Pensiero
Mons. Viganò: «questo è il momento di agire» contro Deep State e Deep Church
Renovatio 21 ripubblica la seconda parte dell’intervista concessa dal monsignor Carlo Maria Viganò al vaticanista Aldo Maria Valli così come apparsa sul sito Duc in Altum. La prima parte dell’intervista era stata pubblicata da Renovatio 21 tre giorni fa con il titolo «”Bergoglio lavora per lo scisma”: Intervista di mons. Viganò». Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Eccellenza, riprendiamo il nostro dialogo dal punto in cui eravamo arrivati nella prima parte. Esiste un evidente parallelismo tra quanto sta avvenendo nella Chiesa e quanto avviene nella sfera secolare. Un’espressione che Lei spesso usa è che «tutto si tiene». Ci vuole spiegare meglio?
L’autoritarismo delle democratiche istituzioni nazionali e sovranazionali – ieri con la pretestuosa emergenza pandemica, oggi con l’assurda emergenza ambientale – non è per nulla diverso dall’autoritarismo delle sinodali istituzioni vaticane, ieri con il pretestuoso dialogo ecumenico e oggi con il non meno pretestuoso incoraggiamento delle devianze sessuali e morali. Entrambe, d’altra parte, sono espressione corrotta della vera autorità, una con il deep state del colpo di Stato globale, l’altra con la deep church del colpo di mano della Mafia di San Gallo. In entrambe la corruzione dei loro membri è garanzia di asservimento, perché li rende facilmente ricattabili. Per questo non è possibile che chi ascende a certi livelli in queste istituzioni sia onesto, visto che l’onestà lo sottrarrebbe al controllo di chi vuole nei ruoli chiave delle marionette manovrabili, dei pupazzi nelle mani di un ventriloquo.
Lo scisma è dunque lo scopo ultimo di Bergoglio, perché è la via farisaica – fatta cioè di un formalismo ipocrita e falso – con cui estromettere i buoni Cattolici dalla Chiesa, lasciandola totalmente in potere dei traditori e dei rinnegati, liberi a quel punto di farne quello che vogliono.
La stessa cosa sta avvenendo anche in ambito civile: i governanti e l’intera classe dirigente dei Paesi occidentali sono totalmente asserviti ad un potere che nessuno ha eletto, ad esso obbediscono anche contro l’interesse della Nazione e violando i diritti fondamentali dei cittadini, senza che vi sia alcun organo o magistratura che possa e voglia processarli e condannarli per alto tradimento.
L’ostracismo di Bergoglio verso i conservatori è identico a quello dell’élite globalista verso i «negazionisti» del COVID e del riscaldamento globale. Poco importa che la farsa psicopandemica e quella ambientale non abbiano alcuna base scientifica e siano sconfessate da eminenti scienziati e da prove inoppugnabili: la scienza è sostituita dallo scientismo, quel che era letteratura scientifica oggi è stato rimosso, cancellato, censurato. E anche qui il parallelo con la Chiesa appare in tutta la sua evidenza, se consideriamo la palese contraddizione del «magistero» dal Vaticano II in poi rispetto al Magistero Cattolico: la dottrina è stata sostituita dall’eresia, la morale dalla soggettività del singolo, la ritualità liturgica dall’improvvisazione sacrilega. E chi mette in discussione la narrazione ufficiale – ad esempio evidenziando le morti improvvise dei soli vaccinati o la crisi delle vocazioni del postconcilio – viene criminalizzato, perché il suo dissenso è argomentato e razionale, e non può essere confutato ma solo delegittimato colpendo chi lo esprime.
A questo punto torna la domanda: come uscirne? In Duc in altum da alcuni giorni è in corso in proposito un ampio dibattito, con la partecipazione di molti lettori. Sembra chiaro che Bergoglio e le sue truppe non sono riuscite a cloroformizzare l’opinione pubblica cattolica.
Dobbiamo uscirne con la preghiera, suggeriscono alcuni. Ed è vero: chiedere all’Onnipotente di prendere in mano le redini della Storia è certamente uno strumento efficace. Ma non basta: alla preghiera – indispensabile – deve affiancarsi anche l’azione, come sempre hanno fatto i nostri padri, gli Apostoli, i primi Cristiani e tutti i Cattolici che nel corso di questi duemila anni si sono confrontati con tiranni e satrapi convinti di poter schiacciare l’infame – écrasez l’infame, bestemmiava Voltaire – mentre sono tutti morti e sepolti, e la Chiesa è ancora viva.
Questa azione deve prevedere anzitutto – come ho detto nella nostra prima intervista – una parcellizzazione strategica delle forze tradizionali, coordinate ma indipendenti, in modo che sia impossibile colpirle tutte. La frammentazione della compagine tradizionale è a mio parere l’unica possibile risposta all’attacco presente: non dobbiamo istituire alcun nuovo soggetto pseudoecclesiale, ma conservare quel minimo coordinamento tra forze diverse, che prima o poi si troveranno a riavere pieno diritto di cittadinanza nella Chiesa, unico vero e legittimo luogo in cui i veri Cattolici devono stare.
Questo non significa ovviamente stare a guardare quel che accade come passeggeri di una nave che affonda: al contrario la nostra permanenza nella Chiesa ci deve spronare – come suoi figli – a difenderla dagli attacchi di chi, dall’interno, agisce come quinta colonna del nemico.
Se da un lato Bergoglio vuole chiuderci tutte le vie di fuga, dall’altro occorre che ce ne apriamo altre. Se la sua azione mira ad isolarci per intimidirci e farci desistere, noi dobbiamo denunciare le malversazioni con tutti i mezzi a disposizione.
E siccome prima o poi la persecuzione si allargherà necessariamente – ripeto: necessariamente – anche a coloro che si illudono di essere al riparo da possibili ritorsioni vaticane, sarà il caso che anch’essi organizzino sin d’ora forme di resistenza per garantire la Santa Messa e i Sacramenti ai fedeli, forti di uno stato di necessità sempre più pressante.
Che cosa suggerisce ai Suoi confratelli nell’Episcopato sotto questo profilo?
Li invito a considerare – onerata conscientia – se non sia il caso di pensare a forme di Ministero in clandestinità per i loro sacerdoti conservatori, in vista di possibili ulteriori manovre di Bergoglio o laddove le autorità civili intraprendano azioni di aperta persecuzione dei cattolici tradizionali. Le indagini del FBI sui gruppi di fedeli legati alla Messa tridentina negli Stati Uniti lasciano supporre che parti deviate dei servizi di intelligence considerino i cattolici una minaccia al loro piano eversivo, mentre hanno nella chiesa bergogliana un’alleata.
Le comunità religiose tradizionali – in particolare quelle femminili di Vita contemplativa – dovranno tenersi in contatto costante, in modo da darsi reciproco supporto e aiuto, tanto materiale quanto spirituale. È importante che la fronda di dissenso nei confronti di questa cupola di eretici e pervertiti che occupa i vertici della Chiesa sia sempre più presente a livello mediatico e sulle piattaforme sociali, in modo da incoraggiare chi ancora esita tra il silenzio rassegnato e la necessaria opposizione all’apostasia. Facciamo parlare questi sacerdoti: diamo loro voce, confortiamoli, facciamoli sentire accolti e benvenuti nelle nostre case, nelle nostre chiese, nei nostri monasteri.
Non dimentichiamo che la mentalità che guida l’élite globalista – e la setta bergogliana che ne è ancella – è di matrice mercantile, tipicamente protestante e usuraia. L’idea dominante è il potere e il profitto, ottenuto mediante la mercificazione di tutto, la trasformazione di ogni aspetto della vita in commodity, in prodotto vendibile e acquistabile. Ed è proprio delle strategie commerciali seguire un ben determinato iter per conquistare il mercato.
Può farci un esempio?
Certamente. Immaginiamo di avere due aziende, una multinazionale straniera che produce nel Terzo Mondo un articolo di scarsa qualità a prezzi bassi e una ditta artigianale italiana che produce lo stesso articolo con materie prime di alta qualità e rigorosamente nazionali, perizia di manifattura e prezzo onesto.
In queste condizioni è evidente che la multinazionale non ha alcuna speranza di potersi imporre su un nuovo mercato straniero, anche perché in condizioni normali il governo prevede delle forme di tutela delle proprie eccellenze imprenditoriali e impone dei gravosi dazi sulle merci importate. Ma l’adesione all’Unione Europea vieta agli Stati membri di privilegiare le proprie aziende, impone tasse e imposte onerose, provoca l’aumento dei costi delle materie prime e della produzione, agevola il credito alle multinazionali e lo comprime drasticamente alla piccola e media impresa.
Dietro queste politiche economiche e fiscali, ovviamente, agiscono i lobbisti dei grandi gruppi finanziari. A questo punto la nostra azienda italiana si trova costretta ad aumentare i prezzi, mentre la multinazionale diventa immediatamente concorrenziale. La multinazionale entra dunque sul mercato italiano, con una campagna mediatica imponente, che il piccolo concorrente non può nemmeno lontanamente permettersi; dopo poco acquisisce la piccola azienda e la lascia lavorare per un po’; poi elimina il prodotto di pregio a vantaggio di quello industriale.
Cos’ha ottenuto? La cancellazione dell’alternativa e il livellamento della qualità del prodotto verso il basso. La concorrenza è eliminata e il prodotto industriale potrà aumentare di prezzo semplicemente perché è l’unico proposto sul mercato. In questo processo è indispensabile rimuovere il prodotto di qualità, perché costituisce un fastidioso termine di paragone per quello fabbricato in serie in un carcere cinese o in un villaggio indiano. Quale soluzione viene dunque proposta, per fronteggiare la concorrenza straniera? Dopo l’abbassamento dei costi delle materie prime, non resta che il taglio dei costi di manodopera, con la riduzione dei salari e l’immissione di forza lavoro straniera sottopagata, anche grazie alla pressione degli sbarchi di clandestini traghettati dal Nordafrica o entrati in Europa dalla Turchia.
Se a questo assalto coordinato aggiungiamo anche gli aumenti del costo dell’energia – tutti provocati – e l’obbligo del pareggio di bilancio per gli Stati membri (o quantomeno per alcuni), comprendiamo che anche in questo caso si sono chiuse tutte le vie di fuga, salvo l’unica voluta, che è poi quella che si rivelerà esiziale per chi la imbocca.
Mi perdoni, monsignore, ma quando Lei si esprime così alcuni dicono: l’arcivescovo Viganò parla di cose che non lo riguardano in quanto pastore…
Mi rendo conto che qui siamo su un terreno quantomeno «insolito» a trattarsi da un Vescovo, anche se nelle mie passate funzioni di Segretario Generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano ho dovuto occuparmi anche di questioni di carattere economico.
Se ci fate caso, la strategia commerciale che ho appena illustrato è adottata anche in ambito ecclesiastico. Il prodotto di alta qualità è rappresentato dalla dottrina, dalla morale e dalla liturgia cattolica. La concorrenza del prodotto di bassa qualità è costituita dal ciarpame ideologico modernista, principalmente il rito riformato della Messa. Siccome la clientela non è disposta a rinunciare a ciò che ha sempre avuto per qualcosa di incomparabilmente inferiore, ecco che la multinazionale conciliare acquisisce la piccola azienda artigiana e le lascia proporre il suo prodotto con Summorum Pontificum, per poi chiudere quasi tutti i punti vendita e impedire la formazione dei chierici e dei religiosi secondo la ratio studiorum tradizionale tramite Traditionis custodes. E perché non si veda che il prodotto importato è scadente, evita il confronto con quello di qualità facendolo sparire.
Ma queste manovre, per quanto efficaci da un punto di vista organizzativo, non possono impedire che l’abisso tra le due alternative sia evidentissimo. Se la «clientela» si rassegna a comprare ciò che le viene imposto dalla grande distribuzione, è solo perché la si è privata della possibilità di scegliere, ricorrendo alla frode e alla manipolazione del mercato.
So bene che nelle cose religiose questo approccio da bottegai è inappropriato e offensivo, soprattutto perché il bene della Fede è di un valore inestimabile che ci è concesso gratuitamente dalla magnificenza di Dio, mentre l’alternativa che ci viene proposta non può minimamente competere e ha come prezzo la nostra eterna dannazione. Ma credo non sfugga a nessuno di noi che il cinismo usuraio dei venditori di eresie e perversioni non è capace di andare oltre lo scambio commerciale, dando un prezzo a tutto: i trenta denari pagati dal Sinedrio per il tradimento di Giuda lo confermano, e vi sono sempre Sommi Sacerdoti pronti a versare la somma, e apostoli rinnegati che con un bacio consegnano il Signore alle guardie del tempio.
È questa la mentalità che muove e orienta i mercanti – il World Economic Forum è una lobby di imprenditori assetati di denaro e potere, non dimentichiamolo – quando deve forzare l’adozione di nuovi stili di vita nella società: la manipolazione sociale è parte integrante delle azioni di marketing, e se il «prodotto» da vendere è un siero sperimentale o un veicolo elettrico, le modalità di creazione della domanda e di immissione sul mercato prevederanno una campagna mediatica di allarme sociale pandemico o ambientale grazie alla cooperazione della stampa, dei singoli giornalisti, dei cosiddetti «esperti» – virologi o climatologi, ad esempio – e dei politici.
Tutti costoro sono infatti alle dipendenze della lobby tecnocratica del WEF, perché di proprietà dei grandi fondi d’investimento come Vanguard, BlackRock e State Street o da essi direttamente o indirettamente sponsorizzati. Se una testata giornalistica diffonde determinate notizie, è perché questa o quella multinazionale la controllano, perché vi acquistano spazi pubblicitari, ne finanziano eventi.
E lo stesso vale per istituti di ricerca, università, fondazioni a cui è assegnato il compito di pubblicare studi che confermino la narrazione. A ciò si affiancano le interferenze e le attività di lobbying presso le istituzioni pubbliche, i cui funzionari firmano accordi con soggetti privati che in cambio ne finanziano attività o che li assumono a fine mandato, secondo la prassi ben nota delle porte girevoli.
Il cerchio si chiude con l’ultimo tassello mancante: la cooperazione della Chiesa Cattolica – e delle altre religioni, ma in maniera del tutto secondaria – al colpo di stato dell’élite globalista. La deep church non ha esitato un istante a prestarsi a questa turpe alleanza, perché è totalmente occupata da personaggi legati a filo doppio con il deep state. L’ha fatto assecondando la farsa psicopandemica, poi allineandosi sulla crisi ucraina, quindi abbracciando la narrazione green in salsa amazzonica con la Pachamama e infine prostituendo il Sinodo all’ideologia woke.
E dove anche questa libido serviendi della setta di Santa Marta non fosse stata spontanea, sappiamo bene che la ricattabilità dei suoi esponenti li avrebbe persuasi ad allinearsi senza fiatare: gli scandali dell’ex Cardinale McCarrick e dei suoi minion tuttora al potere non sono poi così diversi da quelli del figlio di Joe Biden.
patetici e grotteschi tentativi di copertura e insabbiamento potranno forse rinviare il redde rationem che attende la cupola pedosatanista al potere, ma non riusciranno ad evitare che la verità emerga in tutta la sua terrificante gravità, e che si faccia giustizia di questi pervertiti votati al Maligno. Dobbiamo essere pronti, in questo frangente, ad aprire gli occhi su una rete di complicità vastissima, che renderà evidente il motivo per cui questa macchina infernale abbia funzionato così bene sinora.
Ma come fronteggiare efficacemente una rete tanto capillare e organizzata? Le forze di chi si oppone, per quanto siano sostenute da una grande passione e da spirito di sacrificio, appaiono di gran lunga insufficienti…
Guardi, ritengo che l’organizzazione efficientissima delle forze del Nemico sia certamente un punto di forza, rispetto alla nostra disorganizzazione e frammentazione; ma allo stesso tempo essa è anche il suo tallone d’Achille.
Sarà proprio la nostra disorganizzazione, la nostra capacità di muoverci autonomamente, l’imprevedibilità delle nostre mosse ad impedire alla deep church di riuscire nell’intento di estrometterci dalla Chiesa – e del deep state di estrometterci dalla società civile. E viceversa sarà proprio la loro organizzazione senz’anima e l’individuabilità della catena di comando a consentirci di sabotare i piani, denunciarne gli autori, vanificarne le azioni.
Iniziamo dunque a considerare i progetti a breve termine e quelli a lungo termine. Non dobbiamo limitarci a resistere o a reagire: è necessario agire, prendere l’iniziativa, come già mi pare stia avvenendo da più parti. Solo così ci renderemo conto che il pusillus grex non è poi così piccolo, e che le porte degli inferi, come il castello degli spettri dei luna park, sono solo una impressionante scenografia, allestita da chi è stato già vinto definitivamente da Nostro Signore.
Lasciatemi concludere con un appello a sostenere l’attività di Exsurge Domine, l’Associazione che ho fondato per dare assistenza ai sacerdoti e ai seminaristi, ai religiosi e alle religiose perseguitati dalla junta bergogliana.
Il vostro aiuto permetterà di rispondere alle tantissime situazioni di discriminazione di queste anime buone prese di mira da mercenari senza scrupoli, senza Fede e soprattutto senza Carità.
Potete trovare tutte le informazioni e le modalità per inviare un contributo visitando il sito www.exsurgedomine.org
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Pensiero
Trump e la potenza del tacchino espiatorio
Il presidente americano ha ancora una volta dimostrato la sua capacità di creare scherzi che tuttavia celano significati concreti – e talvolta enormi.
L’ultima trovata è stata la cerimonia della «grazia al tacchino», un frusto rito della Casa Bianca introdotto nel 1989 ai tempi in cui vi risiedeva Bush senior. Il tacchino, come noto, è l’alimento principe del giorno del Ringraziamento, probabilmente la più sentita ricorrenza civile degli americani, che celebra il momento in cui i Padri Pellegrini, utopisti protestanti, furono salvati dai pellerossa che indicarono ai migranti luterani come a quelli latitudini fosse meglio coltivare il granturco ed allevare i tacchini. Al ringraziamento degli indiani indigeni seguì poco dopo il massacro, però questa è un’altra storia.
Fatto sta che il tacchino, creatura visivamente ripugnante per i suoi modi sgraziati e le sue incomprensibili protuberanze carnose, diventa un simbolo nazionale americano, forse persino più importante dell’aquila della testa bianca, perché il rapace non raccoglie tutte le famiglie a cena in una magica notte d’inverno, il tacchino sì. Tant’è che ai due fortunati uccelli di quest’anno, Gobble e Waddle (nomi scelti online dal popolo statunitense, è stata fatta trascorrere una notte nel lussuosissimo albergo di Washington Willard InterContinental.
🦃 America’s annual tradition of the Presidential Turkey Pardon is ALMOST HERE!
THROWBACK to some of the most legendary presidential turkeys in POTUS & @FLOTUS history before the big moment this year. 🎬🔥 pic.twitter.com/QT2Oal12ax
— The White House (@WhiteHouse) November 24, 2025
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Da più di un quarto di secolo, quindi, eccoti che qualcuno vicino alla stanza dei bottoni si inventa che il commander in chief appaia nel giardino delle rose antistante la residenza e, a favore di fotografi, impartista una grazia al tacchino, salvandolo teoricamente dal finire sulla tavola – in realtà ci finisce comunque suo fratello, o lui stesso, ma tanto basta. Non sono mancati i momenti grotteschi, come quando il bipede piumato, dinanzi a schiere di alti funzionari dello stato e giornalisti, ha scagazzato ex abrupto e ad abundantiam lasciando puteolenti strisce bianche alla Casa Bianca.
Non si capisce cosa esattamente questo rituale rappresenti, se non la ridicolizzazione del potere del presidente di comminare grazie per i reati federali, tema, come sappiamo quanto mai importante in quest’ultimo anno alla Casa Bianca, visti le inedite «grazie preventive» date al figlio corrotto di Biden Hunter, al plenipotenziario pandemico Anthony Fauci, al generale (da alcuni ritenuto golpista de facto) Mark Milley. Sull’autenticità delle firme presidenziali bideniane non solo c’è dibattito, ma l’ipostatizzazione del problema nella galleria dei ritratti dei presidenti americani, dove la foto di Biden, considerato in istato di amenza da anni, è sostituita da un’immagine dell’auto-pen, uno strumento per automatizzare le firme forse a insaputa dello stesso presidente demente.
Ecco che Donaldo approffitta della cerimonia del pardon al tacchino per lanciare un messaggio preciso: appartentemente per ischerzo, ma con drammatico valore neanche tanto recondito.
Trump si mette a parlare di un’indagine approfondita condotta da Bondi e da una serie di dipartimenti su di « una situazione terribile causata da un uomo di nome Sleepy Joe Biden. L’anno scorso ha usato un’autopsia per concedere la grazia al tacchino».
«Ho il dovere ufficiale di stabilire, e ho stabilito, che le grazie ai tacchini dell’anno scorso sono totalmente invalide» ha proclamato il presidente. «I tacchini conosciuti come Peach and Blossom l’anno scorso sono stati localizzati e stavano per essere macellati, in altre parole, macellati. Ma ho interrotto quel viaggio e li ho ufficialmente graziati, e non saranno serviti per la cena del Ringraziamento. Li abbiamo salvati al momento giusto».
La gente ha iniziato a ridere. Testato il meccanismo, Trump ha continuato quindi ad usare i tacchini come veicoli di attacco politico.
«Quando ho visto le loro foto per la prima volta, ho pensato che avremmo dovuto mandargliele – beh, non dovrei dirlo – volevo chiamarli Chuck e Nancy», ha detto il presidente riguardo ai tacchini, facendo riferimento ai politici democratici Chuck Schumer e Nancy Pelosi. «Ma poi ho capito che non li avrei perdonati, non avrei mai perdonato quelle due persone. Non li avrei perdonati. Non mi importerebbe cosa mi dicesse Melania: ‘Tesoro, penso che sarebbe una cosa carina da fare’. Non lo farò, tesoro».
Dopo che il presidente ha annunciato che si tratta del primo tacchino MAHA (con tanto di certificazione del segretario alla Salute Robert Kennedy jr.), l’uso politico del pennuto è andato molto oltre, nell’ambito dell’immigrazione e del terrorismo: «invece di dar loro la grazia, alcuni dei miei collaboratori più entusiasti stavano già preparando le carte per spedire Gobble e Waddle direttamente al centro di detenzione per terroristi in El Salvador. E persino quegli uccelli non vogliono stare lì. Sapete cosa intendo».
Tutto bellissimo, come sempre con Trump. Il quale certamente non sa che l’uso del tacchino espiatorio non solo non è nuovo, ma ha persino una sua festa, in Alta Italia.
Aiuta Renovatio 21
Parliamo dell’antica Giostra del Pitu (vocabolo piementose per il pennuto) presso Tonco, in provincia di Asti. La ricorrenza deriverebbe da usanze apotropaiche contadine, dove, per assicurarsi il favore celeste al raccolto, il popolo scaricava tutte le colpe dei mali che affligevano la società su un tacchino, che rappresentava tacitamente il feudatario locale. Secondo la leggenda, questi era perfettamente a conoscenza della neanche tanto segreta identificazione del tacchino con il potere, e lasciava fare, consapevole dello strumento catartico che andava caricandosi.
Tale mirabile festa piemontese va vanti ancora oggi, anticipata da un corteo storico che riproduce la visita dei nobili a Gerardo da Tonco, figura reale del luogo e fondatore dell’Ordine ospedaliero di San Giovanni in Gerusalemme, poi divenuto Sovrano Militare Ordine di Malta.
Subito dopo il gruppo che accompagna Gerardo avanza il carro su cui troneggia il tacchino vivo, autentico protagonista della celebrazione. Seguono quindi i giudici e i carri delle varie contrade del paese, che mettono in scena, con grande realismo, momenti di vita contadina tradizionale. Il passaggio del tacchino è tra ali di folla che non esitano ad insultare duramente il pennuto sacrificale.
Il clou dell’evento è il cosiddetto processo al Pitu, arricchito da un vivace botta-e-risposta in dialetto piemontese tra l’accusa pubblica e lo stesso Pitu, il quale tenta inutilmente di difendersi. Dopo la inevitabile condanna, il Pitu chiede come ultima volontà di fare testamento in pubblico, dando vita a un nuovo momento di ilarità.
Durante la lettura del testamento, infatti, egli si vendica della sentenza rivelando, sempre in stretto dialetto, vizi grandi e piccoli dei notabili e dei personaggi più in vista della comunità. Fino al 2009, al termine del testamento, un secondo tacchino (già macellato e acquistato regolarmente in macelleria, quindi comunque destinato alla tavola) veniva appeso a testa in giù al centro della piazza. Dal 2015, purtroppo, il tacchino è stato sostituito da un pupazzo di stoffa, così gli animalisti sono felici, ma il tacchino in zona probabilmente lo si mangia lo stesso.
Ci sarebbe qui da lanciarsi in riflessioni abissali sulla meccanica del capro espiatorio di Réné Girard, ma con evidenza siamo già oltre, siamo appunto al tacchino espiatorio.
Il tacchino espiatorio diviene il dispositivo con cui è possibile, se non purificare, esorcizzare, quantomeno dire dei mali del mondo.
Ci risulta a questo punto impossibile resistere. Renovatio 21, sperando in una qualche abreazione collettiva, procede ad accusare l’infame, idegno, malefico tacchino, che gravemente nuoce a noi, al nostro corpo, alla nostra anima, al futuro dei nostri figli.
Noi accusiamo il tacchino di rapire, o lasciare che si rapiscano, i bambini che stanno felici nelle loro famiglie.
Noi accusiamo il tacchino di aver messo il popolo a rischio di una guerra termonucleare globale.
Noi accusiamo il tacchino di praticare una fiscalità che pura rapina, che costituisce uno sfruttamento, dicevano una volta i papi, grida vendetta al cielo.
Noi accusiamo il tacchino di essere incompetente e corrotto, di favorire i potenti e schiacciare i deboli. Noi accusiamo il tacchino di essere mediocre, e per questo di non meritare alcun potere.
Noi accusiamo il tacchino di aver accettato, se non programmato, l’invasione sistematica della Nazione da parte di masse barbare e criminali, fatte entrare con il chiaro risultato della dissoluzione del tessuto sociale.
Noi accusiamo il tacchino di favorire gli invasori e perseguitare gli onesti cittadini contribuenti.
Noi accusiamo il tacchino di aver degradato la religione divina, di aver permesso la bestemmia, la dissoluzione della fede. Noi accusiamo il tacchino di essere, che esso lo sappia o meno, alleato di Satana.
Noi accusiamo il tacchino di operare per la rovina dei costumi.
Noi accusiamo il tacchino per la distruzione dell’arte e della bellezza, e la sua sostituzione con bruttezza e degrado, con la disperazione estetica come via per la disperazione interiore.
Noi accusiamo il tacchino di essere un effetto superficiale, ed inevitabilmente tossico, di un plurisecolare progetto massonico di dominio dell’umanità.
Noi accusiamo per la strage dei bambini nel grembo materno, la strage dei vecchi da eutanatizzare, la strage di chi ha avuto un incidente e si ritrova squartato vivo dal sistema dei predatori di organi.
Noi accusiamo il tacchino del programa di produzione di umanoidi in provetta, con l’eugenetica neohitlerista annessa.
Noi accusiamo il tacchino di voler alterare la biologia umana per via della siringa obbligatoria.
Noi accusiamo il tacchino di spacciare psicodroghe nelle farmacie, che non solo non colmano il vuoto creato dallo stesso tacchino nelle persone, ma pure le rendono violente e financo assassine.
Noi accusiamo il tacchino per l’introduzione della pornografia nelle scuole dei nostri bambini piccoli. Noi accusiamo il tacchino per la diffusione della pornografia tout court.
Noi accusiamo il tacchino per l’omotransessualizzazione, culto gnostico oramai annegato nello Stato, con i suoi riti mostruosi di mutilazione, castrazione, con le sue droghe steroidee sintetiche, con le sue follie onomastiche e istituzionali.
Noi accusiamo il tacchino di voler istituire un regime di biosorveglianza assoluta, rafforzato dalla follia totalitaria dell’euro digitale.
Noi accusiamo il tacchino, agente inarrestabile della Necrocultura, della devastazione inflitta al mondo che stiamo consegnando ai nostri figli.
Tacchino maledetto, i tuoi giorni sono contati. Sappi che ogni giorno della nostra vita è passato a costruire il momento in cui, tu, tacchino immondo, verrai punito.
Roberto Dal Bosco
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Civiltà
Da Pico all’Intelligenza Artificiale. Noi modernissimi e la nostra «potenza» tecnica
Sostieni Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Aiuta Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Eutanasia
Il vero volto del suicidio Kessler
Vi è tutta una tradizione di geremiadi sulle stragi perpetrate dai tedeschi in Italia, che va dal Sacco di Roma dei Lanzichenecchi (1527) agli eccidi compiuti dai soldati nazisti alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Una strage ulteriore è partita in queste ore, ma pare non ci sia nessuno a cercare di fermarla: anzi, consapevoli o no, i funzionari dell’esablishment, e di conseguenza il quivis de populo, sono impegnati ad alimentarla.
Esiste infatti un fenomeno sociologico preciso, conosciuto ormai da due secoli, chiamato «effetto Werther», che descrive l’aumento dei suicidi in seguito alla diffusione mediatica di un caso di suicidio, per imitazione o suggestione emotiva. Esso prende nome dal romanzo I dolori del giovane Werther di Goethe (1774), la cui pubblicazione fu seguita da una serie di suicidi imitativi tra i giovani europei, tanto da spingere alcune nazioni a vietarne la vendita.
Quella del suicidio come contagio non è un residuo dello scorso millennio. Vogliamo ricordare, specie all’Ordine dei Giornalisti e alle autorità preposte, che le direttive per il discorso pubblico sui suicidi sono molto precise: le cronache del suicidio vanno limitate, soppesate, controllate, perché è altissima la possibilità che i lettori ne traggano un’ulteriore motivazione per farla finita. Perfino nei motori di ricerca, alla minima query sulla materia, spuntano come funghi i numeri di telefono delle linee anti-suicidio.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
«Le norme deontologiche indicano chiaramente le cautele con cui devono essere esposti questi casi per non provocare dei fenomeni di emulazione: ci sono dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che dimostrano in modo chiaro che parlare dei suicidi fa aumentare il numero delle persone che decidono di togliersi la vita» scrive l’Ordine, che sull’argomento organizza pure abbondanti corsi di aggiornamento.
Tutto questo pudore civile e spirituale è stato completamente inghiottito dalla propaganda sulle nuove frontiere dell’autodeterminazione, quella che vuole convincere tutti di essere padroni incontrastati della propria vita e della propria morte, e ci sta riuscendo alla grande. La morte assistita assume pure, in quest’era grottesca, le forme delle gambe delle Kessler – che, forse temendo un cortocircuito di senso, non si sono rivolte per la pratica all’Associazione Coscioni.
Il loro è stato un bel finestrone di Overton aperto sull’autosoppressione pianificata: basta guardare come ne parlano i giornali, le TV, gli ebeti al bar, per comprendere come esso serva a sdoganare definitivamente il suicidio come valore.
E per giunta una forma di suicidio nuova, con conseguenze sul racconto pubblico ancor più insidiose: par di capire infatti che si tratti di un suicidio per «vita completa», cioè il caso in cui l’aspirante morituro sente di aver esaurito, con più o meno soddisfazione, la sua esistenza. In Olanda, dove la fattispecie trova la naturale assistenza dello Stato eutanatico fondamentalista, la chiamano voltooid leven, e si adatta agli anziani (di solito tra i 70–75 anni) che non soffrono gravemente e spesso godono di una salute relativamente buona, ma che vogliono concludere la vita dettando loro le condizioni: i tempi, il contesto, la scenografia.
Le Kessler avevano deciso di morire. La piccola autostrage omozigotica era perfettamente programmata: la disdetta dell’abbonamento al quotidiano bavarese spedita per lettera con la data esatta del suicidio (la precisione tedesca!), i regalini inviati per arrivare a destinazione post mortem, la disposizione di essere cremate (ovvio) e di mettere in un’urna unica le proprie ceneri insieme a quelle della madre e del cane Yello. Particolare, quest’ultimo che, nel finestrone, apre un altro finestrino.
Le gemelle erano, come tante persone morbosamente legate a cani e gatti, nullipare: niente figli, per scelta emancipativa (tra le cronache che le immortalavano accompagnate a questo o quel divo, dicevano di aver visto il papà picchiare la mamma i fratelli morire in guerra: come in effetti non è mai accaduto a nessuno).
Morire così, facendosi trovare in una casa vuota, è qualcosa che ripugna al pensiero di chiunque abbia una famiglia. Perché, nella scansione naturale per cui si è figlie, ragazze, fidanzate, spose, madri, nonne, la casa si riempie di consanguinei e nemmeno solo di quelli. Nella famiglia (non fateci aggiungere l’aggettivo «tradizionale») non si può morire soli: la tua mano è stretta tra quelle di tante persone di generazioni diverse. Abbiamo in mente il caso di una nonna veneta, che, attorniata da una dozzina di figli, nipoti e pronipotini, mentre moriva pronunciò due semplici e inaspettate parole: «me spiaze», mi dispiace. Del resto, si accingeva a lasciare un intero universo che non solo non era vuoto, ma che materialmente, incontrovertibilmente, le voleva bene.
Sostieni Renovatio 21
Ecco la condanna definitiva che proviene dal mondo creatosi con il dopoguerra e il boom economico: egotismo infinito e terminale che arriva ad impedire, oltre che la trascendenza, pure la discendenza. Persone narcotizzate e sterilizzate dalla TV, o per chi come loro stava dall’altra parte, catturate dal culto dell’immagine e del successo; soggetti che, programmaticamente rifiutando di procreare – e quindi di tramandare un pezzo della propria vita biologica, un pezzo di codice, un pezzo di cuore – coltivano una visione solipsista dell’esistenza suscettibile di sfociare nel nichilismo sociopatico. Si precludono così quella forma istintiva di empatia che, antivedendo il danno che un gesto estremo può provocare ad altri, tiene in conto la possibilità concreta che questo si traduca in pedagogia distorta.
Le Kessler in apparenza incarnavano il simbolo di un’era di gioia morigerata, di eleganza e di innocenza – mostravano al massimo le gambe chilometriche, mentre l’economia prosperava e il mondo costruiva una pace con il tetto di armi termonucleari – ma quell’era (che mai dobbiamo rimpiangere!) non ha fatto altro che preparare il terreno all’ambiente malato in cui ci tocca vivere nell’ora presente. Dove non c’è nulla al di fuori di me, non c’è l’al di là, ma neppure l’al di qua: no figli, no nipoti, no amici, no consorzio umano in generale. Perché, sì, l’utilitarismo edonista caricatosi nelle menti dei boomer così come nel sistema della medicina di Stato e dello Stato moderno tutto, è un orizzonte disumano e disumanizzante.
La vita svuotata di ogni dimensione che non sia il piacere, la vita che non contempla il dolore, non può non portare che al desiderio di morte quando la percezione del piacere sfuma, o quando appare il dolore, o anche quando, in assenza di dolore, c’è la paura che esso prima o poi si manifesti. La soglia che legittima la compilazione del modulo con la richiesta di morte si anticipa sempre di più, e lo Stato genocida è pronto ad assolverla sotto la maschera bugiarda della pietà anche per chi semplicemente desideri allestire il proprio teatrino funebre curando e controllando ogni dettaglio della scena, per chiudere il sipario definitivo sotto la propria esclusiva regia.
Lo scrittore francese Guy Debord, proprio negli anni in cui le Kessler allungavano i loro arti a favore di telecamere RAI, aveva pubblicato un piccolo saggio, invero un po’ sopravvalutato, intitolato La società dello spettacolo. Ebbene, ora che quella generazione è arrivata alla raccolta, potremmo aggiungerci una specificazione e parlare di società dello spettacolo della morte.
Come fosse il loro ultimo balletto, la morte procurata delle soubrette non è dipinta dai media alla stregua di un fatto tragico – anzi. Se neanche troppi anni fa di un suicidio si dava conto sulle pagine della cronaca (con relativa descrizione di particolari squallidi e disturbanti), oggi potrebbe finire tranquillamente nella rubrica degli spettacoli perché, in fondo, anche quello fa parte della carriera.
Quando una decina di anni fa, lanciandosi dalla finestra, si suicidò il regista Mario Monicelli, il cui successo fu coevo a quello delle Kessler, non fu del tutto possibile, per questioni organolettiche, esaltarne il gesto. Ora invece sì, perché non c’è la star spiaccicata sull’asfalto, non c’è nulla da pulire, il quadretto è asettico come nella brochure di un mobilificio.
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Forse, inzuppati e inflacciditi dentro il brodo avvelenato della pubblicità progresso, non ci rendiamo più nemmeno conto di cosa alligni dietro la stomachevole apologia della carriera televisiva delle ballerine e del loro gesto orrendo, impacchettati entrambi nello stesso cartoccio mediatico che vuole profumare di teutonica, himmleriana, perfezione – quando in realtà puzza di cadavere e di impostura.
Non ci rendiamo conto di cosa significhi un messaggio patinato così violento nella sua apparente dolcezza per chi ne viene investito quando magari debba ancora capire, perché nessuno glielo ha trasmesso, il senso del vivere e il senso del morire, l’ineludibilità della sofferenza e la nobiltà che risiede nella forza di farsene carico.
Ci resta, ora, la conta impossibile di quanti ci faranno un pensiero a togliersi di mezzo dopo l’esempio delle gemelle suicide. Magari persone che un tempo le guardavano ballare in TV, che hanno lavorato e penato una vita intera, alle quali il suicidio di due soubrette VIP dovrebbe suonare come uno schiaffo in faccia e invece un sistema putrescente vuole far apparire come un addio di gran classe.
Chi può contrapponga subito a loro, nella mente, l’antidoto più naturale: il ricordo della propria nonna, che ha figliato, patito, lavorato per la discendenza con infinite ore-uomo, con un’eternità di pranzi della domenica e di racconti e di ricami, la nonna saggia e piena di affetto per chi veniva dopo di lei.
Perché dopo di lei qualcosa c’è: ci siamo noi, c’è la vita e c’è un mondo da ricostruire.
Roberto Dal Bosco
Elisabetta Frezza
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine modificata
-



Eutanasia2 settimane faIl vero volto del suicidio Kessler
-



Spirito2 settimane faLangone e le ceneri delle gemelle suicide Kessler «brave post-cristiane»
-



Spirito2 settimane faMons. Viganò: i traditori demoliscono la Chiesa dall’interno e spingono nell’eterna dannazione le anime
-



Scuola1 settimana faScuola: puerocentrismo, tecnocentrismo verso la «società senza contatto». Intervento di Elisabetta Frezza al convegno di Asimmetrie.
-



Eutanasia2 settimane faGemelle Kessler, Necrocultura Dadaumpa
-



Geopolitica6 giorni faCandace Owens afferma che il governo francese ha dato il «via libera» al suo assassinio
-



Spirito5 giorni faGiovane convertita esorta papa Leone a non andare all’inferno
-



Salute1 settimana faIl malori della 47ª settimana 2025













