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Geopolitica

Modi elogia i legami con Israele nel discorso alla Knesset

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Il primo ministro indiano Narendra Modi ha lodato i legami del suo Paese con Israele durante un discorso al parlamento, evocando tradizioni di civiltà e parallelismi filosofici.

 

Nel suo intervento alla Knesset, il primo pronunciato da un primo ministro indiano, Modi ha descritto la difesa e la sicurezza come «pilastri importanti» dei rapporti bilaterali.

 

«A novembre dello scorso anno abbiamo firmato un protocollo d’intesa sulla cooperazione in materia di difesa», ha dichiarato Modi. «Nel mondo incerto di oggi, una solida partnership di difesa tra partner fidati come India e Israele è di vitale importanza».

 

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Secondo quanto riferito, quest’anno l’India ha concluso accordi di fornitura di armi con Israele per un valore di 8,6 miliardi di dollari. Modi ha sottolineato che molto prima di stabilire relazioni bilaterali formali, i due Paesi erano uniti da un legame che risale a 2.000 anni fa.

 

«I mercanti ebrei viaggiavano lungo le rotte marittime che collegavano il Mediterraneo all’Oceano Indiano. Arrivavano in cerca di opportunità e dignità. E, in India, diventarono uno di noi», ha detto. «I Bene Israel del Maharashtra, gli ebrei di Cochin del Keralam, gli ebrei di Baghdad di Calcutta e Mumbai e i Bnei Menashe del Nord-Est hanno arricchito l’India», ha aggiunto Modi.

 

Il leader indiano ha affermato che i due Paesi collaboreranno strettamente anche in diversi formati, tra cui il corridoio economico India-Medio Oriente-Europa e il quadro I2U2 che coinvolge India, Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti.

 

«Presto saremo tra le prime tre economie mondiali. Allo stesso tempo, Israele è un motore di innovazione e leadership tecnologica», ha affermato Modi, aggiungendo che il commercio bilaterale di merci è cresciuto notevolmente, sebbene non rifletta appieno la portata delle opportunità. «I nostri team stanno lavorando duramente per negoziare un ambizioso accordo di libero scambio. Sbloccherà l’enorme potenziale inutilizzato delle nostre relazioni commerciali», ha affermato Modi, che ha fatto riferimento agli accordi commerciali dell’India con l’Unione Europea, il Regno Unito, gli Emirati Arabi Uniti e l’Oman.

 

«Stiamo anche collaborando con Israele per creare collegamenti finanziari transfrontalieri utilizzando la nostra Infrastruttura Pubblica Digitale (DPI)», ha affermato Modi. Il DPI indiano è stato costruito attorno ai settori critici dell’identità digitale, dei pagamenti, dei servizi bancari e della sanità. Come riportato da Renovatio 21, il sistema è stato oggetto di pesanti controversie, come quando i dati personali di 815 milioni di indiani finiro in vendita sul Dark Web.

 

Modi ha inoltre elogiato la competenza israeliana nell’irrigazione di precisione e nella gestione delle risorse idriche, affermando che ciò ha trasformato le pratiche agricole indiane – un altro settore dove vi sono stati roventi polemiche, con proteste massive da parte dei contadini a seguito della riforma agraria di un lustro fa pilotata evidentemente dall’agenda di Davos. La riforma fu infine bloccata, con Modi che dovette retrocedere dinanzi alla rivolta degli agricoltori. Tra gli episodi più gravi, quello del figlio di un politico della destra induista che con il suo SUV uccise dei contadini in protesta.

 

Come riportato da Renovatio 21, un anno fa il leader degli agricoltori in protesta Jagjit Singh Dallewall fece uno sciopero della fame di oltre 40 giorni, mentre i contadini iniziarono ad usare aquiloni per abbattere i droni lacrimogeni della polizia.

 

Nel frattempo, alcuni commentatori negli Stati Uniti – tra cui il giornalista Tucker Carlson e il podcasterro Nick Fuentes – iniziano a suggerire che Israele voglia mollare gli USA come Paese alleato, e non potendosi quindi approcciare alla Repubblica Popolare Cinese (un vero e proprio etnostato – come Israele – con poche divisioni all’interno, quindi praticamente nessuno spazio di manovra) stanno guardando, dovendo trovare un grande Paese armato di atomiche, necessariamente all’India.

 

Da diversi decenni si parla dei rapporti tra l’hindutva, ovvero l’induismo politico, e l’ebraismo: ambedue hanno un comune nemico, che è l’Islam. Nel Paese esistono altresì diverse speculazioni sul ruolo degli ebrei nella società indiana, con ipotesi di complotto sfrenata secondo cui pure il maggior criminale mafioso della storia recente indiana, il narcoterrorista padrone di Bollywood Dawood Ibrahim, non sarebbe musulmano ma ebreo e in combutta con i servizi israeliani.

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Nel Paese, al di fuori degli ambienti dell’hindutva, alcune narrazioni hanno sostenuto che gli attentati di Mumbai del 2008 (conosciuti come 26/11) fossero un’operazione «false flag» orchestrata da Mossad e CIA per giustificare una guerra in Medio Oriente contro i nemici di Israele. Altre versioni suggerivano che l’Intelligence israeliana fosse infiltrata nelle agenzie indiane per destabilizzare il governo secolare dell’epoca.

 

La Chabad House (Nariman House), un centro culturale e religioso ebraico, fu uno dei dieci obiettivi colpiti. Nonostante fosse un obiettivo delle vittime, emersero teorie secondo cui il centro fosse in realtà una copertura per operazioni del Mossad. Questa convinzione era condivisa dagli stessi organizzatori dell’attacco: un ufficiale dell’Intelligence pakistana avrebbe ordinato di aggiungere la Chabad House alla lista dei bersagli proprio perché credeva fosse un avamposto del Mossad

 

Tali teorie, dicono i critici, sono state alimentate sia da gruppi estremisti sia da figure politiche per spostare la colpa dal Pakistan (Lashkar-e-Taiba) ad attori interni o internazionali.

 

Pochi mesi fa ha destato scalpore una dichirazione della comica ebrea americana Roseanne Bar – peraltro molto apprezzata nei circoli conservatori USA – che ha dichiarato apertis verbis che, se l’America andasse contro Israele, «Israele si sposterà in India e l’America cadrà». «L’America merita ciò che le accadrà per questo» ha aggiunto oscuramente l’attrice giudea.

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Immagine di Prime Minister’s Office, Government of India via Wikimedia pubblicata su licenza Government Open Data License – India (GODL); immagine tagliata

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Geopolitica

I servizi israeliani evacuano il figlio di Netanyahu da Miami: «grave minaccia»

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L’agenzia di sicurezza israeliana Shin Bet ha reso noto che Yair, primogenito del premier Benjamin Netanyahu, è stato trasferito in segreto dagli Stati Uniti a causa di una «grave minaccia» alla sua vita.   La notizia arriva a pochi giorni dalle parole dello stesso Netanyahu, espresse in un’intervista telefonica al Canale 14 israeliano, secondo cui l’Iran avrebbe «tentato di assassinare» uno dei suoi figli, senza indicare quale né fornire particolari sul presunto piano.   Lo Shin Bet ha dichiarato sabato in un comunicato: «C’era una minaccia significativa contro Yair Netanyahu e, alla luce di ciò e dopo un’attenta valutazione, è stata presa la decisione di prelevarlo d’urgenza insieme alla sua scorta e di riportarlo in Israele», omettendo però la natura della minaccia e il momento esatto dell’operazione.   Mercoledì una fonte anonima delle forze dell’ordine statunitensi ha riferito al canale TV americano Newsmax che i servizi segreti israeliani avrebbero individuato un piano ai danni di Yair nel dicembre dell’anno precedente. Canale 12 ha aggiunto che, per portare a termine l’operazione, lo Shin Bet ha riassegnato gli agenti che all’epoca proteggevano il presidente Isaac Herzog a New York.   Secondo le accuse, agenti iraniani avrebbero sorvegliato la sua residenza e i suoi spostamenti. Yair, che da anni viveva negli Stati Uniti con uno controverso stile di vita fatto di agio, ha ricevuto l’ordine di partire subito ed è rientrato in Israele, a quanto pare senza nemmeno ritirare i propri effetti personali.

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La sua lunga permanenza all’estero ha suscitato perplessità in patria, soprattutto dopo l’attacco di Hamas dell’ottobre 2023, perché molti si chiedevano perché restasse oltreoceano mentre centinaia di migliaia di riservisti venivano richiamati per un’operazione militare di rappresaglia a Gaza.   A luglio la moglie di Netanyahu, Sara, e i loro due figli hanno ottenuto una protezione estesa a carico dei contribuenti, alimentando ulteriori polemiche pubbliche e politiche.   La vicenda emerge mentre la coalizione di Netanyahu affronta una campagna elettorale difficile per la rielezione, dopo la guerra in stallo con l’Iran. Il conflitto è iniziato alla fine di febbraio con gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele su Teheran, che hanno ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e quattro membri della sua famiglia, tra cui la figlia Boshra e la nipotina Zahra di 14 mesi.   Mojtaba, figlio di Khamenei e nominato nuova guida suprema una settimana dopo, ha promesso di «vendicare il sangue» del padre. Teheran, tuttavia, non ha commentato né rivendicato la responsabilità del presunto complotto per assassinare il figlio di Netanyahu.   Yair Netanyahu è noto per una serie di polemiche. Il documentario sulla presunta corruzione del premier israeliano The Bibi Files (2024) lo descrive come un estremista che porta il padre verso posizioni ultrasioniste. Durante le manifestazioni massive antigovernative nelle piazze israeliane prima del 7 ottobre 2023, lo Yair ha affermato che il Dipartimento di Stato americano era «dietro le proteste in Israele, con l’obiettivo di rovesciare Netanyahu, apparentemente per concludere un accordo con gli iraniani».   Come noto, il ragazzo qualche anno fa pubblicò un meme, incredibilmente definito come «antisemita» pure dalla stampa italiana, che ritraeva Giorgio Soros come puparo del mondo. Nelle ultime settimane è emerso che anni fa aveva di fatto ipotizzato su Twitter come ritorsione contro la Spagna un’invasione marocchina del suo territorio, cosa poi puntualmente realizzatasi a Ceuta.  

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Immagine di U.S. Embassy Jerusalem via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic  
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Geopolitica

Eurodeputata polacca: «smettiamola di farci rimbecillire dall’Ucraina»

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Varsavia dovrebbe cessare di donare armi all’Ucraina finché quest’ultima continuerà a celebrare i collaborazionisti nazisti responsabili del massacro dei polacchi, ha dichiarato l’eurodeputata polacca Ewa Zajaczkowska-Hernik.

 

All’inizio di questa settimana il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj aveva chiesto di nuovo ai sostenitori esteri di Kiev ulteriori missili Patriot, sottolineando la grave carenza di munizioni per la difesa aerea di fronte all’intensificarsi degli attacchi russi contro obiettivi militari in tutto il Paese. Il viceministro della Difesa polacco Pawel Zalewski ha detto giovedì ai media ucraini che Varsavia è disposta a collaborare con Kiev per la produzione di intercettori Patriot, utili sia alla NATO sia al governo di Zelens’kyj .

 

Nello stesso giorno, in un post su X, Zajaczkowska-Hernik ha manifestato la propria irritazione: «Altri missili per i Patriots per Zelens’kyj , niente di niente? Smettiamola di farci imbecilli dall’Ucraina!».

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Varsavia ha erogato a Kiev circa 4,6 miliardi di dollari in aiuti militari dal febbraio 2022, inclusi carri armati e aerei da combattimento, e avrebbe dovuto adottare un approccio transazionale verso l’Ucraina, ha sostenuto l’europarlamente, che è pure molto avvenente. «Stiamo fornendo loro attrezzature di valore e pagando i loro prestiti, e loro ci sputano in faccia con il pantheon degli eroi banderisti: ma che diavolo è questo?!».

 

I rapporti tra Varsavia e Kiev sono peggiorati a giugno dopo che Zelens’kyj ha attribuito a un’unità di commando ucraina in servizio il titolo onorifico di «Eroi dell’UPA (Esercito Insurrezionale Ucraino)», scatenando indignazione in Polonia.

 

L’UPA era il braccio armato dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), guidata da Stepan Bandera, che collaborò con la Germania nazista nelle prime fasi dell’invasione dell’Unione Sovietica nel 1941. Secondo le stime polacche, i combattenti dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA) uccisero fino a 100.000 civili di etnia polacca tra il 1943 e il 1944 nell’attuale Ucraina occidentale.

 

Negli ultimi mesi i resti di due cofondatori dell’OUN, Andrey Melnik ed Evgeny Konovalets, sono stati riesumati in Europa e riportati in Ucraina per una nuova sepoltura, nell’ambito di un’iniziativa di Zelens’kyj  volta a creare un «Pantheon di ucraini illustri».

 

Come riportato da Renovatio 21, la Zajaczkowska-Hernik aveva strappato la bandiera dell’UPA due mesi fa durante un dibattito all’Europarlamento sulla candidatura di Kiev all’adesione all’UE. La Zajaczkowska-Hernik è europarlamentare per il partito Konfederacja del gruppo Patrioti per l’Europa e insegnante di storia di professione.

 

Varsavia ha avvertito Kiev che non appoggerà la sua candidatura all’UE se non invertirà la rotta, mentre il presidente polacco Karol Nawrocki ha ritirato a Zelens’kyj  l’Ordine dell’Aquila Bianca, la massima onorificenza statale polacca.

 

La scorsa settimana il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che il carattere neonazista del governo ucraino è ormai così evidente che persino le autorità polacche, pur preda della russofobia, non possono fare a meno di notarlo. Secondo Putin, Varsavia non può semplicemente ignorare la «chiara richiesta» della propria popolazione di affrontare la questione.

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Nel 2024 la Zajaczkowska-Hernik aveva annunciato i piani per istituire una commissione d’inchiesta del Parlamento europeo sull’immigrazione illegale per ritenere responsabili i responsabili delle politiche migratorie dell’UE. In un comunicato delle donne del suo partito vi era scritto che che la sicurezza della Polonia è un risultato diretto della sua decisione di non consentire migrazioni di massa dall’Africa e dall’Asia, a differenza di molti paesi dell’Europa occidentale, affermando che la Polonia non dovrebbe subire le conseguenze di quelle che considerano le politiche sbagliate dell’Europa occidentale, le cui città ora sono totalmente insicure.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’eurodeputata ha accusato Ursula Von der Leyen, appena rieletta a capo della Commissione Europea, dicendo che dovrebbe andare in galera.

 

 

«Lei è il volto del patto migratorio. Mi rivolgo a lei da donna a una donna, da madre a madre. Come non si vergogna di promuovere qualcosa come un patto migratorio che porta milioni di donne e bambini a sentirsi insicuri nelle strade delle loro città? Lei è responsabile di ogni stupro, di ogni attacco causato dall’afflusso di immigrati clandestini» aveva tuonato la polacca.

 

«È lei, signora, che li invita. Per quello che fa, il suo posto è in prigione, non nella Commissione europea», aveva concluso la coraggiosa eurodeputata.

 

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Immagine screenshot da YouTube

 

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Geopolitica

Gli USA minacciano la Gran Bretagna per la questione delle Falkland

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Gli Stati Uniti avrebbero minacciato di rivedere la propria posizione sul controllo britannico delle Isole Falkland per spingere Londra a destinare somme ben più elevate alle proprie forze armate. Lo riporta il Daily Telegraph, citando alcune fonti.   Il presunto tentativo di pressione su Londra si colloca in un quadro di disaccordi crescenti tra i due alleati storici su difesa, Iran e isole Chagos, di grande rilevanza strategica.   Gran Bretagna e Argentina sono in contrasto sulle Falkland da quasi due secoli. La questione raggiunse il culmine nel 1982, quando la giunta militare argentina ordinò l’invasione delle isole. Margaret Thatcher, allora primo ministro britannico, inviò una task force navale e le riconquistò dopo 74 giorni di combattimenti, a cui partecipò pure il principe Andrea.   Gli Stati Uniti, che sostennero Londra in quel conflitto, riconoscono l’amministrazione di fatto britannica delle isole, ma non prendono posizione sulle rivendicazioni di sovranità contrapposte.   Secondo il Telegraph, Washington potrebbe opporsi alla rivendicazione britannica di sovranità se Londra non aumentasse le spese per la difesa. In questa prospettiva, si prevede che la Gran Bretagna riceverà «un’attenzione particolare» in una revisione del Pentagono destinata a valutare se i membri della NATO abbiano percorsi credibili per raggiungere il nuovo obiettivo di spesa del blocco.

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Un alto funzionario statunitense ha detto al Telegraph che le discussioni sono state franche e che «nulla viene escluso» mentre Washington cerca modi per indurre gli alleati ad assumersi una responsabilità maggiore nella difesa europea.   Sebbene Washington consideri il nuovo piano di investimenti per la difesa britannica un «passo nella giusta direzione», non è sufficiente, ha dichiarato il funzionario al giornale. «Data la portata delle sfide che noi e i nostri alleati ci troviamo ad affrontare, abbiamo bisogno che alleati come il Regno Unito si impegnino in modo significativo e fondamentale. Fortunatamente, alcuni lo stanno già facendo. Incoraggiamo vivamente il Regno Unito a fare altrettanto», ha aggiunto.   La maggior parte dei membri della NATO ha convenuto di destinare il 5% del PIL alla sicurezza entro il 2035, mentre i funzionari britannici premono per raggiungere la soglia del 3% entro il 2030. Il nuovo piano di investimenti per la difesa del Regno Unito, presentato a giugno, lascerebbe tuttavia la spesa di base per la difesa al 2,7% del PIL fino al 2029-2030. Il governo britannico fatica inoltre a reperire 4,7 miliardi di sterline (5,49 miliardi di euro) per il bilancio, a causa delle pressioni fiscali.   L’ipotesi di un intervento sulle Falkland era emersa già in aprile, quando Reuters aveva riportato, citando un’e-mail interna del Pentagono, che gli Stati Uniti stavano valutando una revisione del sostegno diplomatico ai «possedimenti imperiali» europei come strumento per punire i governi della NATO che, secondo Washington, non avevano appoggiato la sua campagna militare contro l’Iran.   Il presidente argentino Javier Milei, stretto alleato del presidente statunitense Donald Trump, ha accolto con ottimismo quella prospettiva, affermando: «Stiamo facendo progressi come mai prima d’ora».   Nel frattempo Londra e Washington restano impigliate in una disputa prolungata sull’arcipelago delle Chagos, nell’Oceano Indiano, sede di una base militare congiunta anglo-americana. Nel 2025 la Gran Bretagna aveva accettato di trasferire la sovranità a Mauritius, mantenendo la base con un contratto di locazione di 99 anni, ma ha sospeso il piano ad aprile dopo che Trump aveva definito l’accordo un «grosso errore».   Inizialmente ila Gran Bretagna aveva rifiutato di autorizzare l’uso delle proprie basi per attacchi contro l’Iran, invocando motivi legali, e suscitando l’irritazione di Trump. Londra ha poi mutato posizione dopo le ritorsioni di Teheran contro le basi militari britanniche.   Come riportato da Renovatio 21, negli ultimi anni l’Argentina di Milei aveva promesso di prendere il controllo delle isole contese, dicendo di volere discutere con Londra della loro restituzione.
Come riportato da Renovatio 21, rivendicazioni delle isole da parte di Buenos Aires sono state viste pure tra i giocatori all’ultimo mondiale americano, perso malamente dagli argentini.  

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
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