Pensiero
Mons. Viganò: «questo è il momento di agire» contro Deep State e Deep Church
Renovatio 21 ripubblica la seconda parte dell’intervista concessa dal monsignor Carlo Maria Viganò al vaticanista Aldo Maria Valli così come apparsa sul sito Duc in Altum. La prima parte dell’intervista era stata pubblicata da Renovatio 21 tre giorni fa con il titolo «”Bergoglio lavora per lo scisma”: Intervista di mons. Viganò». Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Eccellenza, riprendiamo il nostro dialogo dal punto in cui eravamo arrivati nella prima parte. Esiste un evidente parallelismo tra quanto sta avvenendo nella Chiesa e quanto avviene nella sfera secolare. Un’espressione che Lei spesso usa è che «tutto si tiene». Ci vuole spiegare meglio?
L’autoritarismo delle democratiche istituzioni nazionali e sovranazionali – ieri con la pretestuosa emergenza pandemica, oggi con l’assurda emergenza ambientale – non è per nulla diverso dall’autoritarismo delle sinodali istituzioni vaticane, ieri con il pretestuoso dialogo ecumenico e oggi con il non meno pretestuoso incoraggiamento delle devianze sessuali e morali. Entrambe, d’altra parte, sono espressione corrotta della vera autorità, una con il deep state del colpo di Stato globale, l’altra con la deep church del colpo di mano della Mafia di San Gallo. In entrambe la corruzione dei loro membri è garanzia di asservimento, perché li rende facilmente ricattabili. Per questo non è possibile che chi ascende a certi livelli in queste istituzioni sia onesto, visto che l’onestà lo sottrarrebbe al controllo di chi vuole nei ruoli chiave delle marionette manovrabili, dei pupazzi nelle mani di un ventriloquo.
Lo scisma è dunque lo scopo ultimo di Bergoglio, perché è la via farisaica – fatta cioè di un formalismo ipocrita e falso – con cui estromettere i buoni Cattolici dalla Chiesa, lasciandola totalmente in potere dei traditori e dei rinnegati, liberi a quel punto di farne quello che vogliono.
La stessa cosa sta avvenendo anche in ambito civile: i governanti e l’intera classe dirigente dei Paesi occidentali sono totalmente asserviti ad un potere che nessuno ha eletto, ad esso obbediscono anche contro l’interesse della Nazione e violando i diritti fondamentali dei cittadini, senza che vi sia alcun organo o magistratura che possa e voglia processarli e condannarli per alto tradimento.
L’ostracismo di Bergoglio verso i conservatori è identico a quello dell’élite globalista verso i «negazionisti» del COVID e del riscaldamento globale. Poco importa che la farsa psicopandemica e quella ambientale non abbiano alcuna base scientifica e siano sconfessate da eminenti scienziati e da prove inoppugnabili: la scienza è sostituita dallo scientismo, quel che era letteratura scientifica oggi è stato rimosso, cancellato, censurato. E anche qui il parallelo con la Chiesa appare in tutta la sua evidenza, se consideriamo la palese contraddizione del «magistero» dal Vaticano II in poi rispetto al Magistero Cattolico: la dottrina è stata sostituita dall’eresia, la morale dalla soggettività del singolo, la ritualità liturgica dall’improvvisazione sacrilega. E chi mette in discussione la narrazione ufficiale – ad esempio evidenziando le morti improvvise dei soli vaccinati o la crisi delle vocazioni del postconcilio – viene criminalizzato, perché il suo dissenso è argomentato e razionale, e non può essere confutato ma solo delegittimato colpendo chi lo esprime.
A questo punto torna la domanda: come uscirne? In Duc in altum da alcuni giorni è in corso in proposito un ampio dibattito, con la partecipazione di molti lettori. Sembra chiaro che Bergoglio e le sue truppe non sono riuscite a cloroformizzare l’opinione pubblica cattolica.
Dobbiamo uscirne con la preghiera, suggeriscono alcuni. Ed è vero: chiedere all’Onnipotente di prendere in mano le redini della Storia è certamente uno strumento efficace. Ma non basta: alla preghiera – indispensabile – deve affiancarsi anche l’azione, come sempre hanno fatto i nostri padri, gli Apostoli, i primi Cristiani e tutti i Cattolici che nel corso di questi duemila anni si sono confrontati con tiranni e satrapi convinti di poter schiacciare l’infame – écrasez l’infame, bestemmiava Voltaire – mentre sono tutti morti e sepolti, e la Chiesa è ancora viva.
Questa azione deve prevedere anzitutto – come ho detto nella nostra prima intervista – una parcellizzazione strategica delle forze tradizionali, coordinate ma indipendenti, in modo che sia impossibile colpirle tutte. La frammentazione della compagine tradizionale è a mio parere l’unica possibile risposta all’attacco presente: non dobbiamo istituire alcun nuovo soggetto pseudoecclesiale, ma conservare quel minimo coordinamento tra forze diverse, che prima o poi si troveranno a riavere pieno diritto di cittadinanza nella Chiesa, unico vero e legittimo luogo in cui i veri Cattolici devono stare.
Questo non significa ovviamente stare a guardare quel che accade come passeggeri di una nave che affonda: al contrario la nostra permanenza nella Chiesa ci deve spronare – come suoi figli – a difenderla dagli attacchi di chi, dall’interno, agisce come quinta colonna del nemico.
Se da un lato Bergoglio vuole chiuderci tutte le vie di fuga, dall’altro occorre che ce ne apriamo altre. Se la sua azione mira ad isolarci per intimidirci e farci desistere, noi dobbiamo denunciare le malversazioni con tutti i mezzi a disposizione.
E siccome prima o poi la persecuzione si allargherà necessariamente – ripeto: necessariamente – anche a coloro che si illudono di essere al riparo da possibili ritorsioni vaticane, sarà il caso che anch’essi organizzino sin d’ora forme di resistenza per garantire la Santa Messa e i Sacramenti ai fedeli, forti di uno stato di necessità sempre più pressante.
Che cosa suggerisce ai Suoi confratelli nell’Episcopato sotto questo profilo?
Li invito a considerare – onerata conscientia – se non sia il caso di pensare a forme di Ministero in clandestinità per i loro sacerdoti conservatori, in vista di possibili ulteriori manovre di Bergoglio o laddove le autorità civili intraprendano azioni di aperta persecuzione dei cattolici tradizionali. Le indagini del FBI sui gruppi di fedeli legati alla Messa tridentina negli Stati Uniti lasciano supporre che parti deviate dei servizi di intelligence considerino i cattolici una minaccia al loro piano eversivo, mentre hanno nella chiesa bergogliana un’alleata.
Le comunità religiose tradizionali – in particolare quelle femminili di Vita contemplativa – dovranno tenersi in contatto costante, in modo da darsi reciproco supporto e aiuto, tanto materiale quanto spirituale. È importante che la fronda di dissenso nei confronti di questa cupola di eretici e pervertiti che occupa i vertici della Chiesa sia sempre più presente a livello mediatico e sulle piattaforme sociali, in modo da incoraggiare chi ancora esita tra il silenzio rassegnato e la necessaria opposizione all’apostasia. Facciamo parlare questi sacerdoti: diamo loro voce, confortiamoli, facciamoli sentire accolti e benvenuti nelle nostre case, nelle nostre chiese, nei nostri monasteri.
Non dimentichiamo che la mentalità che guida l’élite globalista – e la setta bergogliana che ne è ancella – è di matrice mercantile, tipicamente protestante e usuraia. L’idea dominante è il potere e il profitto, ottenuto mediante la mercificazione di tutto, la trasformazione di ogni aspetto della vita in commodity, in prodotto vendibile e acquistabile. Ed è proprio delle strategie commerciali seguire un ben determinato iter per conquistare il mercato.
Può farci un esempio?
Certamente. Immaginiamo di avere due aziende, una multinazionale straniera che produce nel Terzo Mondo un articolo di scarsa qualità a prezzi bassi e una ditta artigianale italiana che produce lo stesso articolo con materie prime di alta qualità e rigorosamente nazionali, perizia di manifattura e prezzo onesto.
In queste condizioni è evidente che la multinazionale non ha alcuna speranza di potersi imporre su un nuovo mercato straniero, anche perché in condizioni normali il governo prevede delle forme di tutela delle proprie eccellenze imprenditoriali e impone dei gravosi dazi sulle merci importate. Ma l’adesione all’Unione Europea vieta agli Stati membri di privilegiare le proprie aziende, impone tasse e imposte onerose, provoca l’aumento dei costi delle materie prime e della produzione, agevola il credito alle multinazionali e lo comprime drasticamente alla piccola e media impresa.
Dietro queste politiche economiche e fiscali, ovviamente, agiscono i lobbisti dei grandi gruppi finanziari. A questo punto la nostra azienda italiana si trova costretta ad aumentare i prezzi, mentre la multinazionale diventa immediatamente concorrenziale. La multinazionale entra dunque sul mercato italiano, con una campagna mediatica imponente, che il piccolo concorrente non può nemmeno lontanamente permettersi; dopo poco acquisisce la piccola azienda e la lascia lavorare per un po’; poi elimina il prodotto di pregio a vantaggio di quello industriale.
Cos’ha ottenuto? La cancellazione dell’alternativa e il livellamento della qualità del prodotto verso il basso. La concorrenza è eliminata e il prodotto industriale potrà aumentare di prezzo semplicemente perché è l’unico proposto sul mercato. In questo processo è indispensabile rimuovere il prodotto di qualità, perché costituisce un fastidioso termine di paragone per quello fabbricato in serie in un carcere cinese o in un villaggio indiano. Quale soluzione viene dunque proposta, per fronteggiare la concorrenza straniera? Dopo l’abbassamento dei costi delle materie prime, non resta che il taglio dei costi di manodopera, con la riduzione dei salari e l’immissione di forza lavoro straniera sottopagata, anche grazie alla pressione degli sbarchi di clandestini traghettati dal Nordafrica o entrati in Europa dalla Turchia.
Se a questo assalto coordinato aggiungiamo anche gli aumenti del costo dell’energia – tutti provocati – e l’obbligo del pareggio di bilancio per gli Stati membri (o quantomeno per alcuni), comprendiamo che anche in questo caso si sono chiuse tutte le vie di fuga, salvo l’unica voluta, che è poi quella che si rivelerà esiziale per chi la imbocca.
Mi perdoni, monsignore, ma quando Lei si esprime così alcuni dicono: l’arcivescovo Viganò parla di cose che non lo riguardano in quanto pastore…
Mi rendo conto che qui siamo su un terreno quantomeno «insolito» a trattarsi da un Vescovo, anche se nelle mie passate funzioni di Segretario Generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano ho dovuto occuparmi anche di questioni di carattere economico.
Se ci fate caso, la strategia commerciale che ho appena illustrato è adottata anche in ambito ecclesiastico. Il prodotto di alta qualità è rappresentato dalla dottrina, dalla morale e dalla liturgia cattolica. La concorrenza del prodotto di bassa qualità è costituita dal ciarpame ideologico modernista, principalmente il rito riformato della Messa. Siccome la clientela non è disposta a rinunciare a ciò che ha sempre avuto per qualcosa di incomparabilmente inferiore, ecco che la multinazionale conciliare acquisisce la piccola azienda artigiana e le lascia proporre il suo prodotto con Summorum Pontificum, per poi chiudere quasi tutti i punti vendita e impedire la formazione dei chierici e dei religiosi secondo la ratio studiorum tradizionale tramite Traditionis custodes. E perché non si veda che il prodotto importato è scadente, evita il confronto con quello di qualità facendolo sparire.
Ma queste manovre, per quanto efficaci da un punto di vista organizzativo, non possono impedire che l’abisso tra le due alternative sia evidentissimo. Se la «clientela» si rassegna a comprare ciò che le viene imposto dalla grande distribuzione, è solo perché la si è privata della possibilità di scegliere, ricorrendo alla frode e alla manipolazione del mercato.
So bene che nelle cose religiose questo approccio da bottegai è inappropriato e offensivo, soprattutto perché il bene della Fede è di un valore inestimabile che ci è concesso gratuitamente dalla magnificenza di Dio, mentre l’alternativa che ci viene proposta non può minimamente competere e ha come prezzo la nostra eterna dannazione. Ma credo non sfugga a nessuno di noi che il cinismo usuraio dei venditori di eresie e perversioni non è capace di andare oltre lo scambio commerciale, dando un prezzo a tutto: i trenta denari pagati dal Sinedrio per il tradimento di Giuda lo confermano, e vi sono sempre Sommi Sacerdoti pronti a versare la somma, e apostoli rinnegati che con un bacio consegnano il Signore alle guardie del tempio.
È questa la mentalità che muove e orienta i mercanti – il World Economic Forum è una lobby di imprenditori assetati di denaro e potere, non dimentichiamolo – quando deve forzare l’adozione di nuovi stili di vita nella società: la manipolazione sociale è parte integrante delle azioni di marketing, e se il «prodotto» da vendere è un siero sperimentale o un veicolo elettrico, le modalità di creazione della domanda e di immissione sul mercato prevederanno una campagna mediatica di allarme sociale pandemico o ambientale grazie alla cooperazione della stampa, dei singoli giornalisti, dei cosiddetti «esperti» – virologi o climatologi, ad esempio – e dei politici.
Tutti costoro sono infatti alle dipendenze della lobby tecnocratica del WEF, perché di proprietà dei grandi fondi d’investimento come Vanguard, BlackRock e State Street o da essi direttamente o indirettamente sponsorizzati. Se una testata giornalistica diffonde determinate notizie, è perché questa o quella multinazionale la controllano, perché vi acquistano spazi pubblicitari, ne finanziano eventi.
E lo stesso vale per istituti di ricerca, università, fondazioni a cui è assegnato il compito di pubblicare studi che confermino la narrazione. A ciò si affiancano le interferenze e le attività di lobbying presso le istituzioni pubbliche, i cui funzionari firmano accordi con soggetti privati che in cambio ne finanziano attività o che li assumono a fine mandato, secondo la prassi ben nota delle porte girevoli.
Il cerchio si chiude con l’ultimo tassello mancante: la cooperazione della Chiesa Cattolica – e delle altre religioni, ma in maniera del tutto secondaria – al colpo di stato dell’élite globalista. La deep church non ha esitato un istante a prestarsi a questa turpe alleanza, perché è totalmente occupata da personaggi legati a filo doppio con il deep state. L’ha fatto assecondando la farsa psicopandemica, poi allineandosi sulla crisi ucraina, quindi abbracciando la narrazione green in salsa amazzonica con la Pachamama e infine prostituendo il Sinodo all’ideologia woke.
E dove anche questa libido serviendi della setta di Santa Marta non fosse stata spontanea, sappiamo bene che la ricattabilità dei suoi esponenti li avrebbe persuasi ad allinearsi senza fiatare: gli scandali dell’ex Cardinale McCarrick e dei suoi minion tuttora al potere non sono poi così diversi da quelli del figlio di Joe Biden.
patetici e grotteschi tentativi di copertura e insabbiamento potranno forse rinviare il redde rationem che attende la cupola pedosatanista al potere, ma non riusciranno ad evitare che la verità emerga in tutta la sua terrificante gravità, e che si faccia giustizia di questi pervertiti votati al Maligno. Dobbiamo essere pronti, in questo frangente, ad aprire gli occhi su una rete di complicità vastissima, che renderà evidente il motivo per cui questa macchina infernale abbia funzionato così bene sinora.
Ma come fronteggiare efficacemente una rete tanto capillare e organizzata? Le forze di chi si oppone, per quanto siano sostenute da una grande passione e da spirito di sacrificio, appaiono di gran lunga insufficienti…
Guardi, ritengo che l’organizzazione efficientissima delle forze del Nemico sia certamente un punto di forza, rispetto alla nostra disorganizzazione e frammentazione; ma allo stesso tempo essa è anche il suo tallone d’Achille.
Sarà proprio la nostra disorganizzazione, la nostra capacità di muoverci autonomamente, l’imprevedibilità delle nostre mosse ad impedire alla deep church di riuscire nell’intento di estrometterci dalla Chiesa – e del deep state di estrometterci dalla società civile. E viceversa sarà proprio la loro organizzazione senz’anima e l’individuabilità della catena di comando a consentirci di sabotare i piani, denunciarne gli autori, vanificarne le azioni.
Iniziamo dunque a considerare i progetti a breve termine e quelli a lungo termine. Non dobbiamo limitarci a resistere o a reagire: è necessario agire, prendere l’iniziativa, come già mi pare stia avvenendo da più parti. Solo così ci renderemo conto che il pusillus grex non è poi così piccolo, e che le porte degli inferi, come il castello degli spettri dei luna park, sono solo una impressionante scenografia, allestita da chi è stato già vinto definitivamente da Nostro Signore.
Lasciatemi concludere con un appello a sostenere l’attività di Exsurge Domine, l’Associazione che ho fondato per dare assistenza ai sacerdoti e ai seminaristi, ai religiosi e alle religiose perseguitati dalla junta bergogliana.
Il vostro aiuto permetterà di rispondere alle tantissime situazioni di discriminazione di queste anime buone prese di mira da mercenari senza scrupoli, senza Fede e soprattutto senza Carità.
Potete trovare tutte le informazioni e le modalità per inviare un contributo visitando il sito www.exsurgedomine.org
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Dipietroff via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»
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Palantir Founder Peter Thiel makes his first appearance on South Park, mocking his recent lectures in San Fransisco on the Antichrist pic.twitter.com/8leMiG4IBV
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Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.
La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.
Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.
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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.
Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.
«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»
Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.
Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».
I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.
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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».
Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.
A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).
Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.
New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches
It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».
La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.
Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.
In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.
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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.
Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.
Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.
E così sia.
Roberto Dal Bosco
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Immagini © Renovatio 21
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