Spirito
Mons. Strickland: la nuova enciclica di Papa Leone XIV è incentrata su una teologia dell’uomo, non di Dio
Renovatio 21 pubblica questo testo del vescovo Joseph Strickland apparse su The Pillars of Faith.
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
In quanto successore degli apostoli, ho il solenne dovere non solo di predicare il Vangelo, ma anche di aiutare i fedeli a discernere gli spiriti del tempo alla luce dell’immutabile verità affidata alla Chiesa da Nostro Signore Gesù Cristo.
San Paolo esortò Timoteo a «fatti araldo della parola divina, insisti a tempo opportuno e anche non opportuno, confuta, sgrida, esorta, con grande pazienza e voglia d’insegnare» (2 Tim 4,2). Questo dovere spetta a ogni vescovo incaricato di custodire il deposito della fede.
Pertanto, ritengo importante affrontare le preoccupazioni relative alla recente enciclica Magnifica Humanitas del Santo Padre Leone XIV. Alcuni l’hanno trovata in alcune sue parti illuminanti e convincenti. Altri, invece, hanno provato un profondo disagio durante la lettura: il timore che, al di là di molte affermazioni veritiere, il documento rifletta un più ampio cambiamento teologico che rischia di porre l’uomo al centro in un modo che oscura il primato di Dio.
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Poiché queste questioni toccano il cuore stesso della fede cattolica, ritengo necessario offrire un’attenta riflessione dottrinale. Ciò non avviene in spirito di ostilità o ribellione, né con l’intento di seminare confusione o divisione all’interno della Chiesa. Piuttosto, la vera carità richiede chiarezza. I fedeli meritano pastori disposti a parlare con onestà quando determinate enfasi o schemi teologici sembrano in grado di confondere le anime.
La Chiesa ha sempre insegnato che ogni epoca deve essere giudicata alla luce di Cristo – non un Cristo reinterpretato attraverso la lente delle ideologie moderne, ma Cristo come tramandato attraverso la Sacra Scrittura, la Sacra Tradizione e il Magistero perenne della Chiesa. La tecnologia, l’intelligenza artificiale e le mutevoli realtà sociali richiedono certamente un’attenta riflessione morale.
Eppure nessuna epoca, nessuna crisi e nessuna rivoluzione tecnologica possono alterare le verità fondamentali della fede cattolica: che l’uomo è caduto a causa del peccato, redento solo attraverso Gesù Cristo, chiamato al pentimento e alla santificazione, e destinato non solo alla prosperità terrena, ma all’unione eterna con Dio.
È con questa preoccupazione per la salvezza delle anime e con questa fedeltà alla fede cattolica che offro la seguente riflessione.
La recente enciclica sull’Intelligenza Artificiale, il transumanesimo, la dignità umana, l’economia, la guerra e il futuro dell’umanità si presenta come una profonda riflessione sulle implicazioni morali e sociali dell’era tecnologica. Contiene numerose affermazioni di chiara ispirazione cattolica e persino ammirevoli: rifiuta il transumanesimo, mette in guardia contro la tecnocrazia, condanna lo sfruttamento e la tratta di esseri umani, difende la dignità della persona umana, afferma l’Incarnazione, parla di grazia, fa riferimento all’Eucaristia e insiste sul fatto che l’uomo non deve mai essere ridotto a macchina o a dati.
Eppure, nonostante questi elementi positivi, molti cattolici fedeli proveranno un profondo disagio leggendolo. Tale disagio non deriva solo da singoli passaggi, ma dall’orientamento generale, dall’enfasi e dal centro di gravità teologico del documento stesso.
La preoccupazione maggiore non è che il documento affermi cose false sull’umanità, ma che riorganizzi la gerarchia delle verità ponendo al centro l’umanità, la fioritura umana, la dignità umana e le relazioni umane, in un modo che rischia di oscurare il primato di Dio, del peccato, della redenzione, dell’adorazione e della salvezza.
La teologia cattolica inizia con Dio. Inizia con la gloria di Dio, la sovranità di Dio, la santità di Dio, la realtà del peccato, la necessità della redenzione, la Croce di Cristo, il giudizio eterno e la salvezza delle anime. La dignità umana è affermata proprio perché l’uomo è creato da Dio, redento da Cristo e ordinato alla comunione eterna con Lui. La dignità dell’uomo scaturisce da Dio e a Lui rimane subordinata.
In questo documento, tuttavia, l’enfasi appare spesso invertita. Ripetutamente, il linguaggio si concentra sulla fioritura umana, la vulnerabilità umana, la solidarietà umana, la fraternità umana, la comunione umana, le relazioni umane, la partecipazione umana e la preservazione dell’umanità stessa.
Certamente, la dottrina cattolica insegna queste cose. Tuttavia, la ripetuta enfasi crea l’impressione che la crisi principale del mondo moderno sia la «disumanizzazione», piuttosto che il peccato contro Dio. Il male viene spesso descritto in termini di frammentazione, dominio, esclusione, riduzionismo tecnologico o relazioni interrotte, anziché come ribellione alla legge divina e necessità di pentimento e conversione.
Il modo in cui Cristo viene trattato lo rivela in modo particolare. Tradizionalmente, Cristo viene proclamato, come è giusto che sia, come l’eterno Figlio di Dio, il Redentore, il Salvatore dal peccato, l’Agnello sacrificale, il Re, il Giudice dei vivi e dei morti.
Sebbene questo documento faccia certamente riferimento a Cristo, all’Incarnazione, alla grazia e all’Eucaristia, Cristo viene spesso presentato principalmente come: la rivelazione dell’autentica umanità, il modello di comunione, colui che rivela la dignità umana, il compimento della relazionalità umana. Sebbene sia vero che Cristo rivela l’uomo a se stesso, questa verità è sempre subordinata alla realtà più grande della redenzione dal peccato e della riconciliazione con Dio. Cristo non si limita a rivelare l’autentica umanità; Egli salva l’umanità decaduta attraverso la sua Passione, Morte e Risurrezione.
In questo documento, tuttavia, ci sono momenti in cui Cristo appare quasi più importante come compimento dell’umanità che come Salvatore dal peccato. Ciò crea l’impressione di una teologia antropocentrica, in cui la persona umana diventa il centro interpretativo. La relativa assenza di un trattamento esplicito del peccato acuisce questa preoccupazione.
Questo documento tratta ampiamente di: sistemi di potere, tecnocrazia, guerra, ingiustizia economica, manipolazione, controllo algoritmico, frammentazione sociale e disumanizzazione. Ma relativamente poco si dice del peccato originale, della concupiscenza, del pentimento personale, della colpevolezza morale, del giudizio, dell’inferno, della penitenza o del destino eterno dell’anima.
Di conseguenza, le radici del male iniziano ad apparire principalmente strutturali piuttosto che spirituali. La dottrina cattolica insegna che il disordine nella società deriva in ultima analisi dal disordine nel cuore umano ferito dal peccato originale. La tecnologia in sé non è la crisi più grave; la crisi è l’uomo separato da Dio.
Questa preoccupazione emerge in modo particolarmente evidente nel ripetuto appello del documento alla costruzione di una «civiltà dell’amore». L’espressione stessa è autenticamente cattolica ed è stata usata da papi come Paolo VI e Giovanni Paolo II. Tuttavia, tradizionalmente questa visione era esplicitamente radicata in: conversione, evangelizzazione, regno sociale di Cristo Re, obbedienza alla legge divina e grazia soprannaturale.
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In questa nuova formulazione, la «civiltà dell’amore» può a volte apparire meno come il frutto della conversione a Cristo e più come un progetto umanitario globale incentrato su fraternità, solidarietà, inclusione e pace. Anche in questo caso, nessuno di questi obiettivi è sbagliato. Il problema è che la dimensione soprannaturale della salvezza appare meno centrale rispetto alla costruzione di un ordine sociale umano.
Ecco perché molti cattolici fedeli percepiranno questo documento come profondamente inquietante. Il timore non è semplicemente che la dottrina venga negata in toto, ma che l’intero quadro di riferimento si stia gradualmente modificando: da una centralità di Dio a una centralità dell’uomo, dalla salvezza alla fioritura umana, dal peccato ai sistemi, dalla redenzione alla relazionalità, dal culto all’umanitarismo.
La Chiesa ha ripetutamente messo in guardia contro le forme di umanesimo religioso che preservano il linguaggio cristiano spostando gradualmente il centro del cristianesimo da Dio all’uomo. Quando la dignità umana si distacca dalla sovranità di Dio, quando la trasformazione sociale oscura la salvezza e quando il linguaggio della comunione sostituisce quello della penitenza e della santificazione, il cristianesimo rischia di ridursi a una visione etica o umanitaria.
Riconosco che questo documento non è privo di autentici elementi cattolici. Il suo rifiuto del transumanesimo è forte e importante. La sua insistenza sul fatto che l’uomo non debba mai essere ridotto a una macchina o a un algoritmo è preziosa. La sua difesa dell’incarnazione, della sofferenza, dei limiti e della dignità umana si pone con fermezza contro molte pericolose correnti della cultura moderna. Inoltre, i suoi avvertimenti sulla guerra basata sull’intelligenza artificiale, sullo sfruttamento, sulla manipolazione digitale e sul dominio tecnologico sono seri e spesso illuminanti.
Tuttavia, la questione è più sottile e, per certi versi, più preoccupante. Il problema risiede nell’enfasi, nell’orientamento teologico e nell’approccio antropologico.
La teologia cattolica afferma chiaramente che l’uomo si comprende pienamente solo in relazione a Dio, e che la dignità umana trova il suo vero significato solo all’interno dell’ordine della creazione, della redenzione, della grazia e della salvezza eterna. Senza che questa gerarchia sia saldamente preservata, anche un linguaggio nobile che parla di dignità, pace, fraternità e umanità rischia di sfociare in una forma di umanesimo cristianizzato in cui l’uomo diventa il centro pratico.
Ecco perché i fedeli cattolici che leggono questo documento potrebbero non solo provare disaccordo, ma anche un profondo allarme spirituale. La preoccupazione non riguarda solo ciò che viene detto, ma ciò che sembra essere diventato centrale – e se l’ordine soprannaturale della teologia cattolica venga gradualmente oscurato da un’antropologia incentrata principalmente sull’umanità stessa.
Al centro di questa discussione si cela una questione ben più ampia dell’Intelligenza Artificiale, della tecnologia, dell’economia o persino della politica globale. La vera domanda è: chi è al centro?
Da duemila anni, la Chiesa cattolica proclama che Gesù Cristo non è semplicemente la rivelazione dell’autentica umanità, né un mero modello di comunione e solidarietà. Egli è l’eterno Figlio di Dio, crocifisso e risorto per la salvezza dei peccatori. La Chiesa esiste innanzitutto per glorificare Dio, annunciare il Vangelo, salvare le anime e condurre l’umanità alla vita eterna.
Certamente, la Chiesa deve difendere la dignità umana, resistere alla disumanizzazione tecnologica, opporsi allo sfruttamento e combattere l’ingiustizia. Tuttavia, tutte queste preoccupazioni devono rimanere radicate nell’ordine soprannaturale. La dignità umana non può separarsi dalla verità che l’uomo è una creatura che appartiene a Dio ed è chiamato alla conversione, alla santità e all’adorazione. Quando l’umanità stessa diventa la lente interpretativa primaria attraverso cui si comprende la teologia, anche un bel linguaggio sulla fraternità, la pace, la comunione e la dignità può gradualmente scivolare in una forma di umanesimo religioso che non pone più Dio al primo posto.
Ecco perché il discernimento è urgentemente necessario ai nostri giorni.
Viviamo in un’epoca profondamente tentata dall’antropocentrismo, un’epoca che parla sempre più di umanità dimenticando Dio, che parla di solidarietà trascurando il pentimento e che cerca la salvezza attraverso sistemi, tecnologia, psicologia o strutture politiche anziché attraverso la croce di Gesù Cristo.
La risposta alla crisi moderna non si trova nel transumanesimo, nella tecnocrazia, nell’Intelligenza Artificiale o in una visione del mondo puramente umanitaria. Né si trova nella disperazione o nella paura. La risposta rimane quella che è sempre stata: Gesù Cristo, Re dei re e Signore dei signori.
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Solo Cristo rivela sia la grandezza che la miseria dell’uomo. Solo Cristo guarisce le ferite inferte dal peccato. Solo Cristo ristabilisce l’ordine divino. Solo Cristo può portare la vera pace, perché solo Cristo riconcilia l’uomo con Dio.
Come cattolici, dobbiamo dunque rimanere saldamente radicati nella fede perenne della Chiesa: nella Sacra Scrittura, nella Sacra Tradizione, nel Santo Sacrificio della Messa, nella devozione eucaristica, nella preghiera, nella penitenza, nella fedeltà alla verità e nella ricerca della santità. Dobbiamo resistere a ogni tentativo di ridurre il cristianesimo a un mero progetto terreno, anche quando rivestito di un linguaggio compassionevole o spirituale.
Il mondo non ha bisogno di una nuova religione incentrata sull’umanità. Il mondo ha bisogno del Vangelo.
Possa la Madonna, Sede della Sapienza e Distruttrice delle Eresie, intercedere per la Chiesa in questo tempo di confusione. Possa aiutarci a rimanere fedeli al suo Divin Figlio, affinché in ogni epoca e in ogni prova possiamo proclamare con chiarezza e coraggio: «Gesù Cristo è il medesimo ieri e oggi, ed è anche per i secoli.» (Eb 13,8).
Vescovo Joseph Strickland
Vescovo emerito di Tyler, Texas
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Immagine screenshot da YouTube
Spirito
Mons. Viganò: nemici della Messa antica, «dalla Compagnia di Gesù alla Compagnia di Satana»
Dalla Compagnia di Gesù alla Compagnia di Satana.
Thomas Reese sj, anima nera dei gesuiti negli Stati Uniti, intitola la sua “confessione”: «Perché odio la vecchia Messa in latino». E chiama quella Messa «uno zombie»: la credeva morta, e invece ritorna. In fondo Reese non… pic.twitter.com/uBxJwrcnVH — Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) August 28, 2026
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Spirito
Leone suggerisce che i cattolici abbiano partecipato alla messa antica in modo meno «consapevole»
Papa Leone XIV ha suggerito che chi partecipava alla Messa tradizionale in latino prima dei cambiamenti liturgici successivi al Concilio Vaticano II lo facesse «ome estranei o muti spettatori». Lo riporta LifeSite.
In un’udienza generale di mercoledì mattina, Leone XIV ha chiuso un ciclo di catechesi sulla Sacrosanctum Concilium, la Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II, illustrando le presunte ragioni della cosiddetta «riforma» liturgica.
«La liturgia, infatti, essendo una realtà viva, è sempre stata soggetta lungo i secoli a sviluppi e cambiamenti. Il Magistero ne ha adattato le forme alle esigenze delle diverse epoche. Non sorprende allora che anche il Concilio Vaticano II, con il massimo rispetto per il patrimonio della tradizione, e proprio al fine di renderlo maggiormente fruibile, abbia ritenuto necessaria una revisione dei libri liturgici», ha detto il romano pontefice leggendo un riassunto della catechesi.
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«Del resto, il desiderio di una “riforma generale” non nasceva all’improvviso, ma si era manifestato nell’azione dei Papi succedutisi fin dall’inizio del XX secolo, in sintonia con le istanze del Movimento liturgico» ha puntualizzato il papa chicagoano.
«La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene mediante i riti e le preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente» ha aggiunto Leone XIV citando la costituzione Sacrosanctum Concilium, come se i fedeli non partecipassero già pienamente alla Messa prima della promulgazione del Novus Ordo Missae.
Secondo la millenaria tradizione cattolica, la SantaMessa è ordinata innanzitutto a Dio come sacrificio incruento e offerta di Cristo a Dio Padre.
All’inizio di quest’anno Papa Leone XIV ha annunciato un ciclo di catechesi dedicato allo studio «approfondito» del Concilio Vaticano II, che pare essere l’unico dogma rimasto alla Chiesa conciliare.
«Quell’unità che essi rivendicano è un simulacro, una finzione, una grottesca impostura dietro cui si nasconde l’indifferentismo del pantheon sinodale, nel quale trovano posto tanto i conservatori di Summorum Pontificum quanto i progressisti LGBTQ+ di James Martin, la Madonna di Fatima e la Pachamama, il Vetus e il Novus Ordo» aveva scritto l’arcivescovo Carlo Maria Viganò. «Unico dogma irrinunciabile: riconoscere il Concilio Vaticano II, la sua ecclesiologia, la sua morale, la sua liturgia, i suoi santi e martiri e soprattutto i suoi scomunicati e i suoi eretici, ossia i “tradizionalisti radicali” non addomesticabili alle nuove istanze sinodali».
«Vetus Ordo e Novus Ordo sono incompatibili non tanto per gli aspetti cerimoniali, ma perché il primo ha come sostrato dottrinale la Fede Cattolica e il secondo gli errori dogmatici ed ecclesiologici che il Concilio ha fatto propri» ha scritto lo scorso gennaio il prelato lombardo in un testo in cui canzonava il mito del Concilio «sicuro ed efficace» parlando un un Sacro Palazzo che prescrive «sinodalità e vigile attesa».
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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)
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Papa Leone dà il benvenuto al nuovo ambasciatore pro-LGBT presso la Santa Sede
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