Spirito
Mons. Viganò: «Santa Madre Chiesa sfigurata e umiliata dai suoi Pastori»
Renovatio 21 pubblica l’omelia per la festa di San Carlo Borromeo dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò.

Humilitas
Omelia nella festa di San Carlo Borromeo
Distrutto il fondamento, crolla e rovina tutto ciò che sopra ci venne innalzato.
San Carlo Borromeo
In queste ultime settimane le vicende che hanno interessato il corpo ecclesiale ci hanno colmato di grande dolore, perché ciò che temevamo sin dai primissimi interventi di Leone ha preso corpo ben oltre ogni peggiore previsione.
Abbiamo assistito al «pellegrinaggio giubilare» di attivisti LGBTQ, promosso dal loro cappellano, il gesuita James Martin e celebrato dal Vicepresidente della CEI Francesco Savino.
Abbiamo visto Prevost benedire un blocco di ghiaccio e predicare la conversione ecologica per ratificare e propagandare la fantomatica emergenza climatica.
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Abbiamo visto il capo della chiesa d’Inghilterra ricevuto in Vaticano con tutti gli onori – e con la di lui «moglie» concubinaria – per dare nuovo impulso all’impegno per gli obiettivi sostenibili dell’Agenda globalista. Durante quella visita, la Cappella Sistina e la Basilica di San Paolo fuori le Mura sono state profanate dalla communicatio in sacris con pseudo-ministri di una setta scismatica, eretica e priva di Successione Apostolica.
Abbiamo assistito al pontificale tridentino di Summorum Pontificum con i cardinali Zuppi e Burke acclamati dai conservatori e pseudo-tradizionalisti, mentre la CEI pubblicava un documento per la promozione delle persone LGBTQ e la normalizzazione della sodomia.
Abbiamo udito Leone tenere un’omelia per il pellegrinaggio giubilare delle «équipe sinodali e degli organi di partecipazione» (si noti il lessico da komintern) nella quale egli afferma che «nessuno possiede la verità tutta intera», di fatto sconfessando il Papato Romano e la Chiesa Cattolica.
E ancora: sempre sulla scia del mai abbastanza deprecato ecumenismo conciliare, lo scorso 28 ottobre Leone ha preso parte al Meeting Internazionale per la Pace organizzato dalla Comunità Sant’Egidio nello «spirito di Assisi» dinanzi all’Arco di Costantino, proprio nel giorno in cui nell’anno 312 dell’era cristiana l’Imperatore ottenne la vittoria di Ponte Milvio sui pagani, dopo aver posto sui labari la croce di Cristo.
Nel pomeriggio dello stesso giorno Leone ha presenziato nell’Aula Paolo VI all’evento di commemorazione della Dichiarazione Conciliare Nostra Ætate: più di due ore di abominevoli spettacoli pagani, esoterici e cabalistici.
Infine, quasi a suggellare con l’inconfondibile marchio dell’Avversario questa serie di sistematici attacchi alla Santa Chiesa, Leone e Tucho Fernàndez (…) hanno promulgato proprio oggi un documento, nel quale si definisce «inappropriato» il titolo di Corredentrice attribuito alla Vergine Madre di Dio.
Tucho e Prevost non fanno che confermare la propria coerenza con gli eversori del Vaticano II, i quali impedirono che il dogma della Corredenzione venisse proclamato durante la solenne assise, nonostante la vasta richiesta dell’Episcopato mondiale. E qui vediamo come gli eretici rivelano la propria indole antimariana, non a caso legata all’indole anticattolica, perché Maria Santissima è Madre e Regina della Chiesa proprio in virtù della co-Passione e della co-Redenzione. E Satana sa benissimo che la propria definitiva sconfitta verrà sancita da Colei che gli schiaccerà – virgineo calcaneo – il suo capo ribelle.
Tutto questo ha trapassato il cuore dei Cattolici quanto la lama acuminata di un pugnale; perché vedere la nostra Santa Madre Chiesa sfigurata e umiliata dai suoi Pastori è uno spettacolo straziante cui non avremmo mai voluto assistere, e che molti si illudevano fosse concluso dopo la fine della lunga parentesi bergogliana. L’evidenza dei fatti ci riporta coi piedi per terra e ci mostra il Papato Romano tramutato in ruolo di presidenza di un parlamento sinodale, sul modello delle democrazie postrivoluzionarie, e il Papa in leader della Religione Universale massonica.
La sinodalizzazione della Chiesa – come ho avuto modo di dire in più occasioni – è strumentale alla sua distruzione e serve a far confluire la Chiesa Cattolica nell’unico bacino della Religione dell’Umanità, esattamente come la parlamentarizzazione delle Nazioni fu strumentale alla loro destabilizzazione, le cui conseguenze disastrose abbiamo sotto gli occhi. Per questo motivo, e per la continuità della linea di governo di Prevost rispetto a Bergoglio, non è possibile illudersi che le decisioni assunte e le dichiarazioni pubblicate siano frutto di inesperienza o di ingenuità. Esse costituiscono una dichiarazione d’intenti eversiva che non può essere ignorata.
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Celebrare San Carlo Borromeo in questo contesto può sembrare quasi contraddittorio. Le virtù del grande Cardinale e Arcivescovo di Milano sono infatti l’esatto contrario delle deviazioni della Gerarchia conciliare e sinodale, tanto nella vita privata dei Vescovi quanto nell’esercizio del loro Ministero episcopale. Ma è proprio per via di questo stridente contrasto tra un Vescovo cattolico elevato alla gloria degli altari e i funzionari sinodali di oggi, che possiamo trarre un importante insegnamento dalla sua vita al servizio della Santa Chiesa.
Se i vescovi del postconcilio sono un esempio di come non deve essere un buon Pastore, San Carlo è viceversa l’esempio di come deve essere un Vescovo, ed è a lui che guardiamo in questa fase di gravissima apostasia della Gerarchia.
Humilitas: questo era il motto di San Carlo Borromeo. Non l’umiltà simulata di chi si fa seguire dai fotoreporter mentre va in giro in bicicletta in abiti borghesi (come capita di vedere a Bologna), ma la vera umiltà di chi, elevato per dignità in ragione dell’Ordine Sacro, si rende invisibile per far apparire Cristo, di cui egli è Ministro. L’umiltà – la santa umiltà – di chi si riconosce inserito in un ordine divino, essenzialmente gerarchico, in cui tutti sono sottoposti alla Signoria di Gesù Cristo, Re e Pontefice; in cui i Superiori obbediscono tutti a Dio, e solo per questo sono a loro volta obbediti dai sudditi. L’umiltà di chi abbraccia la Verità – che è attributo consustanziale di Dio – con la semplicità di chi si lascia illuminare e riscaldare dalla luce di Cristo, senza cambiarla, senza oscurarla, senza mutare le tenebre in luce e la luce in tenebre (Is 5, 20).
L’umiltà è il marchio della Santità, ed è indissolubilmente legata all’obbedienza verso l’Autorità, poiché per obbedire al Superiore e per farsi obbedire dai sottoposti, occorre riconoscersi tutti sottomessi alla Signoria di Cristo: sottomessi non solo a parole – Non chi dice Signore, Signore (Mt 5, 21) – ma anche con le opere – chi fa la volontà del Padre mio.
Sottomessi non solo nell’obbedire ai Superiori, ma anche nel farsi obbedire dagli inferiori. Umiltà significa compiere la volontà di Dio: sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra, ossia conformando ai Comandamenti di Dio la nostra vita quotidiana, la nostra società e le sue leggi, le nostre famiglie. Come in cielo così in terra: è infatti la perfezione del Cielo ad essere modello per noi mortali, e non la nostra miseria e incoerenza ad essere parametro delle Verità eterne.
Nei giorni scorsi abbiamo sentito affermare che nella chiesa sinodale «nessuno è chiamato a comandare», «nessuno deve imporre le proprie idee», «nessuno è escluso», «nessuno possiede la verità tutta intera».
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Avremmo dunque una «chiesa» non gerarchica, non magisteriale, inclusiva e in ascolto: l’esatto contrario della Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, che Nostro Signore Gesù Cristo ha voluto dotata di un Papato monarchico e di una Gerarchia; una Chiesa nella quale non vi sono «idee» ma la divina Rivelazione, che si impone da sé per l’autorità di Dio rivelante; una Chiesa Mater et Magistra che sull’esempio evangelico e conformemente alla prassi apostolica deve necessariamente porre dei confini dottrinali e morali invalicabili, superati i quali si viene necessariamente esclusi dal corpo ecclesiale; una Chiesa che – lei sì – possiede la Verità tutta intera (Gv 16, 13) essendo fondata dal Verbo Eterno del Padre che è Parola di Verità, e che ha ricevuto il mandato di predicare questa Verità a tutte le creature fino agli estremi confini della terra.
La Verità esige di essere ascoltata e riconosciuta: non ha bisogno di «porsi in atteggiamento di ascolto» verso l’errore.
La Chiesa di San Carlo Borromeo fu la Chiesa della Riforma Cattolica, in risposta all’eresia luterana e alla peste del Protestantesimo. I decreti del Concilio di Trento diedero un nuovo impulso alla vita cristiana ribadendo le Verità cattoliche, combattendo gli errori degli eretici, riformando i costumi del Clero e dei fedeli, dando solida formazione ai chierici e ai religiosi, promuovendo la predicazione e le missioni al popolo, incoraggiando la nascita di nuovi Ordini religiosi e nuove fondazioni caritative.
La chiesa di Roncalli, di Montini, di Luciani, di Wojtyla, di Ratzinger, di Bergoglio e di Prevost è la chiesa del dialogo con il mondo. I decreti del Concilio Vaticano II attuarono il programma di questa chiesa in uscita compiendo «riforme» di segno opposto, tacendo le Verità cattoliche e incoraggiando gli errori degli eretici, favorendo la corruzione dei costumi del Clero e dei fedeli, distruggendo la formazione dei Seminari e degli Atenei cattolici, sostituendo la predicazione con la propaganda delle ideologie moderne, cancellando le missioni al popolo, disperdendo gli Ordini religiosi e usando come fonte di lucro le istituzioni caritative, quasi tutte ormai destinate a gestire il business dell’«accoglienza».
Se avessimo chiesto a San Carlo di definire la Chiesa a cui apparteneva, non lo avremmo sentito parlare di «chiesa conciliare», ma di Chiesa Cattolica tout court. Il grande Arcivescovo di Milano non avrebbe mai parlato di una «chiesa preconciliare», né avrebbe umiliato i suoi predecessori accusandoli di aver tenuto i fedeli nell’ignoranza, o di aver discriminato le donne, di aver sminuito il ruolo dei laici, di aver perseguitato i dissidenti, di aver eretto muri anziché ponti.
La Chiesa di San Carlo Borromeo non fu infatti una creazione umana nata dai piani eversivi di una consorteria di eretici corrotti, ma la continuazione della Chiesa di sempre, immutabile nella sua Dottrina, coerente col mandato di Cristo e fedele alla testimonianza degli Apostoli.
Cosa direbbe San Carlo dinanzi allo sfascio della Gerarchia conciliare e sinodale e al tradimento dei suoi massimi vertici?
E come reagirebbe, nel vedere assurti ai posti più importanti personaggi che ai suoi tempi sarebbero stati condannati?
Come giudicherebbe il comportamento di un papa che afferma che tutte le religioni portano a Dio, che nessuno possiede la verità, e che occorre promuovere la superstizione sanitaria e la conversione green mediante le politiche genocide del Great Reset?
Quale sarebbe la reazione di San Carlo al vedere un gruppo di sodomiti entrare nella Basilica di San Pietro per celebrarvi il pellegrinaggio giubilare col plauso del Vaticano, o a leggere le risoluzioni della CEI per combattere la cosiddetta discriminazione LGBTQ e, di fatto, normalizzare ogni genere di perversione sessuale? o nel vedere la statua di Lutero e l’idolo della Pachamama portati trionfalmente all’ombra della cupola di San Pietro
Lascio a voi dare una risposta, che penso sia facile formulare.
Ma se l’atteggiamento di San Carlo Borromeo dinnanzi al tradimento della Gerarchia attuale sarebbe certamente coerente con la Fede che egli professava, gli “inclusivi sinodali” dimostrerebbero di essere i primi a non praticare i principi ce propagandano, e smentirebbero se stessi nel modo più plateale.
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Così, nonostante la chiesa post–bergogliana ci tenga a ribadire che «nessuno è chiamato a comandare», ordinerebbe a San Carlo di uniformarsi al nuovo corso, di celebrare il Novus Ordo, di farsi promotore della sinodalità e della sua agenda woke. Nonostante quel «nessuno deve imporre le proprie idee», imporrebbe le proprie a San Carlo. Nonostante il «nessuno è escluso», lo scomunicherebbe. E nonostante quel blasfemo «nessuno possiede la verità tutta intera», pretenderebbe dal Borromeo l’accettazione delle proprie imposture, delle proprie frodi, delle proprie menzogne.
Ma la Verità, cari fedeli, ci è stata rivelata nella sua interezza da Nostro Signore Gesù Cristo. Non è qualcosa che dobbiamo «cercare insieme».
La Verità è stata consegnata da Nostro Signore alla Santa Chiesa perché la custodisca, la predichi e la tramandi intatta ai posteri. La Verità non «si pone in ascolto» dell’errore, ma va invece ascoltata, poiché la Verità è Cristo stesso, Verbo eterno del Padre, Parola di Dio. Chi ci dice che la Chiesa non possiede la Verità ci inganna, ben sapendo che la Verità intralcia i suoi piani, e così la stravolge come menzogna.
San Carlo oggi non sarebbe Santo, ma scomunicato e scismatico. Vivrebbe come noi, vestirebbe in nigris e sarebbe scacciato dalle chiese come un rigido e un indietrista. E forse verrebbe a bussare alla porta del nostro Eremo per aiutare chi non si piega all’apostasia imposta dai vertici. Continuerebbe a credere ciò che credette, a praticare le virtù in cui eccelse in vita, ad adempiere al proprio Ministero con fedeltà e con umiltà.
Humilitas. Così dobbiamo fare anche noi, fratelli carissimi, che la Provvidenza ha voluto in questo luogo e in questo tempo per un compito ben preciso: la nostra e l’altrui santificazione mediante la croce che il Signore ci ha assegnato.
Nell’umiltà, nella vera obbedienza, nella quotidiana santificazione.
E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
4 Novembre MMXXV
S.cti Caroli Borromæi Episc. Mediolanensis
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Immagine: San Carlo Borromeo nella vetrata nella Basilica di San Nicola, Saint-Nicolas-de-Port, Meurthe-et-Moselle, Lorena, XIX secolo.
Immagine di pubblico dominio CCO via Wikimedia
Spirito
Mons: Viganò su Amoris Laetitia ed eresia: «la teologia non ha paradigmi da cambiare».
“Un paradigma teologico che cambia”: lo ammettono loro stessi. Chi dichiara che la Chiesa “si muove verso la piena realizzazione del Vaticano II e del Sinodo sulla sinodalità” non fa che confessare ciò che noi denunciamo: una rottura, non uno sviluppo omogeneo.
La teologia non ha paradigmi da cambiare, perché ha il “Depositum Fidei” da custodire e trasmettere. Il Concilio Vaticano I lo ha definito in termini che nessuno può abrogare: dal senso dei dogmi non ci si deve mai allontanare “altioris intelligentiæ specie et nomine”, con il pretesto di una migliore comprensione. “Una Chiesa in cui tutti hanno voce”? La Chiesa non è un parlamento, e Nostro Signore non ha indetto consultazioni: “Qui vos audit, me audit”. L’ascolto che salva è quello della Parola di Dio (“fides ex auditu” Rm 10,17), non l’ascolto del mondo, che ha ottenuto la nostra resa. Si ascolta Nostro Signore, e poi si obbedisce. E “Amoris lætitia”, la cui “recezione” si celebra con tanto fervore, ha introdotto nella disciplina dei Sacramenti ciò che la Scrittura (Mt 19; 1 Cor 11, 27) e il Concilio di Trento escludevano. Trento ha anatematizzato chi dice che la Chiesa erra quando insegna che il vincolo matrimoniale non si scioglie per l’adulterio, e che si possano contrarre altre nozze vivente il coniuge (Sess. XXIV, can. 7); e ha stabilito che chi è consapevole di peccato mortale non si accosti all’Eucaristia senza la previa Confessione sacramentale (Sess. XIII, can. 11). I funzionari della chiesa conciliare e sinodale chiamano “paradigma” ciò che nella lingua della Chiesa si è sempre chiamato errore. E quando l’errore verte su una dottrina definita, la Chiesa Cattolica ha un nome ancora più grave: eresia. https://t.co/L7vHUDfiRM — Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) October 15, 2026
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Spirito
«Orrendi documenti vaticani scardinano la vocazione religiosa»: omelia di mons. Viganò
Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò in occasione della Professione Perpetua di Suor Maria Consolata

Christo confixus sum cruci:
vivo autem, jam non ego: vivit vero in me Christus.
Gal 2, 19-20
Veni, Sponsa Christi, accipe coronam,
quam tibi Dominus præparavit in æternum.
Ant. Profess.
Sia lodato Gesù Cristo
+
Cari fratelli nel sacerdozio
e fedeli tutti nel Signore,
Anzitutto mi rivolgo a voi, diletta figlia, Suor Maria Consolata di Gesù Bambino e di San Giuseppe, che l’infinita degnazione divina chiama oggi a ratificare sull’altare – come Figlia della Regina Crucis – quel legame sponsale che né il tempo né la morte potranno mai più disciogliere.
Con la celebrazione odierna della Professione Solenne di Sr Maria Consolata non ci troviamo dinanzi ad un mero rito di devozione, né ad un commovente cerimoniale d’altri tempi sopravvissuto alla secolarizzazione universale. Essa è piuttosto un atto ontologico, tremendo e glorioso: la consegna irrevocabile di tutta la vostra esistenza nelle mani dello Sposo divino, l’immolazione incruenta ma reale della vostra libertà, della vostra giovinezza, del vostro cuore, per essere consumata quale vittima sacrificale nel fuoco della Carità divina.
Nel pronunciare i voti perpetui di Povertà, Castità e Obbedienza secondo la Regola approvata dalla Chiesa dei secoli, voi non rinunciate ad amare, ma scegliete l’unico Amore che non delude, non tradisce e non muore. Voi scegliete di salire sul Golgota, perché il vostro Sposo non è un sovrano secondo la carne, adorno delle effimere vanità del secolo presente, ma il Rex tremendæ majestatis il Cui trono è il duro legno del Calvario, il Cui scettro è la canna del ludibrio, la Cui corona è un serto di spine stillante Sangue divinissimo.
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La dottrina della Regina Crucis
La divina Provvidenza, che dispone con soavità e fortezza il cammino delle anime consacrate, pone dinanzi al nostro sguardo in quest’ora solenne la figura eccelsa della Vergine Santissima, nella Sua Divina Maternità: quella Maternità che la Chiesa celebra con speciale solennità l’11 ottobre, nella festa istituita da Pio XI nel XV centenario del Concilio di Efeso, e che noi contempliamo in modo specialissimo sotto il titolo augusto e misterioso di Regina Crucis, Regina della Croce.
Nello stesso giorno, l’11 ottobre del 1962, si apriva il Concilio Vaticano II con l’allocuzione Gaudet Mater Ecclesia: «Gioisce la Madre Chiesa». Ma la Madre di Dio, ai piedi della Croce, non gioiva: compativa; e da quella scuola di dolore, non dalle illusioni della Modernità, la Chiesa riceve la sua fecondità.
La Santa Madre di Dio è Regina per via della sua divina Maternità, ma è Regina in senso singolarissimo e cooperativo perché ha condiviso, come nessun’altra creatura, l’intima essenza del trionfo di Nostro Signore Gesù Cristo. E dove Nostro Signore ha trionfato? Non sui palazzi dei Cesari, non tra gli applausi ingannatori delle turbe, ma sull’ignominia della Croce: Regnavit a ligno Deus. Dalla Croce Nostro Signore ha proclamato al mondo la propria divina Regalità, espugnando l’impero di satana e redimendo il genere umano a prezzo del Suo Sangue.
E chi stava ai piedi di quel patibolo divino? Stabat Mater dolorosa juxta crucem lacrimosa. La Vergine Maria non vi si trovava come spettatrice inerte o vinta dal dolore: vi stava in piedi (stabat), ritta nella sua intemerata maestà, rivestita del manto regale del più perfetto e straziante patimento. Quella spada predetta dal vecchio Simeone Le ha trapassato l’Anima immacolata. In quel martirio spirituale, la Vergine Corredentrice ha unito la propria Compassione al Sacrificio del Figlio. Ella non ha revocato il proprio Fiat, ma lo ha reiterato nell’oscurità che avvolgeva la terra, impugnando con Cristo lo scettro della sofferenza e meritando, per decreto della Santissima Trinità, il titolo di Regina Crucis.
Sotto i Suoi piedi verginali, la Donna vestita di Sole dell’Apocalisse calpesta la luna: l’antico simbolo della mutabilità, della caducità delle cose umane, delle illusioni della terra. Ella è Regina perché con la Croce ha vinto il mondo; Regina perché dalla Croce ha generato, nei dolori del parto spirituale, la Chiesa e ciascuno dei redenti.
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La vocazione religiosa: immolazione e sponsalità di sangue
Guardate a Lei, cara Suor Maria Consolata! Ecco il modello, la maestra e la Madre della vostra vocazione.
Questo mondo apostata, ubriacato dall’idolatria del benessere, dal culto dell’io e dalla ribellione orgogliosa alla Legge divina, giudica la vostra consacrazione come una follia, uno spreco di vita, un sacrificio insensato. E perfino nel seno stesso della Chiesa, tra quanti hanno barattato il rigore del Vangelo e il primato della Croce con le lusinghe del mondo, il silenzio contemplativo e la penitenza austera vengono spesso derisi come vestigia superate o accusati di sterile disimpegno. Orrendi documenti vaticani, come Vultum Dei Quærere o Cor Orans, scardinano dalle fondamenta l’anima sacrificale della Vocazione religiosa in nome di una «infinita dignità» costruita sul rifiuto della Croce. Eppure la vita religiosa, quale la Chiesa l’ha sempre intesa e tramandata, conserva i suoi modelli là dove la Regola, l’abito e la liturgia di sempre non sono stati abbandonati.
Non lasciatevi sedurre: il mondo vi considera perdute perché non conosce il vostro Sposo. Il mondo non comprende che il valore di un’anima si misura dal grado della sua conformazione al Crocifisso. Salendo oggi i gradini dell’altare per pronunciare i vostri Voti perpetui, voi vi ponete accanto a Maria, Regina Crucis. Vi rivestite per sempre dell’abito della rinuncia alle cose della carne, che già portate e che annunzia al mondo la vostra morte spirituale alle cose della terra, per vivere unicamente nascosta con Cristo in Dio (Col 3,3).
La vostra cella diventa la rocca della vera libertà; il coro, il vestibolo del Paradiso; il vostro silenzio, il baluardo in cui l’anima ascolta la voce dell’Eterno Sacerdote, dello Sposo divino. Voi siete chiamata a fare della vostra intera persona un’ostia vivente d’espiazione. Quante anime saranno salvate dal baratro della perdizione eterna grazie alle vostre veglie solitarie, ai vostri digiuni, alle lacrime nascoste versate dinanzi al Tabernacolo! Quanto sollievo recherete al Cuore trafitto di Gesù e al Cuore Immacolato e Addolorato di Maria, oltraggiati dalle bestemmie, dai sacrilegi, dai tradimenti di tanti falsi pastori che conducono il gregge verso l’apostasia!
E se la rinuncia alla maternità nell’ordine di natura discende direttamente dall’oblazione totale della vostra vita allo Sposo divino, Egli nondimeno vi ripaga consentendovi di esercitare una maternità spirituale nei riguardi di quanti sono rivestiti dell’autorità di Nostro Signore: nella carità verso seminaristi, sacerdoti e quanti sarete chiamata ad assistere nelle loro quotidiane necessità.
Lungi dall’essere una fuga dalla battaglia, questa vostra libera scelta costituisce una discesa in prima linea, nel punto più avanzato e decisivo del combattimento escatologico contro il Dragone infernale. Le vostre preghiere, elevate all’unisono con il Sacrificio Eucaristico perenne della Chiesa, sono il fulmine che sbaraglia le schiere nemiche e placano la giusta collera di Dio che sovrasta le nazioni ribelli.
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L’eredità della Croce e la speranza della gloria
Non v’inganni il fervore di quest’ora di grazia. Verrà, come per ogni sposa del Crocifisso, l’ora del Getsemani; verrà la notte oscura dell’anima, il peso della debolezza umana, l’aridità del deserto, l’incomprensione e forse la tentazione di rimpiangere ciò che vi siete lasciata alle spalle.
In quegli istanti, alzate gli occhi alla vostra Sovrana: alla Regina della Croce. Ricordate che la Croce non rappresenta un transito amaro verso una gloria estranea ad essa, ma è già l’anticipo del Regno, la sostanza stessa della regalità cristiana. Chi non regna con Cristo sulla Croce, non regnerà con Lui nello splendore della Sua Maestà.
Chiedete alla Madonna di insegnarvi a custodire il silenzio del Golgota, di donarvi la sua fortezza regale, la sua purezza incontaminata, la sua fede incrollabile che non vacillò nemmeno quando gli Apostoli fuggirono e il Sole della Giustizia parve oscurato per sempre. Lasciatevi trafiggere il cuore dal dolore per i peccati del mondo, perché solo un cuore trafitto è capace di riversare su di sé e sulla Chiesa torrenti di grazia redentrice.
Diletta sorella, oggi la Chiesa fedele esulta per il vostro olocausto. Ricevete con trepido gaudio l’anello nuziale, suggello di eterna alleanza col Re dei re. Ricevete la corona di spine che sola precede la corona della vita immortale.
Ponetevi sotto il manto della Vergine santissima, Regina Crucis e Mater Misericordiæ. Sia Ella la custode delle vostre ore di adorazione, il rifugio sicuro nelle tempeste che minacciano la Barca di Pietro, la consolazione dolcissima al termine del vostro pellegrinaggio terreno; affinché, dopo aver consumato con generosità la vostra immolazione quotidiana ai piedi del Calvario, possiate un giorno udire la voce del vostro Sposo divino chiamarvi all’eterno convito delle Nozze dell’Agnello Surge, propera, amica mea, columba mea, formosa mea, et veni: jam enim hiems transiit, imber abiit et recessit… Veni, coronaberis.
E così sia.
+ Carlo Maria Viganò,
Arcivescovo
Viterbo, 11 Ottobre MMXXVIMaternitatis Beatæ Mariæ Virginis,Dominica XX post Pentecosten, II Octobris
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Spirito
Madonna corredentrice: il card. Müller rivede le sue posizioni
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Un cambiamento di posizione esplicitamente riconosciuto
In un’opera pubblicata nel 2017, quando dirigeva ancora la Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Müller metteva espressamente in guardia dal rischio di attribuire alla Santa Vergine prerogative che non le appartengono. Citava proprio il titolo di Corredentrice come esempio di esagerazione per excessum, ritenendo che la Chiesa non lo impiegasse perché Cristo è l’unico Redentore e perché Maria stessa ha beneficiato della Redenzione, sia pure in un modo più sublime. Queste dichiarazioni erano state oggetto di un esame critico da parte di Karen Darantière, organizzatrice del convegno sulla corredenzione mariana tenutosi a Parigi il 23 e 24 maggio 2025. In un articolo intitolato il cardinal Müller e il minimalismo mariano di Mater Populi Fidelis, pubblicato il 19 settembre scorso su FSSPX.Attualità, rilevava la vicinanza tra le obiezioni formulate dal cardinale e quelle accolte dal documento romano, in particolare l’assenza di una distinzione sufficientemente esplicita tra i meriti propri di Cristo e la cooperazione subordinata di sua Madre. Ora il cardinale Müller riconosce di aver riesaminato la propria posizione. Interrogato dalla giornalista Diane Montagna al termine del convegno, ha spiegato: «un tempo pensavo che non fosse opportuno fare di questo titolo un dogma, perché deve essere spiegato in modo approfondito e appropriato. Ma dopo che il Dicastero per la dottrina della fede ha pubblicato Mater Populi Fidelis, affermando che l’uso del titolo doveva essere evitato – senza definirne il vero significato né spiegarne la corretta interpretazione –, ho studiato la questione e sono giunto a queste riflessioni». Il cardinale non dichiara di aver negato in precedenza ogni cooperazione di Maria alla Redenzione, ma riconosce di aver modificato la propria valutazione del titolo e della sua portata dottrinale. Le sue affermazioni del 2017 andavano tuttavia oltre una semplice riserva sull’opportunità di una definizione dogmatica, poiché presentavano il suo uso come un’attribuzione eccessiva.Iscriviti al canale Telegram ![]()
«Una verità oggettivamente contenuta nella Rivelazione»
Nella sua esposizione, il cardinale Müller non si limita a difendere la legittimità di un’espressione tradizionale. Afferma il fondamento dottrinale del titolo: «Quando Maria è chiamata “Corredentrice” nella pietà e nella teologia cattoliche, ciò non è né un’attribuzione fuorviante né un’esagerazione entusiastica, ma una verità oggettivamente contenuta nella Rivelazione». Rifiuta in particolare che le obiezioni protestanti conducano ad abbandonare questo titolo e si appoggia sui lavori del teologo Johann Adam Möhler per ricordare la differenza fondamentale tra le concezioni cattolica e protestante della giustificazione. Secondo la dottrina cattolica, la grazia non distrugge la natura umana e non ne esclude l’attività: la guarisce, la eleva e la rende capace di cooperare liberamente all’opera divina. La Redenzione resta interamente dipendente da Cristo, ma Dio ha voluto associare le sue creature alla realizzazione e all’applicazione del suo disegno di salvezza. Questa cooperazione non introduce alcuna rivalità con la causalità divina. Richiamandosi a san Tommaso d’Aquino, il cardinale ricorda che Dio comunica alle creature la dignità di essere vere cause seconde, subordinate alla sua azione sovrana. Cita in particolare la Summa theologiæ (I, q. 23, a. 8, ad 2), dove il Dottore angelico spiega che Dio si serve di cause intermedie non per insufficienza della sua potenza, ma per comunicare alle creature la dignità della causalità. Questa distinzione permette di comprendere come la cooperazione di Maria alla Redenzione possa essere reale senza togliere nulla all’unicità di Cristo Redentore.Aiuta Renovatio 21
Il Fiat di Maria e la sua presenza sul Calvario
Il cardinale Müller sviluppa poi il posto singolare della Santa Vergine nell’economia della salvezza. La maternità divina non può essere ridotta a un fatto biologico, poiché Dio ha voluto che l’Incarnazione del Verbo si compisse con il libero consenso di colei che aveva scelto come Madre. Il Fiat dell’Annunciazione costituisce così una vera cooperazione personale al disegno divino. Il cardinale arriva ad affermare che, se Maria avesse rifiutato il suo consenso, l’umanità sarebbe rimasta perduta, precisando però che Dio l’aveva scelta da tutta l’eternità e preparata con la grazia della sua Immacolata Concezione. Questa cooperazione non si ferma all’Incarnazione. Si prolunga fino al Calvario, dove la Madre di Dio rimane accanto al Figlio crocifisso, partecipando con la sua fede, la sua obbedienza e il suo amore all’opera redentrice. Il cardinale sottolinea il legame indissolubile tra questi due misteri: il corpo offerto sulla Croce per la salvezza del mondo è quello che il Verbo ha ricevuto da Maria. Colei che ha liberamente cooperato all’Incarnazione è dunque intimamente associata alla Redenzione compiuta dal Figlio. Per illuminare questa verità, riprende anche il parallelo tradizionale tra Eva e Maria, già sviluppato da san Giustino, Tertulliano e sant’Ireneo di Lione. Come la disobbedienza di Eva ha contribuito alla caduta del genere umano, l’obbedienza di Maria è stata associata al suo risollevamento. La Santa Vergine appare così come la nuova Eva, associata al nuovo Adamo. Il cardinale ricorda a questo proposito l’insegnamento di sant’Ireneo secondo cui Maria, con la sua obbedienza, è diventata causa di salvezza per sé e per tutto il genere umano.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Una risposta diretta alle obiezioni di Mater Populi Fidelis
L’argomentazione del cardinale Müller assume una portata particolare quando affronta l’uso analogico dei titoli attribuiti a Cristo. La Scrittura insegna che esiste un solo Mediatore tra Dio e gli uomini, Gesù Cristo. Eppure, osserva il cardinale, questa verità non impedisce affatto di parlare di una mediazione subordinata esercitata dai sacerdoti, che partecipano al sacerdozio e all’azione mediatrice del Salvatore. Allo stesso modo, Cristo è Figlio di Dio per natura, mentre i fedeli diventano figli di Dio per adozione. L’attribuzione analogica di uno stesso titolo non significa dunque un’uguaglianza di dignità o di causalità. Applicato alla Santa Vergine, questo principio permette di riconoscere la sua singolare cooperazione all’opera redentrice senza collocarla sullo stesso piano del Figlio. Il cardinale si oppone inoltre all’argomento secondo cui il titolo di Corredentrice dovrebbe essere scartato perché la sua comparsa sarebbe relativamente tarda nella storia della teologia. Distingue giustamente l’esistenza di una verità rivelata dalla data in cui la sua formulazione teologica si è progressivamente precisata. La Chiesa ha creduto fin dall’origine all’Incarnazione del Figlio di Dio, ricorda, molto prima che la teologia formulasse con precisione la dottrina dell’unione ipostatica. La comparsa tardiva di un termine non basta dunque a dimostrare l’assenza di un fondamento rivelato della verità che esso esprime. Questa argomentazione si oppone direttamente alla logica restrittiva di Mater Populi Fidelis. Il documento romano giudicava inopportuno l’uso del titolo a causa delle confusioni che potrebbe suscitare. Il cardinale Müller ritiene invece che queste difficoltà richiedano una spiegazione dottrinale rigorosa, e non l’abbandono di un’espressione tradizionale.Sostieni Renovatio 21
Due cardinali prendono pubblicamente le sue difese
Nel suo intervento dedicato a Nostra Signora di Guadalupe e alla regalità di Cristo Re, il cardinale Burke ha ricordato che il Vaticano II, pur riconoscendo la cooperazione attiva di Maria alla Redenzione, aveva rinunciato a impiegare il titolo di Corredentrice per riguardo ecumenico, per non urtare i protestanti. Lungi dal fare propria questa riserva, ha messo in guardia dal rischio che tale prudenza terminologica conduca a un indebolimento della dottrina stessa. Ha inoltre presentato le apparizioni di Guadalupe come una manifestazione particolarmente eloquente della missione corredentrice della Santa Vergine, interamente subordinata all’opera salvifica del Figlio. La difesa della dottrina mariana non si è limitata ai due cardinali. Lo storico Roberto de Mattei ha evocato a sua volta la Santa Vergine come Corredentrice e Mediatrice universale di tutte le grazie, collegando la sua missione al trionfo del suo Cuore Immacolato annunciato a Fatima. Questi interventi costituiscono una notevole contestazione pubblica dell’orientamento adottato dal Dicastero per la dottrina della fede, che la Fraternità San Pio X aveva a sua volta criticato fin dalla pubblicazione di Mater Populi Fidelis. Il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero e principale responsabile di Mater Populi Fidelis, era stato invitato a partecipare all’incontro. Non avendovi potuto prendere parte, ha comunque rivolto i suoi auguri agli organizzatori. Il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese orientali, ha inviato a sua volta un messaggio di sostegno al convegno, mentre il cardinale George Koovakad, prefetto del Dicastero per il dialogo interreligioso, vi era rappresentato. Conviene ricordare che, tre settimane dopo la pubblicazione di Mater Populi Fidelis, il cardinal Fernández aveva apportato una precisazione sulla portata del suo testo. Secondo lui, la formula che giudicava «sempre inopportuno» l’uso del titolo di Corredentrice non intendeva condannare retroattivamente le espressioni impiegate da santi o da papi. Doveva soprattutto condurre a non usare più questo titolo nei documenti ufficiali della Santa Sede e nei testi liturgici. Aveva inoltre indicato che i fedeli che ne comprendono correttamente il significato non erano tenuti ad abbandonarlo nella devozione privata o in una discussione teologica illuminata. Questa distinzione lascia tuttavia intera la questione dottrinale sollevata dal cardinale Müller: se il titolo esprime veramente una verità contenuta nella Rivelazione, per quale ragione il suo uso dovrebbe essere escluso dall’insegnamento ufficiale della Chiesa?Aiuta Renovatio 21
De Maria numquam satis: un principio ormai rivendicato
Un altro passaggio dell’intervento merita di essere sottolineato. Il cardinale Müller riprende il principio tradizionale De Maria numquam satis, secondo cui non si potrebbe mai dire troppo della grandezza della Santa Vergine, purché le affermazioni restino conformi alla verità rivelata. Precisa che questo principio non deve essere interpretato come un massimalismo mariano da bilanciare diplomaticamente con un minimalismo. La grandezza di Maria manifesta al contrario la potenza della grazia divina, che eleva la creatura senza abolirne la libertà. Questa dichiarazione fa eco all’articolo del 19 settembre nel quale Karen Darantière contrapponeva proprio il motto De Maria numquam satis al minimalismo mariano che rimproverava al cardinale Müller. Meno di un mese dopo, questi fa dunque proprio il principio invocato contro le sue posizioni del 2017, senza tuttavia ritornare sulle sue dichiarazioni riguardanti la verginità in partu, anch’esse criticate in quell’articolo. Sulla Corredenzione, invece, il cambiamento è manifesto. La distinzione tradizionale tra i meriti di Cristo, che ci ha riscattati in stretta giustizia (de condigno), e quelli della Santa Vergine, che gli sono interamente subordinati (de congruo), resta essenziale per precisare questa dottrina, come l’ha esposta in particolare san Pio X nell’enciclica Ad diem illum. Volendo scartare il titolo di Corredentrice, il Dicastero per la dottrina della fede ha provocato un’opposizione che forse non si aspettava. Il cardinale Müller, che contestava egli stesso questo titolo nel 2017, si ritrova ora al fianco di coloro che denunciano gli attacchi portati a una prerogativa della Madre di Dio. Per un singolare ribaltamento, è stata la nota romana stessa a condurre l’ex prefetto a unirsi pubblicamente ai difensori della Corredenzione. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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