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Geopolitica

Non decolla la cooperazione tra UE e Taiwan sui microchip

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di Asianews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Il colosso taiwanese TSMC non ha piani per aprire stabilimenti di produzione in Europa. Per il dialogo sui semiconduttori, l’Unione rischia di incrinare i rapporti con la Cina. Parlamentare slovacco: ho la sensazione che il mio Paese e Taipei siano interessati a progetti per fabbricare chip in Slovacchia. Cresce il fronte europeo che chiede l’uscita dei Paesi Ue dal Forum 16+1, promosso da Pechino.

 

 

 

Fatica a decollare la cooperazione tecnologica tra Unione europea e Taiwan, e questo nonostante le recenti aperture reciproche. Ieri Taiwan Semiconductor Manufacturing Company Ltd (TSMC ), il primo produttore mondiale di microchip, ha dichiarato di non avere piani concreti per stabilire centri di produzione in Europa.

 

Più dell’invasione russa dell’Ucraina, e i timori che la Cina possa fare lo stesso con Taiwan, è la collaborazione sui microchip che ha spinto l’Unione a rafforzare il dialogo con Taipei a costo di incrinare i rapporti con Pechino.

 

Con il suo Chips Act, annunciato in febbraio, la UE ha lanciato un piano per raccogliere 43 miliardi di euro in investimenti pubblici e privati per rispondere a ogni futura interruzione della catena di approvvigionamento nel settore.

 

I microchip, soprattutto quelli più avanzati fabbricati dai taiwanesi, sono componenti essenziali per tutti i prodotti che funzionano con l’ausilio della tecnologia. Dal 2020 la scarsità di semiconduttori – dovuta all’alta domanda di apparecchi tecnologici generata dalla pandemia – ha creato problemi per la produzione di molti beni, come le automobili.

 

Negli ultimi mesi gli europei hanno incoraggiato le compagnie taiwanesi a produrre direttamente in Europa.

 

Il presidente di TSMC, Mark Liu, ha detto che l’azienda non ha ancora abbastanza acquirenti nel Vecchio continente per giustificare un simile investimento.

 

Tra le nazioni candidate a ospitare la produzione di TSMC vi è la Germania. A marzo il ministero taiwanese degli Esteri ha inviato invece propri esperti in Lituania, Repubblica Ceca e Slovacchia per valutare il potenziale delle locali industrie hi-tech.

 

La prospettiva di vedere microchip «made in Taiwan» prodotti nella Ue rimane lontana, come si intuisce anche dagli esiti dell’annuale dialogo su commercio e investimenti tra Taipei e l’Unione, tenutosi il 2 giugno.

 

Nel suo comunicato finale, la UE afferma che le due parti sono pronte a lavorare insieme per «monitorare» la filiera commerciale dei semiconduttori.

 

Il risultato è certo al di sotto delle aspettative, tenuto conto anche che TSMC sta spendendo 11,2 miliardi di euro per costruire stabilimenti di produzione negli USA e sta ultimando una fabbrica in Giappone insieme al gruppo Sony.

 

Peter Osuský, capo del gruppo di amicizia con Taiwan del Parlamento slovacco, dà una conferma indiretta dell’attuale ritrosia taiwanese a investire nella produzione europea di microchip.

 

Il parlamentare fa parte di una delegazione ufficiale del suo Paese che in questi giorni si trova sull’isola. Sulla possibilità che Bratislava e Taipei stiano discutendo possibili investimenti produttivi in Slovacchia nel campo dei chip, Osuský ha dichiarato ad AsiaNews che il ministero slovacco dell’Economia «è pronto a sostenere i passi necessari», aggiungendo di «avere la sensazione che entrambe le parti siano interessate».

 

Con l’avvicinamento a Taiwan la Ue si gioca molto in termini di rapporti con la Cina. Per Pechino, l’isola è una “provincia ribelle”, da riconquistare anche con l’uso della forza se necessario.

 

In un’intervista pubblicata nei giorni scorsi da Nikkei Asia, il ministro lituano degli Esteri Gabrielius Landsbergis ha chiesto ai rimanenti 11 Paesi Ue del 16+1, il forum informale che riunisce la Cina e 16 Stati dell’Europa centrale, orientale e meridionale, di uscire dal gruppo.

 

Il 16+1, abbandonato dalla Lituania nel maggio 2021, è da tempo nel mirino dell’Unione, che lo considera uno strumento della Cina per dividere il blocco europeo, spingendo alcuni Stati membri ad allinearsi alle posizioni cinesi.

 

Secondo Landsbergis, il format guidato da Pechino non ha portato alcun beneficio ai partecipanti europei, un giudizio condiviso di recente dal suo omologo ceco Jan Lipavský.

 

Osuský è sulla stessa lunghezza d’onda. La sua opinione è che la Slovacchia debba ridurre in modo graduale la sua cooperazione nel 16+1, per arrivare alla sua completa uscita.

 

 

 

 

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Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

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Geopolitica

Edi Rama dice che l’UE ha commesso un «grave errore strategico» nei confronti della Russia

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L’Unione Europea ha commesso un «grave errore strategico» interrompendo ogni comunicazione con la Russia dopo l’escalation del conflitto in Ucraina, ha dichiarato il primo ministro albanese Edi Rama a Politico in un’intervista pubblicata venerdì.

 

L’euroblocco ha intensificato la pressione sanzionatoria e interrotto i rapporti diplomatici con Mosca nel 2022, intervenendo per sostenere Kiev con centinaia di miliardi di dollari in aiuti finanziari e militari.

 

«L’Europa deve sempre, sempre, sempre parlare con tutti», ha dichiarato Rama a Politico al Forum economico di Delfi, in Grecia, sostenendo che l’UE si è data la zappa sui piedi quando ha «tagliato ogni canale di comunicazione con la Russia».

 

«Più rimandiamo, meno voce in capitolo avremo alla fine, perché la Russia – comunque finisca questa guerra – non se ne andrà», ha affermato, aggiungendo di essere schietto perché il suo Paese non «dipende dalla Russia».

 

Diversi leader dell’UE, tra cui il presidente francese Emmanuel Macron, il primo ministro belga Bart De Wever e il cancelliere austriaco Christian Stocker, hanno recentemente fatto aperture per riprendere i rapporti con Mosca. Alcuni hanno espresso preoccupazione per il fatto che l’Europa occidentale venga messa da parte nei colloqui di pace trilaterali tra Russia, Stati Uniti e Ucraina, avviati lo scorso anno a seguito delle pressioni di Washington.

 

Tuttavia, tre cicli di negoziati non hanno finora dato frutti, con l’Ucraina che ha respinto le principali richieste russe. Sia Mosca che Kiev hanno ammesso che i colloqui sono di fatto congelati a causa dell’impegno di Washington nella guerra contro l’Iran.

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Come riportato da Renovatio 21il Rama è di fatto un uomo di Soros, con cui ha collaborato molto direttamente negli anni passati.

 

Di fatto, Rama – le cui scene di amicizia privata con il premier italiano Giorgia Meloni sono state fatte pubbliche qualche estate fa – è stato nel direttivo della celebre Open Society Foundations, l’ente «filantrocapitalista» del discusso finanziere speculatore internazionale George Soros. Il premier albanese era anche uno degli invitati all’esclusivissima festa per il terzo matrimonio di Soros nel 2013, la cui lista degli invitati era praticamente una mappa dei personaggi mondialisti ficcati nella politica di ogni Paese possibile – più Bono Vox, ovviamente.

 

I rapporti con il mondo del Partito Democratico USA nemico di Trump sono stati in passato rosei: nel maggio 2021, il segretario di Stato americano Antony Blinken (nella foto proprio col Rama, nel febbraio 2024) aveva annunciato una serie di sanzioni nei confronti del grande rivale di Rama, Sali Berisha, per «atti corrotti» che «hanno minato la democrazia in Albania». Il linguaggio qui è assai riconoscibile.

 

Rama è noto per il videomessaggio in italiano impeccabile con cui annunziava al nostro popolo che avrebbe mandato nell’Italia dei primi mesi di COVID nel 2020 un gruppo di medici albanesi. Come ricordano le cronache, non finì bene: i dottori inviati generosamente da Tirana furono trovati ubriachi a fare festa in hotel dalle forze dell’ordine, un piccolo incidente nel percorso della guarigione del Paese dal morbo cinese.

 

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Israele minaccia di bombardare l’Iran fino a farlo regredire all’età della pietra

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Israele è in attesa del via libera dagli Stati Uniti per riprendere la campagna contro l’Iran e bombardare la Repubblica islamica riportandola all’«età della pietra», ha dichiarato il ministro della Difesa israeliano Israel Katz.   Il messaggio del Katz arriva dopo che martedì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha esteso a tempo indeterminato il cessate il fuoco con Teheran per dare tempo a un potenziale accordo, mantenendo al contempo il blocco navale americano dei porti iraniani.   «Israele è pronto a riprendere la guerra contro l’Iran», ha dichiarato il Katz giovedì. «Attendiamo il via libera dagli Stati Uniti… per completare l’eliminazione della dinastia Khamenei… e per riportare l’Iran all’età della pietra e al Medioevo», distruggendo le sue principali infrastrutture energetiche ed economiche, ha affermato.   Il primo giorno della campagna israelo-americana, l’ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, e diversi membri della sua famiglia furono uccisi. Suo figlio, Mojtaba Khamenei, fu nominato suo successore.

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Alcuni politici e commentatori dei media statunitensi hanno affermato che Washington è stata «trascinata» nella guerra, citando la stretta coordinazione militare con lo Stato degli ebrei. Altri hanno indicato l’influenza dei gruppi di pressione filo-israeliani a Washington. Trump ha respinto l’accusa.   Nei giorni precedenti all’attacco del 28 febbraio, si sono susseguiti colloqui indiretti e notizie di lunghi cicli di discussioni tra le delegazioni statunitense e iraniana in Oman. Il ministro degli Esteri omanita ha persino suggerito che la pace fosse a portata di mano e che si dovesse lasciare che la diplomazia facesse il suo corso.   La retorica dell’«età della pietra» è stata usata per la prima volta da Trump il 1° aprile, circa cinque settimane dopo l’inizio dei combattimenti. All’epoca, avvertì che le forze statunitensi avrebbero «colpito duramente» e avrebbero potuto «riportarlo all’età della pietra» entro «due o tre settimane» se Teheran si fosse rifiutata di soddisfare le richieste statunitensi, tra cui la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’accettazione di un accordo che imponesse limiti più severi alle sue attività nucleari.   Teheran ha respinto le richieste, rifiutandosi di interrompere l’arricchimento dell’uranio, che a suo dire le serve per scopi civili, tra cui la produzione di energia e le applicazioni mediche.  

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Geopolitica

Netanyahu è un «disastro»: parla Jeffrey Sachs

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L’economista americano Jeffrey Sachs ha criticato duramente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sostenendo che la decisione del presidente statunitense Donald Trump di attaccare l’Iran sia stata fortemente influenzata da quella che ha definito l’agenda «fanatica» e fuorviante di Netanyahu.

 

Trump è stato ripetutamente criticato, sia a livello nazionale che internazionale, per aver perseguito politiche ampiamente considerate in linea con gli interessi israeliani, sia durante il suo primo mandato presidenziale che in quello attuale. Analisti e oppositori politici hanno spesso evidenziato un più ampio cambiamento nella politica estera statunitense che, secondo loro, favorirebbe l’agenda dello Stato Ebraico sotto la guida di Netanyahu.

 

«La decisione di Trump è stata sostanzialmente guidata da Netanyahu», ha detto Sachs al giornalista e podcaster conservatore statunitense Tucker Carlson.

 

In un’intervista video pubblicata venerdì, l’economista ha osservato che Netanyahu ha un suo programma, sottolineando che il presidente degli Stati Uniti ha creduto a quella che Sachs ha definito una visione errata del mondo da parte del primo ministro israeliano.

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«Il suo programma, a mio avviso, è fanatico e sbagliato, ed è stato fuorviante per 30 anni, costando all’America una fortuna», ha detto Sachs. «Penso che quest’uomo sia un disastro, penso che abbia una visione del mondo errata, una comprensione completamente sbagliata.»

 

Il commento arriva mentre martedì Trump ha esteso a tempo indeterminato il cessate il fuoco con Teheran per dare tempo a un potenziale accordo, mantenendo al contempo il blocco navale americano dei porti iraniani.

 

Il Partito Democratico statunitense e alcuni Repubblicani, così come l’ex direttore del Centro nazionale antiterrorismo statunitense Joe Kent, hanno sostenuto che Trump fosse stato sottoposto a pressioni da Israele per avviare la guerra contro l’Iran.

 

Il Kent, che si è dimesso dal suo incarico il mese scorso per protestare contro la guerra, ha affermato che le agenzie di intelligence non sono state in grado di confermare le accuse di Trump secondo cui l’Iran starebbe perseguendo lo sviluppo di armi nucleari.

 

Funzionari iraniani, tra cui il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, hanno presentato il conflitto come un tradimento da parte di Trump della sua agenda «America First» a favore di «Israel First».

 

La scorsa settimana, Carlson ha criticato aspramente le politiche di Trump in Medio Oriente, affermando che la vera religione del presidente è l’«israelismo» piuttosto che il cristianesimo. L’ex sostenitore di Trump ha sostenuto che gli Stati Uniti hanno lanciato la guerra contro l’Iran «per conto di Israele» e «su istigazione di Israele».

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