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Quale ordine internazionale?

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Pubblichiamo il testo dell’intervento di Thierry Meyssan alla conferenza «Amicizia con la Russia», organizzata il 4 novembre 2023 a Magdeburgo (Germania) dalla rivista Compact. Nel suo contributo Meyssan spiega la differenza fondamentale che, secondo lui, distingue le due concezioni dell’ordine mondiale che si scontrano, dal Donbass a Gaza: quella del blocco occidentale e quella cui fa riferimento il resto del mondo. Non si tratta d’imporre un ordine mondiale dominato da un’unica potenza (ordine unipolare) o da un gruppo di potenze (ordine multipolare), ma di decidere se deve essere rispettata la sovranità nazionale di ciascun Paese. Meyssan si basa sulla storia del Diritto internazionale, come lo concepirono lo zar Nicola II e il premio Nobel per la pace Léon Bourgeois.

 

Abbiamo visto i crimini di cui si è macchiata la NATO; perché allora dobbiamo avere fiducia nella Russia? Non corriamo forse il rischio di vedere quest’ultima comportarsi domani come si comporta oggi la NATO? Non soppianteremo una forma di schiavitù con un’altra?

 

Per rispondere a queste domande mi baserò sulla mia esperienza di consigliere di cinque capi di Stato. Ovunque i diplomatici russi mi hanno detto: Siete fuori strada: vi affrettate a spegnere un focolaio qui e nel frattempo ne scoppia un altro là. Il problema è più profondo e più vasto.

 

Per questo motivo vorrei illustrarvi la differenza tra l’ordine mondiale fondato su regole e quello basato sul Diritto internazionale. Non è la storia di uno sviluppo lineare, ma dello scontro tra due concezioni del mondo; una lotta che abbiamo il dovere di continuare.

 

Nel XVII secolo i Trattati di Vestfalia istituirono il principio della sovranità degli Stati. Tutti gli Stati hanno uguale peso e nessuno ha diritto di ingerirsi negli affari interni di ogni altro. Questi Trattati hanno retto per secoli sia le relazioni tra gli attuali Länder sia quelle tra gli Stati europei. Li riconfermò nel 1815 il Congresso di Vienna, alla disfatta di Napoleone I.

 

Alla vigilia della prima guerra mondiale, lo zar Nicola II convocò all’Aia due Conferenze internazionali per la Pace, nel 1899 e nel 1907, per «trovare gli strumenti più efficaci per assicurare a tutti i popoli i benefici di una pace reale e duratura». I convegni furono preparati in collaborazione con papa Benedetto XV, sulla base del diritto canonico, non del diritto del più forte. Al termine di due mesi di lavori, i documenti finali furono firmati da 27 Stati. Il presidente del Partito (repubblicano) radicale francese, Léon Bourgeois, presentò le proprie riflessioni (1) sulla dipendenza reciproca degli Stati e sul loro interesse a unirsi, superando le rivalità.

 

Grazie allo stimolo di Léon Bourgeois, la Conferenza istituì una Corte internazionale di arbitrato per favorire la risoluzione di dispute tra gli Stati per via giuridica invece che per mezzo della guerra. Secondo Bourgeois, gli Stati potranno accettare di disarmarsi solo quando avranno valide garanzie per la loro sicurezza.
Il testo finale introduce il concetto del «dovere degli Stati di evitare la guerra» appunto ricorrendo all’arbitrato.

 

Per impulso di un ministro dello zar, Frederic Fromhold de Martens, la Conferenza convenne che durante un conflitto armato le popolazioni e i belligeranti debbano essere tutelati dai principi frutto «delle consuetudini affermate tra nazioni civilizzate, delle leggi dell’umanità e delle esigenze della pubblica coscienza». Riassumendo, i firmatari s’impegnavano a smettere di comportarsi da barbari.

 

È un sistema che funziona solo tra Stati civilizzati che onorano la propria firma e rispondono del proprio operato all’opinione pubblica.

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Nel 1914 il sistema fallì perché gli Stati avevano rinunciato alla sovranità firmando trattati di Difesa che imponevano di entrare automaticamente in guerra in determinate circostanze, prescindendo dalla valutazione di ogni singolo Stato.

 

Le idee di Léon Bourgeois si fecero strada, ma incontrarono oppositori, tra i quali il suo rivale all’interno del Partito radicale, Georges Clemenceau, persuaso che le opinioni pubbliche non possano impedire le guerre. Ne erano convinti anche gli anglosassoni: il presidente degli Stati Uniti, Woodrow Wilson, e il primo ministro britannico, Lloyd George.

 

Al termine della prima guerra mondiale questo terzetto sostituì la Forza dei vincitori all’ancora balbettante Diritto internazionale. Si spartirono il mondo e i resti degli imperi austroungarico, tedesco e ottomano. Negando le proprie colpe, addossarono l’intera responsabilità dei massacri alla Germania, cui imposero un disarmo senza garanzie. Per prevenire l’insorgenza di un rivale dell’impero britannico in Europa, gli anglosassoni cominciarono ad aizzare la Germania contro l’URSS e ottennero l’acquiescenza della Francia permettendole di saccheggiare lo sconfitto II Reich. Come disse il primo presidente della Repubblica federale, Theodor Heuss, in un certo senso posero le condizioni per l’affermazione del nazismo.

 

Come tra loro convenuto, Clemenceau, Wilson e Lloyd George rimodellarono il mondo secondo la loro visione (i 14 punti di Wilson, gli Accordi Sykes-Picot, la Dichiarazione di Balfour). Crearono il nucleo ebraico della Palestina, dissezionarono l’Africa e l’Asia, cercarono di ridurre la Turchia a congrue proporzioni. Al loro operato possono essere fatti risalire tutti i disordini che oggi scuotono il Medio Oriente.

 

Ma fu sulla base delle idee del defunto Nicola II e di Léon Bourgeois che dopo la prima guerra mondiale fu istituita la Società delle Nazioni (SDN); non vi parteciparono gli Stati Uniti, che rifiutavano anche ufficialmente qualsiasi idea di Diritto internazionale. Ma la SDN fu un fallimento, non perché gli Stati Uniti rifiutarono di farne parte, come comunemente si ritiene. Era loro diritto. Ma innanzitutto perché non fu in grado d’instaurare una cogente uguaglianza tra Stati, giacché il Regno Unito rifiutava di considerare suoi pari i popoli colonizzati. Inoltre la SDN non disponeva di forze armate comuni. Infine fallì perché i nazisti massacrarono gli oppositori, distruggendo l’opinione pubblica tedesca, violarono la firma di Berlino e non esitarono a comportarsi da barbari.

 

Fin dalla Carta Atlantica del 1942, il nuovo presidente statunitense Franklin Roosevelt e il nuovo primo ministro britannico, Winston Churchill, si posero il comune obiettivo di instaurare al termine del conflitto un governo mondiale.

 

Gli anglosassoni, che si ritenevano capaci di governare il mondo, non furono tuttavia d’accordo sul come farlo. Washington non voleva che Londra s’intromettesse nelle faccende dell’America Latina; Londra da parte sua non voleva condividere l’egemonia sull’Impero «dove il sole non tramonta mai». Durante la guerra gli anglosassoni firmarono molti trattati con i governi dei Paesi alleati, in particolare con quelli in esilio ospitati a Londra.

 

Tutto considerato il Terzo Reich non fu vinto dagli anglosassoni, ma furono i sovietici a rovesciarlo e a prendere Berlino. Joseph Stalin, primo segretario del PCUS, era contrario all’idea di un governo mondiale, a maggior ragione se anglosassone. Auspicava un organismo in grado di prevenire futuri conflitti. In ogni caso, fu dalle concezioni russe che germogliò il nuovo sistema: quello delle Nazioni Unite, nato con la Conferenza di San Francisco.

 

In sintonia con lo spirito delle Conferenze dell’Aia, tutti gli Stati membri dell’ONU sono uguali. L’Organizzazione ha un proprio tribunale, la Corte Internazionale di Giustizia, incaricata di risolvere i conflitti che insorgono tra i membri.

 

Tuttavia, in considerazione delle vicende pregresse, le cinque potenze vincitrici hanno un seggio permanente al Consiglio di sicurezza, nonché diritto di veto. Dal momento che i vincitori nutrivano diffidenza reciproca (gli anglosassoni accarezzarono l’idea di continuare la guerra usando le truppe tedesche superstiti contro l’URSS) e inoltre non si poteva prevedere il comportamento dell’Assemblea generale, ogni potenza vincitrice cercò di assicurarsi che l’Organizzazione non volgesse a proprio danno (gli Stati Uniti avevano commesso spaventosi crimini di guerra sganciando due bombe atomiche sui civili, proprio mentre il Giappone… stava preparandosi alla resa ai sovietici).

 

Però le grandi potenze non interpretavano il diritto di veto allo stesso modo. Alcune lo concepivano come diritto di censurare le decisioni degli altri, altre come obbligo di prendere decisioni all’unanimità.

 

Ma fin dall’inizio gli anglosassoni non rispettarono gli impegni. Dapprima venne proclamato uno Stato israeliano (14 maggio 1948), senza che ci fosse accordo sui suoi confini; poi l’inviato speciale del segretario generale delle Nazioni Unite incaricato di presiedere alla costituzione di uno Stato palestinese, conte Folke Bernadotte, fu assassinato da suprematisti ebrei, comandati da Yitzhak Shamir.

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Il seggio al Consiglio di sicurezza destinato alla Cina, sul finire della guerra civile cinese fu attribuito al Kuomintang di Chiang Kai-shek invece che a Beijing. Gli anglosassoni proclamarono l’indipendenza della propria zona di occupazione coreana, denominandola Repubblica di Corea (15 agosto 1948); crearono la NATO (4 aprile 1949); infine proclamarono l’indipendenza della loro zona di occupazione tedesca chiamandola Germania Federale (23 maggio 1949).

 

Ritenendo di essere stata beffata, l’URSS se ne andò sbattendo la porta (politica del «seggio vuoto»). Il georgiano Stalin credette, erroneamente, che il veto non fosse un diritto di censura, ma espressione del requisito di unanimità tra i vincitori. Pensava di bloccare l’organizzazione boicottandola.

 

Gli anglosassoni interpretarono a proprio uso e consumo il testo della Carta da loro stessi redatta e approfittarono dell’assenza dei sovietici per far calzare «caschi blu» ai propri soldati e muovere guerra ai nord-coreani (25 giugno 1950) a «nome della comunità internazionale» (sic). I sovietici rientrarono all’ONU il 1° agosto 1950, dopo sei mesi e mezzo di assenza.

 

Il Trattato del Nord Atlantico è legale, ma il suo regolamento interno vìola la Carta delle Nazioni Unite: pone le forze armate alleate sotto il comando degli anglosassoni. Il comandante supremo dell’organismo alleato in Europa, il SACEUR [Supreme Allied Commander Europe], deve obbligatoriamente essere un ufficiale statunitense.

 

Secondo il primo segretario generale della NATO, lord Ismay, il vero obiettivo dell’Alleanza non è preservare la pace, né combattere i sovietici, ma «mantenere gli americani all’interno, i russi fuori e i tedeschi sotto tutela» (2). Sintetizzando, Roosevelt e Churchill volevano creare il braccio armato del governo mondiale. Il sabotaggio del gasdotto Nord Stream, che collegava Russia e Germania, è stato ordinato da Joe Biden in conformità al principio enunciato da lord Ismay.

 

Dopo la Liberazione, l’MI6 e l’OPC (che diventerà CIA) costituirono segretamente una rete stay-behind in Germania, usando migliaia di funzionari nazisti che avevano aiutato a sfuggire alla giustizia. Klaus Barbie, che torturò il coordinatore della Resistenza francese, Jean Moulin, fu il primo comandante di questo esercito nell’ombra. La rete fu infine incorporata nella NATO e sensibilmente ridotta. Fu infine utilizzata dagli anglosassoni per intromettersi nella vita politica dei Paesi cosiddetti alleati, in realtà vassalli.

 

Gli ex collaboratori di Joseph Goebbels crearono la Volksbund für Frieden und Freiheit. Perseguitarono i comunisti tedeschi con il supporto degli Stati Uniti. Più tardi agenti stay-behind della NATO riuscirono a manipolare l’estrema sinistra per renderla esecrabile. Fu quanto accadde, per esempio, alla banda di Baader, i cui membri furono assassinati in prigione dallo stay-behind, prima che fossero giudicati e potessero parlare. Nel 1992 la Danimarca spiò la cancelliera Angela Merkel per conto della NATO; nel 2022 la Norvegia, membro della NATO, aiutò gli Stati Uniti a sabotare il Nord Stream…

 

Ma torniamo al Diritto internazionale. Progressivamente le cose rientrarono nell’ordine fino al 1968, quando l’ucraino Leonid Breznev, durante la Primavera di Praga, fece in Europa centrale quello che gli anglosassoni facevano ovunque: impedì agli Stati suoi alleati di scegliere un modello economico diverso dal quello dell’URSS.

 

La situazione cominciò a peggiorare con la dissoluzione dell’URSS. Il sottosegretario statunitense alla Difesa, Paul Wolfowitz, elaborò una dottrina secondo cui per rimanere padroni del mondo gli Stati Uniti dovevano prevenire a ogni costo l’insorgenza di un nuovo rivale, prima di tutto l’Unione Europea.

 

È in applicazione di questa teoria che il segretario di Stato James Baker impose l’allargamento dell’Unione Europea a tutti gli ex Stati del Patto di Varsavia e dell’URSS. L’Unione si è così privata della possibilità di diventare entità politica. Ed è sempre in applicazione di questa dottrina che il Trattato di Maastricht ha posto la UE sotto la protezione della NATO. Ed è di nuovo in applicazione di questa dottrina che la Germania e la Francia pagano e armano l’Ucraina.

 

Fu poi la volta del professore ceco-statunitense Josef Korbel. Propose agli anglosassoni di dominare il mondo riscrivendo i Trattati internazionali: bastava sostituire il diritto anglosassone, fondato sulla consuetudine, alla razionalità del diritto romano. In questo modo tutti i Trattati avrebbero a lungo termine assicurato il vantaggio alle potenze dominanti, cioè gli Stati Uniti e il Regno Unito, legati da una «relazione speciale», secondo le parole di Winston Churchill.

 

La figlia del professor Korbel, la Democratica Madeleine Albright, divenne ambasciatrice all’ONU e successivamente segretaria di Stato. Quando la Casa Bianca passò ai Repubblicani, la figlia adottiva di Korbel, Condoleezza Rice, le successe come consigliera nazionale per la Sicurezza e in seguito alla segreteria di Stato. Per vent’anni le due «sorelle» (3) hanno pazientemente riscritto i principali testi internazionali, con il pretesto di modernizzarli, di fatto cambiandone lo spirito.

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Oggi le istituzioni internazionali funzionano secondo le regole imposte dagli anglosassoni, frutto delle antecedenti violazioni del Diritto internazionale. Questo diritto non è codificato da alcun testo, poiché si tratta dell’interpretazione delle consuetudini da parte della potenza dominante. Ogni giorno si sostituiscono regole ingiuste al Diritto internazionale e si contravviene alla propria firma.

 

Per esempio:

 

• Nel 1990, al momento della loro fondazione, gli Stati baltici s’impegnarono per iscritto a conservare i monumenti in onore dei sacrifici dell’Armata rossa. La distruzione di questi monumenti è perciò violazione della parola data.

 

• Nel 1947 la Finlandia s’impegnò per iscritto a rimanere neutrale. L’adesione alla NATO è perciò violazione della parola data.

 

• Il 25 ottobre 1971 le Nazioni Unite adottarono la Risoluzione 2758 che riconosce Beijing, non Taiwan, unico rappresentante legittimo della Cina. Il governo di Chiang Kai-shek è stato perciò espulso dal Consiglio di sicurezza e sostituito da quello di Mao Zedong. Di conseguenza, le recenti manovre navali cinesi nello Stretto di Taiwan non costituiscono un’aggressione a uno Stato sovrano, ma un dispiegamento di forze nelle proprie acque territoriali.

 

• Gli Accordi di Minsk avrebbero dovuto proteggere gli ucraini russofoni dalle molestie dei nazionalisti integralisti. La Francia e la Germania se ne fecero garanti davanti al Consiglio di sicurezza. Ma, come hanno riconosciuto Angela Merkel e François Hollande, né Parigi né Berlino intendevano applicarli. La loro firma non aveva alcun valore. Se si fossero comportati diversamente non ci sarebbe stata la guerra in Ucraina.

 

La perversione del Diritto internazionale ha raggiunto il culmine con la nomina, nel 2012, dello statunitense Jeffrey Feltman a direttore degli Affari politici. Dal suo ufficio di New York ha supervisionato la guerra occidentale contro la Siria. Ha insomma utilizzato le istituzioni della pace per fare la guerra. (4)

 

Fino a quando gli Stati Uniti non l’hanno minacciata ammassando armi ai suoi confini, la Federazione di Russia ha rispettato i trattati firmati, compresi quelli firmati dall’URSS. Il Trattato di non-proliferazione nucleare (TNP) impone l’obbligo alle potenze nucleari di non disseminare i loro arsenali nel mondo. Gli Stati Uniti, violando la propria firma, da decenni accumulano bombe atomiche in cinque Paesi vassalli: nelle basi di Kleine Brogel in Belgio, di Büchel qui in Germania (Renania-Palatinato), di Aviano e Ghedi in Italia, di Volkel nei Paesi Bassi, infine di Incirlik in Turchia.

 

Poi, grazie ai loro colpi di mano, dicono che ormai è consuetudine! Ebbene, la Federazione di Russia, ritenendosi assediata dopo il sorvolo del Golfo di Finlandia da parte di un bombardiere nucleare statunitense, ha a sua volta deciso di aggirare il Trattato di non proliferazione, posizionando bombe atomiche in Bielorussia.

 

Naturalmente la Bielorussia non è Cuba. Piazzarvi bombe nucleari russe non cambia nulla, è solo un messaggio per Washington: se volete ripristinare il diritto del più forte, possiamo accettarlo, anche perché i più forti adesso siamo noi. Si noti che la Russia non ha violato la lettera del Trattato, perché non addestra i militari bielorussi all’uso di queste armi, si è semplicemente presa delle libertà con lo spirito del Trattato.

 

Per essere efficaci e duraturi, aveva spiegato nello scorso secolo Léon Bourgeois, i Trattati di disarmo devono fondarsi su garanzie giuridiche. È perciò urgente ripristinare il Diritto internazionale; in caso contrario ci butteremo a testa bassa in una guerra devastatrice.

 

A difesa del nostro onore e nel nostro interesse dobbiamo ristabilire il Diritto internazionale. È una costruzione fragile ma, se vogliamo evitare la guerra, dobbiamo ripristinarlo. Siamo sicuri che la Russia la pensa come noi, che non lo violerà.

 

L’alternativa è sostenere la NATO, che l’11 ottobre ha riunito a Bruxelles i 31 ministri della Difesa per ascoltare in videoconferenza l’omologo israeliano affermare che avrebbe raso al suolo Gaza. Nessuno dei ministri, tra loro anche il tedesco Boris Pistorius, ha osato insorgere contro la pianificazione di questi crimini di massa contro i civili. L’onore del popolo tedesco è già stato tradito dai nazisti che non hanno esitato a sacrificarlo. Non lasciatevi tradire di nuovo, questa volta dal Partito socialdemocratico e dai Verdi.

 

Non dobbiamo scegliere tra due sovrani, ma proteggere la pace, dal Donbass a Gaza, e, in sostanza, difendere il Diritto internazionale.

 

Thierry Meyssan

 

NOTE

1) Il «Solidarismo» è diventato l’ideologia dominante della III Repubblica francese.

2) Si noti: «i russi fuori», non i sovietici.

3) Condoleezza Rice non è mai stata legalmente adottata, ma viveva a casa del professor Korbel; Madeleine Albright la considerava sua sorella minore.

4) «La Germania e l’ONU contro la Siria», di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Al-Watan (Siria), Megachip-Globalist (Italia), Rete Voltaire, 28 gennaio 2016.

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

Fonte: «Quale ordine internazionale?», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 7 novembre 2023.

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

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Geopolitica

L’Iran lancia un «attacco a sorpresa» contro le basi USA

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L’Iran ha lanciato diversi missili balistici contro le forze statunitensi in Medio Oriente in quello che il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha descritto come un tentativo di «attacco a sorpresa».   Il Dipartimento della Guerra statunitense non ha identificato gli impianti presi di mira, limitandosi ad affermare che i missili erano stati lanciati contro le forze americane «di stanza» nella regione.   «Alle 17:45 ET di oggi, le forze del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche hanno lanciato diversi missili balistici dall’Iran nel tentativo di un attacco a sorpresa contro le forze statunitensi di stanza in Medio Oriente», ha dichiarato il CENTCOM.  

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Il CENTCOM ha affermato che tutti i missili in arrivo sono stati intercettati con successo, aggiungendo che le forze americane restano «vigili e in stato di massima prontezza».   Diversi video condivisi da fonti di Intelligence open-source sembrano mostrare un’intensa attività di difesa aerea in Giordania, anche nei pressi della base aerea di Muwaffaq Salti, con sistemi Patriot statunitensi che, secondo quanto riferito, avrebbero ingaggiato minacce in arrivo.   Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha rivendicato l’attacco, affermando che diversi missili balistici avevano preso di mira una base aerea statunitense e quello che ha descritto come il quartier generale del Comando Centrale degli Stati Uniti in Giordania. Il gruppo ha dichiarato che l’attacco è stato condotto in risposta alle «azioni aggressive» dell’esercito statunitense e ha avvertito che i suoi attacchi continueranno finché Washington proseguirà con le sue «azioni illegali e dannose» contro gli interessi iraniani.   L’attacco è avvenuto poche ore dopo che Trump aveva tenuto un incontro a porte chiuse con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca. I colloqui sono durati circa 90 minuti e sono stati descritti dalla Casa Bianca come «positivi e produttivi», sebbene siano stati diffusi pochi dettagli.   L’incidente ha segnato il primo attacco missilistico balistico iraniano contro una struttura americana, secondo quanto riportato, da quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sospeso gli attacchi contro la Repubblica islamica venerdì scorso.   Lunedì Trump aveva affermato che Washington e Teheran erano impegnate in negoziati «molto amichevoli», ma ha avvertito che gli Stati Uniti avrebbero potuto ricorrere a «forti azioni militari» se la diplomazia fosse fallita. Ha sostenuto di aver sospeso i bombardamenti per consentire ai colloqui di procedere, minacciando al contempo di «picchiare a sangue» l’Iran se non si fosse raggiunto un accordo.   Secondo quanto riferito, le discussioni vertono sulla riapertura dello Stretto di Ormuzzo e sulla ripresa dei negoziati sul programma nucleare iraniano. Teheran ha negato di aver avuto colloqui diretti con Washington, affermando di comunicare solo con l’Oman in merito agli accordi per questa importante via navigabile.   La pausa è seguita a quasi due settimane di rinnovati attacchi statunitensi e rappresaglie iraniane dopo il fallimento di un memorandum in 14 punti che aveva stabilito un cessate il fuoco temporaneo, revocato il blocco navale americano e previsto la riapertura dello stretto in attesa di negoziare un accordo a lungo termine.

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Geopolitica

Coloni israeliani incendiano due moschee in Cisgiordania

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Nel fine settimana si sono verificati diversi episodi che hanno coinvolto gruppi di coloni israeliani in Cisgiordania: due moschee e terreni agricoli sono stati dati alle fiamme, mentre altre proprietà sono state vandalizzate, in un contesto di crescente violenza contro i palestinesi.

 

Gli ultimi attacchi giungono due giorni dopo un grave scontro tra coloni e residenti locali nei pressi del villaggio palestinese di Tal, a sud-ovest della città di Nablus. Venerdì un folto gruppo di coloni è entrato nel villaggio, provocando tafferugli con gli abitanti del luogo e scatenando infine un raid militare israeliano a Tal. Almeno quattro palestinesi e due soldati israeliani sono rimasti uccisi nel caos che ne è seguito, in circostanze poco chiare, con entrambe le parti che si accusano a vicenda.

 

L’incidente di Tal ha provocato un’escalation di violenza da parte dei coloni e due moschee sono state attaccate domenica mattina in Cisgiordania. Una moschea in costruzione è stata incendiata nel villaggio di Qusra, a sud-est di Nablus, e un’altra è stata data alle fiamme a Kour, un villaggio palestinese a sud-est della città di Tulkarm. L’edificio incompiuto è stato gravemente danneggiato dall’incendio, mentre i fedeli sono riusciti a spegnere le fiamme nella moschea di Kour in tempo.

 

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In entrambi i casi gli edifici sono stati imbrattati con graffiti offensivi in ebraico. Le autorità palestinesi hanno condannato il «crimine efferato», sottolineando che i coloni israeliani hanno attaccato 45 moschee in tutta la Cisgiordania nel corso del 2025. Oltre agli attacchi alle moschee, un’abitazione privata sarebbe stata incendiata nella città di Beit Furik, campi agricoli sarebbero stati bruciati e automobili vandalizzate in diverse località. Anche alcuni operai palestinesi sono stati attaccati in un impianto di lavorazione della pietra vicino a Ramallah.

 

Le autorità militari israeliane nei territori occupati hanno condannato gli attacchi, affermando di aver inviato investigatori nei luoghi colpiti per raccogliere prove e impegnandosi a «continuare ad agire con decisione per mantenere la sicurezza e l’ordine pubblico nella zona». Sia le organizzazioni israeliane che quelle palestinesi per i diritti umani hanno sottolineato che tali indagini raramente portano a conseguenze legali per i coloni.

 

La violenza dei coloni è in aumento in Cisgiordania dall’attacco a sorpresa di Hamas contro Israele nell’ottobre 2023, che ha scatenato un grave conflitto a Gaza. La violenza si è ulteriormente intensificata quest’anno con attacchi quasi quotidiani, secondo un’inchiesta delle Nazioni Unite pubblicata il mese scorso. Il rapporto afferma che i coloni che si scatenano sono sempre più protetti dalle forze israeliane durante gli attacchi contro i palestinesi.

 

«La crescente partecipazione delle forze di sicurezza israeliane agli attacchi contro i coloni equivale a un crollo di fatto della distinzione tra coloni e soldati», conclude il rapporto.

 

All’epoca Israele respinse le conclusioni dell’ONU, accusando l’organismo di basarsi su accuse infondate e di tracciare una «falsa equivalenza morale» tra i militanti di Hamas e i civili israeliani.

 

Come riportato da Renovatio 21, coloni israeliani e soldati delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno ucciso quattro palestinesi durante un attacco a un villaggio nella Cisgiordania occupata.

 

Due settimane fa i coloni hanno di fatto sequestrato un deputato USA, il congressman della California Ro Kanna.

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I coloni due mesi fa hanno incendiato la città cristiana di Taybeh. Continui attacchi dei coloni giudei terrorizzano le cittadine cristiane della Cisgiordania come Taybeh, i cui sacerdoti chiesero aiuto durante l’assedio di mesi fa. Il vescovo ausiliare del Patriarcato latino di Gerusalemme William Shomali a marzo aveva denunciato l’escalation degli attacchi terroristici dei coloni israeliani contro i cristiani.

 

L’annessione della Cisgiordaniaconsiderata come il vero premio per Israele dell’attuale crisi, è nei progetti dello Stato Ebraico da tempo. Incursioni militari si sono viste a inizio anno a seguito dell’esplosione di alcuni autobus, e poco prima erano stati effettuati raid aerei con relativa strage a Tulkarem. Due anni fa si ebbe l’episodio dei commando israeliani che entrarono in un ospedale cisgiordano travestiti da donna.

 

A febbraio 2024 ministri del gabinetto Netanyahu si trovarono ad un convegno che celebrava la colonizzazione celebrato con balli sfrenati su musica tunza-tunza.

 

In una strana umiliazione inflitta agli USA, due mesi fa il Parlamento israeliano (la Knesset) aveva votato per la «sovranità» sionista sulla Cisgiordania proprio mentre era in visita il vicepresidente americano JD Vance, che disse di sentirsi «insultato» dalla «stupida trovata». Trump ha dichiarato quindi che toglierà i fondi ad Israele qualora annettesse la Cisgiordania. Il presidente americano, contrariamente a quanto auspicato da ministri sionisti all’epoca della sua elezione, non sembra voler concedere allo Stato Giudaico l’anschluss di quella che gli israeliano chiamano «Giudea e Samaria».

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Geopolitica

Il Ciad si ritira dalla Corte Penale Internazionale dell’Aia

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Il Ciad ha notificato alle Nazioni Unite il suo ritiro dalla Corte Penale Internazionale (CPI), accusando il tribunale con sede all’Aia di parzialità politica e di prendere di mira in modo sproporzionato i paesi africani.   Il ministero degli Esteri ciadiano ha annunciato lunedì la «decisione sovrana» a seguito di quella che ha definito una revisione approfondita dell’operato della Corte sin dalla sua entrata in funzione nel 2002. In base allo Statuto di Roma, il ritiro avrà effetto un anno dopo la notifica.   N’Djamena ha affermato che l’efficacia della CPI è rimasta «limitata e discontinua», sostenendo che nove delle tredici indagini conteggiate riguardavano paesi africani.   Secondo quanto affermato dal ministero, l’operato della Corte ha creato la diffusa percezione che il suo lavoro sia costantemente concentrato sul Sud del mondo, in particolare sull’Africa, rendendo il continente una «vittima consenziente di una forma di strumentalizzazione politica della CPI».

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Il Ciad ha aderito allo Statuto di Roma nel 2006. Il suo ritiro fa seguito alla richiesta, avanzata la scorsa settimana dagli Stati Uniti, a N’Djamena di riconsiderare la sua adesione alla Corte penale internazionale. Il ministro degli Esteri Abdoulaye Sabre Fadoul ha tuttavia negato che il ritiro del Ciad sia avvenuto su richiesta di Washington. La decisione giunge inoltre in un contesto di accuse secondo cui il Ciad avrebbe agevolato il transito di armi attraverso il suo territorio verso le Forze di supporto rapido paramilitari sudanesi. N’Djamena ha ripetutamente negato qualsiasi coinvolgimento nella guerra civile sudanese.   Con questa decisione, il Ciad diventa il quinto Paese a iniziare il processo di ritiro dalla CPI, dopo il Venezuela, e dopo Burkina Faso, Mali e Niger, anch’essi Paesi del Sahel. La CPI ha confermato all’inizio di questo mese di aver ricevuto a giugno le notifiche formali di ritiro da Niger, Mali e Burkina Faso. I tre membri dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) avevano annunciato l’intenzione di abbandonare la Corte nel 2025, definendola uno «strumento di repressione neocoloniale».   Il Burundi è stato il primo Paese a ritirarsi dallo Statuto di Roma nel 2017, accusando la Corte di prendere di mira deliberatamente gli africani per i procedimenti giudiziari. Le Filippine hanno seguito l’esempio nel 2018, definendo la CPI uno «strumento politico». Il Venezuela ha annunciato il suo ritiro venerdì, denunciando una «discriminazione geografica» nei confronti dell’Africa, dell’America Latina e, più in generale, del Sud del mondo.   In una dichiarazione del 1° luglio, la presidenza della CPI ha affermato che la Corte «si trova al centro del sistema internazionale di responsabilità». Ha avvertito che le decisioni degli Stati membri «di disimpegnarsi dallo Statuto di Roma rischiano di compromettere la ricerca collettiva della giustizia e di indebolire gli sforzi globali per porre fine all’impunità».   Come riportato da Renovatio 21, la CPI due anni fa aveva ordinato alla Mongolia di arrestare Putin. L’Argentina aveva invece chiesto l’arresto da parte della CPI dell’ex presidente venezuelano Nicolas Maduro.   Un caso interessante è quello dell’ex presidente filippino Rodrigo Duterte, il quale è stato estradato ed imprigionato all’Aia anche se il suo Paese non è membro della CPI. Dal carcere nella capitale olandese, il Duterte è riuscito comunque a vincere le elezioni a sindaco nella sua città natale.   Il mandato di arresto nei confronti del premier israeliano Beniamino Netanyahu non pare invece essere preso sul serio da nessuno, nemmeno dal sindaco islamo-socialista di Nuova York Mamdani, che ha minacciato di eseguire l’arresto ma poi, pur definendolo un «criminale di guerra che appartiene alla galera», ha dichiarato di non avere il potere per il fermo.  

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 Immagine di Tony Webster via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic  
 
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