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Nazionalisti indù attaccano un prete e degli insegnanti in Madhya Pradesh e in Maharashtra

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Un gruppo di tribali di una scuola dei gesuiti colpito di notte da una banda armata di bastoni mentre viaggiava su un treno. Un sacerdote preso di mira dopo aver celebrato come di consueto la Messa in un villaggio. In entrambi i casi false accuse di conversioni. Il cardinale Gracias: «Cristiani di ogni confessione sono scesi in strada a difendere padre Joseph, una testimonianza visibile di ecumenismo in questo Ottavario di preghiera per l’unità».

 

 

Due nuovi gravi atti di intolleranza religiosa da parte di gruppi fondamentalisti indù hanno avuto per obiettivo nelle ultime ore religiosi e istituzioni cattoliche in India.

 

Il 18 gennaio nella diocesi di Jhabua, nello Stato del Madhya Pradesh, il parroco di Unnai padre Joseph Amuthkani è stato oggetto di un attacco sula base di una falsa accusa di aver operato delle conversioni in maniera fraudolenta.

 

Padre Amuthakani si era recato nel villaggio di Bhavudi per la Messa, insieme a una suora e a un catechista, come di consueto. Mentre si apprestavano a tornare a casa dopo la celebrazione, alcuni fondamentalisti indù si sono radunati intorno a loro, sottraendo il messale e il rosario e iniziando a gridare slogan.

 

È intervenuta la polizia della città di Thandla che ha preso in custodia padre Amuthakani, mentre gli estremisti indù premevano affinché fosse formalizzata una denuncia ai sensi della legge anti-conversioni. Quando la notizia si è diffusa, cristiani di ogni confessione si sono mobilitati in difesa del sacerdote.

 

«Sono stato trattenuto per circa 7 ore – racconta ad AsiaNews padre Joseph -. Migliaia di cristiani si sono radunati fuori dalla stazione di polizia, chiedendo il mio rilascio, a fronte di circa 25 esponenti della destra nazionalista.  Ho pregato tutto il tempo per la pace, affinché non si combattessero tra loro, perché il popolo di Dio era angosciato dal fatto che fossi stato portato alla stazione di polizia e faceva pressione per rilasciarmi. La polizia mi ha preso in custodia per proteggermi. Ho sperimentato la protezione di Dio e l’amore del mio popolo».

 

Due giorni prima un altro grave episodio era avvenuto nello Stato del Maharashtra. Di notte un gruppo di insegnanti tribali del Vishwa Mandal Sevashram, un’istituzione educativa attiva da più di trent’anni a Shirpur nel distretto di Dhule, è stato picchiato da una banda di estremisti indù mentre si trovava su un treno alla stazione ferroviaria di Sangli. I fondamentalisti sostenevano che un prete cattolico li stesse portando a Goa per una conversione religiosa. Armati di bastoni non hanno esitato a prendere di mira persino un insegnante disabile. Il treno ha poi proseguito il viaggio fino a Belgavi, dove gli insegnanti tribali erano diretti e sono stati scortati dalla polizia al locale St. Paul College, per poi proseguire per Goa.

 

Padre Consti Constancio Rodrigues, responsabile della missione gesuita di Shirpur, racconta ad AsiaNews: «sette membri del mio staff maschile sono stati picchiati in un attacco pianificato. Ogni quattro anni ci rechiamo per questo viaggio a Goa. Siamo al servizio della comunità locale, per il suo miglioramento, lo sviluppo e l’emancipazione. È stato un episodio molto spiacevole, ma la nostra missione continuerà».

 

«In questi due casi la polizia ha fatto un buon lavoro nel mantenere l’ordine pubblico e la sicurezza della nostra gente – commenta ad AsiaNews il cardinale Oswald Gracias, arcivescovo di Mumbai – ma questi sono i pericoli che porta con sé qualsiasi legge anti-conversioni. La Chiesa cattolica è assolutamente contraria alle conversioni forzate, la nostra filosofia è chiara: vogliamo testimoniare Cristo e non faremo mai pressione su nessuno. A Jhabua sono molto felice che i cristiani di ogni denominazione si siano aiutati l’un l’altro e siano stati solidali con padre Joseph. In questo ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani è una testimonianza visibile su come i discepoli di Gesù stiano insieme».

 

«Bisogna essere vigilanti da entrambe le parti: proteggere il nostro personale religioso e la nostra gente e insieme non offendere la sensibilità degli altri – aggiunge il card. Gracias – il 26 gennaio l’India celebra la Festa della Repubblica e noi, Chiesa cattolica indiana, ci impegniamo a lavorare per la Costituzione, promuovendo l’integrazione nazionale e l’amore per il Paese. Lavoriamo per promuovere la solidarietà e il rispetto per tutti nel nostro Paese: tutti gli indiani sono nostri fratelli e sorelle».

 

 

 

 

Invitiamo i lettori di Renovatio 21 a sostenere con una donazione AsiaNews e le sue campagne.

 

 

 

Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni

 

 

 

Immagine da AsiaNews

 

 

 

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Persecuzioni

L’UE potrebbe ordinare alla Chiesa cattolica la cancellazione dei registri battesimali

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La Corte di giustizia dell’Unione europea sta attualmente esaminando un ricorso presentato dalla Corte d’appello di Bruxelles in merito alla presunta violazione del Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) da parte della Chiesa cattolica, per essersi rifiutata di cancellare i nomi dai registri battesimali su richiesta.

 

In un documento programmatico del 2 settembre, in cui si opponeva alla politica di cancellazione dei registri battesimali, la Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea ha contestato l’affermazione secondo cui un registro battesimale fungerebbe da «elenco dei membri» della Chiesa cattolica. Un registro, hanno affermato i vescovi, serve invece come «cronologia di eventi storici».

 

«Lo scopo di un registro battesimale non è quello di testimoniare la fede delle singole persone, il fatto che qualcuno sia affiliato alla Chiesa o il suo coinvolgimento nella vita ecclesiale», hanno affermato i vescovi.

 

Piuttosto, tali registri fungono da «strumento probatorio fondamentale» per «numerose questioni relative alla vita interna della Chiesa», tra cui se una persona si è sposata, ha fatto i voti in un istituto religioso o ha ricevuto la cresima.

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Secondo i vescovi, sarebbe «impossibile» verificare i documenti anagrafici se questi venissero rimossi dal registro. Imporre la cancellazione dei battesimi implicherebbe che la Chiesa debba «adattarsi ai sentimenti o alle opinioni» nel modo in cui considera i registri battesimali. Ciò richiederebbe un cambiamento nella «riflessione teologica», affermano, che è «tutelata dall’autonomia della Chiesa».

 

Le cancellazioni potrebbero inoltre «ingannare» sia i cattolici sia i non credenti, convincendoli che il sacramento del battesimo sia «ripetibile e facoltativo».

 

Secondo il documento, una simile politica «costituirebbe una violazione della sostanza del sacramento e non solo delle modalità con cui viene amministrato o celebrato» e «ostacolerebbe seriamente il corretto funzionamento della Chiesa».

 

La questione è sorta nel 2023 quando un individuo della diocesi di Gand, in Belgio, ha chiesto che tutti i suoi dati venissero completamente rimossi dal registro parrocchiale locale. La diocesi di Gand si è opposta a tale richiesta.

 

La sentenza della Corte europea è attesa entro la fine del 2026 o nel corso del 2027.

 

Tra UE, Corte Europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e Corte di Giustizia dell’UE (CGUE) non sono mancati negli anni sentenze ed iniziative ai danni del Vaticano, che, ricordiamo, non è Stato membro UE.

 

Un filone rilevante riguarda le esenzioni fiscali concesse alla Chiesa. Nella causa del 22017 Causa C-74/16 (Congregación de Escuelas Pías c. Ayuntamiento de Getafe): la Corte di Giustizia ha stabilito che le esenzioni fiscali di cui gode la Chiesa cattolica in Spagna possono costituire aiuti di Stato vietati se e nella misura in cui siano concesse per attività economiche, mentre restano legittime se legate ad attività non commerciali (educative, sociali, religiose in senso stretto).

 

Similmente è stato trattato per l’Italia anche il caso dell’ICI degli edifizi religiosi: nel 2012 la Commissione Europea aveva giudicato incompatibile con le regole di concorrenza l’esenzione ICI di cui godevano gli enti non commerciali (in gran parte immobili ecclesiastici) tra il 2006 e il 2011, ma aveva rinunciato a ordinarne il recupero per difficoltà tecniche di quantificazione. Nel 2018 la CGUE ha parzialmente annullato quella decisione, e più di recente la Commissione europea ha ordinato all’Italia di recuperare gli aiuti di stato illegali concessi a entità non commerciali sotto forma di esenzione fiscale sulle proprietà immobiliari. Il governo italiano ha però più volte rinviato le scadenze per il recupero effettivo di queste somme.

 

L’Italia è stata condannata per non avere predisposto — prima della legge sulle unioni civili del 2016 — alcun quadro di tutela giuridica per le coppie dello stesso sesso, impedendo così anche il riconoscimento delle unioni contratte all’estero. La Corte ha però sempre chiarito che né l’apertura del matrimonio alle coppie omosessuali né il riconoscimento del matrimonio omosessuale celebrato all’estero costituiscono un obbligo convenzionale: basta una qualche forma di tutela giuridica equivalente (unione civile), non necessariamente il matrimonio.

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Esaminando un caso polacco del 2023, la Corte ha riscontrato una violazione degli obblighi positivi di tutela della vita privata e familiare (art. 8 CEDU) per l’assenza in Polonia di qualsiasi quadro normativo che fornisca riconoscimento e protezione legale alle unioni tra persone dello stesso sesso. Nello stesso anno, un principio analogo fu applicato alla Russia — il mancato riconoscimento giuridico delle coppie LGBT violerebbe l’art. 8, perché – dice la Corte – il riconoscimento formale delle unioni omosessuali non comporta alcun rischio per il matrimonio tradizionale, non impedendo alle coppie eterosessuali di sposarsi né di goderne i benefici.

 

Nel 2025 la CGUE ha stabilito che uno Stato membro non può rifiutare di trascrivere un matrimonio omosessuato contratto all’estero tra due cittadini UE, anche se celebrato in un Paese extra-UE. Più precisamente, secondo l’Avvocato generale che ha preceduto la sentenza, ogni Stato membro resta competente a definire le modalità di riconoscimento, e la trascrizione formale non è di per sé richiesta se il matrimonio produce comunque i suoi effetti senza tale formalità — ma in mancanza di alternative (come in Polonia), l’obbligo di trascrizione si impone.

 

La CEDU nel 2014 ha ritenuto che il rifiuto di riconoscere i legami di filiazione formati all’estero (in casi di maternità surrogata) può violare il diritto alla vita privata del minore garantito dall’art. 8. Nel 2023 la CEDU ha stabilito che, mentre rientra nella discrezionalità dello Stato rifiutare di riconoscere il legame tra un minore nato all’estero da maternità surrogata e il genitore d’intenzione (che dovrà ricorrere all’adozione), è invece lesivo dell’integrità e della vita familiare del minore rifiutare di riconoscerlo anche col genitore biologico — nel caso specifico, il rifiuto italiano aveva reso la bambina apolide.

 

Sul fronte italiano ancora più recente (novembre 2024) la CEDU ha dato ragione al governo italiano in una serie di ricorsi di coppie omosessuali (ed eterosessuali) che chiedevano la trascrizione automatica di atti di nascita da maternità surrogata praticata all’estero, ritenendo non discriminatorio il rifiuto poiché applicato allo stesso modo alle coppie etero che ricorrono alla stessa pratica — restando comunque aperta la via dell’adozione del figlio del partner (la cosiddetta stepchild adoption).

 

Un caso notissimo è quello che riguarda il crocifisso nelle scuole italiana che partì quando un cittadina italiana di origine finlandese aveva chiesto la rimozione del crocifisso dalle aule della scuola pubblica frequentata dai suoi due figli, ritenendola incompatibile con l’art. 9 CEDU (libertà di pensiero, coscienza e religione) e con l’art. 2 del Protocollo n. 1 (diritto dei genitori a un’istruzione conforme alle proprie convinzioni religiose e filosofiche).

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Il 3 novembre 2009 la Corte, in Sezione semplice, diede ragione alla donna, giudicando l’esposizione del crocifisso una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le proprie convinzioni e del diritto degli alunni alla libertà di religione, e condanna l’Italia a un risarcimento di 5.000 euro. Il governo italiano fece ricorso alla Grande Camera, sostenendo che una decisione che obblighi alla rimozione dei simboli religiosi dalle scuole pubbliche manderebbe un messaggio ideologico radicale.

 

Il 18 marzo 2011 la Grande Camera della corte emanò la sentenza definitiva: con ribaltamento ribaltamento completo, 15 voti contro 2, la Corte assolveva l’Italia, escludendo la violazione dell’art. 2 del Protocollo n. 1. Il passaggio chiave della motivazione: pur essendo il crocifisso prima di tutto un simbolo religioso, non risultano elementi che provino un’effettiva influenza della sua esposizione sugli alunni.

 

La Corte qualificava la presenza del crocifisso come una «situazione essenzialmente passiva», diversa per natura da un insegnamento attivo o dalla partecipazione a pratiche religiose, e quindi non idonea a incidere direttamente sulla formazione degli studenti. Essa riconobbe quindi agli Stati un ampio margine di discrezionalità (margine di apprezzamento) su questioni che intrecciano tradizione, cultura e identità nazionale.

 

La sentenza 2011 resta l’ultima parola della CEDU sul tema: non risultano pronunce successive della Grande Camera che l’abbiano superata.

 

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Persecuzioni

Sulla scia della Rivoluzione francese: i martiri di settembre

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Il 2 e 3 settembre 1792, mentre risuonavano La Marsigliese, Ah! ça ira , La Carmagnole e altri canti adottati dalla Rivoluzione francese, folle fanatiche massacrarono numerosi sacerdoti e religiosi a Parigi. Considerati nemici della nazione e dichiarati estranei al corpo nazionale, furono messi a morte per la loro lealtà alla Chiesa. Il loro sangue, ritenuto «impuro» dalla logica rivoluzionaria, divenne il sangue dei martiri. Un fatto storico che non deve essere dimenticato.   Il 2 settembre, a mezzogiorno, il cannone d’allarme tuonò sul Pont-Neuf; una grande bandiera nera fu issata sul Municipio di Parigi. Questo spettacolo era presumibilmente inteso a radunare legioni di eroi contro le truppe austriache e prussiane che si avvicinavano alla capitale. Il suo scopo principale, tuttavia, era quello di mobilitare una banda di assassini contro i prigionieri della Comune.  

I massacri all’abbazia

La maggior parte dei sacerdoti arrestati di recente era stata condotta o alla prigione dell’abbazia di Saint-Germain o a quella del convento carmelitano. Erano trascorse circa due ore da quando la campana aveva smesso di suonare. Gli assassini e la folla fanatica si erano radunati nel cortile del monastero, in attesa dell’arrivo dei prigionieri.   «Arrivammo all’abbazia», scrisse l’abate Sicard. «Il cortile era gremito di una folla immensa. Le nostre carrozze furono circondate; uno dei nostri compagni pensò di poter fuggire; aprì la portiera e si precipitò in mezzo alla folla; fu immediatamente massacrato. Un secondo uomo fece lo stesso tentativo; si fece strada tra la folla e stava per scappare; ma i carnefici si avventarono su questa nuova vittima, e altro sangue sgorgò. Neanche un terzo uomo fu risparmiato. La carrozza si diresse verso la sala del comitato; anche un quarto uomo cercò di uscire, e ricevette un colpo di sciabola… I carnefici si accanirono con la stessa furia sulla seconda carrozza» (1).   «Devono essere tutti uccisi, sono dei mascalzoni!» gridarono gli astanti. La quarta carrozza conteneva solo cadaveri… I corpi dei morti furono gettati nel cortile. I dodici prigionieri ancora in vita scesero per entrare nella commissione civile; due furono immolati non appena misero piede a terra. La commissione non ebbe il tempo di condurre nemmeno il più piccolo interrogatorio. Una moltitudine armata di picche, spade e sciabole si precipitò dentro, afferrò e uccise i prigionieri… Erano le cinque del pomeriggio. Arrivò Billaud-Varenne, il viceprocuratore della Comune. Camminò sui cadaveri, fece un breve discorso alla folla e concluse così: « Popolo , state immolando i vostri nemici; state facendo il vostro dovere» (2).   Ventuno sacerdoti erano appena periti in questo modo, al loro arrivo nel cortile dell’abbazia.

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I massacri al Carmelo

Nel carcere di Carmes, il posto di guardia era stato cambiato a partire da mezzogiorno. Le nuove guardie erano uomini dall’aspetto sinistro, con berretti rossi e armati di picche. Alle due, il commissario di sezione ordinò ai prigionieri di recarsi in giardino per la passeggiata quotidiana. Persino gli anziani e i malati furono costretti ad uscire.   «Ci ​​ritirammo», disse un prigioniero, «in fondo, dietro un pergolato; altri si rifugiarono in un piccolo oratorio in un angolo del giardino, dove iniziarono a recitare i vespri » (3). Improvvisamente, si udirono grida provenire dalla direzione di Rue Cassette e Rue Vaugirard. « A questo punto, Vostra Grazia», esclamò l’Abbé de la Pannonie, rivolgendosi a Monsignor du Lau, Arcivescovo di Arles, «penso che ci uccideranno». «Mio caro amico», rispose l’arcivescovo, «se questo è il momento del nostro sacrificio, ringraziamo Dio di dovergli offrire il nostro sangue per una causa così nobile » .   I prigionieri non si sbagliavano. Pochi istanti prima, nella chiesa di Saint-Sulpice, trasformata in sala delle deliberazioni della sezione del Lussemburgo, un commerciante di vino, Louis Prière, era balzato sul pulpito, che allora fungeva da tribuna, e aveva dichiarato che non si sarebbe mosso finché i prigionieri, e soprattutto i sacerdoti detenuti nel convento carmelitano, non fossero stati liberati. Di conseguenza, l’assemblea aveva deciso, a maggioranza, «di purificare le prigioni versando il sangue di tutti i detenuti» (4). Una folla di uomini furiosi si riversò quindi fuori dalla chiesa in disordine e si imbatté in un gruppo di uomini armati di sciabole e picche insanguinate che provenivano dall’abbazia. I due gruppi si unirono e fecero irruzione nel convento carmelitano.   «Vedemmo per primi sette o otto giovani entrare furiosi», scrisse l’abate Berthelet. «Ognuno di loro aveva una cintura foderata di pistole, oltre a quella che teneva nella mano sinistra, mentre nella destra brandiva una sciabola» (5). Gli assassini colpirono dapprima l’abate de Salins con le sciabole, mentre era assorto nella lettura; poi, ferendo o uccidendo chiunque incontrassero sul loro cammino, si precipitarono verso il fondo del giardino, gridando: «l’ arcivescovo di Arles! L’arcivescovo di Arles! ». Monsieur du Lau era inginocchiato davanti all’oratorio. Si alzò e si rivolse agli assalitori: «sono io quello che cercate », disse loro. Un violento colpo di sciabola lo colpì in fronte. Un secondo colpo, proveniente da dietro, gli spaccò il cranio. Altri tre colpi lo fecero cadere a terra, dove rimase privo di sensi. Poi una picca gli fu conficcata nel petto e gli assassini lo calpestarono. (6)   Mentre gli assassini organizzano una vera e propria caccia all’uomo nel giardino, un buon numero di prigionieri entra in chiesa. Si mettono in fila vicino all’altare, si danno l’assoluzione a vicenda e recitano le preghiere per i moribondi.   Nel frattempo, uno dei capi si sedette a un tavolino vicino alla porta che dava sul giardino. Fece portare la lista dei sacerdoti imprigionati, chiamò a sé i nomi dei prigionieri, chiese a ciascuno se si rifiutasse ancora di prestare giuramento e, ricevuta una risposta affermativa, lo rimandò in giardino, dove il prigioniero fu immediatamente massacrato tra urla furiose, tra le quali si poteva udire il grido: «viva la nazione!».   Grazie al caos, diversi sacerdoti riuscirono a fuggire attraversando il giardino e scavalcando il muro di cinta. Quasi 120 sacerdoti persero la vita in meno di due ore.   Il giorno seguente, 76 sacerdoti perirono nel seminario di Saint-Firmin e 3 sacerdoti furono immolati nel carcere di La Force. Scene non meno orribili si verificarono in altre prigioni parigine: il Châtelet, la Conciergerie, la torre di Saint-Bernard, il Bicêtre e la Salpêtrière. (7)

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Circolare inviata dalla Comune di Parigi alle province

Mentre a Parigi scorreva il sangue, il 3 settembre il comitato di esecuzione e vigilanza della Comune inviò la seguente circolare a tutti i comuni di Francia:   «La Comune di Parigi si affretta a informare i suoi fratelli in tutti i dipartimenti che una parte dei feroci cospiratori detenuti nelle carceri è stata messa a morte dal popolo; atti di giustizia che ha ritenuto indispensabili per frenare, attraverso il terrore, le legioni di traditori rinchiusi entro le sue mura, proprio nel momento in cui stava per marciare contro il nemico: e senza dubbio la nazione si affretterà ad adottare questo utilissimo e necessario metodo.» (8)   Insoddisfatta di questa sanguinosa missione, la Comune inviò emissari nei dipartimenti per eseguire i suoi ordini. Il 3 settembre, i rivoluzionari parigini arrivarono a Reims e arrestarono quattro sacerdoti, che furono presto massacrati dalla folla (9) .Il giorno seguente, a Meaux, sette sacerdoti furono messi a morte nelle stesse circostanze (10). Il 3 settembre, a Versailles, fu ordinata l’esecuzione di 44 sacerdoti. Tra questi c’era il vescovo di Mende, M. de Castellane, che, si dice, ascoltò le confessioni di tutti i prigionieri (11).   Su tutte le strade, gruppi di sacerdoti, in fuga dalla furia degli assassini e diretti verso i confini, venivano attaccati, maltrattati, massacrati, percossi con pietre o bastoni e gettati nei fiumi. (12)   «Nei dipartimenti», disse Taine, «giorni come il 2 settembre si contano a centinaia. Ovunque, la stessa febbre, lo stesso delirio indicano la presenza dello stesso virus; e questo virus è il dogma giacobino. Grazie ad esso, l’assassinio si maschera da filosofia politica; i peggiori attacchi diventano legittimi, perché sono atti del sovrano legittimo, incaricato di provvedere al bene pubblico». (13)     NOTE 1) Relation de l’abbé Sicard, riprodotto da Dom Leclercq, Les Martyrs, vol. XI, p. 70 2) Relation de Méhée de Latouche, riprodotto da Lenotre, pp. 178–182 3) Relation de l’abbé Berthelet de Barbot. 4) Il verbale originale di questa sessione fu ritrovato negli Archivi del Palazzo di Giustizia da Dom Leclercq e pubblicato da lui per la prima volta nel 1912, in Les Martyrs, vol. XI, p. 67. 5) Relation de l’abbé Berthelet de Barbot, riprodotto da Lenôtre, p. 253 6) Guillon, Les Martyrs de la foi, vol. III, p. 39 7) Vedi Taine, Les Origines, vol. VI, pp. 56–57; Mortimer-Ternaun, Histoire de la Terreur, vol. III, pp. 399, 592, 602–606. Nel 1901, per ordine di Sua Eminenza il Cardinale Richard, fu avviata un’inchiesta preliminare per la canonizzazione dei sacerdoti messi a morte per la loro fede durante i massacri di settembre del 1792. La ricerca del Vescovo de Teil portò alla presentazione di un elenco di 217 martiri. Vedi questo elenco in Leclercq, op. cit., p. 137 ss. 8) Citato da Papon, Histoire de la révolution vol. VI, pag. 277 9) Picot, Memorie, VI, 220 10) Ibid., 221 11) Ibid., 222 12) Ibid., 223 13) Taine, Les Origines, vol. VI, p. 65   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Il cardinale Zen perde l’appello contro la condanna per il fondo di aiuto ai manifestanti di Hong Kong

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Il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, ha perso giovedì l’appello con cui cercava di far revocare la condanna del 2022 per non aver registrato il Fondo di Aiuto Umanitario 612, istituito per coprire spese mediche e legali delle persone detenute durante le proteste antigovernative del 2019. Lo riporta Infovaticana.

 

Il Tribunale d’Appello di Hong Kong ha respinto il ricorso di Zen, 94 anni, e di altri quattro ex amministratori del fondo, confermando così le condanne di quattro anni fa. Secondo Associated Press, la difesa ha annunciato che il caso sarà ora portato davanti al Tribunale di Ultima Istanza, massima corte del territorio.

 

Zen è stato dichiarato colpevole nel novembre 2022 insieme alla cantante Denise Ho, all’accademico Hui Po-keung e alle ex deputate prodemocrazia Margaret Ng e Cyd Ho. Ciascuno è stato multato di 4.000 dollari di Hong Kong — circa 440 euro — per violazione dell’Ordinanza sulle Società.

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L’infrazione contestata consisteva nel non aver registrato il Fondo 612 come società né aver chiesto un’esenzione entro il mese previsto dalla normativa di Hong Kong.

 

Il tribunale ritiene che il Fondo 612 dovesse essere registrato. Creato nel giugno 2019 e chiuso nel 2021, il Fondo di Aiuto Umanitario 612 ha fornito sostegno economico, medico e legale a persone detenute, ferite o colpite durante le proteste di quell’anno. Zen faceva parte del gruppo di fiduciari incaricati della gestione.

 

I giudici Jeremy Poon, Aarif Barma e Derek Pang hanno ritenuto che l’organizzazione non fosse soltanto una somma di denaro amministrata tramite un trust, come sosteneva la difesa, ma rientrasse nella definizione di società prevista dalla legislazione di Hong Kong.

 

Secondo la sentenza riportata dall’Associated Press, i magistrati hanno sottolineato che i cinque amministratori intendevano usare il fondo come strumento per richiedere, raccogliere e destinare donazioni a sostegno delle proteste del 2019.

 

Il tribunale ha inoltre respinto l’argomento secondo cui l’obbligo di registrazione imponesse un onere sproporzionato sull’esercizio della libertà di associazione.

 

Dopo la pronuncia, Margaret Ng ha annunciato il ricorso al Tribunale di Ultima Istanza. L’ex deputata e avvocata ha sostenuto che la massima corte dovrà chiarire cosa possa considerarsi una «società» e fino a che punto si estenda l’obbligo di registrarsi presso la Polizia quando più persone svolgono insieme un’attività. «Ha un grande impatto sulla società civile di Hong Kong», ha affermato Ng.

 

Arrestato sotto la Legge sulla Sicurezza Nazionale, ma non condannato in base a essa: il cardinale e gli altri amministratori del Fondo 612 sono stati arrestati nel maggio 2022 con l’accusa di «connivenza con forze straniere», reato previsto dalla Legge sulla Sicurezza Nazionale imposta da Pechino a Hong Kong nel 2020.

 

Zen non è stato tuttavia accusato né condannato per alcun reato ai sensi di quella legge. Il processo che si è concluso con la multa di 4.000 dollari di Hong Kong riguardava soltanto l’inadempimento dell’obbligo di registrare il Fondo 612.

 

Il suo arresto in base alla normativa sulla sicurezza nazionale suscitò allora ampia risonanza internazionale e preoccupazione nella comunità cattolica.

 

Dopo la condanna del novembre 2022, lo stesso Zen ha chiesto di non leggere quel procedimento come un caso di libertà religiosa a Hong Kong.

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La vicenda giudiziaria del porporato è tornata in primo piano nel dicembre 2025, quando il Tribunale d’Appello ha esaminato il ricorso dei cinque ex amministratori. La sentenza resa nota giovedì è l’esito di quel giudizio.

 

Un fondo nato durante le proteste del 2019. Le proteste di Hong Kong iniziarono nel 2019 contro un progetto di legge che avrebbe consentito l’estradizione di sospetti verso la Cina continentale. Anche se il progetto fu ritirato, le mobilitazioni proseguirono per mesi e si trasformarono in un movimento più ampio contro il crescente controllo di Pechino sul territorio.

 

In quel contesto nacque il Fondo 612, destinato a coprire, tra l’altro, la difesa legale dei manifestanti arrestati e l’assistenza medica dei feriti.

 

Nel giugno 2020 è entrata in vigore la Legge sulla Sicurezza Nazionale, che contempla reati come secessione, sovversione, terrorismo e connivenza con forze straniere. Da allora numerosi leader e attivisti del movimento prodemocrazia sono stati processati e incarcerati.

 

Le autorità di Pechino e Hong Kong sostengono che la normativa abbia permesso di ripristinare la stabilità dopo i gravi disordini del 2019; i critici affermano invece che ha ridotto in modo marcato lo spazio per l’opposizione politica e la libertà di associazione nell’ex colonia britannica, restituita alla sovranità cinese nel 1997.

 

Zen, una delle voci cattoliche più critiche verso Pechino. Salesiano e vescovo di Hong Kong dal 2002 al 2009, Joseph Zen è stato creato cardinale da Benedetto XVI nel 2006. Dopo il ritiro ha continuato a intervenire pubblicamente sia sulla situazione politica del territorio sia sulle condizioni dei cattolici in Cina.

 

A 94 anni il cardinale è comparso in aula aiutandosi con un bastone. Il rigetto del ricorso lascia in vigore la condanna del 2022, ma non chiude ancora il procedimento: gli ex amministratori del Fondo 612 hanno annunciato l’intenzione di portare il caso davanti al Tribunale di Ultima Istanza di Hong Kong.

 

Lo Zen è al centro della questione sino-vaticana, con lo scellerato accordo tra Pechino e il Sacro Palazzo rinnovato poco fa. Il cardinale come noto sta subendo arresti e processi ad Hong Kong, mentre il Vaticano bergogliano si piega al Partito Comunista Cinese.

 

L’accordo sino-vaticano è qualcosa di mostruoso ed imbarazzante, visto che le persecuzioni contro la chiesa cattolica non sembrano diminuite da quando è stato posto in essere. Si hanno casi di sacerdoti della chiesa sotterranea (cioè, pienamente cattolica) fatti sparire; ci sono notizie di preti torturati affinché aderiscano alla «Chiesa patriottica» ora in accordo con Roma; i seminari vegono smembratigli orfanotrofi cattolici vengono chiusi; le chiese vengono demolitele suore vengono perseguitate; vi sono vescovi che sparisconovescovi gettati in prigione, mentre in chiesa si celebra l’anniversario della nascita del Partito Comunista Cinese.

 

In una conferenza stampa aerea, di ritorno da Budapest, Bergoglio aveva di fatto mollato il cardinale Zen, ex arcivescovo di Hong Kong che ha passato la vita a combattere le persecuzioni della Cina comunista e a difendere quei cattolici cinesi «sotterranei» che da quando è in corso l’accordo sino-vaticano, hanno il tremendo timore di essere stati abbandonati dal Vaticano.

 

Zen è sotto processo nella nuova Hong Kong telecomandata da Pechino: l’assenza di mosse del Vaticano per difenderlo ha spinto persino il Parlamento Europeo (!) a chiedere alla Santa Sede di fare qualcosa.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’anno scorso si era arrivati alla situazione dolorosamente grottesca di un sacerdote torturato dalle autorità cinesi mentre un nuovo vescovo veniva consacrato. I cittadini cinesi, di fatto, sono invitati a denunciare «attività cristiane illegali» anche per mezzo di compensi.

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Renovatio 21 sospetta che in certa parte la gerarchia cattolica potrebbe essere ricattata tramite Grindr, l’app per incontri gay dove si dice abbondino le presenze di consacrati anche in Italia. L’americana Grindr, con tutti i suoi dati, fu acquistata da una società cinese. Donald Trump ne chiese la restituzione, perché erano stati trasferiti troppi dati sensibili che potevano essere usati per ricattare quantità di impiegati del governo, agenti di polizia, militari, etc. Bizzarramente Pechino concesse agli americani di riprendersi Grindr, ma è facile supporre che forse i dati degli utenti siano ancora lì da qualche parte.

 

È da notare che nell’arco di decine di anni, l’uomo di collegamento fra la Cina e il Papato fu Theodore McCarrick, il cardinale accusato di sodomia con innumeri novizi e pure con ragazzini. McCarrick, travolto dallo scandalo, fu privato del titolo di cardinale dallo stesso Francesco, che tuttavia, secondo le accuse dell’ex Nunzio Apostolico in USA monsignor Carlo Maria Viganò, a inizio pontificato invece lo difendeva-

 

Grazie a Wikileaks (un cablo del 2006) sappiamo che in almeno due viaggi, McCarrick dormì in un seminario di Pechino della Chiesa Patriottica, cioè la copia della Chiesa cattolica, che non rispondeva a Roma ma al potere pechinese – la falsa chiesa che l’accordo sinovaticano ha premiato con il riconoscimento.

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

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