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Mater Populi fidelis: intervista con il Superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X

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In merito alla pubblicazione di Mater Populi fidelis.

 

«Negare il titolo di “Corredentrice” equivale a detronizzare la Santissima Vergine. Ciò colpisce l’anima cattolica in ciò che essa ha di più caro.»

 

FSSPX.Attualità: Reverendo Superiore Generale, il 4 novembre scorso è stato pubblicato un documento del Dicastero per la Dottrina della Fede (di seguito «DDF») che limita l’uso di alcuni titoli tradizionalmente attribuiti alla Beata Vergine, intitolato Mater Populi fidelis. Qual è stata la sua prima reazione al riguardo?

Don Davide Pagliarani: Confesso di essere rimasto scioccato. Se da un lato Papa Leone XIV aveva già manifestato la volontà di continuità con il suo predecessore, non mi aspettavo un documento di un dicastero romano volto a limitare l’uso dei titoli, così ricchi di significato, che la Chiesa attribuisce tradizionalmente alla Vergine. La mia prima reazione è stata quella di celebrare una Messa di riparazione per questo nuovo attacco alla Tradizione e, per di più, alla Santissima Vergine Maria.

 

Infatti, non è solo l’uso dei titoli di «Corredentrice» e «Mediatrice di tutte le grazie» ad essere messo in discussione; è il significato tradizionale di questi titoli ad essere snaturato. Ciò è ancora più grave, perché la negazione di queste verità equivale a detronizzare la Santissima Vergine, e questo colpisce l’anima cattolica in ciò che essa ha di più caro. Infatti, la Santissima Vergine rappresenta, insieme alla Santa Eucaristia, il dono più prezioso che Nostro Signore ci ha lasciato.

 

Cosa l’ha colpita di più?

Innanzitutto, il fatto di considerare l’uso del termine «corredentrice» come «sempre inappropriato», il che, in pratica, equivale a vietarlo. La ragione addotta è la seguente: «Quando un’espressione richiede numerose e continue spiegazioni, per evitare che si allontani dal significato corretto, non serve alla fede del Popolo di Dio e diventa sconveniente». (1)

 

Ora, non ci troviamo di fronte a un termine esotico suggerito da una veggente in seguito ad un’apparizione dubbia, ma piuttosto a un’espressione che la Chiesa usa da secoli e il cui significato esatto è stato chiaramente stabilito dai teologi. Inoltre, diversi papi hanno fatto uso di questa espressione. Ciò che è paradossale è che lo stesso Giovanni Paolo II ha usato questo titolo più volte. Nel suo magistero, San Pio X definisce in modo molto chiaro il fondamento e la portata della corredenzione della Madonna, anche se non usa direttamente questo termine, ma quello di «riparatrice dell’umanità decaduta».

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Cosa dice esattamente San Pio X?

Nella sua enciclica mariana Ad diem illum (2 febbraio 1904), San Pio X tratta direttamente e molto chiaramente della corredenzione e pure della mediazione universale di Maria. Lasciamo che sia lui a parlare:

 

«E quando venne per Gesù l’ultima ora, “Sua Madre stava presso la Croce, oppressa dal tragico spettacolo e nello stesso tempo felice perché Suo Figlio si immolava per la salvezza del genere umano e d’altronde Ella partecipava talmente ai Suoi dolori, che Le sarebbe sembrato infinitamente preferibile prendere su di sé tutti i tormenti del Figlio, se fosse stato possibile”» (2).

 

La conseguenza di questa comunione di sentimenti e di sofferenze fra Maria e Gesù è che Maria «divenne legittimamente degna di riparare l’umana rovina» (3) e perciò di dispensare tutti i tesori che Gesù procurò a noi con la Sua morte e il Suo sangue. Certo, solo Gesù Cristo ha il diritto proprio e particolare di dispensare quei tesori che sono il frutto esclusivo della Sua morte, essendo egli per Sua natura il mediatore fra Dio e gli uomini. Tuttavia, per quella comunione di dolori e d’angosce, già menzionata tra la Madre e il Figlio, è stato concesso all’Augusta Vergine di essere “presso il Suo unico Figlio la potentissima mediatrice e conciliatrice del mondo intiero» (4).

 

La fonte è dunque Gesù Cristo e «noi tutti abbiamo derivato qualcosa dalla Sua pienezza» (5); «da Lui tutto il corpo reso compatto in tutte le giunture dalla comunicazione prende gli incrementi propri del corpo ed è edificato nella carità» (6=. Ma Maria, come osserva giustamente San Bernardo, è l’«acquedotto» (7), o anche quella parte per cui il capo si congiunge col corpo e gli trasmette forza e efficacia; in una parola, il collo. Dice San Bernardino da Siena: «Ella è il collo del nostro capo, per mezzo del quale esso comunica al suo corpo mistico tutti i doni spirituali» (8).

 

È dunque evidente che noi non dobbiamo attribuire alla Madre di Dio una virtù produttrice di grazie: quella virtù che è solo di Dio. Tuttavia, poiché Maria supera tutti nella santità e nell’unione con Gesù Cristo ed è stata associata da Gesù Cristo nell’opera di redenzione, Ella ci procura de congruo, come dicono i teologi, ciò che Gesù Cristo ci ha procurato de condigno ed è la suprema dispensatrice di grazie. Gesù «siede alla destra della Maestà Divina nell’altezza dei Cieli9»; Maria siede regina alla destra di Suo Figlio, «rifugio così sicuro e ausilio così fedele in tutti i pericoli, che non si deve temere nulla né disperare sotto la sua guida, i suoi auspici, la sua protezione e la sua benevolenza10» (11).

 

Questa citazione è certamente lunga, ma contiene le risposte alle conclusioni formulate nella nota dottrinale del DDF. Inoltre, va notato che questa enciclica di San Pio X è semplicemente menzionata in una nota alla fine del testo, ma non è mai citata. Si coglie facilmente il motivo: non è compatibile con il nuovo orientamento teologico.

 

Ma qual è, secondo lei, la vera ragione per cui il DDF considera ora «sempre inappropriato» il concetto di corredenzione?

La ragione è innanzitutto ecumenica. Bisogna capire bene che il concetto di corredenzione, così come quello di mediazione universale, sono assolutamente incompatibili con la teologia e lo spirito protestanti. Questi concetti erano già stati accantonati al momento del Concilio, dopo essere stati oggetto di un acceso dibattito: infatti una parte dei padri conciliari aveva richiesto la definizione della mediazione universale come dogma di fede.

 

Questo accantonamento ispirato dall’ecumenismo ha avuto l’effetto disastroso di un indebolimento della fede. Infatti, se non si ricorda regolarmente l’insegnamento tradizionale sulla Santissima Vergine, si finisce per perderlo. In altre parole, coloro che hanno redatto questo documento sono realmente convinti che i termini in questione siano pericolosi per la fede. Ciò è catastrofico.

 

Il testo, nella sua interezza, ripete continuamente che la Santissima Vergine non deve in alcun modo offuscare l’unicità e la centralità della mediazione di Nostro Signore e del suo ruolo unico e irripetibile di Redentore. Questa preoccupazione sembra quasi patologica, una sorta di paranoia spirituale, inspiegabile in un cattolico.

 

Infatti, nessun fedele istruito nelle verità della fede, che ricorre alla Santissima Vergine e si lascia guidare da lei, può correre il rischio di venerarla troppo, a scapito di Nostro Signore. La devozione mariana, illuminata dalla fede, ha un solo scopo: permetterci di penetrare maggiormente il mistero di Nostro Signore e della Redenzione.

 

Questo era ben compreso – e praticato – fino al Concilio. Ci troviamo qui di fronte a un circolo vizioso che rasenta l’assurdo: ci si mette in guardia contro un mezzo considerato abusivo e inadeguato per raggiungere un fine, mentre quel mezzo ci è stato dato proprio per raggiungere quel fine.

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Pensa che la preoccupazione ecumenica sia l’unica ragione di questo approccio del Vaticano?

Penso che si debba prendere in considerazione un altro motivo. Le espressioni incriminate nel documento romano hanno un rapporto diretto con il mistero della Redenzione e della grazia che ne deriva. Purtroppo, però, il concetto di Redenzione oggi non è più lo stesso. Infatti, i concetti di «sacrificio espiatorio per i nostri peccati» e di «sacrificio satisfattorio della giustizia divina» vengono sempre più abbandonati. Non si accetta più l’idea di un sacrificio offerto a Dio per placare la sua giustizia. Nella prospettiva moderna, Nostro Signore non ha realmente bisogno di meritare, né di soddisfare per i nostri peccati, né di offrire un sacrificio espiatorio, poiché la misericordia di Dio non muta di fronte alla realtà del peccato degli uomini: essa è incondizionata. Dio perdona sempre, per pura liberalità.

 

Di conseguenza, Nostro Signore è Redentore in un senso completamente nuovo: la sua morte non è altro che la manifestazione ultima e suprema dell’amore misericordioso del Padre (12). Non c’è quindi da stupirsi se da questa distorsione della Redenzione derivi inevitabilmente un’incapacità radicale di comprendere come e perché la Vergine possa esservi stata associata con le sue sofferenze.

 

A questo proposito, il testo del DDF contiene un avvertimento rivelatore: «Bisogna quindi evitare titoli ed espressioni riferiti a Maria che la presentino come una specie di “parafulmine” di fronte alla giustizia del Signore, come se Maria fosse un’alternativa necessaria all’insufficiente misericordia di Dio» (13).

 

Torniamo al concetto di «corredenzione». Perché lo ritiene così importante?

 

Essa è innanzitutto l’espressione di un’evoluzione omogenea del dogma cattolico ed era considerata una conclusione teologica comune, o addirittura, per alcuni, una verità definibile come dogma di fede. Ha la sua fonte nel Vangelo stesso e manifesta l’esatta portata dell’associazione all’opera della Redenzione che Nostro Signore ha voluto per sua Madre.

 

Non si tratta né di una Redenzione parallela, né di qualcosa che si aggiungerebbe all’opera di Nostro Signore, come una certa caricatura vorrebbe farci credere a torto. Si tratta semplicemente di un’incorporazione assolutamente unica nell’opera di Cristo, senza alcun equivalente possibile, che riconosce a Maria Santissima il suo posto specifico e ne trae le conseguenze che si impongono.

 

Quali sono gli argomenti autorevoli utilizzati dal testo del DDF?

Questa nota teologica cita il parere sfavorevole del cardinale Josef Ratzinger, che riteneva che il concetto di corredenzione non fosse sufficientemente radicato nella Sacra Scrittura. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che lo stesso cardinale Ratzinger aveva teorie non tradizionali sul tema della Redenzione (14).

 

Ma la nota si basa soprattutto sull’autorità di Papa Francesco. Riportiamo le sue parole, così come sono citate nel testo: «Maria “non ha mai voluto prendere per sé qualcosa di suo Figlio. Non si è mai presentata come co-redentrice. No, discepola”. L’opera della Redenzione è stata perfetta e non necessita di alcuna aggiunta. Perciò, “a Madonna non ha voluto togliere a Gesù alcun titolo […]. Non ha chiesto per sé di essere una quasi-redentrice o una co-redentrice: no. Il Redentore è uno solo e questo titolo non si raddoppia”. Cristo “è l’unico Redentore: non ci sono co-redentori con Cristo”»(15).

 

Queste parole sono affliggenti. Sono una caricatura delle vere ragioni su cui si basa la corredenzione. Diciamo semplicemente che non si tratta di sapere cosa la Madonna avrebbe voluto essere – sarebbe ridicolo. Si tratta di riconoscere ciò che la Sapienza divina le ha concesso e le ha chiesto di essere: nell’opera unica della Redenzione, le è stato dato di offrire per noi una soddisfazione di convenienza mentre Gesù Cristo soddisfaceva per noi in stretta giustizia; grazie alla sua perfetta carità e alla sua unione del tutto particolare con Dio, le fu dato di meritare per noi ciò che Nostro Signore ha meritato in stretta giustizia.

 

Esiste un legame tra la corredenzione e la mediazione di tutte le grazie?

È evidente che esiste un legame tra questi due concetti: è proprio per questo motivo che anche il titolo di «mediatrice di tutte le grazie» è messo in discussione, poiché il suo uso è ormai considerato pericoloso e quindi fortemente sconsigliato, come vedremo più dettagliatamente.

 

A causa dell’associazione della Madonna all’opera della Redenzione, e poiché pure ella ci ha meritato – sebbene in modo diverso – tutto ciò che Nostro Signore ci ha meritato, ella è stata stabilita da Nostro Signore stesso come dispensatrice di tutte le grazie così meritate. È quanto emerge dalle indagini della teologia tradizionale, nonché dal magistero di San Pio X che abbiamo appena ricordato.

 

Naturalmente, la presente nota dottrinale non nega la possibilità che i santi e la Santissima Vergine possano meritare. Tuttavia, implicitamente, essa mette in discussione la mediazione universale e necessaria di Maria nella distribuzione delle grazie16: «Nella perfetta immediatezza tra un essere umano e Dio, nella comunicazione della grazia, nemmeno Maria può intervenire. Né l’amicizia con Gesù Cristo né l’inabitazione trinitaria possono essere concepite come qualcosa che ci giunge attraverso Maria o i santi. In ogni caso, ciò che possiamo dire è che Maria desidera questo bene per noi e lo chiede insieme a noi (17). (…) Solo Dio giustifica. Solo il Dio Trinità, solo Lui ci eleva per superare la sproporzione infinita che ci separa dalla vita divina; solo Lui attua in noi l’inabitazione trinitaria; solo Lui entra in noi trasformandoci e rendendoci partecipi della sua vita divina. Non si fa onore a Maria attribuendole una qualsiasi mediazione nel compimento di quest’opera esclusivamente divina18».

 

In realtà, per le ragioni già esposte, la Santissima Vergine ci ha già meritato non solo alcune grazie, ma tutte e ciascuna; e non solo ci ha meritato la loro applicazione, ma anche la loro acquisizione ai piedi della croce, poiché è stata unita a Cristo redentore nell’atto stesso della Redenzione quaggiù, prima di intercedere per noi in cielo.

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Perché allora c’è un avvertimento contro l’uso del termine «mediatrice di tutte le grazie» e perché questo termine è considerato incapace di garantire una corretta comprensione del ruolo della Vergine?

Su questo punto, possiamo rispondere che gli autori del testo hanno un pregiudizio: non accettano che Dio abbia deciso – e che la Tradizione abbia spiegato – in modo diverso dall’idea preconcetta che si sono fatti.

 

È corretto affermare che Nostro Signore è l’unico mediatore e che esiste un’unica Redenzione, la sua, sovrabbondante. Ma, così come Nostro Signore sceglie liberamente i mezzi per realizzare la Redenzione, in particolare morendo sulla croce quando avrebbe potuto scegliere un altro mezzo, allo stesso modo sceglie liberamente di associare sua Madre alla sua opera come Egli vuole. Nessuno, nemmeno il prefetto del DDF, può togliere a Nostro Signore il potere di agire secondo la sua divina Sapienza e di rendere sua Madre corredentrice e mediatrice universale delle grazie.

 

Nostro Signore è consapevole che agendo in questo modo non toglie nulla alla sua dignità di Redentore. Ma la conseguenza di questa scelta di Nostro Signore è chiara: così come è necessario ricorrere a Lui per salvarsi, allo stesso modo è necessario ricorrere a Sua Madre, anche se in veste diversa. Non riconoscere questa necessità significa rifiutare i decreti di Nostro Signore, la Tradizione della Chiesa e i mezzi che sono dati ai cristiani per la loro salvezza.

 

Questa idea preconcetta, e persino questa ostinazione, ricorre molto spesso nel testo. Limitiamoci ad alcuni passaggi: «Se si tiene conto che l’inabitazione trinitaria (grazia increata) e la partecipazione alla vita divina (grazia creata) sono inseparabili, non possiamo pensare che questo mistero possa essere condizionato da un “passaggio” attraverso le mani di Maria» (19); «Nessuna persona umana, nemmeno gli Apostoli o la Santissima Vergine, può agire come dispensatore universale della grazia20»; «il titolo [mediatrice di tutte le grazie] corre il rischio di presentare la grazia divina come se Maria si convertisse in un distributore di beni o di energie spirituali, senza un legame con la nostra relazione personale con Gesù Cristo» (21).

 

Da un punto di vista pastorale, come giudica l’impatto di queste decisioni del DDF?

Credo di poter dire che le ripercussioni negative saranno molteplici e catastrofiche.

 

Innanzitutto, non dobbiamo dimenticare che Maria è il modello perfetto della vita cristiana. Minimizzando l’associazione di Maria Santissima all’opera della Redenzione, il testo minimizza l’invito rivolto a ogni anima a entrare attraverso la croce nell’opera della Redenzione, della riparazione e della santificazione personale. Ciò corrisponde esattamente a una visione protestante della vita cristiana, in cui non c’è più spazio per una cooperazione all’opera di Cristo che ci santifica e ci salva.

 

È per questo motivo che Lutero ha distrutto la vita religiosa e considerava ogni opera buona, compresa la Santa Messa, come un’offesa alla grandezza dell’opera di Cristo che, essendo perfetta, non necessita di alcuna aggiunta. Qualsiasi aggiunta corrisponderebbe a una mancata comprensione della sua perfezione. Come cattolici, professiamo esattamente il contrario: poiché l’opera di Cristo è eminentemente perfetta, è in grado di integrare la cooperazione delle creature senza perdere nulla della propria perfezione.

 

Inoltre, queste decisioni del DDF mi sembrano catastrofiche nel contesto attuale, soprattutto per la fede e la vita spirituale delle anime più semplici e più bisognose. Penso alle periferie sociali e morali, per usare un termine in voga durante il pontificato precedente. Alle persone più abbandonate, spesso non resta altro rifugio che la Santissima Vergine, nell’attuale deserto. Ho constatato con i miei occhi come una semplice e sincera devozione alla Santissima Vergine sia in grado di assicurare la salvezza ad anime che non hanno nemmeno la possibilità di vedere regolarmente un sacerdote. Per questo motivo, un testo del DDF che ha lo scopo di mettere in guardia le anime dai concetti mariani tradizionali mi sembra inqualificabile e pastoralmente irresponsabile.

 

Infine, mai come oggi la Chiesa stessa avrebbe bisogno di riscoprire le grandezze della Santissima Vergine: di fronte alla pressione del mondo che immerge sempre più le anime nell’apostasia e nell’impurità, queste grandezze rappresentano il mezzo privilegiato per resistere a questa pressione e rimanere fedeli.

 

Ha qualche consiglio pastorale da dare agli autori del testo?

L’idea di ricordare che Nostro Signore è l’unico mediatore tra Dio e gli uomini, e che esiste una sola vera Redenzione, la sua, è di per sé lodevole e, soprattutto oggi, è necessario ricordarla.

 

Il problema è che non è ai cattolici che bisogna ricordarla, con il pernicioso scopo di metterli in guardia contro le interferenze o una presunta concorrenza della Santissima Vergine. Bisognerebbe piuttosto predicare e ricordare questa verità agli ebrei, ai buddisti, ai musulmani e a tutti coloro che non conoscono Nostro Signore, credenti non cristiani o atei.

 

Eppure, lo scorso 28 ottobre, in Vaticano è stato celebrato il sessantesimo anniversario della promulgazione della Nostra Aetate, ovvero del documento conciliare che è alla base del dialogo con le religioni non cristiane. Ciò è a dir poco paradossale, poiché questo dialogo – che negli ultimi sessant’anni ha inspirato le più pietose riunioni interreligiose – è la chiara ed esplicita negazione del fatto che Nostro Signore è l’unico mediatore tra Dio e gli uomini, e del fatto che la Chiesa cattolica è stata istituita per predicare questa verità al mondo.

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Secondo lei, c’è un altro concetto mariano tradizionale che meriterebbe di essere conosciuto meglio?

Nell’Ufficio divino della Santissima Vergine, la liturgia la definisce come «colei che ha schiacciato tutte le eresie». Penso che questo concetto meriterebbe di essere approfondito maggiormente dalla ricerca teologica. È molto interessante notare come la Chiesa consideri la Madonna come custode della verità cattolica. Ciò è direttamente collegato al suo ruolo di Madre. Ella non potrebbe generare in ciascuno di noi Nostro Signore senza comunicarci la verità e l’amore per la verità, poiché Nostro Signore è la Verità stessa, incarnata, manifestata agli uomini. È attraverso la fede, e nella purezza della fede, che le anime vengono rigenerate e hanno la possibilità di crescere a immagine di Nostro Signore.

 

Credo che non comprendiamo sufficientemente questo necessario legame tra la purezza della fede e l’autenticità della vita cristiana. Nostra Signora, che distrugge tutti gli errori, è la chiave per comprendere questa verità.

 

Per concludere questa intervista, quale preghiera in onore della Madonna sceglierebbe?

Sceglierei senza esitazione la seguente preghiera, tratta anch’essa dall’uso liturgico:

 

«Dignare me laudare te, Virgo sacrata. Da mihi virtutem contra hostes tuos.
Permettete che io vi possa laudare, Vergine sacra. Datemi forza contro i vostri nemici».

 

 

Intervista realizzata a Menzingen, il 9 novembre 2025, nel giorno della festa della dedicazione della Basilica del Santissimo Salvatore

 

NOTE

1) Mater Populi fidelis, n. 22.

2) San Bonaventura, I Sent., d. 48, ad Litt., dub. 4.

3) Eadmeri, De Excellentia Virg. Mariæ, c. IX.

4) Pio IX, Ineffabilis.

5) Gv I, 16.

6) Ef IV, 16.

7) De Aquæductu, n. 4.

8) Quadrag. de Evangelio æterno, Serm. X, a. III, c. 3.

9) He I, 3.

10) Pio IX, Ineffabilis.

11) Pio X, Ad diem illum.

12) Si tratta qui della nuova dottrina del Mistero pasquale, che costituisce in particolare la base della riforma liturgica postconciliare.

13) Mater Populi fidelis, n. 37, b.

14) In particolare nella sua opera La fede cristiana ieri e oggi, 1968 (riedito nel 2000 con una prefazione dell’autore).

15) Mater Populi fidelis, n. 21.

16) Il grande errore del testo è quello di non fare la classica distinzione tra mediazione fisica e mediazione morale. Per mediazione fisica si intende che Maria trasmette la grazia come un vero e proprio strumento, ad esempio un’arpa che, suonata dall’artista, produce suoni armoniosi.ì Teologi riconosciuti (Lépicier, Hugon, Bernard) attribuiscono alla Vergine un tale influsso, subordinato all’umanità di Cristo, insistendo sul fatto che, secondo la Tradizione, Maria è veramente nel corpo mistico come il collo che, unendo la testa alle membra, trasmette loro l’impulso vitale. Per mediazionesolomorale di Maria sulla grazia, si intende che, almeno attraverso la soddisfazione, i meriti passati e la sua intercessione sempre attuale, Maria trasmette alle anime, universalmente, tutte le grazie che derivano dalla croce di suo Figlio. Questa tesi è accettata da tutti i teologi tradizionali. In entrambi i casi, la mediazione di Maria è voluta liberamente da Dio come universale e necessaria.
Negando la mediazione fisica strumentale di Maria e omettendo la sua classica distinzione dalla mediazione almeno morale, il testo conclude indebitamente con una negazione generale di ogni mediazione universale e necessaria di Maria nella dispensazione delle grazie. In altre parole: si può discutere sulla modalità della mediazione della Vergine, ma non sulla sua universalità né sulla sua necessità di fatto.

17) Ibid. n. 54.

18) Ibid. n. 55.

19) Ibid. n. 45.

20) Ibid. n. 53.

21) Ibid. n. 68.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News.

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«E voi, non abbiate paura!»

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Giungendo al sepolcro dove fu deposto il corpo di Gesù, le sante donne – Maria Maddalena e l’altra Maria – si sentono dire, la mattina di Pasqua e per ben due volte, prima dall’angelo che rotola via la pietra, poi da Cristo risorto: «Non abbiate paura!». Quella che segue è una riflessione dell’abate Louis-Marie Berthe.   L’espressione non è nuova nelle Scritture: al contrario, ricorre in tutto il testo sacro, tanto che alcuni l’hanno trovata fino a 365 volte! Ma assume il suo pieno significato a Pasqua, alla luce della Risurrezione: se Gesù Cristo ha vinto il peccato e la sua conseguenza, la morte, di cosa possono mai temere tutti coloro che hanno riposto in lui la loro fede e la loro speranza?   Più di quanto ci rendiamo conto, la paura – in tutte le sue forme, deboli o forti – determina, o quantomeno modifica, le nostre azioni, i nostri pensieri, le nostre reazioni e i nostri progetti. Come ogni altra emozione, la paura non va negata, né tantomeno respinta a priori: segnala a chi la prova una minaccia reale o immaginaria; spetta poi a ciascun individuo valutare la realtà, la gravità e l’imminenza del pericolo per capire fino a che punto sia importante permettere alla paura di prosperare nel proprio cuore.   Pertanto, il timore di essere separati da Dio o di vivere lontani da Lui è buono e benefico: mantiene l’uomo nella giustizia e nella verità e lo protegge dal vizio. Al contrario, il timore di essere abbandonati o rifiutati dal prossimo per ciò che si è o per ciò che si pensa è da evitare: intrappola l’uomo nella menzogna e nell’ipocrisia; lo uccide lentamente.

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Quando Gesù esorta i suoi discepoli a non avere paura, li invita a non lasciarsi intimorire e scoraggiare dai pericoli fisici e umani che li minacciano: la perdita dei beni materiali, lo sguardo di disapprovazione o la cattiva opinione degli altri, gli eventi sfortunati della vita, la malattia del corpo e persino la morte: «Non abbiate paura di coloro che uccidono il corpo, e dopo ciò non possono fare nulla di più» (Lc 12,4).   Non bisogna temere le macchinazioni dei malvagi e le persecuzioni controla Chiesa, qualunque forma assumano: «Non temete, o piccolo gregge, perchè piacque al Padre vostro dare a voi il regno» (Lc 12,32).   Proprio nel giorno della sua vittoria a Pasqua, Gesù Cristo volle infondere nei suoi discepoli, più che mai, questo spirito di santa libertà, di audace fiducia e di incrollabile vittoria. Possa questo spirito essere ancora nostro, duemila anni dopo, in mezzo alle paure che le cattive notizie del mondo possono giustamente provocare.   Lo spirito cattolico, quello che lo Spirito Santo forma nei nostri cuori, non è fatto di pusillanimità, di preoccupazioni eccessive, di ansia generalizzata o di chiusura in se stessi!   Ciò che san Paolo ricorda a Timoteo può essere applicato a chiunque sia nato dall’acqua e dallo Spirito nel battesimo: «Poichè Iddio ci ha dato non uno spirito di viltà, ma di forza e di amore e di saggezza» (2Tim 1,7).   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine: Paolo Veronese (1528–1588),  La conversione di Maria di Magdala (circa 1548), National Gallery, Londra Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Il Pentagono minaccia il papato con la cattività di Avignone. Perché la notizia esce ora?

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Emergono i dettagli di un inedito, bizzarro incontro avvenuto lo scorso gennaio del nunzio apostolico convocato in Pentagono. La tempistica dello scoop potrebbe essere legata alla battaglia di potere tra cattolici da una parte ed ebrei e protestanti sionisti dall’altra per l’egemonia dell’amministrazione Trump, due fazioni più che mai divise oggi dalla guerra per Israele condotta daglI USA contro la Repubblica Islamica dell’Iran.

 

La testata Free Press – fondata dalla lesbica sionista Bari Weiss, ora ricoperta di cariche e danari dagli ultramiliardari americano pro-Israele –ha pubblicato un articolo secondo il quale, nel gennaio 2026, si sarebbe tenuto un incontro privato tra il cardinale Christophe Pierre, allora nunzio apostolico della Santa Sede negli Stati Uniti, e Elbridge Colby, alto funzionario del Pentagono cattolico da cui, viste le precendenti posizioni, non ci si aspetterebbe nulla di questo.

 

L’incontro sarebbe stato molto teso e acceso, durante il quale Colby avrebbe esortato papa Leone a «allinearsi più chiaramente con gli Stati Uniti» e avrebbe affermato che gli Stati Uniti possono «fare quello che vogliono».

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«Gli Stati Uniti hanno la potenza militare per fare ciò che vogliono nel mondo. La Chiesa cattolica farebbe meglio a schierarsi dalla loro parte», ha detto Colby durante l’incontro, secondo quanto riportato da funzionari citati da Free Press.

 

Secondo diverse fonti citate in forma anonima nel rapporto, l’incontro di gennaio ha segnato una svolta nelle relazioni tra Stati Uniti e Vaticano. Funzionari romani hanno descritto l’incontro come conflittuale, definendolo una «dura lezione» impartita al cardinale al Pentagono. Le stesse fonti hanno indicato che le osservazioni sono state percepite in Vaticano come un «esplicito avvertimento» legato alla potenza militare americana.

 

L’incontro si sarebbe svolto pochi giorni dopo il discorso pronunciato da papa Leone XIV il 9 gennaio 2026, in cui criticava il crescente ricorso alla forza nelle relazioni internazionali. «Nel nostro tempo, preoccupa in modo particolare, sul piano internazionale, la debolezza del multilateralismo. A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati» aveva detto il papa. «La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando. È stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui».

 

«La guerra è tornata di moda e si sta diffondendo un fervore bellico. Il principio stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva alle nazioni di usare la forza per violare i confini altrui, è stato completamente minato. La pace non è più ricercata come un dono e un bene desiderabile in sé… La pace viene perseguita attraverso le armi come condizione per affermare il proprio dominio».

 

Secondo quanto riportato da The Free Press, diversi alti funzionari della difesa statunitense, tra cui il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, hanno interpretato queste dichiarazioni come dirette alla politica estera degli Stati Uniti.

 

Ulteriori dettagli emersi durante l’incontro suggeriscono che almeno un funzionario statunitense abbia fatto riferimento al precedente storico del papato di Avignone, un periodo del XIV secolo durante il quale il papato era di fatto subordinato alla corona francese. Il riferimento includeva la menzione dell’attentato a papa Bonifacio VIII e del conseguente trasferimento della sede papale da Roma ad Avignone, in Francia.

 

La Cattività avignonese (1309-1377) fu uno dei periodi più turbolenti nella storia dei rapporti tra la Chiesa cattolica e il potere temprale, iniziato quando papa Clemente V, francese, nel 1309 decise di trasferire la sede papale da Roma ad Avignone, in Provenza, che allora non era territorio del Regno di Francia ma del Regno di Napoli, pure sotto forte influenza francese. La scelta fu dettata da pressioni del re di Francia Filippo IV il Bello e dal desiderio di sfuggire alle lotte tra fazioni romane e alla pericolosa instabilità dell’Italia.

 

Per quasi settant’anni, sette papi (tutti francesi) risiedettero ad Avignone, trasformandola in una splendida corte rinascimentale, ricca e centralizzata. La Chiesa rafforzò la sua burocrazia e le finanze, ma perse prestigio: molti fedeli la accusavano di essere «prigioniera» dei re francesi, lontana dalla tomba di Pietro e troppo mondana.

 

Il ritorno a Roma avvenne solo nel 1377 grazie a Gregorio XI, spinto dalle preghiere di santa Caterina da Siena. Tuttavia, un anno dopo la sua morte scoppiò il Grande Scisma d’Occidente (1378-1417), con papi rivali a Roma e Avignone. La Cattività avignonese segnò una grave crisi di autorità della Chiesa, aprendo la strada a divisioni e critiche che avrebbero influenzato il Rinascimento e la Riforma protestante.

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Secondo il consulente politico Christopher Hale, «molti in Vaticano hanno interpretato il riferimento del Pentagono a un papato ad Avignone come una minaccia di usare la forza militare contro la Santa Sede». L’avvertimento del Pentagono ha allarmato a tal punto il Vaticano che papa Leone ha annullato la sua prevista visita negli Stati Uniti entro la fine dell’anno.

 

Infatti, l’8 febbraio 2026, il direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni, ha dichiarato ufficialmente che «papa Leone XIV non si recherà negli Stati Uniti quest’anno», smentendo le voci di una possibile visita in occasione del 250° anniversario dell’indipendenza americana.

 

Il papa ha invece programmato una visita a Lampedusa il 4 luglio, un’isola del Mediterraneo associata agli arrivi di migranti dal Nord Africa. Hale ha osservato che la scelta della data e del luogo difficilmente poteva essere casuale, dato il contrasto simbolico.

 

Il pontefice ha intensificato le sue condanne durante la Settimana Santa. Nelle sue parole culminate nella Domenica di Pasqua, ha esortato i leader mondiali ad abbandonare i conflitti armati e a respingere quello che ha definito il «desiderio di dominare gli altri». All’inizio della settimana, aveva condannato quella che ha chiamato «l’occupazione imperialista del mondo» e aveva ammonito che «Dio non accetta le preghiere di coloro che fanno la guerra».

 

È davvero difficile non interpretare le dichiarazioni di Leone come un giudizio immediato sulla seconda amministrazione di Donald Trump, che aveva bombardato gli impianti nucleari iraniani, rapito il leader venezuelano Nicolas Maduro, esercitato forti pressioni per lo scioglimento della NATO e minacciato diversi alleati degli Stati Uniti, arrivando persino a ipotizzare la possibilità che gli Stati Uniti potessero assumere il controllo del Canada e della Groenlandia.

 

Nei mesi successivi, l’amministrazione ha autorizzato anche un blocco navale di Cuba, impose sanzioni unilaterali a diversi Stati membri dell’UE e ventilò pubblicamente la possibilità di ritirare le garanzie di sicurezza a Corea del Sud e Giappone a meno che non avessero «riequilibrato» il loro allineamento strategico verso Washington.

 

In Ungheria per sostenere la campagna elettorale del premier Vittorio Orban, il vicepresidente JD Vance, convertito al cattolicesimo, ha detto di non sapere nulla dell’accaduto e di voler parlare de visu con il cardinale Pierre.

 

Va compresa anche la figura del Under Secretary of Defense for Policy (USDP). Elbridge Colby. Nipote dello storico direttore della CIA William Colby (1920-1996) sotto Nixon e Ford, dal 2017 al 2018, durante la prima amministrazione Trump, ha ricoperto la carica di vice assistente del segretario alla Difesa per la strategia e lo sviluppo delle forze armate, svolgendo un ruolo chiave nello sviluppo della Strategia di Difesa Nazionale degli Stati Uniti del 2018, che, tra le altre cose, ha spostato l’attenzione del Dipartimento della Difesa statunitense sulla Cina.

 

Colby non è un falco neocon – è, anzi, il contrario, e si identifica come «realista», che ha chiesto apertamente la riduzione dell’aiuto militare all’Ucraina, un ripensamento del rapporto con la NATO («partnership», non dipendenza) e persino un «reset» nelle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Il Colby ha affermato che gli Stati Uniti dovrebbero «lasciare più spazio al giudizio di Israele su come gestire al meglio le sue sfide alla sicurezza», e che, sebbene gli Stati Uniti debbano essere pronti a fornire supporto materiale e politico a Israele, quest’ultimo dovrebbe comprendere che gli Stati Uniti, che «non possono permettersi di essere invischiati in un’altra guerra in Medio Oriente, assumeranno un ruolo di supporto».

 

In passato il Colby aveva persino dichiarato, con grande scandalo di senatori repubblicani come Tom Cotton, che l’acquisizione di un’arma nucleare da parte dell’Iran non costituirebbe un rischio esistenziale per gli Stati Uniti e fiancheggiando il ritiro delle forze militari statunitensi dal Golfo Persico, sostenendo che gli Stati Uniti possono contrastare l’Iran «in modo più efficace» «rafforzando le capacità militari dei propri partner nella regione». All’epoca l’Elbridge si opponeva a un’azione militare diretta contro l’Iran, pur affermando che contenere un Iran dotato di armi nucleari «è un obiettivo del tutto plausibile e pratico».

 

Colby è cattolico. Il commento su Avignone sembrerebbe essere stato proferito da un altro funzionario presente all’incontro col nunzio apostolico.

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La tempistica con cui esce questo caso è interessante, e la testata di riferimento pure. La giornalista lesbica sionista Bari Weiss, ex opinionista del New York Times (dove si distinse per gli attacchi a Tulsi Gabbard, accusata di essere un pupazzo di Bashar al-Assad), aveva fondato The Free Press nel 2021 come piattaforma indipendente di notizie e commenti, critica verso l’ortodossia «woke» dei media mainstream, attraendo quindi un certo pubblico indipendente o di destra che oramai respingeva in toto il mainstream. Il sito crebbe rapidamente grazie a un modello di abbonamenti e attirò investitori come Marc Andreessen, David Sacks, Howard Schultz e altri, raccogliendo 15 milioni di dollari nel 2024 con una valutazione di circa 100 milioni.

 

Nell’ottobre 2025, Paramount Skydance (guidata da David Ellison, figlio del miliardario sionista di Oracle Larry Ellison ) ha acquistato The Free Press per 150 milioni di dollari, una cifra che è parsa a moltissimi come enigmaticamente sproporzionata. In seguito alla bizzarra operazione, Weiss è stata nominata editor-in-chief di CBS News, canale TV comprato pure quello dagli Ellisoni, la cui vicinanza allo Stato Israele, e persino all’IDF, è cosa nota.

 

Fare uscire ora, con Trump che tentenna sulla guerra in Iran, la notizia di uno screzio tra Washington e la Santa Sede aiuta decisamente a cementare la cintura sionista di matrice ebraico-protestante attorno al presidente – cioè lo stesso apparato che ha portato all’attuale, fallimentare guerra in Persia – contro la fazione «cattolica» che era dubbiosa o risolutamente contraria alla guerra: il segretario di Stato Marco Rubio, che pure ha origini neocon, si era lasciato scappare ad inizio conflitto che gli USA vi erano stati trascinati dentro da Israele, mentre il vicepresidente JD Vance (convertito al cattolicesimo che gli iraniani volevano come negoziatori al posto degli ebrei Steve Witkoff e Jared Kushner), è emerso, si era detto nettamente contrario all’intervento.

 

Anche la base dei sostenitori pare dividersi su base confessionale, come dimostra la battaglia antisionista portata innanzi con clamore pubblico dall’ex Miss California, e amica personale di Trump, Carrie Prejean Boller, cattolica convertita espulsa dalla Commissione per la libertà religiosa per aver fustigato l’influenza israeliana su politica e religione protestante, nonché il genocidio di Gaza.

 

Lo scontro in atto è stato descritto con lucidità dallo scrittore cattolico americano E. Michael Jones: «Il cessate il fuoco ha segnato un passaggio dal controllo sionista cristiano dell’amministrazione Trump a un controllo di fatto cattolico sotto JD Vance. Anche il papa ha avuto un ruolo in questo cambiamento».

 

«L’apice dell’influenza sionista cristiana è stato raggiunto con la funzione del Venerdì Santo al Pentagono, alla quale sono stati esclusi i cattolici» continua Jones, riferendosi ad una grottesca cerimonia condotta dalla «pastora» protestante sionista Paula White, nota per i video con Netanyahu e per essere, dice la Prejean Boller, dietro alla sua espulsione dalla Commissione. Durante l’evento la White ha paragonato Trump a Gesù Cristo. Il vescovo cattolico Barron, presente, non ha proferito verbo né durante né dopo.

 

 

«Ora, le persone più mature e responsabili sono cattolici come Joe Kent, che afferma che gli Stati Uniti devono frenare Israele se vogliono che il cessate il fuoco regga» conclude Jones. Il Kent, veterano delle Forze Speciali dimessosi poche settimane fa dal suo incarico di capo dell’antiterrorismo in protesta alla guerra iraniana e alla soverchiante influenza israeliana sulla politica americana, è stato visto alla conferenza di Washington Catholics For Catholics assieme alla Prejean Boller e a Candace Owens. Notevole anche la presenza sullo stesso palco di un altro cattolico un tempo vicinissimo a Trump, il generale Michael Flynn.

 

Trump pare però aver fatto una scelta di campo, visto l’incredibile messaggio lanciato su Truth nelle ultime ore, in cui accusa i suoi sostenitori critici della guerra in Iran (e del rapporto con Israele…) Tucker Carlson, Megyn Kelly, Alex Jones e la stessa Owens di essere dei «perdenti» con «basso IQ». Trattandosi di alcuni dei maggiori podcaster al mondo (in termini assoluti di ascolto, perfino), messaggio segna una frattura decisa nella base MAGA, una ferita che non sappiamo se possa essere sanabile.

 

Un nodo immenso della Repubblica americana, forse già presente al momento della sua fondazione, sta ora venendo al pettine.

 

Roberto Dal Bosco

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia


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Renovatio 21 pubblica questo testo dell’ex vescovo di Tyler, Texas, Joseph Strickland apparso su X.  

Un appello al rispetto e alla Verità

Negli ultimi giorni, un messaggio di Pasqua del presidente Donald Trump ha attirato l’attenzione, non per la chiarezza con cui ha proclamato la Resurrezione di Gesù Cristo, ma per il linguaggio sconsiderato, irriverente e teologicamente confuso.   Questo problema va affrontato, non per ragioni politiche, ma per ragioni di verità.   La domenica di Pasqua è il giorno più sacro del calendario cristiano. È il giorno in cui la Chiesa proclama con incrollabile certezza che Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è risorto dai morti. La morte è stata vinta. Il peccato è stato sconfitto. Le porte del Cielo si sono aperte.   Questo non è un giorno per discorsi superficiali. Non è un giorno per volgarità. E non è un giorno per confusione su chi sia Dio.   Quando si usa un linguaggio volgare o profano in riferimento a un mistero così sacro, ciò rivela qualcosa di più profondo di una momentanea mancanza di sensibilità: riflette una perdita del senso del sacro. E quando il linguaggio religioso viene mescolato con noncuranza, come se tutte le espressioni di fede fossero intercambiabili, oscura la verità che ci è stata affidata.  

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La Chiesa cattolica insegna che esiste un solo Dio. Ma proclama anche che questo unico Dio si è rivelato pienamente e definitivamente in Gesù Cristo. La Pasqua non è una generica celebrazione di «Dio», bensì la proclamazione della risurrezione di Gesù Cristo.   Sostituire la chiarezza con l’ambiguità, anche involontariamente, significa sminuire la forza di tale affermazione.   In quanto cattolici, la nostra fedeltà non è rivolta ad alcuna figura politica, partito o movimento. La nostra fedeltà è rivolta a Gesù Cristo, che è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Pertanto, dobbiamo essere disposti a parlare con onestà e carità quando qualcosa non è conforme a questa verità, a prescindere da chi lo dica.   Non si tratta di condannare. Si tratta di invitare tutte le persone – specialmente quelle in posizioni di influenza – a uno standard più elevato, degno del nome di Cristo.   Se ci lamentiamo della perdita della fede nel mondo, dobbiamo anche riconoscere la perdita della riverenza. Se soffriamo per la confusione, dobbiamo rinnovare il nostro impegno verso la chiarezza. E se desideriamo un rinnovamento, questo deve cominciare con un ritorno al sacro.   La Pasqua esige di più. Esige che parliamo di Dio con riverenza. Esige che proclamiamo Cristo con chiarezza. E esige che viviamo come testimoni della verità che la tomba è vuota e che Gesù Cristo è il Signore.   Non abbassiamo questo standard. Innalziamoci al suo livello.   Dio Onnipotente vi benedica, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.   + Joseph E. Strickland, Vescovo emerito

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