Spirito
Mons. Viganò: Bergoglio «antipapa», dimissioni di Benedetto XVI «invalide», segreto di Fatima «manipolato»
L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha rilasciato una densa intervista allo YouTuber statunitense dr. Taylor Marshall, in cui ha fatto precisazioni – e rivelazioni – di rilievo.
Il primo degli argomenti toccati è il Terzo Segreto di Fatima, con il Marshall che chiede a monsignore se pensa il segreto pubblicato nel 2000 sia quello vero.
«Il testo della terza parte del Segreto di Fatima fu consegnato da Suor Lucia al Vescovo di Leiria nel 1944: esso si riferisce alla visione che i tre pastorelli ebbero nel 1917 e che per volontà della Vergine Maria doveva essere rivelato nel 1960. Venne consegnato al Sant’Uffizio nel 1957, regnante Pio XII» risponde monsignor Viganò. Giovanni XXIII lo lesse nel 1959 e dispose di non renderlo pubblico. Altrettanto fece nel 1967 Paolo VI. Giovanni Paolo II lo lesse nel 1978 o forse nel 1981».
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«Nel 2000 in occasione del Giubileo, ne dispose la pubblicazione lasciando credere che fosse il testo integrale, attribuendo a sé la visione del papa colpito, e più precisamente all’attentato che egli subì in Piazza San Pietro il 13 Maggio 1981. Il sospetto che il testo del Segreto sia stato manipolato è più che fondato» continua l’arcivescovo.
«Aldilà delle anomalie e delle incongruenze tecniche – come ad esempio il formato del supporto cartaceo usato da Suor Lucia – mi pare evidente che il contenuto “rivelato” sia stato censurato, in modo da non confermare ciò che è sotto gli occhi di tutti: la demolizione della Chiesa Cattolica dal suo interno e l’apostasia della fede mediante un “cattivo Concilio” e una “cattiva Messa”».
«La decisione di non pregiudicare l’esito rivoluzionario del Vaticano II portò Roncalli a non rivelare il Terzo Segreto; allo stesso modo agì Montini, anche perché la rivoluzione del Concilio si era nel frattempo estesa alla riforma liturgica» puntualizza monsignore. «D’altra parte, non stupisce che una Gerarchia che adultera la Sacra Scrittura e il Magistero possa arrivare anche a censurare le parole della Vergine Santissima nell’ambito di apparizioni riconosciute dalla Chiesa».
A Viganò viene quindi domandato riguardo la scomunica latæ sententiæ per il reato di scisma inflittagli dal cardinale Fernandez.
«L’11 Giugno sono stato informato con una semplice mail (senza mai ricevere nessuna notifica ufficiale) di un processo a mio carico, per il quale mi sarei dovuto presentare a Roma il 20 successivo per ritirare le accuse nei miei confronti, così da preparare la mia difesa entro il 28, vigilia dei Santi Pietro e Paolo. Non credo che si dia una settimana di tempo nemmeno a chi ha ricevuto una multa per aver parcheggiato in divieto di sosta».
«Le accuse che mi sono mosse sono del tutto inconsistenti: scisma per aver messo in dubbio la legittimità di Bergoglio e aver rifiutato il Vaticano II. Ma il diritto riconosce la non applicabilità della volontà di scisma nel caso in cui l’imputato sia persuaso che colui che siede sul Soglio di Pietro non sia papa e, laddove sia dimostrata l’infondatezza dei suoi sospetti, sia disponibile a sottomettersi alla sua autorità» risponde il prelato lombardo.
A questo punto monsignor Viganò definisce la sua visione dell’argentino.
«Io considero Jorge Mario Bergoglio un anti-papa o meglio: un contro-papa, un usurpatore, un emissario della lobby anticattolica che da decenni ha infiltrato la Chiesa. L’evidenza della sua alienità al Papato, le sue molteplici eresie e la coerenza della sua azione di governo e di “magistero” in chiave eversiva sono elementi gravissimi che non possono essere liquidati sbrigativamente come delitto di lesa maestà.»
«Aldilà del metodo e del merito della causa penale extragiudiziale, la vacanza della Sede Apostolica e l’usurpazione del Soglio di Pietro da parte di un falso papa rendono tutti gli atti dei Dicasteri romani del tutto privi di validità e di efficacia, per cui anche la scomunica nei miei confronti è nulla» specifica l’arcivescovo.
«Ci troviamo davanti ad un cortocircuito canonico: colui che ricopre la suprema autorità terrena nella Chiesa, nel momento in cui è denunciato per eresia risponde accusando di scisma colui che lo denuncia e lo scomunica. Questo uso strumentale della giustizia – tipico delle dittature – contraddice la mens del Legislatore e giustamente ricade sotto quanto previsto dalla Bolla di Paolo IV: è l’adesione stessa all’eresia ad estromettere l’eretico dalla Chiesa e rendere la sua autorità illegittima, invalida e nulla».
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All’intervistatore che chiede come dovrebbero comportarsi i Cattolici in caso di proibizione della Messa antica, Viganò risponde che «la Messa tridentina è un tesoro inestimabile per la Santa Chiesa. Essa è “canonizzata” dal Suo uso plurisecolare in cui vediamo espressa la voce della Sacra Tradizione. Se la Gerarchia, abusando del proprio potere contro il fine che il Signore le ha dato, impedisce la celebrazione della Messa antica, compie un abuso e questa proibizione è nulla».
«Sacerdoti e vescovi dovrebbero mostrare più coraggio, continuando a celebrare il rito antico e rifiutandosi di celebrare il Novus Ordo. Andrebbero probabilmente incontro a sanzioni da parte del Vaticano, ma dovrebbero chiedersi quali sanzioni li aspettino quando dovranno rispondere al tribunale del Signore per non aver compiuto il proprio dovere, preferendo l’obbedienza servile al potente anziché l’obbedienza a Dio».
Quindi un consiglio diretto ai laici, che «dovrebbero organizzarsi in piccole comunità acquistando le chiese oggi messe in vendita o allestendo cappelle domestiche, e cercando sacerdoti disposti a celebrare per loro la Messa e i Sacramenti secondo il Rito Apostolico e aiutandoli materialmente a svolgere il loro Ministero».
Marshall domanda cosa monsignor Viganò pensi della Fraternità Sacerdotale San Pietro (FSSP), dell’Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote (ICRSS), nonché della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX).
«Gli istituti ex Ecclesia Dei nascono dalla volontà del Vaticano di indebolire la Fraternità San Pio X dopo le Consacrazioni Episcopali del 1988, che essendosi data una successione apostolica poteva continuare il proprio apostolato anche dopo la morte di Mons. Marcel Lefebvre» risponde il monsignore. «La “concessione” di celebrare la Liturgia tridentina – fino ad allora del tutto esclusa – aveva e ha come condizione l’accettazione del “magistero postconciliare” e della liceità del Novus Ordo».
«Tale premessa è del tutto inaccettabile, perché riduce la celebrazione della Messa antica ad una questione cerimoniale, mentre è evidente che il rito tridentino riassume in sé tutta la dottrina e la spiritualità della Fede Cattolica, in antitesi al rito protestantizzato di Paolo VI che quella Fede ecumenicamente tace. Chi celebra la Messa di San Pio V non può accettare il Vaticano II».
«Infatti, sin dall’inizio, molti sacerdoti che avevano lasciato la Fraternità di Mons. Lefebvre ed erano confluiti negli istituti Ecclesia Dei continuarono ad avere forti riserve e, per così dire, giocarono sull’equivoco di una tacita accettazione che lo stesso Vaticano non chiedeva di esplicitare», racconta Viganò.
«Nel 2007 Benedetto XVI ha riconosciuto legittimità alla Liturgia tradizionale, dichiarando la Messa antica “forma straordinaria” del Rito Romano, a fianco alla “forma ordinaria” del Novus Ordo. Il Motu Proprio Summorum Pontificum rivela l’impostazione hegeliana di Ratzinger, che nella compresenza di due forme del medesimo rito ha cercato di comporre la sintesi tra la tesi della Messa tradizionale e l’antitesi del rito montiniano. Ma anche in quel caso, la base ideologica del Motu Proprio era di fatto moderata dalla pratica, per cui il risultato finale di Summorum Pontificum è stato relativamente positivo, quantomeno nella diffusione della celebrazione della Messa antica che le nuove generazioni non avevano mai conosciuto. Giovani sacerdoti e tanti fedeli si sono avvicinati al Rito Apostolico, scoprendone la bellezza e la coerenza intrinseca con la Fede cattolica».
«Dinanzi al successo della Messa di Sempre, il Motu Proprio Traditionis Custodes ha drasticamente limitato la liberalizzazione di Summorum Pontificum, dichiarando abolito il diritto di ogni sacerdote alla celebrazione della Messa tradizionale e riservandolo ai soli istituti ex-Ecclesia Dei. Ecco così creata una “riserva indiana” di chierici più o meno conservatori che dipendono da Bergoglio, ai quali è richiesta la professione di fede conciliare mediante la concelebrazione del nuovo rito almeno una volta l’anno: cosa che praticamente tutti i sacerdoti di questi istituti sono costretti a fare, volenti o nolenti. D’altra parte, non mi pare che i vescovi o cardinali che li sostengono abbiano espresso riserve sul Concilio o sulle deviazioni dottrinali, morali e liturgiche del postconcilio e dello stesso Bergoglio. Difficile aspettarsi dai subalterni una combattività che eminenti Prelati non hanno mai dimostrato».
«Questi istituti sono dunque sotto ricatto» dice Viganò. «Se con Summorum Pontificum era plausibile pensare ad un tentativo di pax liturgica che lasciasse i conservatori liberi di scegliersi il rito che preferiscono (in una visione, per così dire, liberale), con Traditionis Custodes sui chierici che celebrano e sui fedeli che assistono alla Messa antica grava lo stigma ecclesiale dell’indietrismo, del rifiuto del Vaticano II, del rigidismo preconciliare. In questo caso la sinodalità e la parresia cedono all’autoritarismo di Bergoglio, che però dice una scomoda verità: quel rito mette in discussione l’ecclesiologia e la teologia del Vaticano II e come tale non rappresenta la chiesa conciliare. L’illusione della pax liturgica si è quindi infranta miseramente dinanzi all’evidenza dell’inconciliabilità di due riti che si “scomunicano” reciprocamente, così come le due chiese – quella Cattolica e quella sinodale – di cui sono espressione cultuale»
«Per quanto riguarda i fedeli, credo sia necessario comprendere la situazione di grande disorientamento e di anarchia presente nella Chiesa» dichiara il prelato. «Molti Cattolici che hanno scoperto la Messa antica non riescono più ad assistere al rito montiniano ed è comprensibile che si “accontentino” – per così dire – delle Messe tridentine celebrate dagli istituti ex-Ecclesia Dei, senza però accettare i compromessi che sono richiesti ai loro sacerdoti».
Tuttavia, precisa Viganò, «si tratta di una situazione che presto o tardi dovrà essere chiarita, specialmente se l’accettazione degli errori conciliari e sinodali diventa la condicio sine qua non della fruizione della Messa antica. In quel caso il fedele deve agire coerentemente e cercare dei sacerdoti non compromessi con la chiesa sinodale. Gli orrori di questo “pontificato” stanno comunque erodendo il consenso del Clero nei riguardi di Bergoglio: una fronda tradizionale potrebbe decidere di non seguirlo sulla via fallimentare intrapresa».
Il Monsignore rivela di comprendere «lo strazio che molti provano a non poter assistere alla Messa tridentina. È come essere privati della presenza del Signore e delle Grazie che il Santo Sacrificio spande sulle anime e sulla Chiesa. Ma nel corso della storia molti Cattolici, sia in terre lontane non ancora raggiunte dai Missionari, sia in tempi di persecuzione, si sono trovati a non poter avere la Messa se non saltuariamente».
«Senza Messa si può sopravvivere, ma non senza Fede. Se dunque la Fede è indispensabile per la salvezza, è importante che ogni Cattolico alimenti la propria istruzione religiosa riprendendo in mano il Catechismo tridentino e nutrendo l’intelletto e il cuore in modo da resistere al contagio del Novus Ordo e delle sue degenerazioni. Occorre pregare perché il Signore mandi operai per la Sua messe, e aiutare i pochi sacerdoti ancora fedeli».
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Monsignore quindi torna sul ruolo dell’ex cardinale statunitense Teodoro McCarrick nell’accordo sino-vaticano.
«Nonostante le accuse sulla scandalosa condotta di McCarrick e fossero già note e vi fossero provvedimenti disciplinari presi da papa Benedetto nei suoi confronti, Bergoglio incaricò l’allora cardinale di tenere i contatti con il governo di Pechino, anche in ragione delle sue entrature alla Casa Bianca e con l’establishment democratico che avevano – e hanno tuttora – rapporti con la dittatura cinese» dichiara Viganò.
«La capacità di McCarrick di “monetizzare” la collaborazione della Chiesa nei confronti di alcuni governi ha portato alla firma di un accordo segreto, che secondo alcune indiscrezioni – che non sono in grado di verificare – frutterebbe al Vaticano milioni ogni anno, in cambio del suo silenzio sulla persecuzione dei Cattolici fedeli alla Sede Apostolica e sulla violazione dei diritti umani».
Qui Viganò sembra far riferimento alle rivelazioni del magnate cinese in esilio negli USA Guo Wengui secondo cui il Vaticano sarebbe corrotto con «1,6 miliardi di dollari l’anno per fermare le critiche alla politica religiosa di Pechino». Il Guo, che ha bizzarre operazioni di speculazione in corso sul seme dei non vaccinati, è ritenuto da alcuni triplogiochista per Pechino. Sul suo yacht fu arrestato quattro anni fa l’ex stratega trumpiano Steve Bannon, noto per le posizioni anticinesi.
Monsignor quindi risponde ad una domanda sullo stato di salute dell’episcopato statunitense quando era nunzio apostolico a Washington.
«L’Episcopato statunitense è il frutto di decenni di mala gestio vaticana: la corruzione e la presenza di una potentissima lobby omosessuale – formata in gran parte di protetti di McCarrick – è totalmente favorevole al nuovo corso bergogliano, in un appiattimento scandaloso sulle posizioni woke della Sinistra radicale che sta distruggendo gli Stati Uniti».
«La parte “sana” di Vescovi – che come Nunzio ho cercato in ogni modo di promuovere e di difendere – è minoritaria, conservatrice ma di impostazione conciliare» dice Viganò.
Il prelato passa poi ad esprimersi sulla rinuncia di Ratzinger.
«La Rinunzia di Benedetto XVI, per i vizi di procedura e per il monstrum canonico che ha prodotto, è certamente invalida, come ha spiegato egregiamente il prof. Enrico Maria Radaelli. L’invenzione del “papato emerito” ha minato ulteriormente il Primato petrino e aperto la strada a quel “papato scomposto” – in una divisione surreale di munus e ministerium senza basi teologiche e canoniche – che si sta oggi evolvendo in una rilettura del ruolo del Pontefice in chiave ecumenica, come vediamo nel Documento di studio Il Vescovo di Roma recentemente pubblicato dal Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Un’unità che è già una nota della unica vera Chiesa di Cristo, che è la Chiesa Cattolica e che significativamente il Vaticano II presenta come obiettivo da conseguire mediante una interpretazione del dogma che non presenti conflitti con gli errori delle sette acattoliche».
«Il fatto che Ratzinger abbia ritenuto soggettivamente di abdicare al papato non incide sulla nullità della Rinunzia. Nonostante l’aura di ortodossia che circonda il Pontificato di Benedetto XVI specialmente negli ambienti del conservatorismo moderato, la sua ridefinizione dell’istituto petrino e la creazione del Papato emerito costituiscono la massima espressione delle istanze ereticali presenti nella teologia ratzingeriana, e come tali dovranno essere oggetto di una ben precisa condanna, assieme alle altre eresie (ben evidenziate dagli studi dell’esimio Professor Radaelli) che il teologo tedesco non ha mai sconfessato».
L’intervistatore chiede cosa dovrebbe fare il prossimo papa, se deve dichiarare Bergoglio antipapa o invalidare il Vaticano II.
«Quando Nostro Signore Si incarnò 2024 anni fa in Israele non vi era né re né sacerdozio. Se ci stiamo avvicinando agli ultimi tempi, credo che la vacanza della Sede Apostolica sia destinata a durare. Quando tornerà sulla terra, Nostro Signore riprenderà lo scettro temporale e la corona spirituale, riassumendo in Sé la potestà regale e sacerdotale oggi illegittime» risponde Viganò.
«Ma se la Provvidenza si degnasse di concedere alla Chiesa un vero papa, egli potrebbe essere riconoscibile per la condanna e la dichiarazione di nullità del Concilio e dei disastri che ha prodotto. Un santo papa abolirebbe il Novus Ordo e ripristinerebbe la Liturgia tradizionale, perché avrebbe a cuore prima di tutto la gloria di Dio, l’onore della Chiesa e la salvezza delle anime.»
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Il Monsignore, riguardo alla questione di papa Leone II, che dichiarò anatema il suo predecessore papa Onorio, e alla possibilità che ciò accada di nuovo, risponde dichiarando che «sarebbe il minimo. La condanna dell’errore è necessaria per ripristinare l’ordine violato, che si fonda in Dio, ossia sulla Verità somma».
«Onorio fu scomunicato da papa Leone II non perché eretico, ma perché profana proditione immaculatam fidem subvertere conatus est – con prodizione mondana provò a sovvertire la purezza della Fede – perché non aveva condannato chiaramente l’eresia monotelita, secondo cui in Cristo non vi sarebbero due volontà – una divina e una umana secondo le due nature – ma una sola» spiega l’arcivescovo.
«L’azione sovversiva di Bergoglio è ben più grave, così come sono ben più gravi le eresie che il Vaticano II non solo non combatté, ma di cui anzi si fece veicolo pastorale, in un colossale inganno del corpo ecclesiale».
L’ultima domanda posta a monsignor riguarda la possibilità che Bergoglio sia un antipapa, i quindi suoi cardinali sarebbero anti-cardinali e quindi non validi. Ci si chiede, dunque, come avverrebbe un conclave, e se quindi per risolvere la questione bisogna rifarsi alla «tesi di Cassiciacum» di Guérard des Lauriers e alla sua tesi sul «papato materiale»,
«Il Collegio Cardinalizio è composto per la maggioranza da personaggi ampiamente compromessi e corrotti. Per di più, l’illegittimità di Bergoglio (anche per le infrazioni a quanto prescritto nella Costituzione Apostolica Universi Dominici Gregis che ne invalidano l’elezione) rende nulli tutti i suoi atti di governo, quindi anche tutte le nomine del Sacro Collegio. Se i cardinali nominati dal predecessore riconoscessero che Bergoglio non è papa e convocassero un Conclave, dovrebbero avere il coraggio non solo di deplorare gli effetti presenti, ma anche le loro cause, che rimontano tutte al Concilio Vaticano II».
«La tesi cosiddetta di Cassiciacum prende il suo nome dal paese che oggi si chiama Cassago Brianza, in Lombardia, dove nel 387 Sant’Agostino si ritirò in preghiera con la madre prima di ricevere il Battesimo. Questa tesi, formulata nel 1978 da padre Guérand des Lauriers o.p., individua nei papi postconciliari – da Montini a Bergoglio – un’accettazione esteriore del Papato inficiata da un ostacolo interno (la volontà di promuovere le nuove istanze del Concilio Vaticano II che contraddicono il Magistero perenne della Chiesa) – un ostacolo che impedisce la comunicazione da parte di Dio del carisma divino che normalmente appartiene al Vicario di Cristo. Venendo meno questa «intenzione oggettiva ed abituale di procurare e di realizzare il bene e il fine della Chiesa» i papi del postconcilio sarebbero dunque papi solo materialmente, in quanto solo canonicamente eletti, e quindi propriamente “non papi”».
La rivoluzione conciliare – di cui Bergoglio è implacabile esecutore – ha come scopo la dissoluzione del Cattolicesimo Romano in una falsa religione senza dogmi di ispirazione massonica, da ottenersi mediante la parlamentarizzazione della Chiesa sul modello delle istituzioni civili. Ciò richiede un ridimensionamento del Papato e l’estinzione della Successione Apostolica, assieme ad un radicale stravolgimento del Sacerdozio ministeriale. Per questo motivo, anche se al momento è opportuno sospendere il giudizio definitivo sui papi del Concilio, è necessario mettere per così dire tra parentesi tutto ciò che essi hanno prodotto, in particolare il Catechismo e l’insegnamento dottrinale, la riforma della Messa e dei Sacramenti, e tra questi il rito di conferimento degli Ordini Sacri».
«Quel che posso dire è che, rispetto alle tesi del sedevacantismo o del sedeprivazionismo – che pure hanno elementi condivisibili in linea teorica – non è possibile credere che il Signore abbia permesso che la Sua Chiesa rimanesse eclissata e priva dei mezzi ordinari della Grazia – i Sacramenti – per oltre sessant’anni, con Vescovi e sacerdoti non validamente ordinati e quindi con Messe e Sacramenti invalidi. Il mysterium iniquitatis non può implicare il venir meno dell’assistenza promessa da Cristo alla Chiesa – Ecce ego vobiscum sum usque ad consummationem sæculi (Mt 28, 19). Ma da parte nostra urge il ripristino dell’integrità del Depositum Fidei (Lex credendi) e della sua espressione orante (Lex orandi) perché’ le porte degli inferi non abbiano a prevalere».
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Spirito
San Giuseppe terrore dei diavoli: omelia di mons. Viganò
Mira sorte beatior
Omelia nella festa di San Giuseppe, Sposo della B.V.M.
In un mondo che cancella la figura del padre e criminalizza la società «patriarcale» per scardinare con essa il riferimento alla Paternità di Dio nella fratellanza in Cristo, la Santa Chiesa celebra oggi lo Sposo castissimo della Beata Semprevergine Maria, Padre putativo di Nostro Signore e discendente della stirpe regale di Davide, proles David inclyta. La corona di Santità che splende sul capo di San Giuseppe rifulge di tre gemme preziose: la povertà, la castità e l’obbedienza. Queste virtù proprie alla perfezione cristiana costituiscono i Voti di molti Ordini religiosi, e sono il modello di vita per chiunque voglia santificarsi nella sequela Christi. Si quis vult venire post me, abneget semetipsum, et tollat crucem suam quotidie, et sequatur me (Lc 9, 23). Queste parole della Sapienza Incarnata ci mostrano come San Giuseppe abbia saputo conformarsi alla volontà di Dio, nella povertà, ossia nel distacco dai beni materiali e nel disprezzo del mondo; nella castità, ossia nel rinnegamento di sé e delle proprie concupiscenze; nell’obbedienza, ossia nel rinnegamento del proprio orgoglio e delle seduzioni del Maligno.Sostieni Renovatio 21
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Occulto
Emergono ulteriori foto del futuro papa Leone al rito idolatrico della Pachamama
Nuove immagini del rito idolatrico della Pachamama a cui ha assistito nel 1995 il futuro pontefice Leone XIV emergono dagli archivi.
Dopo lo scoop di padre Murr per il sito nordamericano LifeSiteNews, anche il sito tradizionalista Novus Ordus Watch, che stava raccogliendo informazioni sul caso dall’anno passato, ha pubblicato nuovo materiale fotografico.
Le nuove immagini sembrano essere state raccolte in un video degli agostiniani dell’America Latina pubblicato su YouTube diversi anni fa.
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«Per chi non lo sapesse: significa che l’attuale “Papa” si è macchiato di un atto di palese idolatria – un peccato mortale contro il Primo Comandamento – durante una conferenza sull'”ecoteologia” a San Paolo, in Brasile, nel gennaio del 1995» scrive Novus Ordus Watch. «All’epoca, Prevost lavorava come missionario in Perù per gli Agostiniani, dove era in missione dagli anni Ottanta».
Il simposio del 1995 sull’«ecoteologia» fu il quarto di una serie di conferenze sulla “rilettura” di Sant’Agostino «da una prospettiva latinoamericana». I tre simposi precedenti si erano svolti, rispettivamente, a Lima, in Perù, nel 1985 (su Sant’Agostino e la liberazione), a Cochabamba, in Bolivia, nel 1989 (su pratica e contemplazione) e a Moroleón, in Messico, nel 1992 (sull’inculturazione).
Il libro di Ecoteologia che contiene le foto di Prevost in adorazione di Pachamama è una traduzione spagnola dall’originale portoghese. L’edizione portoghese è stata pubblicata da Paulus a San Paolo nel 1996. Tuttavia, non contiene foto; solo l’edizione spagnola le include (e contiene anche più testo).
È da ricordare in questo contest la nomina recentissima, avvenuta il 19 gennaio 2026, di Sofía Nicolasa Chipana Quispe a consulente del Dicastero vaticano per il Dialogo Interreligioso è. Secondo il sito InfoVaticana la Chipana Quispe è «associata a correnti indigene, femministe e decoloniali, e sostiene di promuovere la “preghiera con Pachamama”; cita inoltre una dichiarazione del 2025: “Noi non siamo Pachamama… noi apparteniamo a Pachamama”».
«La domanda è: queste condanne si applicano ora anche a Papa Leone XIV? Ciò che Francesco ha scandalosamente permesso in sua presenza, Leone lo ha effettivamente fatto» si chiede John-Henry Westen di LifeSite.
Durante il Sinodo sull’Amazzonia del 2019, nei Giardini Vaticani si è svolta una cerimonia in onore di Pachamama alla presenza di papa Francesco, cardinali e vescovi. Un gruppo, tra cui frati francescani, si è inginocchiato e prostrato, con la fronte a terra, davanti a due statue lignee della dea della terra Pachamama. Il rituale è stato guidato da una donna con il volto dipinto e un copricapo, che in seguito si è avvicinata a papa Francesco e gli ha messo degli anelli al dito. Una seconda donna gli ha portato una statua di Pachamama, davanti alla quale Francesco si è benedetto, ha benedetto la statua e l’ha presa in dono dalla donna.
Dopo la cerimonia, le statue di Pachamama furono portate in processione nell’Aula Paolo VI, dove il papa, i cardinali e i vescovi si riunirono per discutere del Sinodo sull’Amazzonia. Successivamente, la statua di Pachamama fu portata in processione nella Basilica di San Pietro, dove, ancora una volta, il papa e i cardinali si riunirono intorno ad essa in preghiera.
Diversi ecclesiastici e intellettuali cattolici di spicco hanno condannato immediatamente il palese atto di idolatria. In una lettera aperta, il vescovo Athanasius Schneider ha definito la Pachamama il nuovo «vitello d’oro»: «in virtù della mia ordinazione a vescovo cattolico (…) condanno la venerazione del simbolo pagano di Pachamama nei Giardini Vaticani, nella basilica di San Pietro (…) La reazione onesta e cristiana alla danza intorno alla Pachamama, il nuovo vitello d’oro, in Vaticano dovrebbe consistere in una protesta dignitosa».
In un’intervista all’emittente televisiva indipendente francese TVLibertés, il cardinale Raymond Burke ha definito la Pachamama una «forza demoniaca» e ha chiesto riparazione per l’idolatria: «è accaduto qualcosa di molto grave… Un idolo è stato introdotto nella Basilica di San Pietro – la figura di una forza demoniaca (…) Perciò è necessaria una riparazione (…) affinché le forze diaboliche che sono entrate con questo idolo vengano sconfitte».
Renovatio 21 ha riportato negli anni le parole dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò, che tante volte ha tuonato contro l’idolo indio portato fin nel cuore della gerarchia cattolica per realizzare piani globalisti di morte e distruzione.
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Spirito
«Machismo» sistemico nella Chiesa: la nuova illusione del Sinodo
Contesto di questo Gruppo di Studio
Con una lettera del 17 febbraio 2024, papa Francesco aveva deciso di affidare alcuni temi evidenziati durante la XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo a gruppi di studio assegnati ai dicasteri della Curia Romana. Il coordinamento sarebbe stato garantito dalla Segreteria del Sinodo dei Vescovi. Il 22 febbraio, Francesco delineava dieci temi: 1) Rapporti con le Chiese Orientali; 2) Il grido dei poveri e degli emarginati; 3) La missione nell’era digitale; 4) Sacerdoti, formazione e relazioni; 5) Ministeri e ruolo delle donne; 6) Vita consacrata e movimenti ecclesiali; 7) Vescovi, figura e funzioni; 8) Il ruolo dei nunzi; 9) Temi «controversi»; 10) Dialogo ecumenico. Nel documento intitolato «Percorsi per la fase di attuazione del Sinodo 2025-2028», pubblicato lunedì 7 luglio, con l’obiettivo di avviare una nuova fase sinodale, si afferma che papa Leone XIV ha istituito due nuovi gruppi di studio su «La liturgia in prospettiva sinodale» e su «Lo status delle Conferenze episcopali, delle Assemblee ecclesiali e dei Concili particolari». A inizio marzo, la Segreteria del Sinodo ha pubblicato la relazione finale del Gruppo 3, sulla missione nell’ambiente digitale, e quella del Gruppo 4, sulla revisione della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis da una prospettiva missionaria sinodale. Il 10 marzo è stata pubblicata la relazione finale del Gruppo 5.Aiuta Renovatio 21
Valore di queste relazioni
La Segreteria Generale del Sinodo ha sottolineato in una nota che questi documenti «devono essere considerati documenti di lavoro» e non costituiscono legislazione né orientamenti magisteriali definitivi. Papa Leone XIV ne ha ordinato la pubblicazione e ha chiesto ai dicasteri competenti di presentargli proposte operative da valutare sulla base di tali documenti. In altre parole, questi documenti sono di natura provvisoria, ma aprono un ampio dibattito teologico e canonico senza risolvere le questioni fondamentali, lasciando ai dicasteri competenti il compito di tradurre i propri orientamenti in proposte concrete per papa Leone XIV. Ciononostante, la relazione del Gruppo 5 rimane sorprendente.Struttura della relazione
La relazione finale del Gruppo 5 è strutturata in tre parti. La prima parte illustra il metodo di lavoro: «Il Dicastero si è basato principalmente sul contributo continuo dei suoi consulenti. (…) L’obiettivo era quello di attuare un processo di ascolto vivace e dinamico, di adottare un approccio ‘dal basso verso l’alto’ piuttosto che ‘dall’alto verso il basso’ (…) e di ricercare il consenso tra posizioni spesso in contrasto». La seconda parte offre una sintesi dei temi emersi durante lo studio sinodale. Il rapporto evidenzia l’esistenza di strutture clericali che limitano la partecipazione delle donne alla vita della Chiesa e propone che la Chiesa evolva verso una concezione di tale partecipazione fondata sulla dignità del battesimo. La terza parte comprende sei appendici: figure femminili nell’Antico e nel Nuovo Testamento, figure di spicco nella storia della Chiesa, testimonianze contemporanee di donne nel governo della Chiesa, i principi mariano e petrino, il potere ecclesiastico e i contributi dei papi Francesco e Leone XIV sul ruolo delle donne nella leadership della Chiesa.Iscriviti al canale Telegram ![]()
La società atea come quadro teologico attraverso i «segni dei tempi»
Ciò che colpisce dalla lettura è la considerazione data all’evoluzione della società – una società decristianizzata – come fonte di ispirazione dottrinale o disciplinare, anche se il testo lo nega esplicitamente: «È altresì necessario assicurarsi che la questione della partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa non sia ridotta a una prospettiva puramente sociologica, culturale, filosofica o storica, avulsa da un quadro teologico complessivo» (n. 12). Così, il testo osserva che «l’ingresso delle donne nella vita pubblica (…) è un fenomeno che continua a interessare sia la società civile che la Chiesa. Più di sessant’anni fa, san Giovanni XXIII poteva già descrivere questo fatto come un “segno dei tempi”» (n. 1). Questo fenomeno sociale ha generato una «consapevolezza» che «ha creato un disagio specifico in molte donne riguardo alla loro partecipazione alla vita delle comunità a cui appartengono, soprattutto se confrontat la realtà ecclesiastic con relazioni sociali con la società civile in molti dei paesi in cui vivono» (n. 3). Il testo invita quindi a «riflettere sul fatto che un numero crescente di donne, di tutte le età e provenienti da diverse parti del mondo, non si sentono più ‘a casa’ nella casa del Signore, fino al punto di abbandonarla completamente». E chiede alla Chiesa di non «subire le trasformazioni sociali», ma di «diventare un agente proattivo del proprio cambiamento» (n. 10). La Chiesa «non può quindi rimanere indifferente alle preoccupazioni – che provengono anche dalla società civile – che esprimono un’autentica ricerca di significato alla quale la Chiesa è chiamata a rispondere» (n. 9), e cita la questione dell’accesso al sacramento dell’Ordine sacro, la possibilità di istituire nuovi ministeri, la possibilità di pronunciare l’omelia nelle celebrazioni comunitarie e il governo di una comunità o di alcuni uffici diocesani (n. 3). La parte centrale del documento presenta considerazioni «frutto del processo di ascolto» che favoriscono «un approccio dal basso verso l’alto». Si ispirano «al principio che “la realtà è più importante delle idee”» (n. 7).Aiuta Renovatio 21
Clericalismo e maschilismo «sistemici»
Una delle caratteristiche più evidenti di questo rapporto del Gruppo 5 è l’affermazione secondo cui «nella mentalità ecclesiale contemporanea» si è riscontrato un modello di pensiero e di comportamento identificabile come «clericalismo» o «machismo» (n. 4). Queste due accuse provengono direttamente da papa Francesco. Il clericalismo è definito dal testo come «la tendenza a trasferire automaticamente l’autorità e il ruolo peculiare che spettano propriamente al sacerdote nella celebrazione dell’Eucaristia a tutti gli altri ambiti della vita comunitaria» (ibid.). Il maschilismo è discriminazione di genere. Queste deviazioni sono descritte come «sistemiche» nell’Allegato VI: «Alcuni hanno riferito di esperienze di esclusione dalle opportunità e di sottovalutazione sistemica, sia per il genere, nel caso del maschilismo, sia per la non appartenenza allo stato clericale, nel caso del clericalismo» (n. 32).Il potere dell’Ordine sacro e il potere di governo
In questo contesto, il documento cerca di ripensare il sacramento dell’Ordine sacro andando oltre «una logica puramente funzionale o sostitutiva, riconoscendo invece che le donne hanno diritto [al governo della Chiesa] in quanto battezzate e portatrici di carismi» (n. 14). È proprio da qui che emerge la questione del potere di governo e della partecipazione delle donne ad esso.Il ruolo di papa Francesco
Il ruolo svolto dal defunto papa è considerevole in questa evoluzione. In primo luogo, i termini clericalismo e machismo sono apparsi nel discorso papale solo negli scritti del papa argentino. Tutti i riferimenti magisteriani su cui si basa il documento risalgono a lui, a parte qualche accenno ai suoi immediati predecessori. La possibilità «che una donna possa ricoprire la carica di capo di un dicastero o di altro ufficio vaticano» si fonda sulla costituzione Praedicate evangelium e sulla particolare dottrina che essa sviluppa in materia di potere giurisdizionale, la quale, a dir poco, non trova le sue radici nella Tradizione. Inoltre, a parte alcuni paragrafi riguardanti papa Leone XIV, l’unica fonte si trova negli insegnamenti e negli atti amministrativi riguardanti le donne – in particolare le nomine alla Curia – del papa proveniente dal Sud America.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Conclusione
Questa relazione finale del Gruppo 5 è un vero e proprio manifesto femminista che, utilizzando un metodo rivoluzionario – come fa la teologia della liberazione – svela le tendenze di una società che ha rifiutato Dio per due secoli, nel tentativo di introdurle nella dottrina cattolica. Come sottolinea InfoCatolica, il documento «eleva il “disagio” sociologico di alcune donne occidentali al rango di segno dei tempi in senso fortemente teologico (n. 10: “è anche lo Spirito Santo che parla attraverso di lui”)». Il discernimento tra verità ed errore è del tutto assente. In questo senso, il documento si limita a seguire il percorso tracciato dal Cammino sinodale tedesco. La questione del potere di governo, fondata sul sacramento del battesimo, ignora la dottrina bimillenaria della tradizione ecclesiale, che rende coloro che detengono il potere dell’ordine soggetti ordinari di tale potere di governo. In altre parole, il documento opera una dissezione, basata su una particolare idea di papa Francesco, il quale, per inciso, si oppone al Concilio Vaticano II. E per citare InfoCatholica: «espressioni come “la realtà è superiore all’idea” (n. 7, citando Evangelii Gaudium 233) o il costante ricorso alle “esperienze concrete” come punto di partenza teologico, evidenziano un capovolgimento metodologico». Mentre la teologia e il Magistero tradizionale interpretano i dati dell’esperienza alla luce della dottrina rivelata, il metodo che «parte dal basso», secondo la dottrina modernista, richiede che tale esperienza venga incorporata nella dottrina rivelata. Ciò porta ad un attacco al sacramento dell’Ordine sacro, istituito da Gesù Cristo, affibbiandogli prima epiteti infamanti. Cosa farà papa Leone XIV con questo manifesto femminista prodotto dal Dicastero per la Dottrina della Fede? Questo è un punto che dovrà essere esaminato attentamente. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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