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Papa Francesco attacca il cardinale Burke e i critici del Sinodo: non difendono «la vera dottrina cattolica»

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Nel suo volo di ritorno dalla Mongolia la scorsa settimana, papa Bergoglio ha attaccato il cardinale americano Raymond Leo Burke e quanti esprimono preoccupazione per il prossimo «Sinodo sulla sinodalità».

 

Riguardo al Sinodo che si svolgerà a Roma per quasi tutto il mese di ottobre un gruppo di giornalisti hanno sollevato interrogativi con un libro recentemente pubblicato, la cui prefazione è stata scritta dal cardinale Burke. Il testo si intitola Il processo sinodale è un vaso di Pandora e mette in guardia il Sinodo un tentativo di «cambiare radicalmente l’autocomprensione della Chiesa, in accordo con un’ideologia contemporanea che nega gran parte di ciò che la Chiesa ha sempre insegnato e praticato».

 

Secondo il libro vi sarebbero «voci eretiche all’interno della Chiesa cattolica» che stanno promuovendo un «programma radicale» attraverso il Sinodo sulla sinodalità. Questo programma, notano i due autori, si riassume in «distorcere la dottrina, sovvertire la tradizione e smantellare la natura gerarchica della Chiesa».

 

Nella prefazione il cardinale Burke discute gli interventi regolari di Papa Francesco su come la Chiesa deve diventare «sinodale»: «ci viene detto che la Chiesa che noi professiamo, in comunione con i nostri antenati nella fede fin dal tempo degli Apostoli, essere Una, Santa, Cattolica e Apostolica deve ora essere definita dalla sinodalità, termine che non ha storia nel mondo della dottrina della Chiesa e per la quale non esiste una definizione ragionevole» scrive il prelato statunitense.

 

Burke denuncia quindi la «sinodalità» come copertura di una «rivoluzione» che sta lavorando per alterare «radicalmente» la Chiesa cattolica in linea con una «ideologia contemporanea» che rifiuta gran parte dell’insegnamento della Chiesa: «la sinodalità e il suo aggettivo, sinodale, sono diventati slogan dietro i quali è all’opera una rivoluzione per cambiare radicalmente l’autocomprensione della Chiesa, in accordo con un’ideologia contemporanea che nega gran parte di ciò che la Chiesa ha sempre insegnato e praticato. Non si tratta di una questione puramente teorica, perché già da alcuni anni l’ideologia è stata messa in pratica nella Chiesa in Germania, diffondendo ampiamente confusione ed errore e il loro frutto, la divisione – anzi lo scisma – con grave danno di molte anime».

 

Il cardinale incoraggia i difensori della tradizione cattolica a ricorrere alla «verità di Cristo… così come ci viene tramandata nella dottrina e nella disciplina immutabili e immutabili della Chiesa».

 

Solo questa verità, scrive Burke, «può affrontare efficacemente la situazione smascherando l’ideologia all’opera, correggendo la confusione mortale, l’errore e la divisione che sta propagando, e ispirando i membri della Chiesa a intraprendere la vera riforma che è la conversione quotidiana a Cristo vivo per noi nell’insegnamento della Chiesa, nella sua preghiera e adorazione, e nella sua pratica delle virtù e della disciplina».

 

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In aereo tornando da Ulaan Bator, è stato chiesto dalla testata argentina Vida Nueva, considerata vicina al papa, se tale tipo di visione potrebbe «influenzare il Sinodo».

 

Papa Francesco non sembra aver risposto direttamente alla domanda, ma prima ha raccontato una conversazione telefonica avuta con una suora carmelitana, che gli aveva parlato del timore della sua comunità che il Sinodo potesse cambiare la dottrina della Chiesa.

 

«Se si va alla radice di queste idee, troverai delle ideologie» ha ammonito il papa. «Sempre, quando nella Chiesa si vuole attaccare il cammino di comunione, quello che attacca sempre è un’ideologia».

 

«E accusano la Chiesa di questo o di quell’altro, ma mai la accusano di quello che è vero: che è peccatrice. Mai dicono: “È peccatrice”»

 

Il Papa ha continuato, suggerendo che la dottrina difesa dai critici del Sinodo – il Sinodo che ha messo in discussione l’insegnamento cattolico sulle questioni LGBT, sui preti sposati e sulle donne diaconi – non era in realtà l’autentica dottrina cattolica:

 

«Difendono una “dottrina”, tra virgolette, che è una dottrina come l’acqua distillata, non sa di niente, e non è la vera dottrina cattolica, che è nel Credo. È che tante volte la vera dottrina cattolica scandalizza, come scandalizza l’idea che Dio si è fatto carne, che Dio si è fatto uomo, che la Madonna ha conservato la sua verginità… Questo scandalizza» ha dichiarato il papa.

 

Come nota LifeSite, «non è del tutto chiaro se il Papa avesse l’impressione che l’Incarnazione o la nascita verginale fossero esempi di scandalizzazione positiva, con cui la verità viene presentata al mondo in linea con la Scrittura (1 Pietro 2:8), o di scandalo negativo con cui vengono presentati insegnamenti o esempi immorali (Mt 18:7)».

 

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Come riportato da Renovatio 21, durante il viaggio aereo, sorvolando la Repubblica Popolare Cinese, il papa ha mandato due messaggi di benedizione a Xi Jinping.

 

La sottomissione del Vaticano a Pechino, forse frutto di ricatti indicibili, si è manifestato apertamente con la nomina del vescovo di Shanghai, scelta dal potere comunista cinese senza consultarsi con la Santa Sede, come gli Accordi-sino vaticani (di per sé già infami e traditori) prevederebbero.

 

Ciò porta Bergoglio ad essere in totale antitesi con Burke anche sul tema Cina: come riportato da Renovatio 21, durante una recente messa in Wisconsin, il cardinale americano ha tuonato con veemenza contro i comunisti cinesi che si sono «ribellati a Dio» e hanno «perseguitato crudelmente» i cattolici.

 

Il cardinale Burke nel marzo 2019 partecipò al convegno di Roma organizzato da Renovatio 21 «Fede, Scienza e coscienza» che verteva sul tema di vaccini e linee cellulari da feto abortito.

 

Qui sotto il video dell’intervento del cardinale Burke al convegno di Renovatio 21.

 

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Mons. Viganò: «scisma, eresia e negazione dell’Incarnazione sono elementi distintivi dell’Anticristo»

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Renovatio 21 pubblicata questo testo dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò.  

Recensione

al saggio di Investigatore Biblico e Saverio Gaeta, «La Bibbia come Dio comanda. Le Sacre Scritture tradotte o tradite?» Piemme Editore

    Dinanzi alla crisi che da decenni affligge la Chiesa Cattolica, è con profonda gratitudine che accolgo l’invito a redigere una recensione al saggio La Bibbia come Dio comanda. Le Sacre Scritture tradotte o tradite? Una domanda che non è mera provocazione accademica, ma un grido di allarme contro l’assalto subdolo che minaccia l’integrità della Parola di Dio, affidata alla Chiesa per la salvezza delle anime.   L’autore, l’Investigatore Biblico, in collaborazione con Saverio Gaeta, ha intrapreso un’indagine rigorosa e coraggiosa, smascherando le distorsioni introdotte nelle traduzioni ufficiali della Sacra Scrittura approvate dalla Conferenza Episcopale Italiana, in particolare quelle del 1974 e del 2008. Queste versioni, influenzate da un distorto concetto di ecumenismo e da una teologia di matrice protestante che tace o adultera la Verità cattolica, costituiscono la prova di un piano deliberato per oscurare la divinità di Cristo, sminuire il peccato originale, spersonalizzare il demonio e ridurre il ruolo salvifico della Beatissima Vergine Maria.

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Come ho denunciato in molteplici interventi, questo è il frutto avvelenato del Concilio Vaticano II, che ha fatto proprio lo spirito del mondo, permettendo che il fumo di Satana penetrasse nel Tempio di Dio.   Ed è questa, a ben vedere, l’essenza stessa del Modernismo, l’eresia che applica all’esegesi biblica il metodo storico-critico figlio dell’Illuminismo e del Razionalismo moderno. Tale approccio contraddice il Magistero Cattolico in diversi aspetti fondamentali. Innanzitutto, esso nega la divina Rivelazione tramandata attraverso la Sacra Scrittura e la Tradizione, sostituendovi una fede che deriva da un’esperienza soggettiva interiore, il che mina l’autorità oggettiva del Magistero ecclesiastico. In secondo luogo, tratta i dogmi come interpretazioni umane mutevoli nel tempo, anziché come verità immutabili discendenti da Dio, contrastando l’insegnamento della Chiesa sull’ispirazione divina e sull’inerranza della Bibbia.   Infine, incorpora elementi di agnosticismo, relativismo e immanentismo, che riducono il soprannaturale a fenomeni storici o psicologici, configurandosi come una «sintesi di tutte le eresie» secondo la condanna espressa da San Pio X nell’enciclica Pascendi Dominici Gregis (1907) e nel decreto Lamentabili (1907). È significativo rilevare che Vladimir Soloviev, nel suo Il racconto dell’Anticristo presenta l’uomo della perdizione come un esegeta esperto, un erudito che utilizza l’interpretazione della Sacra Scrittura in modo volutamente ambivalente per promuovere le sue idee ingannevoli. In questo, i neo-modernisti della chiesa sinodale non hanno inventato nulla di nuovo.   Non dimentichiamo che gli elementi distintivi dell’Anticristo sono lo scisma, l’eresia e la negazione dell’Incarnazione e con essa la negazione della Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, Corpo Mistico di Gesù Cristo. Negando il Verbo Incarnato, egli nega anche l’opera redentrice del divino Messia e la Sua suprema e universale Regalità, nel tentativo infernale di usurparGli quella Signoria che Nostro Signore restaurerà alla fine dei tempi con il Suo totale trionfo su Satana.   Così facendo, il nemico del genere umano cerca di legittimare il regno tirannico che instaurerà sulla terra presentandosi come falso messia e pretendendo di farsi adorare al posto di Dio. E questo è lo scopo precipuo della Massoneria, di quella Sinagoga di Satana (Ap 2, 9 e 3, 9) che ormai pubblicamente rivendica di essere la principale fautrice dell’avvento dell’Anticristo: secondo il messianismo sionista, ne sarà triste presagio l’edificazione del Terzo Tempio in Gerusalemme.   Non possiamo ignorare che le manipolazioni dei testi biblici da parte della Conferenza Episcopale Italiana non sono casuali. Esse fanno parte di un più vasto disegno, orchestrato da quella deep church che, in alleanza con poteri secolari del deep state e più in generale con il pensiero relativista, cerca di trasformare la Fede in un vago umanesimo, privo della sua forza soprannaturale e soprattutto incentrato sull’uomo che si fa dio in opposizione al Dio Incarnato.   Le traduzioni moderne, con il loro linguaggio orizzontale e «inclusivo», manomettono il testo sacro per adattarsi alla sensibilità contemporanea, eliminando versetti scomodi e alterando significati teologici fondamentali. È un tradimento che riecheggia l’antico serpente, il quale distorce la Parola per condurre l’uomo alla rovina. Manomettere il testo sacro significa manometterne il divino Autore, considerando meramente umana la Parola di Dio; estromettendoLo dall’opera della Rivelazione, anzi facendo blasfemamente di Lui, Verbo eterno del Padre, l’autore della menzogna, quando è proprio Satana ad essere omicida e mentitore sin dal principio (Gv 8, 44), l’odiatore implacabile della Verità, che è attributo coessenziale di Dio.

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Quest’opera, fondata su evidenze testuali e confronti con i testi originali in ebraico e greco, nonché con le versioni tradizionali come la Vulgata di San Girolamo, offre ai fedeli uno strumento essenziale per discernere la verità dalla sua contraffazione. Essa denuncia non solo le influenze protestanti post-riforma, ma anche le conseguenze del motu proprio Magnum principium di Bergoglio, che ha ridotto il controllo dell’Autorità religiosa sulle traduzioni, favorendo interpretazioni soggette a derive culturali e pastorali. In un’epoca in cui la neo-lingua orwelliana mira a rendere impossibile l’affermazione stessa del Vero, questo libro richiama alla fedeltà assoluta alla Tradizione apostolica della Chiesa Cattolica, unica custode della Rivelazione.   Non è un caso che la chiesa conciliare-sinodale si distingua dalla vera Chiesa di Cristo per la sua deliberata volontà di evitare la chiarezza propria al lessico teologico e alla lingua latina: è sull’equivoco, sul plausibile, sull’apparente che si gioca la partita truccata del nemico. E lo sentiamo quasi dire, parafrasando le parole di Nostro Signore: Sia il vostro parlare «Quasi, forse, circa, in un certo modo», perché la chiarezza del linguaggio viene da Dio.   Esorto Vescovi, sacerdoti e laici a meditare queste pagine con spirito soprannaturale e vigilante. Solo tornando alla purezza della Scrittura, libera da contaminazioni moderniste, potremo resistere all’apostasia dilagante e preparare il trionfo del Cuore Immacolato di Maria, come promesso a Fatima. Che il Signore illumini quanti, come l’Autore, hanno il coraggio di difendere la Verità immutabile contro le potenze delle tenebre.   + Carlo Maria Viganò Arcivescovo   10 Marzo 2026 Ss. Quadraginta Martyrum Feria III Hebd. III Qadragesimæ

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«Trascorri lunghi periodi di tempo a parlare e pensare a Gesù»: storia di Sant’Agnese di Langeac

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A volte le circostanze ci impediscono di ricevere la Santa Comunione con la frequenza che desidereremmo. In questi casi, possiamo fare la comunione spirituale. Se lo invitiamo, Gesù risponderà con gioia alla nostra richiesta! Molti santi hanno fatto numerose comunioni spirituali nel corso della loro vita; questa pratica li ha aiutati a compiere grandi passi sulla via della santità. Sant’Agnese di Langeac ce ne offre un esempio. Ecco la sua storia.

 

Nata a Le Puy-en-Velay, in Francia, Agnès mostrò una grande devozione fin dalla più tenera età. Terza di sette figli, i suoi genitori la affidarono in tenera età a una brava insegnante che non solo le insegnò il francese e la matematica, ma sviluppò anche una profonda fede in Agnès.

 

A soli sei anni, Agnese nutriva già una grande devozione per l’Eucaristia. Per questo motivo, a otto anni fu ammessa alla Prima Comunione, cosa eccezionale per l’epoca. Ahimè! Solo pochi mesi dopo la Prima Comunione, il sacerdote che si prendeva cura della sua anima, temendo che potesse insuperbirsi, le proibì di ricevere nuovamente la Comunione. Agnese ne fu profondamente addolorata, ma non si scoraggiò!

 

Non potendo più avvicinarsi alla balaustra della comunione, si unì al buon Gesù in un altro modo. Da quel momento in poi, iniziò a fare frequenti comunioni spirituali durante tutta la giornata.

 

Poco dopo, chiese al suo confessore come si potesse diventare santi. «Trascorri lunghi periodi di tempo parlando e pensando a Gesù», rispose lui.

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Agnes mise subito in pratica questo consiglio. Non senza qualche difficoltà, Agnese riuscì a godere appieno della presenza di Dio. Ci lavorò per due anni con grande perseveranza.

 

Per raggiungere il suo obiettivo, iniziò dicendo a se stessa: «suvvia, anima mia, devo trascorrere un quarto d’ora in presenza di Dio e dedicargli molta attenzione».

 

E, trascorso ben un quarto d’ora: «continuiamo e passiamo alla mezz’ora».

 

Allenandosi in questo modo, giorno dopo giorno, la bambina riuscì a vivere tutte le sue giornate in compagnia di Gesù, svolgendo al contempo i compiti che i genitori le affidavano.

 

Già all’età di dieci anni, attirava così tanti giovani alle sue preghiere che persino adulti, persone di nobile lignaggio, si rivolgevano a lei per un consiglio spirituale. Agnese accettava tutto ciò con umiltà, senza considerarsi superiore agli altri.

 

Pregava soprattutto per i poveri. Molto intraprendente, non le mancavano mai le idee per aiutare tutti coloro che incontrava per le strade di Le Puy. Fin da giovanissima, era solita regalare il suo pane o i suoi spuntini. Non appena guadagnava un po’ di soldi, frutto del suo lavoro di merlettaia, faceva generosamente elemosina ai più bisognosi.

 

Un frate domenicano venne a predicare a Le Puy. Dopo averlo ascoltato, giovani donne e vedove sentirono la vocazione a diventare domenicane e desiderarono fondare un convento nella regione. Agnese ne venne a conoscenza e comprese che Dio la stava chiamando anche lei a questa via.

 

All’età di vent’anni, entrò quindi nel convento di Langeac, di recente fondazione.

 

Era sempre stata di salute cagionevole. Oppressa da compiti molto gravosi, la sua salute si era deteriorata… Ma Agnese non si lamentava mai. Trovava eroismo nelle piccole cose. Compiva tutti i suoi piccoli atti di servizio in unione con Gesù.

 

Ricompensò la sua generosa serva con favori insoliti. Poco dopo essere entrata in monastero, Agnese fu incaricata della cucina; tuttavia, per procurarsi l’acqua, doveva camminare per quasi quindici chilometri! Affidò la sua difficoltà a Dio.

 

Egli esaudì immediatamente la sua preghiera e fece sgorgare una sorgente di acqua limpida e abbondante proprio in cucina.

 

La santità non la rese severa o insensibile alle sofferenze altrui. Al contrario! Dopo alcuni anni, Agnese ottenne l’incarico di portinaia, che le permise di accogliere e soccorrere molti poveri.

 

Tutti rimasero colpiti dalla sua gentilezza e dalla sua vita di unione con Dio. Ella «irradiava la bontà di Dio».

 

Una frase che ripeteva spesso era: «chi ha Gesù ha tutto!»

 

Ella non cercava cose straordinarie. Agnese di Gesù portava le stimmate senza che queste fossero visibili esteriormente, e le sue sorelle non ne erano a conoscenza.

 

Durante la ricreazione, intratteneva tutti giocando o cantando allegramente.

 

Per un periodo della sua vita, si nutrì esclusivamente dell’Eucaristia, ma, essendo responsabile della cucina, si assicurò che le suore avessero sempre abbastanza da mangiare.

 

Analogamente, in un altro periodo della sua vita, ebbe la fortuna di non aver bisogno di dormire, ma si premurava comunque di assicurarsi che le sue sorelle non fossero troppo stanche.

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In seguito, Agnese divenne maestra delle novizie. Insegnò loro la «chiusura interiore», cioè questa vita di unione con Gesù nonostante le occupazioni esteriori.

 

A ventiquattro anni fu eletta superiora del convento. Desiderava – cosa inaudita per l’epoca – ottenere il permesso per la sua comunità di ricevere la comunione quotidianamente. La richiesta fu respinta; solo lei mantenne il diritto di ricevere la comunione ogni giorno.

 

Per umiltà e per non dare nell’occhio, si asteneva regolarmente da questo grande privilegio. Insegnava alle sue consorelle a fare frequenti e ferventi comunioni spirituali.

 

Per tutta la vita soffrì di cattiva salute. A soli trentadue anni, sentì la morte avvicinarsi.

 

Gesù gli affidò un’ultima missione. Gli chiese di vivere e soffrire ancora un po’ per la conversione di un peccatore, e questo peccatore era un sacerdote: Jean-Jacques Olier.

 

A quel tempo, questo giovane prete mondano, proveniente da un’influente famiglia parigina, frequentava l’alta società della capitale e prestava poca attenzione all’abbazia di Pébrac, di cui era responsabile e dove non aveva mai messo piede.

 

Si narra che Madre Agnese ebbe una visione della Vergine Maria nel 1631. La Vergine Maria le chiese di pregare per l’abate di Pébrac.

 

A quel tempo, né Agnès né padre Olier si conoscevano.

 

Nel 1633, quando il giovane sacerdote decise di cambiare vita e rinunciare a tutti i piaceri mondani, si propose di andare a conoscere la sua abbazia di Pébrac.

 

Fu in questo periodo che, un giorno, mentre pregava ferventemente, ebbe la visione di una suora a lui sconosciuta che pregava per la sua conversione.

 

Durante il suo soggiorno a Pébrac, padre Olier venne a conoscenza della santità della superiora del convento di Langeac, situato non lontano da lì. Decise quindi di andarla a trovare.

 

Riconobbe immediatamente la giovane suora dalla sua immagine. Iniziò così un’intensa relazione spirituale tra queste due anime.

 

Agnese chiamò padre Olier «il figlio delle sue lacrime» perché, dopo aver pregato intensamente per lui per più di due anni, offrì gli ultimi sei mesi della sua vita per la santificazione del sacerdote.

 

Durante tutto il periodo in cui padre Olier rimase nella regione, si videro molto spesso.

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Madre Agnese esortò il giovane sacerdote a vivere più vicino al Signore Gesù, ad abbracciare la croce di Cristo e a sviluppare una stretta relazione con la Vergine Maria.

 

Il giorno in cui padre Olier ripartì per Parigi, Agnès fu colta da un dolore lancinante. La sua ultima missione era compiuta.

 

Con le sue preghiere e i suoi consigli, aveva guidato padre Olier sulla via della santità e lo aveva incoraggiato a fondare i primi seminari di Saint-Sulpice, che avrebbero aiutato tanti sacerdoti a diventare eccellenti pastori d’anime.

 

Agnese morì il 19 ottobre 1634, lasciando alle figlie il compito spirituale di pregare in particolare per la santificazione dei sacerdoti.

 

Articolo pubblicato su Courrier des Croisés n. 252 , luglio-agosto 2019.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine da FSSPX.News


 

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FSSPX e nuove consacrazioni dei vescovi, don Pagliarani risponde alle domande dei giovani

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Sabato 7 febbraio 2026, padre Davide Pagliarani, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), ha partecipato a una tavola rotonda sulla decisione di procedere con la consacrazione dei vescovi il 1° luglio a Écône. Questo intervento si è svolto nell’ambito dell’Università Invernale del Distretto Francese della FSSPX, tenutasi a La Martinerie, vicino a Châteauroux. L’evento ha riunito diverse centinaia di partecipanti, per lo più giovani ventenni.    

Tavola rotonda con padre Pagliarani

Questa tavola rotonda, originariamente tenutasi oralmente, è stata leggermente modificata per facilitarne la lettura. Lo stile orale è stato adattato alla forma scritta senza alterare il significato degli interventi.  

Prima domanda: perché proprio ora?

Domanda: Negli ultimi mesi si è diffusa la voce di possibili consacrazioni, soprattutto dopo la morte del vescovo Tissier de Mallerais. Alcuni si chiedono perché abbiate aspettato fino ad ora; altri potrebbero chiedersi perché non abbiate aspettato ancora di più.   La risposta di Padre Pagliarani: È una questione di prudenza. Prendere una decisione del genere – perché è una decisione estrema, seria – è possibile solo se non ci sono alternative. Una scelta simile richiede un lungo e difficile discernimento, che va affrontato con calma e preghiera. Ed è quello che abbiamo fatto.   La morte del vescovo Tissier non ha comportato la necessità di consacrazioni immediate per sostituirlo. Certamente, ci mancava un vescovo, ma la Fraternità Sacerdotale San Pio X è stata in grado, e potrà continuare a farlo per alcuni mesi, di proseguire con due vescovi.   Tuttavia, da un lato, ci troviamo con soli due vescovi, che stanno invecchiando; dall’altro, la situazione della Chiesa non sembra destinata a cambiare nei prossimi anni. Siamo dunque giunti a un punto in cui si può – anzi, si deve – prendere questa decisione davanti a Dio, come abbiamo fatto, per il bene delle anime.   È una questione di prudenza. Quando si prende una decisione del genere, ci sono mille fattori da considerare. Richiede tempo.   Credo che la situazione sia matura di per sé, e non solo in termini di necessità oggettiva. Direi che è altrettanto matura la possibilità per tutti i fedeli di buona volontà di comprendere le ragioni di questa decisione. Anche questo è importante. È qualcosa che dobbiamo spiegare e che i fedeli devono essere in grado di comprendere.   E penso che oggi, con ciò che sta accadendo nella Chiesa, ci siano tutti gli elementi necessari per farlo.  

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Lettere inviate al Papa

Domanda: Padre, nella sua omelia del 2 febbraio, lei ha detto di aver scritto al Papa diverse volte, due volte se non erro. Potrebbe, se possibile, entrare un po’ più nel dettaglio e dirci precisamente cosa gli ha scritto e qual è stata la sua risposta? Risposta: Ho scritto al Papa per la prima volta prima del Giubileo a Roma, quindi all’inizio di agosto, per chiedere un’udienza e, naturalmente, per congratularmi con lui per la sua elezione. Non ho mai ricevuto risposta a quella lettera.   A novembre, quindi, scrissi una seconda lettera, nella quale misi per iscritto ciò che avrei voluto spiegare oralmente al Papa. In essa, illustrai le ragioni per cui la Fraternità Suprema richiede nuovi vescovi e ne ha bisogno. Chiesi al Santo Padre di comprendere questa situazione, senza nascondere le divergenze dottrinali, senza celare tutti i problemi che sappiamo esistere. Ma sottolineai che la Fraternità vuole servire la Chiesa; che se preserviamo la Tradizione, lo facciamo per la Chiesa, affinché un giorno un Papa possa farne uso.   Perché preservare la Tradizione non significa semplicemente preservare i principi. Preservare la Tradizione significa preservare le anime che la incarnano, che la vivono. Questo è il vostro caso, questo è il caso delle famiglie cattoliche tradizionali, questo è il caso di coloro che scelgono una vocazione religiosa o sacerdotale. Questa è la Tradizione. Non si tratta solo di libri o principi.   Ho quindi spiegato al papa che questo è il servizio che vogliamo rendere alla Chiesa, fino al giorno in cui lui, o uno dei suoi successori, desidererà farne uso.   Ho inviato quella seconda lettera a novembre, e la risposta è arrivata qualche giorno fa, anzi, una settimana fa, venerdì scorso, sì, otto giorni fa. Ma questa risposta non teneva conto di ciò che stavamo proponendo. Si trattava semplicemente di una minaccia di ulteriori sanzioni se la Fraternità avesse portato avanti l’idea di consacrare i vescovi.   Ecco tutto. È stato piuttosto deludente. Davvero deludente.   Pochi giorni dopo, come sapete, abbiamo annunciato le consacrazioni.  

Perché consacrare

Domanda: Quindi non avete ancora ricevuto l’approvazione del Papa. Perché, ciononostante, vi sentite in dovere di consacrare i vescovi?   Risposta: È per il bene delle anime. L’unica cosa da considerare è questa: siamo qui sulla terra per salvare le nostre anime. Questo lo sapete. Tutto ciò che facciamo nella nostra professione, nella nostra famiglia, nei nostri progetti, tutto, senza eccezione, è ordinato, direttamente o indirettamente, alla salvezza delle nostre anime, alla nostra salvezza.   Ora, la Chiesa esiste per garantire i mezzi necessari a questa salvezza. Su questo punto siamo tutti d’accordo.   Ma la Chiesa ufficiale di oggi, in una normale parrocchia, ci fornisce i mezzi necessari per raggiungere la salvezza? Vi troviamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno? Vi troviamo un catechismo veramente cattolico? Viene insegnata la morale cattolica, cioè come comportarsi? Viene insegnata la verità? Vengono amministrati i sacramenti necessari alla salvezza, secondo quanto la Chiesa ha sempre fatto? C’è ancora un senso del peccato, un senso dell’assoluzione, un senso di conversione morale? Tutto questo viene insegnato e praticato in una normale parrocchia?   È ovvio che non lo è. No. Altrimenti, non sareste qui. Altrimenti, la Fraternità Sacerdotale San Pio X non esisterebbe.   Indipendentemente dalle consacrazioni episcopali, giustifichiamo già il nostro apostolato proprio perché esiste uno stato di necessità all’interno della Chiesa. Ebbene, è a causa di questo stato di necessità che questa decisione diventa imperativa; è imperativa, ancora una volta, per il bene delle anime.   E serve anche, direi, a mandare un segnale alla Chiesa. La Chiesa stessa deve capire che esiste – gli uomini della Chiesa, chiaramente – per servire le anime, per condurre le anime in cielo, per strapparle all’inferno, per liberarle dal peccato. Esiste proprio per questo scopo.   Eppure questo manca, e la sua mancanza si fa sempre più acuta. Da qui la necessità di fare tutto il possibile per salvare le anime. Questo è ciò che si definisce stato di necessità.   Si tratta dunque di una situazione estrema, ma che esige, che richiede, soluzioni proporzionalmente estreme; ne siamo consapevoli.  

La Fraternità sta sfidando la Chiesa?

Domanda: Lei parla molto del concetto di servizio: servizio reso alle anime, servizio reso alla Chiesa. Ma in pratica – e questa è un’accusa rivolta alla Fraternità; era il titolo di La Croix il giorno dopo l’omelia da lei pronunciata il 2 febbraio – la Fraternitàsembra dare l’impressione di sfidare la Chiesa. Come si posiziona rispetto a questa affermazione e qual è la risposta appropriata?   Risposta: Precisamente, non stiamo sfidando la Chiesa, la stiamo servendo. Stiamo servendo la Chiesa nelle anime, ancora una volta. E tutto ciò che facciamo – non dimentichiamolo, come ho detto prima – è destinato a mettere la Tradizione al servizio della Chiesa stessa, in quanto istituzione, cioè al servizio del papa e della gerarchia, perché la Tradizione appartiene alla Chiesa.   Abbiamo ricevuto un’eredità di cui beneficiamo, un’eredità che non è iniziata nel 1970 con la fondazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Quest’eredità è il lascito di duemila anni di storia della Chiesa, di duemila anni di Magistero e di duemila anni di Tradizione.   Preserviamo questa eredità affinché possiamo viverla noi stessi e per amore delle anime che si rivolgono a noi in cerca di aiuto. Ma ripeto: è anche per la Chiesa stessa. È una fiaccola che teniamo accesa anche per gli altri, persino per coloro che non condividono le nostre idee e persino per coloro che non sono cattolici. Non importa: un giorno, le anime dovranno convertirsi. Ma certamente, qualcuno dovrà pur predicare la verità. Altrimenti, a cosa si convertirebbero queste anime?   È in questo senso che serviamo la Chiesa, anziché sfidarla. Affermare che la Fraternità sfida la Chiesa è, in ultima analisi, un’interpretazione molto superficiale. No: la Fraternità rifiuta tutto ciò che distrugge la Chiesa.   Ora, riguardo a tutte queste nuove idee – e si potrebbero citare molti esempi – ne menzionerò solo uno, un caso molto concreto e recente. Pochi giorni fa, il 27 gennaio, si è celebrata la Giornata della Memoria dell’Olocausto, una giornata dedicata al ricordo dell’Olocausto, della Shoah.   In questa occasione, il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede – ovvero il successore del Sant’Uffizio, precedentemente noto come Inquisizione Romana; il nome è cambiato, ma resta lo stesso tribunale dottrinale della Santa Sede, un’istituzione che esiste ancora oggi e la cui funzione è centrale – dichiarò, in un discorso ufficiale a tutti i membri del suo dicastero, che l’Inquisizione – proprio quell’organo di cui egli stesso è erede – era paragonabile alla Gestapo.   In altre parole, la Santa Chiesa, che ha profuso sforzi immensi nel corso dei secoli per preservare la Fede, avrebbe agito come la Gestapo sotto il regime nazista.   Chi ama dunque la Chiesa? Chi ama la Tradizione della Chiesa? Chi ama la difesa della Fede, della verità e della purezza dottrinale così come è stata sostenuta dalla Chiesa nel corso dei secoli? Chi ama queste cose?   Noi, dal canto nostro, non ce ne vergogniamo. Non ci vergogniamo della condanna degli errori. È grazie a queste condanne – e alle definizioni dogmatiche – che siamo riusciti a preservare la Fede.   Paragonare questo tribunale dottrinale, al quale i papi hanno dedicato tanta attenzione e impegno nel corso dei secoli, alla Gestapo è un atto infame. E non è solo inaccettabile; è un segno. È il segno che, purtroppo, c’è chi si vergogna della Chiesa. Si vergogna della propria madre.   Quanto a noi, non ci vergogniamo di nostra madre. No, siamo figli della Chiesa.   È in questo spirito che la Fraternità cerca di servire la Chiesa. È fondamentale comprenderlo.   Abbiamo duemila anni di storia alle spalle. Non dimentichiamolo mai.  

Lo stato di necessità e la missione canonica

Domanda: Padre, lei ha parlato dello stato di necessità, e abbiamo ben compreso che questo stato di necessità consiste nel bisogno delle anime di ricevere i sacramenti e di essere istruite nella pienezza della Fede. Abbiamo anche compreso che questo stato di necessità è universale. Non riguarda solo questa o quella specifica parrocchia, ma, in un certo senso, le parrocchie di tutto il mondo oggi.   Tuttavia, un’obiezione viene spesso sollevata riguardo al nostro ministero di evangelizzazione: ovvero, la presunta mancanza di giurisdizione che esercitiamo su di esse, o l’assenza di una missione canonica all’interno della Chiesa, circostanze che renderebbero il nostro ministero un atto alquanto selvaggio. Infatti, il seminario di Écône fu un tempo definito un «seminario selvaggio» – non un seminario di selvaggi, badate bene, ma un seminario selvaggio – per suggerire che le sue attività si svolgevano al di fuori delle regole stabilite.   Come si potrebbe rispondere a tutto ciò? Come possiamo giustificare, nello stato attuale della Chiesa, il nostro ministero delle anime? La semplice invocazione dello stato di necessità non è forse una sorta di «jolly» usato per giustificare praticamente qualsiasi cosa?   Risposta: Il principio fondamentale è la salvezza delle nostre anime; questa è la ragione stessa della nostra presenza sulla terra. Se Dio ci concede sessanta, settanta o persino cento anni in questa vita, è per la salvezza delle nostre anime.   Ora, se non si riescono a trovare i mezzi necessari per questa salvezza all’interno delle strutture ordinarie della Chiesa, allora credo che tutti coloro che ne hanno la possibilità abbiano il dovere di provvedere a tali necessità attraverso altri mezzi. In nome di chi? In nome della carità. In nome della carità.   La Fraternità viene spesso accusata di essere severa. Permettetemi quindi di chiarirlo subito: non siamo esenti dal peccato originale. Abbiamo bisogno dei sacramenti, della confessione; portiamo il peso del peccato originale proprio come tutti gli altri. Questo è un dato di fatto.   Detto ciò, abbiamo un dovere di carità: fare tutto ciò che è in nostro potere, al nostro posto, per salvare le anime.   Se ci manca una missione canonica, una missione ufficiale, è proprio perché c’è un problema all’interno della Chiesa. La Chiesa sta rivolgendo sempre più la sua attenzione verso obiettivi diversi dalla salvezza delle anime, obiettivi molto più legati a questo mondo. Le questioni ecologiche, ad esempio.   Potremmo parlare per ore della teologia «verde» di Papa Francesco. Perché questa ossessione per gli alberi, l’acqua, la pioggia e il clima? Perché questa ossessione?   Perché se perdiamo di vista la prospettiva eterna, se perdiamo di vista il fatto che questa vita è ordinata verso l’eternità, verso la vita futura, che siamo qui per operare la nostra salvezza, allora concentreremo tutti i nostri sforzi non sulla preparazione al paradiso, ma sullo sviluppo di questa terra, fino al punto di voler creare un paradiso artificiale, perché in pratica non crediamo più nel vero paradiso.   Da quel momento in poi, i veri problemi diventano i prati, la pulizia delle strade, i rifiuti, l’acqua potabile e così via. Questi possono essere argomenti interessanti, ma non è compito della Chiesa occuparsene.   È dunque in nome della carità verso le anime che, anche senza una missione ufficiale, anche senza un mandato diretto da parte di un’autorità occupata da altre questioni e avente altre priorità, dobbiamo venire in aiuto delle anime.   È un dovere, sotto una denominazione diversa, ma non per questo meno importante.   Questo non significa che la Fraternità sia esente da difetti. Il fatto che invochiamo la carità non implica che tutto ciò che facciamo sia immune dall’errore umano. No, siamo esseri umani come tutti gli altri. Ma abbiamo questa determinazione a servire la Chiesa con la massima libertà; e questo è molto importante.   Nulla dovrebbe fermarti. Nulla dovrebbe essere un ostacolo alla professione della verità, alla sua conoscenza o all’uso di tutti i mezzi necessari alla tua salvezza.   Questo è fondamentale. Siamo qui per questo motivo.  

Il dilemma: tradizione o comunione?

Domanda: Padre, la maggior parte dei fedeli qui presenti non ha vissuto le consacrazioni del 1988. Non hanno dovuto fare una scelta. Alcuni di noi sono convertiti e hanno dovuto fare questa scelta. Ma molti di noi, in un certo senso, sono nati nella Fraternità; siamo cresciuti al suo interno. Abbiamo frequentato le università estive e invernali; abbiamo completato tutti i requisiti.   Eppure, anche se comprendiamo appieno tutto ciò che ci state dicendo ora, verrà un momento, con le consacrazioni episcopali, in cui alcuni di noi rischieranno di provare, nonostante tutto, e data la componente umana in gioco, una sorta di dilemma corneliano. Potremmo sentire che è giunta l’ora della nostra scelta personale, e che dovremo scegliere tra la Tradizione integrale di cui parlate e la piena comunione con la Chiesa.   Questo dilemma rischia di presentarsi proprio in questo modo. Potrebbe approfondire la sua risposta affrontando la questione da questa specifica prospettiva?   Risposta: Prima di affrontare il dilemma, bisogna comprendere chiaramente che, nel corso della vita, prima o poi, certe decisioni diventano inevitabili e certe scelte necessarie. Questo, se vogliamo, è ciò che distingue il bambino dall’adulto.   Il bambino dipende dai genitori. Sono loro che prendono le decisioni per suo conto. Ma quando un bambino diventa adulto, deve assumersi responsabilità di gravità e importanza sempre maggiori.   Ora, senza dubbio, le consacrazioni episcopali rappresenteranno la necessità di fare una scelta, una scelta che potrebbe rivelarsi difficile. Perché? Perché queste consacrazioni hanno un carattere divisivo. Serviranno da segno di contraddizione, se vogliamo, un concetto che potremmo approfondire ulteriormente.   Questo, quindi, porrà ciascuno di noi, al proprio livello, di fronte a una scelta; una scelta che può avere conseguenze, comprese conseguenze sociali. Ci saranno forse amici che non capiranno.   È fondamentale comprendere ancora una volta che la posta in gioco in questa scelta è altissima: si tratta della salvezza delle nostre anime e dell’esempio che daremo agli altri.   Ora, riguardo al dilemma in sé: bisogna scegliere tra la Fede integrale, la Tradizione integrale e la piena comunione con la Chiesa?   No. In realtà, questo dilemma è mal posto. Lo dico con il massimo rispetto. La domanda in sé è legittima, ma è formulata male.   La comunione all’interno della Chiesa si fonda, prima di tutto, sulla fede. Che cosa significa essere in comunione? Essere in comunione con il papa, con la gerarchia della Chiesa, significa condividere la stessa fede; per usare un termine semplice, anche se forse non il più preciso.   Si è in comunione perché si crede nelle stesse cose. Si crede in tutto ciò che la Chiesa insegna; si aderisce ad esso; e, in virtù di ciò, si è in comunione.   Questo è molto importante. Questo è il significato della comunione. Non è un sentimento; non è una formalità amministrativa. No. La comunione è comunione nella fede, nella fede integrale.   In altre parole, nessun dogma, nessuna verità può essere assente da questo fondamento di comunione, e nessun errore può esservi introdotto. Questo è di cruciale importanza.   Ora, è proprio preservando la Fede e la Tradizione della Chiesa che sosteniamo il fondamento di questa comunione. Vedete, dunque, che la comunione con la gerarchia della Chiesa, in quanto tale, e la Tradizione integrale sono due realtà a cui non possiamo rinunciare. Non si tratta di scegliere tra l’una e l’altra. Non è un dilemma. Dobbiamo sostenerle entrambe, senza riserve.   Ovviamente, non si può essere in comunione riguardo a elementi che, di per sé, non possono costituire il fondamento della comunione ecclesiastica. Un errore non può servire da base per la comunione. Questo è di cruciale importanza.

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Un esempio di errore dottrinale

L’esempio che abbiamo citato nei giorni scorsi, particolarmente eclatante, riguarda l’affermazione di Papa Francesco secondo cui la pluralità delle religioni è voluta dalla Divina Sapienza, voluta da Dio stesso. Dio, si sostiene, ha voluto la pluralità delle religioni in quanto tale.   Questa affermazione è cattolica? Dio vuole forse che questa sia la vera religione, con gli errori accanto? No. Questa è un’aberrazione. È inconcepibile.   Dio si rivela; si è fatto conoscere. Perché? Perché esiste una sola verità, la verità che ci giunge attraverso Nostro Signore, attraverso l’Incarnazione.   Perché Nostro Signore si è incarnato? Per manifestare, attraverso la sua umanità e la sua predicazione, un solo Dio, una sola verità, un solo Vangelo.   Come può un papa affermare che Dio ha voluto la pluralità delle religioni? È inammissibile. È follia. Sì, è follia.   È dunque possibile essere in comunione con un’affermazione del genere? Può un’affermazione simile servire da fondamento per la comunione cattolica? È fantascienza; è Star Wars; è inconcepibile.   Suscita un sorriso, eppure allo stesso tempo è tragico. Sì, è tragico.   Poveri disgraziati! Pensate alla sofferenza di coloro che ascoltano cose simili. È quindi prevedibile che, dopo un certo tempo, le persone si allontanino dalla Chiesa. Se Dio ha veramente voluto la pluralità delle religioni, un’affermazione del genere non può che generare indifferenza. E se si diventa indifferenti, prima o poi si abbandona la Chiesa.   Ci si chiede: perché la gente non va più in chiesa? Proprio perché tali affermazioni, alla lunga, non provocano altro che indifferenza verso la verità.   Possiamo essere in comunione con questo? Assolutamente no. È impossibile. C’è un solo Dio. Questo è il Primo Comandamento.   Visto che è emerso il tema della comunione, vorrei cogliere l’occasione per aggiungere un’osservazione. Si dice spesso che la Fraternità non sia in piena comunione. Lo avrete sentito dire: che siamo presumibilmente ai margini della comunione ecclesiale; che non siamo in piena comunione.   Ma che cos’è la comunione parziale? È variabile? Anche questa è una nozione tipicamente moderna, che non ha nulla a che vedere con la teologia della Chiesa.   Nella Chiesa, o si è membri o non si è; o si è in comunione o non lo si è.   È proprio come nel matrimonio. Nel matrimonio, o si è sposati o non lo si è. Il fatto di avere dei disaccordi con la propria moglie, o che esista un problema, non significa che si sia sposati al 90%. No. Un matrimonio è valido o è nullo.   Lo stesso vale nella Chiesa. O si possiede la fede cattolica, e si è quindi in comunione con la Chiesa, oppure non la si possiede, e non si è in comunione.   Questo modo di parlare moderno — «sono scismatici», «non lo sono», «sono in comunione», «non lo sono», «non sono in piena comunione» — è solo chiacchiere.   O si è in comunione o non lo si è. E se si è in comunione, perché? Perché si condivide la stessa fede. La fede è il fondamento della comunione.   Se esiste una gerarchia all’interno della Chiesa, perché Dio l’ha istituita? Perché ci sono un papa e dei vescovi che insegnano? Proprio per questo motivo: per insegnare la Fede, non per altro; non per l’ecologia, non per piantare alberi. Non è questo lo scopo della Chiesa.  

Internet non sostituisce i sacramenti

Domanda: Padre, lei parla di tutti questi errori presenti nella Chiesa attuale e ci aiuta a prenderne coscienza. Tuttavia, questa consapevolezza è ormai piuttosto diffusa. Possiamo constatare che questi errori sono stati denunciati da tempo, soprattutto su internet. Non sarebbe più opportuno lasciare che la Fraternità si sviluppi nella fiducia nella Provvidenza, piuttosto che intervenire con questo gesto pubblico, con queste consacrazioni che, come lei ha detto, creeranno una certa divisione e potrebbero ostacolare questo movimento?   Risposta: Si potrebbe pensare che forse questo movimento dovrebbe essere lasciato proseguire. Grazie a Dio, all’interno della Chiesa sta crescendo la consapevolezza di questi errori. Oggi assistiamo a reazioni impensabili venti o trent’anni fa. Le piattaforme e internet, nonostante tutto, permettono ancora la diffusione di buone idee. Questa consapevolezza è favorita dagli scambi, dalle piattaforme, anche al di fuori della Fraternità . Ognuno progredisce al proprio ritmo, secondo la propria prospettiva, ma questo fenomeno è innegabile.   Vi è dunque una maggiore consapevolezza di questi errori. Di conseguenza, non dovremmo forse lasciare che questo movimento si sviluppi, senza intervenire con un gesto forte come le consacrazioni episcopali che potrebbero, in apparenza, minacciare di distruggere tutto? Questa è una possibile impressione.   Dobbiamo però fare attenzione: la vita cristiana non può esaurirsi in una mera adesione formale. Professare la propria fede non significa semplicemente cliccare «mi piace» dopo aver letto qualcosa di cattolico online o aver ascoltato un podcast su YouTube. La vita cristiana, che scaturisce da questi principi di fede, da queste professioni di fede, deve tradursi in una vita in cui la grazia agisca realmente nell’anima.   E questo implica necessariamente i sacramenti, il Santo Sacrificio della Messa, l’Eucaristia, la confessione e l’insegnamento della dottrina.   È il Signore stesso che ha edificato la Sua Chiesa sui sacramenti. Le anime saranno santificate dai sacramenti fino alla fine dei tempi. Questa è la Sua volontà.   Ora, per avere i sacramenti, servono i sacerdoti. E per avere i sacerdoti, servono i vescovi. Una semplice consapevolezza generale non è quindi sufficiente se, allo stesso tempo, non ci sono mezzi concreti per sostenere e aiutare le anime. E questi mezzi coinvolgono il sacerdozio, quindi i vescovi.  

Perché la Fraternità non può diventare un Istituto Ecclesia Dei ?

Domanda: Questa vita cristiana di cui parli non è dunque una mera teoria, né un mero atto di adesione intellettuale: presuppone un’applicazione pratica attraverso la Messa e i sacramenti.   Oggi, senza dubbio più che nel 1988, esistono numerose comunità in tutto il mondo – e non solo nel nostro Paese – che beneficiano della Messa tradizionale in latino, e probabilmente anche di buona parte del catechismo tradizionale, della confessione tradizionale, etc.   Non è forse sufficiente oggi? La Fraternità stessa non dovrebbe forse aspirare a ottenere uno status simile a quello di queste comunità? In che modo i sacramenti offrono qualcosa in più rispetto a quanto queste comunità già sono in grado di fare?   Risposta: È una questione delicata. Perché? Perché, concretamente, dobbiamo parlare degli istituti Ecclesia Dei. Nel linguaggio più comune, in Francia vengono talvolta chiamati «ralliés»; ma parliamo invece di Ecclesia Dei. È più preciso. E non sono gli unici: esiste anche tutta una serie di sacerdoti diocesani che, senza appartenere a un istituto particolare, hanno riscoperto la Messa tridentina, soprattutto dopo il motu proprio di Papa Benedetto XVI.   Ci si potrebbe quindi chiedere: la Fraternità Sacerdotale San Pio X non dovrebbe forse adottare anch’essa questo status? Perché non dovrebbe diventare, concretamente, un istituto di Ecclesia Dei ?   È una domanda molto audace. Smuove le acque…   Voglio rispondere in modo semplice e franco, ancora una volta. Atteniamoci ai principi: qui non stiamo giudicando le singole persone.   Gli istituti Ecclesia Dei esistono grazie all’esistenza della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Storicamente, la loro nascita risale al 1988, in seguito alle consacrazioni. Roma voleva creare un’alternativa per tutti coloro che simpatizzavano con la liturgia tridentina tradizionale, ma che non volevano aderire al cosiddetto «scisma» dell’arcivescovo Lefebvre. Questa è la storia.   Hanno quindi creato questa categoria Ecclesia Dei, all’interno della quale si collocano diversi istituti.   Ora, guardando indietro, cosa si può dire della vita di questi istituti? Roma li ha protetti? Ha offerto loro delle garanzie? Ha mantenuto le sue promesse? Questi istituti sono davvero al sicuro grazie alla protezione romana? Hanno la libertà di dire tutto ciò che pensano, o almeno tutto ciò che speriamo pensino? Non hanno forse, in realtà, una spada di Damocle che pende sulla loro testa?   Si tratta di fatti, eventi e cronache che tu conosci quasi meglio di me.   Questi istituti si trovano in una situazione in cui, prima di tutto, è il vescovo locale ad avere il potere di accoglierli o espellerli, di concedere loro l’approvazione o di escluderli. Ma se hai una famiglia e la cappella dove vai a Messa viene improvvisamente chiusa perché il vescovo ha cambiato idea, dove vai con la tua famiglia? Torni alla Nuova Messa?   Questa situazione alquanto peculiare in cui si trovano, questa spada di Damocle che pende sulle loro teste, li costringe al silenzio. Eppure, quando si celebra la Messa tridentina, si mette inevitabilmente in discussione la Nuova Messa, semplicemente perché le due non coincidono; e, di conseguenza, si mettono in discussione anche il Concilio, la nuova dottrina, etc.   Ma se non puoi parlare liberamente, se non puoi predicare liberamente, se non puoi esprimerti liberamente, perché farlo comporterebbe la revoca del tuo privilegio di celebrare la Messa tridentina in quella cappella, allora sei di fatto paralizzato.   E quando non si riesce a esprimere le cose con chiarezza, proprio quando la chiarezza è necessaria, alla lunga si finisce per cambiare il proprio modo di pensare.   Lo dico sinceramente, non con amarezza, ma con compassione per questi poveri sacerdoti, per queste povere anime che cercano sinceramente qualcosa di più serio, qualcosa di più tradizionale. Ne hanno diritto. Eppure lo cercano in un contesto in cui non hanno alcuna garanzia di poterlo conservare per sempre.   Ora, possiamo davvero vivere senza la garanzia di poter sempre celebrare la Messa, insieme alla certezza di una dottrina e di una predicazione conformi alla Tradizione perenne? Non possiamo mettere le nostre anime in una situazione così fondamentalmente precaria. Semplicemente non possiamo.   Nel 2019, la Commissione Ecclesia Dei in quanto tale – ovvero l’istituzione che sovrintendeva a questi vari istituti – è stata abolita da papa Francesco. La cosa interessante è che gli istituti stessi esistono ancora, mentre la struttura che li governava è scomparsa. Perché? La spiegazione ufficiale fornita dalla Santa Sede è che la Commissione Ecclesia Dei fu istituita nel 1988 per facilitare il reinserimento nella Chiesa di coloro che non volevano aderire allo «scisma» dell’arcivescovo Lefebvre; e che, oggi, essi sono considerati sufficientemente reintegrati nelle rispettive parrocchie.   Non è vero. Ma si vede l’intenzione dietro a tutto questo.   Da parte mia, credo che, poiché ognuno di noi ha una sola anima, dobbiamo fare tutto il possibile per garantirle delle tutele. Così come desideriamo avere una casa, riscaldarla, mettere il cibo in tavola per vivere, allo stesso modo dobbiamo offrire alle nostre anime almeno delle garanzie equivalenti.   Ecco perché non credo sia l’ideale che la Fraternità diventi un istituto di Ecclesia Dei. Ecco. Non credo sia la volontà di Dio. Ecco. Non lo credo.

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Lo stato di necessità oggi

Domanda: Padre, cerchiamo di essere un po’ diretti: credi davvero che il bisogno di anime sia oggi così urgente come lo era nel 1988?   Risposta: Credo che oggi sia ancora più evidente. Abbiamo già dato questa definizione di stato di necessità: è la difficoltà di trovare, all’interno di una parrocchia, i mezzi necessari per garantire la nostra salvezza: la verità, la predicazione della verità, la morale cattolica e i sacramenti.   Penso che oggi sia persino peggio. Molto peggio. Le decisioni prese da Papa Francesco sono catastrofiche. Sì, catastrofiche. La morale tradizionale in materia di matrimonio è stata distrutta. È crollata. Sempre in nome, ovviamente, della comprensione, dell’ascolto e dell’adattabilità. E quindi, tutto è giustificato.   Permettetemi di farvi un esempio molto concreto. Ci sono molti giovani tra voi; siete tutti giovani… beh, non proprio tutti, a dire il vero. Vedo che ce ne sono uno o due. Ma la maggior parte di voi, sì.   Un giorno avrete dei figli. Immaginate cosa significherebbe se andaste a Messa con loro e, in una chiesa, una coppia gay – scusate se tiro fuori l’argomento – venisse benedetta dal sacerdote.   Come spiegherete ai vostri figli che questo non è un matrimonio, che è qualcosa di eccezionale, ma comunque voluto da Papa Francesco in nome dell’inclusione ecclesiale? Come pensate che possano capirlo? E questo rende le cose ancora più difficili.   Come si può spiegare tutto questo ai bambini? Ai bambini, non dimentichiamolo, che si troveranno a loro volta ad affrontare un mondo estremamente aggressivo. Tutta questa campagna LGBT, tutta questa pressione – voi conoscete tutte queste aberrazioni meglio di me – diventerà sempre più intensa. È diabolica.   Ma se avete una Chiesa che, invece di mettere in guardia i suoi figli e proteggere le anime, benedice tali cose, come lo spiegherete ai vostri figli? Come li crescerete in un contesto simile, quando cominceranno ad avere dubbi, quando non capiranno più cosa sta succedendo?   Devono essere protetti. Questo è ciò che costituisce uno stato di necessità. Questo esempio può sembrare un po’ crudo, lo ammetto, ma è reale. È reale.   La Chiesa sta abbracciando pienamente tutte le principali aspirazioni del mondo moderno. L’intera questione LGBT la sta influenzando. Sono andati a Roma in pellegrinaggio; a Roma, in pellegrinaggio! Non per chiedere perdono per i loro scandali e i loro peccati; no, ma piuttosto per dimostrare pubblicamente che finalmente possono compiere il loro pellegrinaggio come individui LGBTQ+, con tutto ciò che questo comporta. È incredibile. È incredibile.   Questa è la condizione di necessità. E credo che non riconoscere quanto sia grave, non comprendere che le anime devono essere protette da tutto ciò, sia quasi un peccato contro lo Spirito Santo: negare che esista un problema così grave dal quale dobbiamo difenderci.   Ecco cosa significa necessità. Nel 1988 non eravamo ancora arrivati ​​a questo punto. Esisteva ancora una certa moralità naturale, una certa concezione del matrimonio. Oggi, tutto sta crollando.   Le consacrazioni creeranno una gerarchia parallela?   Domanda: Come avete dimostrato, questo stato di necessità è universale. È grave, perché non fa che peggiorare. Colpisce anche la società civile. Pertanto, riguarda l’intera vita umana, sia sul piano religioso che su quello civile.   Questo aveva già spinto l’arcivescovo Lefebvre a procedere con le consacrazioni del 1988. Con il passare degli anni, questa situazione eccezionale si protrae sempre più a lungo, e alcuni ci accusano, attraverso queste consacrazioni, di voler instaurare una gerarchia parallela all’interno della Chiesa. L’argomentazione della salvezza delle anime è comprensibile, ma come possiamo rispondere a coloro che ci accusano di creare una gerarchia parallela, o addirittura una Chiesa parallela?   Risposta: È fondamentale comprendere cosa sia una Chiesa parallela, soprattutto in relazione all’episcopato.   Una Chiesa in cui i vescovi sostituissero i vescovi della gerarchia cattolica: ecco come sarebbe una vera Chiesa parallela. Tuttavia, la gerarchia della Chiesa, della Chiesa che insegna, è composta dal papa e da tutti i vescovi che hanno giurisdizione, vale a dire i vescovi che generalmente portano un titolo diocesano, i vescovi ordinari di una diocesi, i parroci ordinari che, in quanto tali, hanno la responsabilità dell’insegnamento. Si dice che essi abbiano giurisdizione.   Tuttavia, non tutti i vescovi hanno giurisdizione nella Chiesa, almeno non nello stesso senso. Ci sono vescovi che sono a tutti gli effetti vescovi, ma che non sono, ad esempio, il vescovo di Châteauroux o di Parigi. Prendiamo l’esempio di un vescovo ausiliare: egli assiste un altro vescovo nello svolgimento delle sue funzioni, ma non è egli stesso il vescovo della diocesi.   Ci sono anche vescovi emeriti, ovvero vescovi in ​​pensione. Il vescovo emerito di Parigi, ad esempio, non è più vescovo della diocesi; rimane vescovo, ma non esercita più tale giurisdizione.   I vescovi della Fraternità saranno appunto vescovi senza giurisdizione. Saranno presenti unicamente per aiutare le anime, amministrare i sacramenti, servirle, ma non con l’autorità gerarchica che appartiene alla Chiesa propriamente detta.   È in questo senso che i nostri vescovi, sia quelli che già abbiamo sia quelli che avremo, a Dio piacendo, il 1° luglio, non possiederanno questa qualità, questo potere che solo il papa può conferire.   Vorrei aggiungere che la Fraternità Sacerdotale San Pietro ha sempre sostenuto questi principi. A quasi quarant’anni di distanza, conserva ancora questa chiara consapevolezza che i suoi vescovi sono lì per aiutare, per sostenere, ma non per usurpare una giurisdizione che solo il papa può conferire.   Questo è un aspetto molto chiaro all’interno della Fraternità.  

La Fraternità è l’unica via per la salvezza?

Domanda: Padre, parliamoci chiaro: visto il ruolo che la Fraternità svolge oggi al servizio delle anime, possiamo affermare che fuori dalla Fraternità non c’è salvezza?   Risposta: Riconosco che si tratta di una domanda molto diretta.   Quindi no: la formula è «fuori dalla Chiesa non c’è salvezza», e non «fuori dalla Fraternità non c’è salvezza». Teologicamente, questo non è corretto.   Come dovremmo dunque concepire la Fraternità, il nostro attaccamento ad essa, il nostro amore per essa? Dobbiamo comprendere che, in questa situazione catastrofica, la Fraternità rappresenta per noi un mezzo per rimanere fedeli alla Chiesa. Non è la stessa cosa. Per noi, è il mezzo privilegiato per rimanere fedeli alla Chiesa.   Esistono altri modi per rimanere fedeli alla Chiesa? Sì. Non possiamo dire che la Fraternità sia, in senso assoluto, l’unico mezzo.   Ma concretamente, esiste forse, alla nostra portata, un altro mezzo che ci offra la stessa libertà e le stesse garanzie: di ricevere la predicazione della verità, di poterla professare, di poter denunciare gli errori e coloro che li propagano, di ammonire i fedeli e di garantire i sacramenti?   Da un punto di vista teorico, non si può affermare che la Fraternità sia l’unica opzione disponibile. Altri mezzi potrebbero benissimo esistere. Ma se così fosse, quali sarebbero questi altri mezzi che offrirebbero le stesse garanzie?   Ebbene, vi rigiro la domanda: ditemi, dove, nelle parrocchie di oggi, trovate garanzie equivalenti? Ditemelo.   Perché qui, a mio avviso, dobbiamo fare una netta distinzione tra principi teorici e pratica hic et nunc —qui e ora.   E, per quanto mi riguarda, trovo estremamente difficile – nella pratica – reperire le stesse garanzie al di fuori della Fraternità.   Spero che questa sia una risposta sufficientemente diretta.

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Si può paragonare la Fraternità ai farisei?

Domanda: Ai tempi di Cristo, i farisei erano i custodi della tradizione. Si smarrirono a causa della superbia, arrivando persino a rigettare il Salvatore che attendevano. Come rispondete a coloro che affermano che la Fraternità soffre del peccato di superbia? Siamo forse i nuovi farisei?   Risposta: Questa domanda non è semplicemente diretta; è schietta.   Tuttavia, vorrei iniziare facendo una distinzione. Il termine «tradizione» è ambiguo in questo contesto.   La tradizione dei farisei era una tradizione artificiale, una tradizione umana contro la quale Nostro Signore si scagliò. Consisteva in tutta una serie di riti secondari, banali e insignificanti che erano stati aggiunti alla vera Legge di Mosè. Queste tradizioni umane venivano imposte agli altri e i farisei le usavano come metro di giudizio per i loro simili.   Si trattava, dunque, di una religione che era diventata completamente esteriore, ritualistica e, nella sua essenza, vuota.   Per noi, però, la Tradizione è qualcosa di completamente diverso. Non dimentichiamolo. La Tradizione è, insieme alla Sacra Scrittura, una fonte di Rivelazione. È attraverso la Tradizione della Chiesa che Dio si fa conoscere. Dio, che continua ad assistere la Chiesa attraverso i secoli, ci fa conoscere la Fede attraverso la Tradizione, con la T maiuscola.   È per questa ragione che, nel corso dei secoli, si è assistito a uno sviluppo del dogma e, di conseguenza, a nuove definizioni. Questo costituisce il sapere, il tesoro della Tradizione, che ci è giunto dagli Apostoli.   Parliamo dunque di due realtà completamente diverse. La prima tradizione doveva essere abolita, ed è proprio ciò che ha fatto Nostro Signore. La seconda, la nostra, è indispensabile. È necessaria per la nostra salvezza.   Ora, se qualcuno si chiede: non corriamo forse, nonostante tutto, il rischio di diventare i farisei del XXI secolo? Questa è una domanda legittima.   Anche qui, faccio una distinzione. Come ho già detto: portiamo il peccato originale proprio come tutti gli altri. Non siamo marziani esenti dalla condizione umana. Siamo esseri umani come tutti gli altri.   Ora, in ogni situazione concreta in cui è coinvolto l’elemento umano, è presente anche il peccato originale. Di conseguenza, in un dato caso, possiamo talvolta mostrare atteggiamenti inappropriati; tuttavia, ciò non inficia l’istituzione in quanto tale.   Si tratta di errori umani che si possono commettere. Quando si cerca di difendere la verità, a volte si può permettere che qualcosa di fin troppo umano si insinui nel proprio zelo.   Sì, può succedere. A volte possiamo pronunciare parole un po’ troppo dure, o adottare atteggiamenti che non tengono sufficientemente conto della difficoltà che gli altri incontrano nel comprenderci, nell’avvicinarsi alla Tradizione o nel compiere il passo necessario.   Può succedere; e quando succede, bisogna correggerlo, proprio come si corregge qualsiasi altro difetto personale.   Al contrario, è ingiusto – anzi, inammissibile – cogliere questo o quell’errore, questa o quella mancanza personale, come pretesto per etichettare l’intera Fraternità come composta da farisei o zeloti.   No, no, no. Ciò che rappresentiamo è la Tradizione della Chiesa. E dobbiamo distinguere, ancora una volta, tra l’istituzione, tra la verità che essa sostiene, e le mancanze umane che possono esistere in uno o nell’altro individuo.  

Cosa farà la Fraternità se Roma condannerà le consacrazioni episcopali?

Domanda: Più nello specifico, tornando all’annuncio da lei fatto riguardo alle consacrazioni episcopali previste per il 1° luglio per la Fraternità Sacerdotale San Pio X – consacrazioni che conferiranno il potere dell’Ordine sacro, ovvero la capacità di conferire i sacramenti, ma non il potere di giurisdizione – è necessario richiedere un mandato papale al Papa, come previsto dal diritto canonico.   Senza fare previsioni o perdersi in fantasie, pensi che Papa Leone XIV potrebbe accettare questa richiesta? O almeno astenersi dall’intervenire, lasciando che le cose procedano senza approvarle esplicitamente? Come vedi la situazione?   Risposta: Tutto è possibile. Sì, tutto è possibile.   Vorrei dire questo: così come Benedetto XVI ha revocato i decreti di scomunica nel 2009 – cosa che sembrava del tutto inaspettata – credo che un papa possa comprendere che la Fraternità agisce con retta intenzione. Questo mi sembra ovvio. Abbiamo una retta intenzione. Siamo molto diretti, come abbiamo affermato: diciamo ciò che pensiamo.   Il Papa può dunque comprendere questo, persino apprezzarlo, pur senza necessariamente condividere la nostra posizione. E, se ha veramente a cuore le anime, allora, per il bene di tutte quelle anime che, in un modo o nell’altro, direttamente o indirettamente, si rivolgono alla Fraternitào la considerano un punto di riferimento, credo che un papa potrebbe teoricamente cogliere questa particolare necessità da parte della Fraternità.   È possibile. Sì, è possibile. Ma, ancora una volta, tutto questo dipende da Dio, dalla Provvidenza e dalla buona volontà del papa.   Penso che annunciare le consacrazioni episcopali con cinque o sei mesi di anticipo ci permetta di prepararci al peggio; ma dia anche al Papa il tempo di riflettere e, spero, di ricevere ulteriori chiarimenti da parte nostra, affinché possa comprendere meglio la nostra buona volontà.   Tutto ciò è possibile. D’altra parte, non credo che il papa abbraccerà pienamente la Tradizione da qui al 1° luglio. Umanamente parlando, non è una prospettiva plausibile. Ma che possa comprenderla, questo sì, è possibile.   Domanda: Cosa farà la Fraternità Sacerdotale San Pietro se la Santa Sede decidesse di condannarla? Ci avete detto che, nella lettera di risposta del Cardinale Fernández, c’erano più minacce che altro. E, come fedeli, pensiamo naturalmente alla scomunica inflitta ai vescovi all’epoca; ci chiediamo anche se potremmo essere in qualche modo coinvolti. Cosa dovremmo pensare di tutto ciò?   Risposta: Nella vita, dobbiamo scegliere. L’ho già detto. La vera questione è questa: davanti a Dio, è meglio garantire alle anime ciò di cui hanno bisogno per la loro salvezza – perché non si tratta di un passatempo, né di una preferenza, né di un privilegio, ma di una necessità – anche se ciò significa sopportarne le conseguenze, oppure, per timore di tali conseguenze, abbandonare questa missione?   Se me lo chiedete, da parte mia la decisione è già stata presa. È stata annunciata il 2 febbraio. È una decisione molto seria, e vi assicuro che è stata preceduta dalla preghiera, dall’attesa, dal discernimento. Non torneremo indietro. Non possiamo tornare indietro.   Questo è nelle mani della Provvidenza del buon Dio. Ma Dio chiede a ciascuno di noi di fare la propria parte. E mi sembra che nel 2026, la nostra parte, di tutti noi, ciascuno secondo il proprio ruolo, consista proprio nell’andare avanti, nel guardare al futuro.   Oserei dire: proprio come pensavano di noi coloro che ci hanno preceduto. Se siamo qui oggi, è perché qualcuno ha permesso a ciascuno di noi di conservare la fede: i nostri genitori, le nostre famiglie, la Fraternità – bisogna dirlo – e l’arcivescovo Lefebvre.   Non si può negare: più passa il tempo, più la santità dell’arcivescovo Lefebvre risplende.   Come ha potuto un solo uomo realizzare tutto ciò che ha fatto? Come ha potuto resistere, trasmettere la fede, trasmettere la Tradizione, l’amore per la Chiesa e l’amore per le anime? E come ha potuto, da solo, proprio al momento giusto, prima di lasciare questo mondo, trasmettere l’episcopato a vescovi che potessero continuare la sua opera? Come ha potuto prendere, da solo, una decisione di tale gravità?   Per noi oggi è facile, perché abbiamo il vantaggio della prospettiva a posteriori e perché seguiamo le sue orme. Ma, ai miei occhi, la risposta sta proprio lì: questo è il segno più bello di santità.   La vera santità è quella che permette all’anima di essere mossa dallo Spirito Santo, dalla sapienza di Dio e dai consigli di Dio. Il segno distintivo di un’anima pura è la sua docilità a tutto ciò che lo Spirito Santo può ispirare.   E più passa il tempo, più acquisiamo prospettiva, più diventa evidente che quest’uomo era veramente guidato dallo Spirito Santo. Che santità! Ed è incoraggiante rendersi conto che non esiste crisi, né nel mondo né nella Chiesa, per la quale Dio non sia pronto a suscitare mezzi proporzionati e uomini capaci di sapere cosa bisogna fare, nel momento stesso in cui bisogna farlo.   Che esempio ci ha dato quest’uomo! Che grandezza! Che santità! È magnifico.   E, con il passare degli anni, questo diventa sempre più evidente. Senza di esso, non saremmo qui. Vedete come una singola persona, un singolo uomo, può cambiare la storia se è veramente uno strumento docile nelle mani del buon Dio e se è pronto a fare qualsiasi cosa per compiere la volontà divina.   Questa è la via per la felicità. Questo è ciò che Nostro Signore ricompensa, non solo nell’eternità, ma già nel tempo, in questa stessa vita. Poiché oggi stai meditando sulla felicità, ebbene, questo esempio ne è una splendida illustrazione.

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Consiglio finale

Domanda: Padre, proprio su questo punto, un’ultima parola, per non dilungarmi troppo: quale consiglio vorrebbe offrire più in generale ai fedeli, ai nostri fedeli, a coloro che sono qui presenti oggi, in questa situazione attuale? Quale atteggiamento bisognerebbe adottare? Quali consigli pratici darebbe? Lei ha già parlato di preghiera, cosa ovvia, ma, concretamente, cosa si deve fare?   Risposta: Vorrei cogliere questa opportunità per dare seguito all’esempio che ci ha lasciato l’arcivescovo Lefebvre.   Direi questo: era un uomo libero, nel senso cattolico del termine. Anche tu devi essere libero. Puoi vedere chiaramente come il mondo ci circondi di ogni sorta di paure, idee strane e ostacoli, cose che ci frenano.   Un uomo libero è, nel profondo del suo cuore, un uomo che possiede un solo ideale e che orienta ogni cosa verso quell’unico ideale.   Questo è il consiglio che vi offro: meditate su questo, su questo esempio, su questa eredità che l’arcivescovo Lefebvre ci ha lasciato. Egli era veramente un uomo libero nel senso cristiano del termine; vale a dire, nulla poteva fermarlo. Nulla in lui poteva mai costituire un ostacolo al discernimento della volontà di Dio, né al suo compimento.   Ora, un uomo veramente libero, in questo senso, da questa prospettiva, è un uomo felice qui sulla terra e, naturalmente, nell’eternità.   Il mio consiglio, dunque, è questo: sforzatevi di liberarvi da tutto ciò che costituisce un ostacolo, da tutto ciò che vi opprime, da tutto ciò che vi impedisce di vedere dove la vostra anima deve andare, dove la vostra vita deve condurre, affinché possiate procedere senza difficoltà, senza impedimenti.   Questo è della massima importanza.   E quali potrebbero essere, concretamente, questi ostacoli? A volte è un pizzico di ambizione; a volte è la paura; e a volte è il pensiero: «Cosa dirà la gente di me?». E questi ostacoli possono moltiplicarsi all’infinito.   Dobbiamo scoprire la vera libertà, una libertà che non ha nulla a che vedere con la libertà di cui si parla oggi. La vera libertà è la libertà di fare il bene, di servire Dio. Questo è ciò che vi incoraggio a cercare, e questo è ciò che vi auguro: di possederla sempre più pienamente.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News https://fsspx.news/en/news/fr-pagliarani-answers-young-peoples-questions-about-decision-consecrate-bishops-57769

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