Geopolitica
Nixon aveva predetto il conflitto in Ucraina già nel 1994
L’ex presidente degli Stati Uniti Richard Nixon ha avvertito il suo successore Bill Clinton quasi 30 anni fa che l’Ucraina potrebbe precipitare in un sanguinoso tumulto, prevedendo importanti cambiamenti politici in Russia, secondo un documento reso disponibile al pubblico la scorsa settimana.
In una lettera di sette pagine datata 21 marzo 1994 e citata dal Wall Street Journal, il defunto presidente ha espresso la sua opinione sull’instabile panorama politico post-sovietico subito dopo essere tornato da un viaggio in Russia e Ucraina.
Nixon ha descritto l’Ucraina come «indispensabile» e ha avvertito che la situazione era «altamente esplosiva». «Se si lascia andare fuori controllo, farà sembrare la Bosnia una festa in giardino», ha detto, riferendosi al conflitto etnico nei Balcani del 1992-1995 che ha causato la morte di decine di migliaia di persone.
L’ex presidente ha indicato una situazione politica «imprevedibile» nel Paese, lamentando che «il Parlamento ucraino… è anche peggio della Duma russa». Ha esortato Clinton a rafforzare la presenza diplomatica americana in Ucraina e a dare priorità ai finanziamenti per Kiev.
Nixon ha anche osservato che il peso politico dell’allora presidente russo Boris Eltsin si era «rapidamente deteriorato», aggiungendo che «i giorni della sua indiscussa leadership della Russia sono contati», osservando che Eltsin è arrivato a concedersi bevute più lunghe e non poteva più mantenere i suoi impegni con i leader occidentali in «un ambiente sempre più antiamericano nella Duma e nel Paese».
L’ex leader degli Stati Uniti era incerto su chi potesse sostituire Eltsin, ma ha suggerito che le forze anti-occidentali della Russia potrebbero produrre un «candidato credibile alla presidenza». Eltsin si è dimesso alla fine del 1999, con Vladimir Putin che ha preso le redini della Nazione risolvendo dapprima il conflitto in Cecenia (dove gli islamisti separatisti erano con estrema probabilità armati e finanziati dai soliti noti) e poi dedicandosi a migliorare il tenore di vita russo (con stipendi e pensioni aumentati anche di sette volte) e alla ricostruzione del senso di dignità nazionale russa.
La nascita dell’Ucraina moderna fu in larga parte dovuta ai Clinton e ai loro progetti di ridefinizione del mondo, il larga parte ereditati dalla cerchia angloamericana di cui parla lo storico Carroll Quigley nel suo libro «maledetto» Tragedy and Hope. Quigley, che poté consultare l’archivio del Council for Foreign Relations, dovette ritirare il suo volume (di oltre 1200 pagine) in cui di fatto delineava nomi e progetti del gruppo di persone che comandava su larga parte del mondo. Quigley fu professore di Clinton all’Università gesuita di Georgetown.
Come da mirabile definizione di Steve Bannon, «l’Ucraina non esiste, non è nemmeno un Paese, esiste solo perché creata dai Clinton per estrarne danaro».
La politica di Nixon e Kissinger di déténte – cioè allentamento delle relazioni tese – fu a quel tempo duramente criticata dal politologo Zbigniew Brzezinski, riconosciuto come il pensatore geopolitico che, nello zelo antirusso più totale, concepì l’idea di separare l’Ucraina dalla Russia per far perdere a Mosca lo status di potenza europea e quindi «asiatizzarla».
Brzezinski e le sue idee trovarono poi sbocco nelle amministrazioni successive a quella di Nixon, anche grazio alla sua creazione grazie ai Rockefeller della Commissione Trilaterale. A lui si deve, ad esempio, l’Operazione Ciclone, ossia il sostegno dato ai mujaheddin afghani contro le truppe sovietiche.
Brzezinski forse nutriva un odio personale per Mosca: la sua famiglia di aristocratici polacchi un tempo regnava sul Voivodato di Ternopoli, un tempo territorio polacco e austro-ungarico poi divenuto parte dell’URSS e quindi dell’Ucraina indipendente.
È stato detto che il fantasma di Brezinski, che già cinquanta anni fa si opponeva a Nixon e alle sue idee di pace con la Russia, aleggia ancora nell’Ucraina piagata dalla guerra. – i memorandum NATO del figlio pure.
Geopolitica
Trump: Putin fermerà gli attacchi su Kiev
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che la Russia non colpirà obiettivi a Kiev né in altre città ucraine «per una settimana». Secondo Trump, tale decisione è maturata dopo che lui stesso ha «chiesto personalmente» al presidente russo Vladimir Putin di sospendere gli attacchi.
«A causa del freddo estremo… ho chiesto personalmente al presidente Putin di non aprire il fuoco su Kiev e sulle altre città per una settimana», ha affermato Trump ai giornalisti durante una riunione di gabinetto giovedì. Putin «ha accettato di farlo», ha proseguito il presidente statunitense, precisando che «siamo molto contenti» di questa scelta.
Giovedì mattina il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha evitato di commentare le indiscrezioni su un presunto «cessate il fuoco energetico» tra Mosca e Kiev. Il deputato ucraino Aleksej Gončarenko ha invece sostenuto che, sebbene «esista un accordo su una tregua energetica», «non esiste una data per l’inizio di questa tregua».
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Il leader ucraino Volodymyr Zelens’kyj ha più volte invocato un cessate il fuoco energetico, durante il quale entrambe le parti si impegnerebbero a non attaccare le centrali elettriche e le infrastrutture di rete dell’avversario. Tali appelli si sono intensificati in questi giorni, dopo che una serie di raid russi ha lasciato al buio quasi un milione di famiglie a Kiev mercoledì, come riferito dal ministro dell’Energia ucraino Denys Šmyhal’.
La Russia sostiene di colpire esclusivamente infrastrutture legate al complesso militare e militare-industriale ucraino e considera i propri attacchi una risposta diretta alle offensive in profondità condotte da Kiev contro civili russi e infrastrutture critiche.
Le previsioni indicano che le temperature a Kiev scenderanno fino a -13 gradi nel corso del fine settimana.
Già lo scorso marzo la Russia aveva accettato un cessate il fuoco energetico in seguito a negoziati con l’amministrazione Trump. Tuttavia, secondo Mosca, le forze ucraine hanno violato l’intesa entro pochi giorni, attaccando raffinerie di petrolio e infrastrutture del gas russe. Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha dichiarato che la Russia ha scelto di non rispondere con la stessa moneta, preferendo rispettare il cessate il fuoco.
Dopo le recenti richieste avanzate sia da Zelens’kyj sia dal presidente francese Emmanuel Macron per un nuovo stop temporaneo, Peskov ha ribadito che Mosca persegue una pace duratura e non una mera pausa. «Stiamo lavorando per la pace, non per un cessate il fuoco», ha affermato. «Una pace stabile, garantita e a lungo termine, raggiunta attraverso la firma di documenti appropriati, è una priorità assoluta».
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Geopolitica
Orban: Kiev «ha oltrepassato il limite»
The Ukrainian leadership crossed a line. We did not seek conflict, yet for days now Hungary has been in the crosshairs. Still, neither threats from the president, nor from the foreign minister, nor from extremist military groups will deter us from standing up for the interests… pic.twitter.com/dSRFERc93N
— Orbán Viktor (@PM_ViktorOrban) January 28, 2026
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Geopolitica
Trump contro il ritorno di Maliki al potere in Iraq
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ammonito l’Iraq contro eventuali ritorsioni nel caso in cui l’ex primo ministro Nouri al-Maliki tornasse a guidare il Paese.
Leader del partito islamico Da’wa, Maliki è stato primo ministro dal 2006 al 2014 – unico premier iracheno a servire due mandati completi dopo l’invasione americana del 2003 – e in precedenza ha ricoperto diversi ruoli ministeriali. Trump ha espresso il suo avvertimento in un messaggio pubblicato martedì su Truth Social.
«L’ultima volta che Maliki è stato al potere, il Paese è sprofondato nella povertà e nel caos totale. Non si dovrebbe permettere che ciò accada di nuovo», ha scritto Trump, accusando Maliki di spingere «politiche e ideologie folli» e ha minacciato la sospensione degli aiuti statunitensi qualora l’ex premier riprendesse il controllo.
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Sabato scorso il blocco sciita in parlamento ha designato Maliki come primo ministro, rendendo praticamente certa la sua nomina non appena verrà eletto il nuovo presidente. I partiti curdi, ai quali spetta la scelta del presidente – figura in gran parte cerimoniale secondo il sistema iracheno di ripartizione delle alte cariche – hanno chiesto di posticipare il voto previsto per martedì.
Domenica il segretario di Stato americano Marco Rubio ha invitato Baghdad a non assumere un orientamento filo-iraniano con il nuovo esecutivo. Washington conserva una notevole leva sull’Iraq, tra l’altro perché i proventi delle esportazioni petrolifere irachene sono depositati presso la Federal Reserve Bank di Nuova York.
Maliki ha vissuto 25 anni in esilio ed è rientrato dopo che gli Stati Uniti hanno abbattuto il regime sunnita di Saddam Hussein, che aveva represso il suo partito, prendendo parte al programma di «de-baathificazione» sostenuto dagli americani, criticato per aver alimentato la violenza settaria e la radicalizzazione sunnita.
I suoi avversari politici lo hanno accusato di corruzione, di aver gestito male le tensioni confessionali e di aver condotto politiche di sicurezza inefficaci, rendendo l’Iracco vulnerabile all’offensiva dell’ISIS nel 2014. Il gruppo jihadista sunnita – rafforzatosi in Siria grazie alla destabilizzazione provocata dai tentativi, appoggiati dagli Stati Uniti, di rovesciare il governo di Damasco – conquistò Mosul dopo aver travolto le forze di sicurezza irachene addestrate dagli americani. Fu poi sconfitto grazie al decisivo contributo delle milizie sciite vicine all’Iran.
Benché costretto a dimettersi da primo ministro per pressioni interne e internazionali, Maliki ha conservato una forte influenza politica grazie al suo peso in Parlamento.
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