Economia
Lo yuan supera il dollaro come valuta più utilizzata nelle transazioni transfrontaliere cinesi
Lo yuan cinese è diventato la valuta più utilizzata per le transazioni transfrontaliere in Cina a marzo, superando il dollaro per la prima volta in almeno quattro decenni, secondo un articolo di Reuters uscito lo scorso 26 aprile.
I pagamenti e le entrate transfrontaliere in yuan sono saliti a un record da 434,5 miliardi di dollari a febbraio a 549,9 miliardi di dollari a marzo, una crescita di 115 miliardi, secondo il calcolo di Reuters basato sui dati dell’Amministrazione statale cinese per i cambi.
Lo yuan è salito al 48,4% di tutte le transazioni transfrontaliere in Cina, mentre la quota del dollaro è scesa al 46,7% a marzo. Sembrerebbe che la quota dello yuan nel commercio transfrontaliero della Cina continuerà a crescere e non sarà invertita.
Allo stesso tempo, la Cina ha ridotto le sue partecipazioni in buoni del Tesoro USA da 1,19 trilioni di dollari nel giugno 2018 a 867 miliardi di dollari nel dicembre 2022, con una perdita di 323 miliardi di dollari delle sue partecipazioni in titoli del Tesoro USA, pari al 27%.
La Russia sta inoltre aumentando le sue transazioni transfrontaliere dal dollaro verso altre valute, in modo che le valute diverse dal dollaro statunitense costituiscano più della metà delle transazioni transfrontaliere della Russia.
Cina e Russia stanno riducendo la loro esposizione alle sanzioni statunitensi minacciate o attualmente applicate sulle transazioni in dollari, ma stanno anche aprendo percorsi per gettare le basi per nuovi sistemi commerciali al di fuori del dollaro, che possono essere rafforzati da piani per nuovi strumenti di prestito di credito, come il potenziale espansione della New Development Bank dei BRICS. L’India, l’Indonesia, il Bangladesh, la Malesia, lo Sri Lanka, e altre Nazioni del Sud del mondo stanno seguendo questa pista.
A inizio anno la Banca Centrale Irachena ha annunciato che consentirà scambi con la Cina direttamente in yuan cinesi, senza passare dal dollaro, mentre il Ghana si è rivolto non alla moneta statunitense, ma all’oro per stabilizzare la propria valuta nazionale.
La de-dollarizzazione avanza mondiale prosegue inarrestabile, e non solo nei Paesi in via di sviluppo, ma anche in Cina, in Arabia Saudita, e, oramai da più di un anno, nelle Banche Centrali di Paesi come il Brasile e perfino Israele.
Più di tutti, pesa la decisione dei sauditi – confermata incredibilmente a Davos al World Economic Forum – di avere un piano per uscire dal petrodollaro.
Come riportato da Renovatio 21, il presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde, ospite due settimane fa al Council on Foreign Relations di Nuova York, ha sostanzialmente ammesso pure lei il declino dell’egemonia del dollaro.
Si avvia quello che è stato definito «un mondo di valute multipolari». Il caos globale, anche violento, che seguirà alla realizzazione americana della fine del dollaro ha forme e quantità che ancora ci sono ignote.
Il sospetto è che anche questo possa essere in realtà una demolizione controllata: distruggono il dollaro, per sostituirlo con la CBDC della Fed, ossia il dollaro digitale, che, essendo di fatto un software di sorveglianza e manipolazione delle esistenze dei cittadini, avrà un potere ben maggiore.
Economia
L’oro batte un nuovo record
Il prezzo dell’oro ha toccato nuovi massimi storici, mentre gli investitori cercano rifugio in un clima segnato da crescenti tensioni geopolitiche e da persistenti incertezze economiche.
I future sull’oro hanno proseguito la loro corsa al rialzo: il contratto Comex di febbraio 2026 ha segnato un picco record a 5.600 dollari l’oncia troy giovedì mattina, per poi ritracciare intorno ai 5.550 dollari, secondo i dati di borsa.
Anche i future sull’argento hanno prolungato il loro apprezzamento, con il contratto Comex di marzo 2026 che ha superato i 119 dollari l’oncia troy prima di un lieve ripiegamento.
Nell’ultimo anno sia l’oro sia l’argento hanno registrato rialzi spettacolari, confermando il ruolo di beni rifugio in fasi di turbolenza finanziaria. L’oro ha guadagnato oltre il 60% nel corso del 2025, spinto soprattutto dalle preoccupazioni legate alle tensioni globali e alla volatilità economica. L’argento ha segnato un balzo ancora più accentuato, con un incremento del 127% nello stesso periodo, alimentato dalla robusta domanda degli investitori e dagli acquisti difensivi.
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Gli analisti indicano come principale motore del recente rally l’escalation delle tensioni internazionali, tra cui l’ultimatum lanciato mercoledì dal presidente statunitense Donald Trump all’Iran affinché torni al tavolo dei negoziati sul nucleare, sullo sfondo delle minacce di ritorsione da parte di Teheran contro Stati Uniti, Israele e i loro alleati.
Un ulteriore sostegno all’oro è arrivato dall’annuncio di Tether di destinare il 10-15% del proprio portafoglio all’oro fisico, decisione confermata mercoledì dall’amministratore delegato Paolo Ardoino.
Nel frattempo la Federal Reserve ha lasciato invariati i tassi di interesse mercoledì, in linea con le attese. Il presidente Jerome Powell ha rilevato che l’inflazione di dicembre dovrebbe attestarsi nettamente al di sopra dell’obiettivo del 2% della banca centrale.
L’analista di Marex Edward Meir ha spiegato a Reuters che l’aumento del debito pubblico statunitense e l’incertezza derivante dalla frammentazione del sistema commerciale globale in blocchi regionali – anziché rimanere centrato sugli Stati Uniti – stanno spingendo gli investitori verso l’oro.
L’attuale impennata ha generato guadagni inattesi per la Russia, stimati in una cifra paragonabile al valore degli asset sovrani congelati in Occidente, circa 300 miliardi di dollari. A differenza di questi ultimi, le riserve auree russe possono essere vendute o utilizzate come collaterale, restituendo a Mosca una notevole capacità finanziaria.
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«La globalizzazione ha fallito»: il vero discorso a Davos lo ha fatto il segretario al Commercio USA Lutnick
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Economia
Parlamentare tedesca spinge per il rimpatrio dell’oro dagli Stati Uniti
Berlino dovrebbe far rientrare le proprie riserve auree conservate negli Stati Uniti, ha sostenuto venerdì un deputato tedesco in un’intervista rilasciata al Der Spiegel, indicando come motivazione principale le preoccupazioni per le politiche «imprevedibili» del presidente statunitense Donald Trump.
Marie-Agnes Strack-Zimmermann, esponente del Partito Liberale Democratico (FDP), ha spiegato che il rimpatrio delle riserve contribuirebbe a diminuire il rischio strategico in un periodo di crescente instabilità globale.
Negli ultimi quattro anni il valore dell’oro è schizzato alle stelle, registrando un incremento di quasi il 70% solo nel 2025, spinto dalla massiccia acquisizione da parte delle banche centrali, dalle ansie inflazionistiche e dalle tensioni geopolitiche in corso. Questa settimana i contratti future sull’oro hanno segnato un nuovo record storico, superando i 4.860 dollari l’oncia, a seguito delle recenti minacce di dazi pronunciate da Trump contro i Paesi europei contrari al suo progetto di acquisizione della Groenlandia, minacce in seguito parzialmente ritrattate.
«In un contesto di crescenti incertezze a livello mondiale e di politiche statunitensi imprevedibili sotto la presidenza Trump, non è più sostenibile che circa il 37% delle riserve auree tedesche, pari a oltre 1.230 tonnellate, rimanga custodito a New York», ha dichiarato Strack-Zimmermann.
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La Bundesbank mantiene attualmente 1.236 tonnellate d’oro, per un controvalore di 178 miliardi di dollari, presso la Federal Reserve di New York. Per decenni una parte considerevole delle riserve tedesche è stata depositata all’estero per ragioni storiche e legate alle condizioni di mercato.
Strack-Zimmermann ha precisato che tale intesa poteva risultare logica durante la Guerra Fredda, ma appare ormai inadeguata allo scenario geopolitico attuale. La «semplice fiducia» nei «partner transatlantici» non può più essere considerata un sostituto adeguato della piena sovranità in ambito economico e di sicurezza, ha argomentato.
Fin dal periodo del miracolo economico post-bellico la Germania ha custodito parte delle sue riserve all’estero; tra il 2013 e il 2017 ha proceduto a un parziale rimpatrio dell’oro da Nuova York e Parigi. Oggi circa la metà delle riserve è conservata in territorio nazionale, mentre la quota restante si trova a New York e Londra.
La forte domanda di oro da parte delle banche centrali di tutto il mondo ha rappresentato uno dei principali motori della corsa al rialzo dei prezzi, con i Paesi che cercano di proteggersi dalla svalutazione monetaria e da altre incertezze.
Secondo un recente articolo di Bloomberg, l’incremento delle riserve auree russe ha compensato in misura rilevante il valore degli asset congelati dall’Occidente, Stati Uniti inclusi, generando un plusvalore stimato di circa 216 miliardi di dollari da febbraio 2022.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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