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Mons. Viganò: la vera Obbedienza è legata alla Giustizia

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Renovatio 21 pubblica questo testo dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò

 

Obœdientes obœdientibus

Qualche breve appunto su due articoli del Prof. Daniele Trabucco

 

 

L’obbedienza servile è quella che segue la legge per paura,
senza la grazia interiore, e quindi “non giova a nulla
se non è accompagnata dall’amore;
anzi, senza di esso, rende colpevole chi la pratica,
perché manca del fine ultimo che è Dio.

Sant’Agostino

 

 

Il commento del prof. Daniele Trabucco alla vicenda di don Leonardo Maria Pompei, pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana lo scorso 6 Settembre (1), ha suscitato alcune obiezioni, tra le quali una in particolare ha provocato un ulteriore intervento dello stesso Trabucco su Chiesa e Postconcilio (2). Premetto che nutro la massima stima per il prof. Trabucco, del quale ho sempre apprezzato il pensiero autenticamente cattolico e il rigore intellettuale. Credo tuttavia che questi suoi due ultimi articoli travisino gravemente il concetto di obbedienza all’autorità, fuorviando i lettori.

 

La tesi del primo intervento di Trabucco è che la santità – di ieri come di oggi – si esplicita anche nella fedeltà e nell’obbedienza umile all’Autorità legittima, perché nell’obbedire a ordini ingiusti l’anima si esercita nell’abnegazione di sé e così sublima l’obbedienza in virtù eroica.

 

L’obiezione dei lettori evidenzia il differente contesto storico ed ecclesiale in cui l’obbedienza eroica di Santi come Padre Pio o don Bosco a vere e proprie vessazioni dei Superiori legittimi li fece crescere nella santità. E che i casi odierni, come quello di don Leonardo Maria Pompei, non sono paragonabili con i primi.

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Così Trabucco riassume l’obiezione dei suoi lettori:

 

«Oggi la Chiesa è immersa in una crisi senza precedenti, il neomodernismo è penetrato nel cuore stesso della vita ecclesiale etc., per cui non sarebbe legittimo paragonare con la situazione presente di don Pompei, l’atteggiamento di figure come San Pio da Pietrelcina, Don Dolindo Ruotolo, San Giovanni Bosco e tanti altri santi, che obbedirono pur soffrendo. Allora – si dice – il contesto era diverso: non vi era questa dissoluzione dottrinale, non questa confusione universale, non questa apostasia silenziosa».

 

La risposta all’obiezione, che costituisce il secondo intervento di Trabucco, parte dall’assunto che non sia possibile «contestualizzare» la fedeltà e l’obbedienza dei Santi del passato. Scrive Trabucco:

 

La santità, infatti, non è mai un prodotto delle condizioni storiche, non è l’esito di un equilibrio contingente, ma è radicata nell’immutabilità della grazia e nella perenne costituzione divina della Chiesa.

 

Mi permetterei di dissentire sul fatto che la santità non dipenderebbe dalle condizioni storiche. Affermo al contrario che la Provvidenza suscita per ogni tempo i Santi, i cui carismi sono più utili in quel determinato contesto. San Giovanni Bosco non è diventato santo facendo l’eremita ma l’educatore, nell’Italia sabauda, anticlericale e massonica, che voleva estromettere la Chiesa dalla società.

 

Vi è però un equivoco che occorre chiarire: non è la santità che ha bisogno di essere «contestualizzata», ma la modalità in cui si esplicita la virtù della vera Obbedienza (e di tutte le virtù in genere) in due contesti che sono diversi e addirittura antitetici. Perché il ragionamento del prof. Trabucco sia valido, tanto padre Pio quanto don Pompei dovrebbero essersi trovati ad obbedire a dei Superiori legittimi, ossia che esercitano la propria Autorità conformemente alla Legge di Dio, alla Verità rivelata, al Magistero immutabile della Chiesa.

 

Finché l’Autorità rimane nell’alveo che le ha assegnato Nostro Signore, essa è legittima e coerente con la suprema Autorità di Cristo Capo del Corpo Mistico. Ma così non è: e non perché padre Pio e don Leonardo Maria abbiano agito difformemente, ma perché l’obbedienza richiesta a padre Pio da un Superiore autoritario è di ordine disciplinare, mentre quella richiesta a don Leonardo Maria da un Superiore dottrinalmente deviato è di ordine dottrinale.

 

L’Autorità è stata voluta dal Signore per governare la Chiesa secondo le finalità che le sono proprie, e non per demolirla e disperderne le membra. La virtù dell’Obbedienza è legata alla Giustizia: essa deve esercitarsi secondo una ben precisa gerarchia, che inizia in Dio supremo Legislatore e somma Autorità, per poi articolarsi nell’obbedienza ai Suoi vicari temporali e spirituali, i quali a loro volta sono tenuti ad obbedire ai propri Superiori, e certamente anzitutto a Cristo Re e Pontefice.

 

San Tommaso d’Aquino ci spiega che la virtù dell’obbedienza scaturisce dalla Carità e dalla volontà di conformarsi all’ordine divino: essa è la virtù morale che rende la volontà pronta ad eseguire i precetti dei Superiori (II-II, quæstio 104, 2 ad 3); l’obbedienza a Dio è assoluta, mentre l’obbedienza alle autorità umane è subordinata e condizionata alla sottomissione dell’autorità umana (e dell’ordine impartito) all’autorità di Dio (II-II, quæstio 104, 4).

 

Il fondamento dell’obbedienza è infatti l’autorità del Superiore, ricevuta direttamente o indirettamente da Dio: è dunque a Dio che si obbedisce, nella persona del legittimo Superiore, dal momento che ogni potestà viene da Lui (Rom 13, 2).

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Nell’ordine perfetto che ruota intorno al Verbo Incarnato, l’obbedienza al Padre è il motore stesso della Redenzione operata dal Figlio. Questa obbedienza si riverbera spontaneamente all’interno del corpo sociale ed ecclesiale, nel riconoscersi tutti – governanti e governati – sottoposti alla Signoria universale di Cristo, e quindi necessariamente a Lui obbedienti. In quest’ordine, la disobbedienza è uno dei più gravi peccati, perché scardina l’ordine cristocentrico del cosmo; e non è un caso se i veri disobbedienti finiscono col negare anzitutto la Signoria di Cristo, per poter orgogliosamente affermare la propria. Satana è il ribelle, il disobbediente per antonomasia, e colui che ci spinge con mille inganni a disobbedire a Dio.

 

Il prof. Trabucco ritiene, prendendo ad esempio il processo di Norimberga contro i crimini di guerra del Nazismo, che i subalterni non possano essere puniti per aver eseguito ordini ricevuti dai superiori militari. Al di là del fatto che tanto i Superiori quanto i sottoposti hanno la responsabilità morale delle proprie azioni – i primi per gli ordini impartiti, i secondi per l’obbedienza a quegli ordini –, mi pare che anche i giudici di Norimberga abbiano ritenuto colpevoli e condannato gli ufficiali nazisti, non accogliendo la loro difesa di «aver solo obbedito agli ordini».

 

La disobbedienza dei Superiori a Cristo, del Quale usurpano l’autorità, rompe la coerenza della catena gerarchica, perché costringe i sudditi a disobbedire ai Superiori per non offendere Dio.

 

L’obbedienza che si delinea invece nelle parole del prof. Trabucco sembra prescindere da questa necessaria coerenza dell’Autorità all’obbedienza che a sua volta esige, giungendo al paradosso di indicare come moralmente preferibile disobbedire a Dio per obbedienza servile a dei Superiori disobbedienti, all’obbedienza virtuosa a Dio disobbedendo ai Suoi indegni Vicari.

 

E a chi obbietta che non sta al suddito giudicare il Superiore, rispondo che questo vale anche per del Superiore nei riguardi di Dio, dal quale egli si affranca per poter comandare senza alcun limite.

 

Non possiamo dimenticare che la decisione di resistere ai falsi pastori è per un sacerdote molto più sofferta e problematica che per un laico, anche solo per una questione di dipendenza economica dal Superiore. Ma proprio perché per un parroco è quasi una violenza dover disobbedire al proprio vescovo o al papa, il vescovo e il Papa dovrebbero considerare la propria responsabilità morale nell’abusare della propria autorità per far compiere ai sudditi azioni contrarie alla volontà di Dio, che essi non compirebbero se non fossero minacciati da sanzioni canoniche.

 

La gerarchia conciliare e sinodale ha deliberatamente infranto la coerenza nell’Obbedienza di duemila anni di vita della Chiesa Cattolica Romana. Essa si è sottratta all’Autorità di Dio e della Chiesa nel momento in cui, adulterando la Fede, si è sinodalizzata (ossia democratizzata), facendo risiedere nel «popolo di Dio» la sovranità strappata a Cristo. La sinodalità è disobbedienza quintessenziata, così come è sotto l’insegna della ribellione e dello scisma la «rilettura in chiave sinodale ed ecumenica» del Papato, che Cristo ha voluto monarchico.

 

È dunque questa Gerarchia ad essere disobbediente a Cristo, pur continuando a rivendicarne l’autorità per farsi obbedire dal Clero e dai fedeli. La santa disobbedienza dei sudditi non scardina l’ordine voluto da Dio, ma coraggiosamente lo ripristina, mostrando i traditori e gli usurpatori per quello che sono. Inoltre, dinanzi ad un piano eversivo della Gerarchia che da oltre sessant’anni è la causa principale della crisi nella Chiesa Cattolica, la prudenza e il legittimo sospetto di malafede verso Superiori che continuano a promuovere il Vaticano II e le sue riforme è non solo lodevole, ma doveroso.

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Il fedele e il chierico che fingono di avere a che fare con Vescovi normali, quando è evidente che sono quinte colonne del nemico, costituisce una cooperazione al male che essi compiono o lasciano compiere.

 

Padre Pio o don Bosco avevano dei Superiori che si riconoscevano a propria volta sudditi di Dio, e ne temevano il Giudizio grazie alla formazione morale e spirituale ricevuta. Se avessero avuto come Superiori certi personaggi che oggi infestano le Diocesi e la Curia Romana, avrebbero compreso che prestare loro obbedienza non avrebbe costituito una meritoria immolazione della volontà, ma una vile complicità nel demolire la Chiesa e nel disobbedire a Dio.

 

Come si sarebbero comportati padre Pio e don Bosco, o don Dolindo Ruotolo e le migliaia di santi sacerdoti che nei secoli hanno ingoiato dai loro Superiori tanti amari bocconi, nel Clero secolare e in quello Regolare, meritando il Paradiso e spesso la stessa conversione dei loro mitrati aguzzini? Cosa avrebbero risposto al Vescovo di don Pompei? Come avrebbero giudicato gli errori del Vaticano II e gli orrori del Novus Ordo?

 

E ancora: dinanzi alla evidenza che i Superiori della chiesa conciliare-sinodale vogliono distruggere la Chiesa Cattolica, il Papato, la Messa e il Sacerdozio, come avrebbero giudicato – da Confessori della Fede – il comportamento di chi per non subire ritorsioni illegittime tace dinanzi alla propagazione dell’eresia e dell’immoralità? Dubito che don Bosco avrebbe accettato di celebrare il rito montiniano, o ammesso alla Comunione i concubini, benedetto coppie di sodomiti, incoraggiato la transizione di genere, profanato la Santissima Eucaristia distribuendola sulla mano.

 

Ciò significa forse che oggi don Bosco e padre Pio non potrebbero essere Santi perché’ non hanno obbedito ai Superiori? No: significa che oggi si sarebbero santificati come Confessori della Fede esercitando l’Obbedienza secondo la sua gerarchia interna. Significa che avrebbero obbedito a Dio piuttosto che a uomini che Gli disobbediscono. Tutto qui.

 

Risponde però Trabucco:

 

«Proprio lì sta il punto: l’obbedienza che hanno incarnato non è riducibile a un fatto storico, dal momento che appartiene alla sostanza della santità, perché riconosce nell’istituzione visibile il sacramento dell’azione invisibile di Dio. (…)»

 

È vero: l’Obbedienza appartiene alla sostanza della santità. Ma se la santità è la meta di ogni uomo e in particolare di ogni battezzato, come potrebbe l’obbedienza essere di ostacolo alla santità, dal momento che essa riconosce il primato a Dio e subordinatamente a coloro che Lo rappresentano? O dovremmo forse credere che, per il semplice fatto che affermano di essere nostri Superiori, essi possano rendere legittimi degli ordini che la ragione ci indica come irricevibili? O legittimare la propria autorità, quando papi, cardinali, vescovi e chierici aderiscono tutti, indistintamente, ad un altro Vangelo (Gal 1, 6-7), un’altra religione, un altro credo, un altro papato, un altro sacerdozio, un’altra messa, sostenendo di appartenere a un’altra chiesa, che chiamano conciliare e sinodale.

 

Non è posta in discussione l’autorità del vescovo dai modi burberi o dalle decisioni opinabili: qui è messa in discussione l’obbedienza ad un’autorità usurpata, di cui si sono impadroniti degli eversori eretici e corrotti, per poter con più efficacia demolire la Chiesa dall’interno.

 

La nostra disobbedienza di oggi è l’unica forma moralmente doverosa di resistenza allo scandalo inaudito di una Gerarche pretende di poter adulterare l’insegnamento di Nostro Signore, e allo stesso tempo ne rivendica l’Autorità. Deus non irridetur, non ci si prende gioco di Dio (Gal 6, 7). Obbedire a questi Pastori significa rendersi loro complici, ed essere in comunione con loro esclude l’essere in comunione con la Chiesa Cattolica Apostolica Romana: sono loro stessi ad affermare di essere la «nuova chiesa» rispetto a quella «preconciliare».

 

Se conserviamo la visione trascendente dell’Obbedienza, ricordando che l’Incarnazione è stata possibile per l’obbedienza del Figlio al Padre, l’obbedienza di Maria Santissima al Signore e l’obbedienza di San Giuseppe all’Angelo, sapremo discernere con retta coscienza. Credo anzi che gli Ultimi Tempi ci daranno esempi eroici di santa Obbedienza a Dio e alla Chiesa, mentre i suoi vertici si distingueranno – come ai tempi della Passione – per il tradimento della Legge e dei Profeti e per la complicità con il potere politico.

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Mi permetto di aggiungere un’ultima riflessione. Quando la Sacra Scrittura parla dei falsi pastori, falsi maestri o falsi profeti (3), usa questa espressione di proposito, per evidenziare l’inganno di chi si presenta per ciò che non è. Nel Nuovo Testamento questo monito è ancora più esplicito (4) come ad esempio nella seconda Epistola di San Pietro:

 

«Fra voi vi saranno falsi maestri, i quali introdurranno eresie di perdizione e, rinnegando il Signore che li ha riscattati, attireranno su di sé una rapida rovina. (…) Per cupidigia vi sfrutteranno con parole false (2Pt 2, 1-3)».

 

Se dunque siamo stati avvertiti che sorgeranno falsi cristi e falsi profeti (Mt 24, 24), come possiamo pretendere che ad essi sia dovuta obbedienza, quando è proprio la Sacra Scrittura a metterci in guardia contro di loro, indicandoli come impostori e mentitori? Se obbedire a questi falsi maestri fosse sempre doveroso e non comportasse alcuna conseguenza, perché mai saremmo stati avvertiti dagli Evangelisti, da San Paolo, da San Pietro, da San Giuda Taddeo di non prestare loro ascolto, di fatto compiendo un atto di disobbedienza?

 

È proprio per questo che la vera Obbedienza è lo strumento principale mediante il quale quell’assistenza divina promessa alla Chiesa Cattolica si esplicita anche nel disobbedire virtuosamente ai falsi pastori e ai mercenari; perché essa, come giustamente ricorda il prof. Trabucco, non dipende dalle circostanze politiche o ecclesiali, quanto dalla verità perenne che la Chiesa custodisce, anche nelle ore più oscure. Non perché chi è fedele presuma di essere migliore (cosa che invece sembra essere una convinzione dei Modernisti).

 

Ma perché proprio perché la Chiesa non appartiene a noi ma a Cristo Signore, siamo tutti tenuti a impedire che i suoi nemici possano agire indisturbati e impuniti, pregiudicando la salvezza eterna di tante anime. Ed è questo che il Signore si aspetta da noi: non un comodo quietismo travestito da umiltà o da fatalismo.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

17 Settembre MMXXV
In impressione Stigmatum S.cti Francisci

 

NOTE

1 ) Cfr. https://lanuovabq.it/it/don-pompei-lobbedienza-che-manca-e-lesempio-dei-santi

2) Cfr. https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2025/09/santi-per-tutti-i-tempi-non-per-una.html

3) Cfr. ad esempio Ger 23, 1-4; Ger 50, 6; Ez 34, 1-10; Is 56, 11; Zc 11, 15-17

4) Cfr. Mt 7, 15; Mt 24, 11 e 24; Gv 10, 12-13; At 20, 29-30; 2Pt 2, 1-3; 1Gv 4, 1; Gd 1, 12-13

 

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Leone XIV afferma che non dovremmo «chiuderci nelle nostre sicurezze religiose»

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Nel suo recente messaggio dell’Angelus, Leone XIV ha introdotto una dicotomia sconcertante per mettere in discussione le «sicurezze religiose»:   «Carissimi, impariamo a non chiuderci nelle nostre convinzioni e sicurezze religiose, per restare aperti alla relazione autentica con Cristo» ha detto il romano pontefice. Subito qualcuno può chiedersi: ma se il papa non insegna, non incarna, la certezza religiosa, qual è il suo lavoro?   «A volte sulla fede cristiana ci si accontenta del “sentito dire”, dei luoghi comuni, di ciò che ci è stato trasmesso magari anche con buone intenzioni; ma Gesù ci chiama a una risposta personale, a conoscerlo da vicino, a lasciarci scavare dall’amicizia con Lui, in un incontro sempre nuovo che può anche chiederci di percorrere strade inedite e di fare scelte diverse da quelle immaginate» ha continuato il papa chicagoano.

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«Questo vale sia per il nostro percorso personale, sia per il cammino della Chiesa e per le scelte pastorali, laddove a volte pensiamo che basti procedere come abbiamo sempre fatto. È importante, invece, chiederci spesso: chi è il Signore per me? Lo conosco davvero? Cosa mi chiede oggi il suo Vangelo? Quali passi e quali scelte dovrei compiere?»   Per un cattolico, è stato notato, mai è stata posta una dicotomia tra la certezza della propria religione – ritenuta, fino a poco fa, l’unica vera – e una «relazione autentica con Cristo».   La Chiesa, ci veniva insegnato, era stata creata da lui stesso, ed è la sua sposa. E il pontefice, in teoria, è proprio colui che crea il ponte tra la Terra e il Cielo.   Abbiamo qui un avvertimento: colui che crea il ponte ci dice che esso è pericolante. Ci sta dicendo, quindi, di non passarvi. Ancora una volta è evidente l’unico caposaldo della gerarchia cattolica odierna: essa crede di non credere. Essa sa di non credere. E lo dice pure.   Ci è chiaro che la via sacra, della quale abbiamo sicurezza, è stata abbandonata. Roma non vuole più percorrere il ponte indicato da Dio, ma andare altrove, magari non guadare nemmeno il fiume. La Chiesa vuole uscire da sé, vuole lasciare il suo compito e il suo popolo, vuole dimenticare qual è la via indicata.   E la via, la verità, e la vita, è una sola: Cristo. Lo hanno detronizzato, lo hanno abbandonato. Ci stanno chiedendo di fare altrettanto.   Ciò non accadrà mai.  

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Mons. Strickland: mons. Lefebvre e la crisi della fede nel soprannaturale

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Renovatio 21 riporta le parole del vescovo emerito di Tyler, Texas, Joseph P. Strickland, pronunciate durante il podcast dello scorso 14 agosto 2026 e intitolato «Una Chiesa senza Dio».

 

Una domanda mi pesa sul cuore ed è difficile da porre: «Stiamo diventando una chiesa senza Dio?»

 

Naturalmente, non intendo dire che Dio abbia abbandonato la sua Chiesa. Gesù Cristo ha promesso che le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. Né intendo dire che non ci siano innumerevoli cattolici fedeli, santi sacerdoti, religiosi, vescovi, padri e madri che amano profondamente Dio e si sforzano ogni giorno di vivere la fede cattolica.

 

Vorrei dire un’altra cosa.

 

Mi chiedo se non abbiamo gradualmente sviluppato un modo di concepire la Chiesa – un modo di governarla, di parlarne, di celebrare il culto al suo interno e di determinarne le priorità – che funziona sempre più come se il soprannaturale non fosse più la sua realtà centrale. Perché il cattolicesimo è soprannaturale, altrimenti non è nulla.

 

Consideriamo la fede cattolica che i nostri antenati conoscevano. Credevano nel paradiso. Credevano nell’inferno. Credevano negli angeli e nei demoni. Credevano che Satana fosse reale e che anche la guerra spirituale fosse reale. Credevano nei miracoli. Credevano nella Madonna e nell’intercessione dei santi. Credevano che il peccato potesse distruggere la vita di grazia nell’anima. Credevano che la confessione potesse restituire quella vita. Credevano che quando il sacerdote pronunciava le parole della consacrazione all’altare, il pane e il vino diventassero veramente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Gesù Cristo. Credevano nella realtà dell’eternità.

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E poiché credevano in queste cose, vivevano in modo diverso. Costruivano chiese magnifiche perché Dio era lì. Si inginocchiavano perché Dio era lì. Parlavano a bassa voce nelle chiese perché Dio era lì. Si confessavano perché il peccato era reale. Digiunavano perché la penitenza era reale. Pregavano per i morti perché il purgatorio era reale. Recitavano il Rosario perché credevano che la Madre di Dio li ascoltasse veramente. Trascorrevano un’ora in presenza del Santissimo Sacramento perché credevano di trovarsi al cospetto di Gesù Cristo.

 

I cattolici delle generazioni passate avevano certamente i loro peccati e le loro mancanze. Non c’è mai stata un’età dell’oro in cui tutti erano santi. Ma la vita cattolica veniva compresa all’interno di una cornice soprannaturale. E temo che, per decenni, abbiamo smantellato questa cornice.

 

Prestate attenzione al linguaggio che si usa oggi nella Chiesa. Sentiamo continuamente parlare di ascolto, dialogo, accompagnamento, inclusione, incontro, sinodalità, cammino comune, fraternità umana.

 

Questi termini possono avere un significato legittimo. Ascoltare può essere una cosa positiva. Il dialogo può essere necessario. Dobbiamo certamente sostenere le persone con carità e compassione.

 

Ma dobbiamo chiederci: «dov’è Dio in tutto questo?» Parlando tra di noi, stiamo ancora parlando con Lui?

 

E quando ascoltiamo, ascoltiamo prima la voce di Dio, oppure ascoltiamo per stabilire se ciò che Dio ha già rivelato non debba, in un modo o nell’altro, essere riconsiderato? La differenza è immensa.

 

La Chiesa non ha ricevuto il Vangelo da un gruppo di discussione. La verità non ci è stata data per consenso. Gesù Cristo non chiese agli Apostoli di andare nel mondo per scoprire in cosa credesse l’umanità. Disse loro: «andate dunque e fate discepoli tutti i popoli».

 

Alla Chiesa è stato affidato qualcosa: un deposito di fede, una rivelazione, una verità che viene da Dio. Il nostro compito non è reinventarla. Il nostro compito è riceverla, custodirla, viverla e trasmetterla.

 

Oltre un secolo fa, papa San Pio X individuò un pericolo che si stava sviluppando all’interno del pensiero cattolico. Lo chiamò Modernismo. Capì che il Modernismo non era semplicemente un’eresia isolata tra le tante, ma che attaccava qualcosa di più profondo: i fondamenti stessi che ci permettono di conoscere e ricevere la verità rivelata.

 

Se la verità religiosa dipende in ultima analisi dall’esperienza umana, dalla coscienza o dallo sviluppo storico, allora l’uomo diventa gradualmente il giudice della Rivelazione, anziché la Rivelazione essere il giudice dell’uomo.

 

Ecco perché San Pio X combatté il modernismo con tanto vigore. Ecco perché la Chiesa un tempo richiedeva il giuramento antimodernista. Ed ecco perché uomini come l’arcivescovo Marcel Lefebvre in seguito avvertirono che il modernismo non era scomparso.

 

Non è necessario approvare tutte le decisioni prese dall’arcivescovo Lefebvre per riconoscere la gravità della questione da lui sollevata. Cosa accade quando la Chiesa comincia ad adattarsi allo spirito dei tempi? Cosa accade quando il desiderio di essere accettata dall’uomo moderno diventa più forte del desiderio di convertirlo?

 

Dietrich von Hildebrand individuò il problema con notevole chiarezza quando mise in guardia dal porre l’unità al di sopra della verità. In definitiva, infatti, il primato della verità è il primato di Dio. Qui sta il nocciolo della questione.

 

Quando il soprannaturale comincia a scomparire, le conseguenze si diffondono ovunque. Si pensi al peccato. Se il paradiso e l’inferno sono realtà, allora il peccato mortale è di estrema gravità. Se un’anima può essere separata dalla grazia santificante, avvertire qualcuno del pericolo del peccato non è un atto di odio, ma di amore.

 

Se vedessi qualcuno camminare verso il bordo di un precipizio, la compassione mi imporrebbe di rimanere in silenzio con il pretesto che le mie urla potrebbero metterlo a disagio? Certo che no. Urlerei proprio perché lo amo.

 

Per duemila anni, la Chiesa ha chiamato uomini e donne al pentimento perché crede che la loro eternità sia in gioco. Ma cosa succede quando perdiamo questa prospettiva soprannaturale?

 

Il peccato si trasforma gradualmente in qualcos’altro. Invece di chiederci se un atto sia conforme alla legge di Dio, iniziamo a chiederci se la persona si senta accettata. Gli insegnamenti riguardanti il ​​matrimonio, la sessualità e la persona umana diventano sempre più difficili da proclamare perché la cultura li ha rifiutati.

 

La Chiesa deve sempre accogliere ogni persona con carità. Ogni essere umano possiede dignità. Nessun cattolico dovrebbe trattare un’altra persona con odio o disprezzo. Ma la carità non può consistere nel dire a qualcuno che ciò che Dio ha chiamato peccato non è più peccato. Questa non è misericordia. Perché se il peccato non è reale, il pentimento diventa inutile. Se il pentimento è inutile, lo è anche il perdono. E se il perdono è inutile, la Croce stessa, in definitiva, diventa inutile.

 

Perché l’umanità avrebbe bisogno di un Salvatore se il suo problema fondamentale è semplicemente che non ci siamo ascoltati abbastanza a vicenda?

 

Lo stesso problema può sorgere nei nostri rapporti con le altre religioni. Dobbiamo trattare le persone di tutte le fedi con dignità. Dobbiamo adoperarci per la pace. Dobbiamo opporci all’odio e alla persecuzione. Ma non dobbiamo mai dimenticare la ragion d’essere della Chiesa.

 

Gesù Cristo non è semplicemente un altro maestro religioso. Egli è il Figlio di Dio. Ha detto: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me».

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Queste parole non possono essere semplicemente accostate a tutte le altre affermazioni religiose, come se tutte le strade conducessero in definitiva alla stessa cosa. Se Gesù Cristo è veramente Dio, allora l’evangelizzazione è importante. La conversione è importante. Il battesimo è importante. La missione è importante. La salvezza è importante.

 

Ancora una volta, il soprannaturale cambia tutto.

 

E questo ci porta ai vescovi.

 

Parlo in qualità di vescovo e, pertanto, mi rivolgo prima a me stesso.

 

Ogni vescovo comparirà davanti a Gesù Cristo. Non compariremo davanti a una commissione. Non compariremo davanti ai media. Non compariremo davanti a politici, donatori, consulenti o all’opinione pubblica. Compariremo davanti a Cristo. E saremo ritenuti responsabili delle anime affidate alle nostre cure.

 

Il vescovo non è semplicemente un amministratore. Non è il direttore di una filiale appartenente a un’organizzazione religiosa internazionale.

 

La Lumen Gentium stessa ci ricorda che i vescovi non dovrebbero essere considerati semplici vicari del Romano Pontefice. I vescovi sono i vicari e gli ambasciatori di Cristo. Questo dovrebbe far tremare ogni vescovo.

 

Nel corso della storia della Chiesa, ci sono stati momenti in cui i vescovi hanno dovuto resistere a potenti correnti di errore. Si pensi a Sant’Atanasio. Si pensi a San Giovanni Fisher. Si pensi agli innumerevoli vescovi che hanno subito l’esilio, la prigione e persino la morte piuttosto che compromettere la fede.

 

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Da dove viene questo coraggio? Viene da una fede soprannaturale.

 

Se questo mondo è tutto ciò che esiste, proteggi la tua posizione. Proteggi la tua reputazione. Proteggi la tua carriera. Evita le controversie. Preserva il tuo benessere.

 

Ma se l’eternità è reale, tutto cambia. Pertanto, perdere una posizione non è nulla. Perdere la popolarità non è nulla. Perdere l’approvazione dei potenti non è nulla.

 

L’unica domanda che conta davvero è questa: «Sono stato fedele a Gesù Cristo?»

 

Anche la Chiesa è diventata stranamente a disagio con l’idea di condanna. Noi preferiamo il dialogo. E, ripeto, il dialogo ha la sua importanza. Ma a volte un pastore deve dire di no.

 

Questo vale per ogni famiglia. Un padre affettuoso non approva tutto ciò che i suoi figli decidono di fare. A volte l’amore richiede che dica: «No. Questo ti farà male».

 

Storicamente, la Chiesa ha inteso la condanna dottrinale in modo molto simile. Gli anatemi non erano intesi come espressioni di odio. Stabilivano dei limiti perché la Chiesa credeva che l’errore potesse sviare le anime. Per questo motivo, il concetto talvolta chiamato «anatema caritatevole» merita di essere preso in considerazione.

 

Se l’eresia può allontanare le anime da Cristo, correggerla è un atto di carità. Se il peccato mortale può separare un’anima da Dio, mettere in guardia contro di esso è un atto di carità. Se ricevere la Santa Comunione indegnamente può costituire sacrilegio, proteggere l’Eucaristia è un atto di carità.

 

Forse siamo diventati così restii a condannare l’errore non perché abbiamo scoperto una carità superiore a quella dei santi, ma perché abbiamo perso la convinzione che l’errore comporti conseguenze eterne. E se così fosse, ci ritroviamo ancora una volta di fronte allo stesso problema: la perdita del soprannaturale.

 

Ma non voglio che questo messaggio sia un messaggio di disperazione. Perché sta succedendo qualcos’altro. Ovunque vada, incontro cattolici che hanno fame. Non hanno fame di un nuovo programma, di un nuovo comitato o di un nuovo incontro di ascolto. Hanno fame di Dio.

 

I giovani cattolici stanno riscoprendo l’adorazione eucaristica. Le famiglie stanno riscoprendo il Rosario. Le persone leggono le vite dei santi. Scoprono i miracoli eucaristici. Scoprono il digiuno e le devozioni tradizionali. Molti sono attratti dalla bellezza e dalla riverenza della Messa tradizionale in latino.

 

Per quello ?

 

Non credo che si tratti semplicemente di nostalgia.

 

Molti di questi giovani non hanno memoria del vecchio mondo cattolico. Non l’hanno mai conosciuto. Ciò che cercano è la trascendenza. Cercano qualcosa che non provenga da loro stessi. Vogliono il mistero. Vogliono la riverenza. Vogliono il sacrificio. Vogliono la verità.

 

In definitiva, desiderano Dio.

 

E forse comprendono qualcosa che i pianificatori ecclesiastici hanno dimenticato: se la Chiesa offre al mondo solo ciò che il mondo già può offrire, allora il mondo non ha bisogno di noi. Il mondo ha già organizzazioni umanitarie. Ha movimenti sociali. Ha conferenze. Ha terapisti. Ha organizzazioni di comunità. Ha movimenti politici. Ha innumerevoli opportunità di dialogo.

 

Ciò che il mondo non può donarsi è la grazia soprannaturale. Il mondo non può assolvere un solo peccato. Il mondo non può consacrare l’Eucaristia. Il mondo non può donarci il Corpo e il Sangue di Cristo. Il mondo non può aprire il cielo.

 

Solo Cristo può salvare. E Cristo ha affidato la sua missione salvifica alla sua Chiesa.

 

Qual è dunque la risposta? Non è l’amarezza. Non è la rabbia. Non è una nuova fazione cattolica. E, fondamentalmente, ciò di cui abbiamo bisogno non è una Chiesa più rigida.

 

Abbiamo bisogno di una Chiesa che torni a credere.

 

Una Chiesa che crede che Gesù Cristo sia veramente presente nel tabernacolo. Una Chiesa che crede che la confessione restituisca la vita alle anime spiritualmente morte. Una Chiesa che crede che la Madonna e i santi intercedano veramente per noi. Una Chiesa che crede che gli angeli siano reali. Una Chiesa che crede che i demoni siano reali. Una Chiesa che crede che i miracoli accadano ancora. Una Chiesa che crede che la Scrittura sia la Parola di Dio. Una Chiesa che crede nella realtà del peccato. Una Chiesa che crede nella realtà della misericordia. Una Chiesa che crede nella realtà del giudizio. Una Chiesa che crede che il paradiso valga la pena di sacrificare tutto per raggiungerlo.

 

E quindi una Chiesa che abbia il coraggio di dire la verità anche quando ciò le costa qualcosa.

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Le Sacre Scritture ci offrono parole di cui il nostro tempo ha disperatamente bisogno: «Comportatevi da forti, ed abbiate coraggio; non abbiate timore, e non v’impaurite davanti a loro, perchè il Signore Dio tuo è egli stesso il tuo condottiero e non ti lascerà nè t’abbandonerà» (Deuteronomio 31,6).

 

Perché abbiamo paura? Perché un vescovo dovrebbe avere paura di proclamare ciò che Cristo ha rivelato? Perché un sacerdote dovrebbe avere paura di predicare sul peccato? Perché i genitori dovrebbero avere paura di insegnare ai propri figli che la verità cattolica è veramente vera? Perché i cattolici dovrebbero vergognarsi di parlare di miracoli? Perché dovremmo vergognarci dei santi? Perché dovremmo parlare a bassa voce del diavolo quando la Scrittura parla chiaramente di guerra spirituale? Perché dovremmo scusarci per credere che Gesù Cristo è il Salvatore del mondo?

 

San Paolo ci dice: «è la nostra lotta col sangue e colla carne, ma contro i dominatori del mondo delle tenebre, contro gli spiriti maligni dell’aria.» (Efesini 6,12).

 

O è vero, o non lo è.

 

Se ciò è vero, forse è giunto il momento che i cattolici inizino a vivere come se lo fosse.

 

Forse la crisi più profonda del cattolicesimo non è, in definitiva, la crisi liturgica. Non è la crisi sessuale. Non è la crisi delle vocazioni. Non è la crisi dell’autorità episcopale. Non è nemmeno la crisi dottrinale.

 

Dietro tutte queste crisi si cela forse qualcosa di ancora più profondo: una crisi di fede nel soprannaturale.

 

Crediamo veramente che Dio abbia parlato? Crediamo che la sua verità rimanga tale anche quando il mondo la rifiuta? Crediamo nella realtà dell’eternità? Crediamo che le anime possano perire? Crediamo che le anime possano essere salvate? Crediamo che Gesù Cristo sia Dio?

 

Se crediamo veramente in queste cose, le nostre chiese dovrebbero avere un aspetto diverso. La nostra predicazione dovrebbe avere un tono diverso. Il nostro culto dovrebbe assumere una forma diversa. Le nostre famiglie dovrebbero vivere in modo diverso. E i nostri vescovi dovrebbero guidare in modo diverso.

 

Possiamo avere i nostri sinodi. Possiamo avere i nostri comitati. Possiamo redigere i nostri documenti. Possiamo tenere le nostre riunioni. Possiamo impegnarci nel dialogo. Possiamo ascoltare. Possiamo accompagnare. Ma se, a un certo punto del cammino, Dio diventa secondario, verso cosa stiamo esattamente viaggiando insieme?

 

La Chiesa non ha bisogno di assomigliare di più al mondo per salvare il mondo. Ha bisogno di diventare più pienamente ciò che Gesù Cristo ha stabilito che essa sia.

 

Abbiamo bisogno che i confessionali tornino a essere pieni. Abbiamo bisogno che le famiglie preghino il Rosario. Abbiamo bisogno del digiuno. Abbiamo bisogno della penitenza. Abbiamo bisogno di riverenza davanti alla Santa Eucaristia. Abbiamo bisogno di sacerdoti che predichino le verità eterne. Abbiamo bisogno di vescovi disposti a soffrire per queste verità. Abbiamo bisogno di chiese dove chiunque varchi la soglia senta immediatamente: Dio è qui.

 

Ciò che spaventa non è solo che il mondo abbia imparato a vivere senza Dio. Gran parte del mondo lo ha chiaramente fatto. La possibilità spaventosa è che anche la Chiesa possa imparare a funzionare senza di Lui.

 

Una chiesa brulicante di attività. Una chiesa piena di conversazioni. Una chiesa piena di programmi, processi, riunioni e documenti. Eppure, una chiesa in cui il Dio soprannaturale era stato in qualche modo silenziosamente relegato ai margini.

 

Fratelli e sorelle, non possiamo permettere che ciò accada. La risposta non è un nuovo programma. La risposta è Gesù Cristo.

 

Rimettiamolo al centro. Ritorniamo al Suo Cuore Eucaristico. Ritorniamo alla confessione. Ritorniamo alla preghiera. Ritorniamo alla Sacra Scrittura. Ritorniamo alla fede che ci è stata tramandata. Ritorniamo alla Madonna. Ritorniamo ai santi. Ritorniamo al sacrificio. Ritorniamo alla riverenza. Ritorniamo al soprannaturale.

 

E non abbiate paura. Perché il mondo non ha bisogno di una Chiesa senza Dio, ma della Chiesa di Gesù Cristo, la Chiesa del Dio vivente.

 

Possa il Signore darvi forza, la Madonna proteggervi con il suo manto e possiate rimanere saldi nella vera fede, qualunque prova vi attenda.

 

E che Dio Onnipotente vi benedica, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

 

E così sia.

 

Vescovo Joseph E. Strickland,

Vescovo emerito

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Immagine di Jim, the Photographer e Stv26 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic; immagine tagliata, rimodificata ed estesa digitalmente 

 

 

 

 

 

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Spirito

Lo Spirito Santo non si contraddice

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Pubblicata il 24 giugno 2026, la Professione di Fede Cattolica della Fraternità Sacerdotale San Pio X viene qui presentata in diverse parti. Questa nona parte ci ricorda che lo Spirito Santo santifica le anime e vivifica la Chiesa, mantenendola nella verità ricevuta dagli Apostoli. In quanto Spirito di verità, Egli non può ispirare oggi il contrario di ciò che ha ispirato ieri, né può essere invocato per giustificare rotture dottrinali o morali con la Tradizione.  

VIII. Lo Spirito Santo, santificatore delle anime e anima della Chiesa

67. Io professo che lo Spirito Santo, terza Persona della Santissima Trinità, vero Dio con il Padre e il Figlio, ha parlato per mezzo dei profeti, ha ispirato le Scritture, ha santificato i giusti, ha formato l’umanità del Verbo incarnato nel grembo verginale di Maria, ed è stato visibilmente inviato a Pentecoste per manifestare la Chiesa e darle vita fino alla fine dei tempi.   68. Credo che, inviato dal Padre e dal Figlio, egli rimanga nella Chiesa fino alla fine dei tempi, secondo la promessa del Signore. Egli è l’anima increata della Chiesa, non come forma sostanziale che annullerebbe la distinzione tra Cristo e i suoi membri, ma come principio invisibile e causa efficiente della sua vita soprannaturale, della sua unità di professione di fede e di culto, della santità del suo governo e del suo Magistero, e della sua fecondità nelle opere.   69. Affermo che tutta la vita della Chiesa dipende dalla sua azione. È lui che assiste il Magistero ecclesiastico, specialmente quello del Papa, affinché esso custodisca, dichiari e spieghi senza errore il deposito rivelato: non perché inventi nuove dottrine, ma perché penetri più profondamente, nello stesso senso e nello stesso significato, la verità già rivelata da Dio agli Apostoli.

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70. Credo che sia lui che comunica alle anime, nei sacramenti, la grazia acquisita dal Salvatore, dimora in esse per mezzo di questa grazia e le rende conformi a Cristo; lui che illumina le menti con la sua sapienza, sostiene le volontà con la sua forza, riversa la sua carità nei cuori; lui che suscita le buone opere, ispira la carità fraterna e conduce le anime alla loro perfezione.   71. Fu lui a sostenere i martiri, a illuminare i dottori, a ispirare i missionari, a nutrire la vita contemplativa, ad arricchire gli ordini religiosi e a far fiorire la santità in ogni ambito della vita. Le grandi opere della civiltà cristiana, frutti della cultura cattolica, testimoniano esse stesse questa presenza discreta ma feconda dello Spirito di Dio nella Chiesa attraverso i secoli.   72. Condanno dunque ogni pretesa di invocare lo Spirito Santo per giustificare adattamenti dottrinali che rompono con la Tradizione, capovolgimenti morali o processi sinodali che mettono in discussione ciò che la Chiesa ha ricevuto da Dio. Lo Spirito di verità non può ispirare oggi il contrario di ciò che ha ispirato ieri. Non invita la Chiesa ad ascoltare il mondo per riceverne le aspirazioni; al contrario, la esorta a istruire il mondo, a convertirlo e a santificarlo. La sua opera non consiste nell’incitare ispirazioni anarchiche, né nell’incoraggiare la creatività dottrinale, né nel fondare la vita spirituale sulla ricerca di fenomeni carismatici straordinari; consiste nel guidare le anime illuminando la loro fede e difendendole dai loro nemici spirituali, per portare a compimento l’opera della loro salvezza e condurle alla luce dell’eternità.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
   
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