacciando la vitalità sana che per decenni ha reso Perugia un punto di riferimento internazionale.
Per invertire la rotta non serve la nostalgia fine a sé stessa del «si stava meglio prima», ma un atto di coraggio politico e sociale: restituire ai giovani dei luoghi fisici in cui potersi guardare in faccia, ballare e riscoprire la bellezza di viversi, finalmente, fuori da uno schermo.
Francesco Rondolini
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Immagine di Demincob via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
Cremazione
Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia
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Civiltà
Chi sono i fabiani?
Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).
(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.
Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.
Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.
La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.
I’ll be honest with you: until recently I didn’t know much about the Fabian Society. Maybe it’s because the English know how to be smooth – so correct me if I am getting something wrong.
The Fabian Society was founded in London in 1884. Named after Quintus Fabius Maximus – the… https://t.co/jvd7MHLpsW pic.twitter.com/NWXYjatLs3
— Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.
George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.
Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.
La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.
La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.
Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.
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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno
Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.
Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.
Krzysztof Szczawinski
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Immagine generata artificialmente
Pensiero
Le tenebre di Michel Foucault
L’autre jour j’ai fait un thread sur Sartre et Mai 68.
Aujourd’hui je vais vous parler du penseur le plus important de la French Theory. Pas le plus mondain. Le plus important. Celui dont le logiciel tourne encore dans les universités, les DRH, les rédactions, les ministères.… pic.twitter.com/okO9aoXHdc — Brivael Le Pogam (@brivael) August 30, 2026
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