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Geopolitica

L’Iran, Hamas e la fine dell’Asse della Resistenza

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Consentitemi per una volta di proporvi, non un’analisi della situazione geopolitica, ma una testimonianza e una riflessione.

 

L’Asse della Resistenza è un concetto ideato dalla difesa iraniana, basato sulla mobilitazione delle minoranze sciite in Medio Oriente. Inizialmente l’intento era capitalizzare il fascino della rivoluzione islamica dell’ayatollah Ruhollah Khomeini organizzando e armando le minoranze sciite. Questa rivoluzione fu una lotta per la liberazione dal colonialismo anglosassone. Proteggere l’Iran era una necessità per tutti coloro che lottavano contro il colonialismo. L’interpretazione dell’islam dell’imam Khomeini trasformava il dolorismo sciita in forza: l’imam Ali aveva lottato per la giustizia. Imitare il suo esempio apriva la strada per il paradiso.

 

Tuttavia questo sistema di mandatari (proxy) violava la sovranità degli Stati in cui le minoranze sciite si dotavano di milizie. Questo divenne intollerabile nel 2011, con la rivolta della maggioranza sciita in Bahrein e il tentativo che ne seguì di rovesciare la famiglia regnante sunnita, gli Al Khalifa.

 

Fu in quel momento che Qassem Soleimani fu nominato maggiore generale. Trasformò l’Asse della Resistenza offrendo a ciascuno membro la possibilità di diventare indipendente e di condurre, ovunque si trovasse, la rivoluzione antimperialista dell’imam Khomeini. In pochi anni l’Iran non ebbe più proxy, ma milizie straniere alleate. Ai combattenti storici della base sciita si aggiunsero cristiani e sunniti. Il timore che ciascuna milizia incuteva ai poteri costituiti continuava a crescere.

 

Con Iran e Siria, Hezbollah e Hachd al-Chaabi, Ansar Allah e molti altri, l’Asse della Resistenza divenne la più importante forza armata del Medio Oriente.

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La Guida della Rivoluzione, ayatollah Ali Khamenei, perseguendo l’ambizione di riunire sotto la propria autorità l’intero mondo mussulmano, iniziò a stringere legami con tutti i gruppi, anche con quelli che non condividevano la concezione antimperialista dell’imam Khomeini. Cominciò ad armare Hamas, ramo palestinese della Fratellanza dei Fratelli Mussulmani, che nel 2014 accolse al proprio interno dei resistenti palestinesi.

 

Hamas nacque quando i discepoli di Izz al-Din al-Qassam (1882-1935) aderirono alla Fratellanza dei Fratelli Mussulmani. Da qui il nome di Brigate Izz al-Din al-Qassam scelto dai combattenti di Hamas. La strategia di Hamas è caratterizzata dall’assenza di distinzione tra obiettivi militari e civili, un modo di agire che in Occidente viene chiamato terrorismo. Fu Izz al-Din al-Qassam a organizzare i pogrom del 1935 in Palestina.

 

Nel 2011 o 2012, non ricordo con esattezza, l’ayatollah Khamenei mi invitò alla conferenza panislamista di Teheran. Sono cattolico, ma lui mi considerava «mussulmano» perché mi battevo per la verità. Vi erano rappresentate tutte le sette mussulmane del mondo, dagli ismailiti ai talebani, dai wahhabiti ai sufi. Durante i pasti passavo da un tavolo all’altro e seguivo le discussioni. Non parlando né arabo né farsi facevo domande in inglese. Presto mi resi conto di quanto ciascuno parlasse male degli altri. L’unità era solo una facciata. Rimasi colpito dall’animosità che i Fratelli Mussulmani e Al Qaeda manifestavano nei confronti della Guida Suprema di cui erano ospiti.

 

Torno ad Hamas. È assurdo giudicarlo nel suo insieme, prescindendo dalle due correnti che dal 2014 lo compongono. Era molto difficile per dei palestinesi entrare a far parte di reti di resistenza clandestine. Nel 2007 Hamas vinse fu eletto a Gaza, dunque divenne visibile. Dei palestinesi, delusi da Fatah, iniziarono ad aderirvi. Nel 2014, quando fu evidente che gli jihadisti erano stati sconfitti in Siria da Bashar al-Assad, i nuovi arrivati in Hamas chiesero all’organizzazione di tagliare i legami con la Confraternita dei Fratelli Mussulmani, che aveva combattuto contro la Repubblica Araba Siriana. Dalla carta intestata di Hamas venne tolta la dicitura «Ramo palestinese della Confraternita dei Fratelli Mussulmani».

 

Nel 2012 Bashar al-Assad aveva combattuto Hamas che, accompagnato da cani sciolti del Mossad israeliano e da combattenti di Al Qaeda, era entrato in Siria per massacrare i leader palestinesi rifugiati a Yarmuk (agglomerato urbano di Damasco). Ciononostante, il 19 ottobre 2022 al-Assad invitò il sindaco di Gaza, Khalil Hayya; però si rifiutò sempre di ricevere i Fratelli Mussulmani di Hamas.

 

È importante capire bene il conflitto: Hamas e i Fratelli Mussulmani combattono per l’istituzione di un califfato, uno Stato mussulmano che, poco a poco, si estenderà a tutta la terra. Gli antimperialisti invece combattono per istituire uno Stato palestinese all’interno di uno stato binazionale ebraico-arabo. I documenti ufficiali di Hamas successivi al 2014 mantengono una certa ambiguità sulla questione.

 

Incontrai l’ambasciatore di Hamas a Teheran, durante un pranzo offerto dal ministro degli Esteri iraniano, nel 2012 o 2013. Era seduto a destra del ministro e io di fronte a lui. Cominciai a rimproverarlo chiedendogli perché la sua organizzazione avesse assassinato i miei amici dell’FPLP [Fronte Popolare di Liberazione della Palestina] a Damasco. Negava. I toni si sono alzati. Tutti i commensali tacevano. Il ministro osservava in silenzio e mi lasciò parlare a lungo. Poi, all’improvviso, mise fine all’alterco e al pranzo.

 

Il 18 giugno 2025, cioè dopo la caduta di al-Assad, la Guida generale ad interim dei Fratelli Mussulmani, Salah Abdel Haq, propose all’ayatollah Khamenei di realizzare l’«unità della umma islamica» per affrontare il «nemico comune», ossia «l’entità sionista». È sempre necessario saper scegliere tra le priorità. Accettando questo compromesso, Khamenei ha certamente guadagnato potere e rafforzato l’unità del mondo mussulmano, ma ha abbandonato l’ideale principale: l’uguaglianza di tutti gli uomini.

 

I prigionieri israeliani della resistenza palestinese sono stati, in generale, trattati bene, come confermano le testimonianze degli ostaggi. Ma in alcuni casi non è stato affatto così. Ora sappiamo che il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, aveva ordinato di affamarli.

 

Con l’Operazione Diluvio di Al-Aqsa, l’unità panislamista è crollata sotto il peso delle proprie contraddizioni. Il 7 ottobre 2023, Hamas ha lanciato un vasto attacco contro Israele, probabilmente con la complicità di Benjamin Netanyahu. Sollevai immediatamente questa ipotesi in articoli e video. Un’eventualità che in Israele la Knesset vietò di menzionare, sotto pena di cinque anni di carcere, e che la censura militare vietò di trattare in qualsiasi articolo sui media. La verità verrà a galla solo quando la pace e la democrazia saranno tornate in Israele.

 

Hezbollah e Ansar Allah si sono rifiutati di unirsi ad Hamas nella lotta contro lo Stato Ebraico, ma alla fine hanno accettato per fermare i massacri di civili palestinesi. L’orrore e il terrore che tutti abbiamo provato sono stati cattivi consiglieri. Molti di noi sono stati di nuovo coinvolti in un conflitto razzista che oppone ebrei e arabi. A mio avviso, l’unica lotta che è giusto combattere è quella per l’uguaglianza di tutti gli uomini.

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Gradualmente, l’Asse della Resistenza si è trovato a lottare per una causa che non era la propria: contro l’esistenza di uno Stato esclusivamente ebraico. Ha istigato gli Stati Uniti che l’hanno schiacciato. Ciò che è seguito, l’assassinio di Sayyed Hassan Nasrallah – un laico che non intendeva trasformare il Libano in uno Stato religioso – è stato l’inizio della fine.

 

L’ayatollah Khamenei, guida della Rivoluzione della Repubblica Islamica d’Iran, è stato assassinato da Israele, con il consenso del presidente Trump, dopo aver accettato di unirsi agli antisemiti di Hamas.

 

Dobbiamo trarre insegnamento dalle nostre esperienze. Non tutte le alleanze vanno perseguite: stiamo attenti, non possiamo vincere a fianco di individui che differiscono da noi su un punto cruciale, quello dell’uguaglianza tra tutti gli uomini. Sono nostri nemici quanto lo sono quelli che oggi combattiamo.

 

Non è casuale che elementi della sinistra europea, che hanno sostenuto Hamas nel suo complesso, oggi arrivino a sostenere degli antidemocratici, come i cosiddetti antifascisti: miliziani che uccidono chi non la pensa come loro.

 

Non c’è disonore nel ritirarsi davanti a un avversario militarmente superiore e a sopportare anni di resistenza, ma c’è disonore nel vincere a fianco di nemici del genere umano.

 

Thierry Meyssan

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

Fonte: «Per quale vittoria combattiamo?», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 10 marzo 2026.

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

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Immagine di Khamenei.ir via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International 

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Le forze paramilitari sudanesi tornano all’assalto

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Le Forze di Supporto Rapido (RSF) paramilitari sudanesi hanno ripreso l’offensiva contro la città di importanza strategica di El Obeid, mentre sono stati segnalati attacchi di droni in diverse zone del Paese, inclusa la regione della capitale. Lo ha riferito mercoledì Reuters, citando testimoni e fonti locali.   Secondo l’agenzia di stampa, otto droni hanno colpito El Obeid, inducendo l’esercito sudanese ad attivare i propri sistemi di difesa aerea. Fonti mediche citate da Reuters hanno parlato di due morti e di diversi feriti.   Attacchi con droni sono stati registrati anche a Khartoum, Bahri, Atbara e in altre località. Testimoni hanno affermato che un drone si è schiantato nel cortile di una moschea a Bahri. Il rapporto precisa che né le Forze di Supporto Rapido (RSF) né le Forze Armate Sudanesi (SAF) hanno rivendicato immediatamente la responsabilità di tali attacchi.

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El Obeid è divenuta un punto cruciale nella battaglia per la regione del Kordofan, in Sudan. La città ospita circa mezzo milione di abitanti, tra cui circa 100.000 sfollati a causa del conflitto, secondo quanto riportato da Reuters.   Questa nuova escalation si colloca nel quadro della guerra civile sudanese che oppone le Forze Armate Sudanesi (SAF) alle Forze di Supporto Rapido (RSF), in corso dall’aprile del 2023.   La campagna aerea è proseguita giovedì: il Sudan Tribune ha riferito del secondo giorno consecutivo di attacchi di droni nella zona di Khartoum. Fonti militari hanno dichiarato al giornale che la difesa aerea ha intercettato diversi UAV sopra i settori settentrionale e occidentale di Omdurman, mentre i residenti hanno segnalato esplosioni legate al passaggio di droni a bassa quota nelle vicinanze della città.   Gli scontri si sono intensificati anche a centinaia di chilometri più a sud-est, nella regione del Nilo Azzurro. Le forze RSF e i loro alleati del Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese-Nord (SPLM-N) hanno lanciato questa settimana un assalto alla città di confine di Geisan, provocando combattimenti con l’esercito sudanese.   Questi ultimi scontri seguono una serie di successi sul campo ottenuti dalle Forze Armate Sudanesi (SAF). L’esercito sudanese ha recentemente riconquistato Kurmuk nello stato del Nilo Azzurro e, a fine luglio, ha ripreso il controllo di diverse aree nel Kordofan settentrionale precedentemente detenute dalle Forze di Supporto Rapido (RSF), tra cui Bara, Jabra al-Sheikh e Um Sayala.   Il capo dell’esercito, Abdel Fattah al-Burhan, ha in seguito visitato le posizioni in prima linea nella regione.   Come riportato da Renovatio 21, Il 3 luglio, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk, ha avvertito che il Sudan rappresenta la più grande crisi umanitaria al mondo e potrebbe aggravarsi ulteriormente.

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Come riportato da Renovatio 21, a febbraio la missione ONU aveva detto in un rapporto che le azioni RSF durante l’assedio e la cattura della capitale del Darfur settentrionale, Al Fashir, mostrano «i segni distintivi del genocidio».   Come riportato da Renovatio 21, il comandante RSF, Mohamed Hamdan Dagalo, nel settembre 2025 ha prestato giuramento come capo di un governo rivale del Sudan.   Come riportato da Renovatio 21, la RSF aveva annunciato un «governo di pace e unità» parallelo ancora lo scorso febbraio.   Le stragi nel Paese non si contano. Due mesi fa si era consumato un orribile massacro a seguito di un attacco aereo ad un mercato. Settimane fa c’era stato un attacco ad un ospedale.   Come riportato da Renovatio 21, a fine 2024 le fazioni rivali sudanesi avevano interrotto i negoziati.   Il conflitto ha casato già 15 mila morti e 33 mila feriti. Le Nazioni Unite hanno descritto la situazione umanitaria in Sudan come una delle crisi più gravi al mondo. Mesi fa la direttrice esecutiva del Programma Alimentare Mondiale (WFP), Cindy McCain, aveva avvertito che la guerra di 11 mesi «rischia di innescare la più grande crisi alimentare del mondo».   Gli USA sono stati accusati l’estate scorsa di aver sabotato gli sforzi dell’Egitto per portare la pace in Sudan.   Le tensioni in Sudan hanno portato perfino all’attacco all’ambasciata saudita a Karthoum, mentre l’OMS ha parlato di «enorme rischio biologico» riguardo ad un attacco ad un biolaboratorio sudanese.   Come riportato da Renovatio 21, il generale Abdel Fattah al-Burhan, leader de facto e capo dell’esercito della nazione africana dilaniata dalla guerra, mesi fa è stato oggetto di un tentato assassinio via drone.   Il Paese è stato svuotato dei suoi seminaristi.   La Russia nel frattempo fa ha annunziato l’apertura di una base navale in Sudan.  

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Geopolitica

Putin va alle isole Curili, tensione tra Giappone e Russia

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Le isole Curili resteranno per sempre territorio russo e il Giappone si sta cercando problemi continuando a rivendicarne la sovranità, ha dichiarato l’ex presidente russo Dmitrij Medvedev.

 

L’arcipelago delle Curili passò sotto il controllo sovietico alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo la sconfitta del Giappone, e fu successivamente incorporato nell’URSS. Tokyo, tuttavia, continua a rivendicare le quattro isole più meridionali – Iturup, Kunashir, Shikotan e gli isolotti di Habomai – che definisce «Territori del Nord». Questa controversia ha rappresentato il principale ostacolo alla firma di un trattato di pace formale tra Mosca e Tokyo negli ottant’anni trascorsi dal conflitto.

 

Giovedì Tokyo ha protestato con decisione contro la prima visita in assoluto del presidente russo Vladimir Putin alle isole Curili. La prima ministra Sanae Takaichi ha definito il viaggio «assolutamente inaccettabile» e ha affermato che «offende i sentimenti del popolo giapponese».

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Il Giappone «ha ripetutamente esortato la parte russa a non procedere con tale visita», ha dichiarato la Takaichi ai giornalisti giovedì. «Nonostante ciò, il presidente Putin ha visitato oggi l’isola di Etorofu, e noi protestiamo fermamente contro questa visita», ha affermato. «Questa visita ha ulteriormente peggiorato il sentimento nei confronti della Russia in Giappone e ha reso più difficile il ripristino delle relazioni a medio e lungo termine».

 

Anche il ministro degli Esteri giapponese Toshimitsu Motegi ha rilasciato una dichiarazione, insistendo sul fatto che le isole «sono parte integrante del territorio giapponese sia storicamente che secondo il diritto internazionale».

 

Il ministero degli Esteri giapponese ha inoltre convocato l’ambasciatore russo nel Paese, Nikolay Nozdrev, in relazione al viaggio di Putin, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Kyodo News.

 

In un post pubblicato su X più tardi nella giornata, Medvedev ha affermato che «Takaichi può blaterare quanto vuole sul fatto che le isole Curili siano “storicamente giapponesi”, ma queste chiacchiere non cambieranno nulla. Erano, sono e rimarranno territorio russo».

 

«Chiunque non lo capisca dovrà affrontare le mostruose conseguenze della propria illusione», ha avvertito il funzionario, che attualmente ricopre la carica di vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, senza fornire ulteriori dettagli.

 

Giovedì mattina Putin si è recato a Iturup, la più grande delle isole Curili, visitando un impianto di lavorazione del pesce, un centro medico e una scuola. È il secondo presidente russo in carica a visitare le Curili, dopo Medvedev nel 2010.

 

Mercoledì Putin ha affrontato la questione durante la fase finale delle esercitazioni della Flotta russa del Pacifico al largo di Sachalin. Ha attribuito a Tokyo la responsabilità del più ampio deterioramento delle relazioni tra i due Paesi.

 

Il presidente ha dichiarato di non riuscire a comprendere perché il Giappone, «con il pretesto degli eventi in Ucraina e senza approfondire le cause di quel conflitto, abbia imposto sanzioni alla Russia» e perché Tokyo «abbia classificato la Russia come fonte di gravi minacce nei suoi ultimi documenti di dottrina militare».

 

«Vorrei sottolineare che non rappresentiamo alcuna minaccia. Non abbiamo assolutamente alcun risentimento nei confronti del Giappone. Al contrario, è il Giappone ad avere rivendicazioni territoriali nei confronti del nostro Paese, in particolare per quanto riguarda la questione delle Isole Curili», ha insistito.

 

Lo status di quei territori «è sancito da documenti internazionali come una realtà derivante dalla Seconda Guerra Mondiale. Eppure, anche su questo punto, la Russia era disposta a cercare una soluzione per raggiungere un trattato di pace», ha affermato Putin.

 

Mosca e Tokyo firmarono una dichiarazione nel 1956 che «aprì la strada» a un accordo di pace, ma il Giappone in seguito si ritirò, ha ricordato il presidente. Dopo la caduta dell’URSS, la Russia ha inoltre mantenuto relazioni costruttive con diversi leader giapponesi, tra cui Shinzo Abe, che ha ricoperto la carica di primo ministro dal 2006 al 2007 e dal 2012 al 2020 e «ha fatto molto» per avvicinare le posizioni dei due Paesi, ha aggiunto.

 

«Ora vediamo un cambiamento nella loro posizione. Sottolineo che questo cambiamento non è stato in alcun modo provocato da noi», ha detto Putin.

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Le Isole Curili formano un arcipelago vulcanico di oltre 50 isole tra Hokkaido (Giappone) e la penisola della Kamchatka (Russia), separando il mare di Ochotsk dal Pacifico. Originariamente abitate dall’antica popolazione degli Ainu, furono oggetto di contesa tra Russia e Giappone già nel XIX secolo.

 

Nel 1855 il Trattato di Shimoda assegnò al Giappone le quattro isole meridionali (Iturup/Etorofu, Kunashir/Kunashiri, Shikotan e Habomai), mentre le settentrionali andarono alla Russia. Nel 1875, con il Trattato di San Pietroburgo, il Giappone ottenne l’intero arcipelago in cambio di Sachalin. Dopo la guerra russo-giapponese (1905) le Curili rimasero giapponesi.

 

Nel 1945, in base agli accordi di Yalta, l’URSS entrò in guerra contro il Giappone e occupò tutte le isole, deportando circa 17.000 abitanti nipponici. Il Trattato di San Francisco (1951) vide il Giappone rinunciare alle Curili, ma senza specificare i confini e senza la firma sovietica. Da allora Mosca controlla l’arcipelago (parte dell’oblast’ di Sachalin), mentre Tokyo rivendica le quattro isole meridionali come «Territori del Nord», impedendo la firma di un trattato di pace formale.

 

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);

 

 

 

 

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Storico russo scompare in Israele: Mosca protesta

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Le autorità israeliane non hanno rilasciato dichiarazioni sulla sorte dello storico russo-israeliano Artyom Kirpichenok, a diversi giorni dal suo presunto arresto e nonostante le richieste di informazioni avanzate da Mosca. Lo riporta la stampa russa.   Kirpichenok, 51 anni, giornalista ed esperto di Medio Oriente con doppia cittadinanza russa e israeliana, è conosciuto per i suoi articoli sul sionismo e per le critiche alle politiche di Israele verso l’Iran e la Palestina. Secondo le notizie disponibili, sarebbe scomparso il 2 agosto, poco dopo essere atterrato all’aeroporto Ben Gurion con un volo proveniente da Yerevan.   Pare che abbia inviato un breve messaggio alla famiglia con scritto «sono arrivato» alle 10:41, dopodiché ogni attività sul telefono e sui social si è interrotta. Fonti della polizia israeliana sostengono che abbia superato i controlli passaporti prima di sparire. I colleghi riferiscono che si era recato in Israele per una conferenza accademica e che disponeva di un biglietto di ritorno per l’8 agosto.

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Il giornalista di affari internazionali Oleg Yasinsky è stato tra i primi a segnalare la scomparsa, scrivendo su Telegram la scorsa settimana che Kirpichenok risultava irreperibile da diversi giorni. In seguito ha dichiarato che lo storico sarebbe stato arrestato dallo Shin Bet, l’agenzia di sicurezza interna israeliana.   L’accusa è stata ripresa dalla giornalista ed ex deputata della Duma Darya Mitina, che ha detto a NEWS.ru che Kirpichenok si troverebbe in un centro di detenzione dello Shin Bet a Tel Aviv, da lei definito «uno dei posti più terribili del Medio Oriente».   «Circa il 90% dei prigionieri sono palestinesi, e il resto sono stranieri sospettati di spionaggio», ha spiegato la Mitina. Citando rapporti sui diritti umani che denunciano maltrattamenti, ha avvertito che il trattamento riservato a Kirpichenok dipenderà dalle accuse: «se lo accusano di alto tradimento o spionaggio, il trattamento potrebbe essere qualsiasi. In ogni caso, non è certo un luogo di vacanza».   La Mitina ha aggiunto che l’avvocata Inna Led sta seguendo il caso, senza però fornire ulteriori dettagli sulle circostanze o sulle possibili accuse. Ha osservato che Kirpichenok aveva recentemente collaborato con media e organizzazioni civiche in Turchia e in Iran, paesi che frequentava spesso e di cui pubblicava resoconti dettagliati.   Secondo la Mitina, i suoi viaggi in Iran potrebbero aver determinato l’arresto, poiché recarsi in uno Stato definito nemico da Israele è illegale per i cittadini israeliani ed è attentamente controllato dai servizi di sicurezza.   Lo Yasinsky ha dichiarato a NEWS.ru di ritenere che la scomparsa sia legata all’attività professionale di Kirpichenok. «È assolutamente chiaro che Artyom è un oppositore del governo israeliano e delle sue politiche interne ed estere. Lo ha sempre dichiarato apertamente, sia a parole che per iscritto. Sono personalmente convinto che si tratti di una persecuzione politica nei confronti del giornalista», ha affermato il giornalista.   L’ambasciatore russo in Israele, Anatoly Viktorov, ha detto all’agenzia TASS che l’ambasciata era a conoscenza delle notizie sul presunto arresto e aveva inviato una richiesta ufficiale di informazioni alle autorità israeliane, «monitorando attentamente la situazione». Gli esperti legali sottolineano però che la doppia cittadinanza di Kirpichenok potrebbe limitare le possibilità di intervento di Mosca, poiché Israele può trattarlo esclusivamente come cittadino israeliano finché si trova sul proprio territorio.   Le autorità israeliane non hanno ancora rilasciato alcuna dichiarazione pubblica né reso note le accuse. Lo Shin Bet si occupa di casi di sicurezza nazionale e antiterrorismo, ambiti in cui arresti, procedimenti e accuse possono rimanere riservati o essere coperti da ordini di silenzio stampa.   Kirpichenok è nato in una famiglia ebrea in Russia e si è trasferito in Israele negli anni Novanta. Si è laureato all’Università Ebraica di Gerusalemme e ha prestato servizio nelle Forze di Difesa Israeliane prima di tornare in Russia circa quindici anni dopo.   Da allora è diventato un critico acceso del governo israeliano e delle sue operazioni militari a Gaza. Nel suo recente libro Israele: La strada verso la catastrofe descrive il Paese come un «progetto coloniale» di stampo occidentale e traccia parallelismi tra il trattamento dei palestinesi e il Sudafrica dell’apartheid.

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Nonostante le sue posizioni pubbliche, i colleghi sostengono che Kirpichenok confidasse nella protezione offerta dalla cittadinanza e dal passaporto israeliani per viaggiare in sicurezza nel Paese per motivi accademici e professionali.   A questo punto chiediamo ai lettori una preghiera per un altro studioso, lo storico italo-israeliano Ariel Toaff, figlio dell’ex rabbino capo di Roma Elio Toaff. Lo storico, che insegna in Israele, non ha fatto mistero della sua profonda avversione per la politica militare stragista dello Stato Ebraico.   «Israele sotto Netanyahu sta imboccando, come un ciuco ubriaco, la strada verso una debacle economica senza precedenti e l’isolamento internazionale» aveva scritto a metà agosto 2025 lo storico medievale. «Se riusciremo ad uscirne, ci vorrà del tempo per rimetterci in sesto. Dell’immagine morale di Israele non parlo, perché l’ha persa da tempo. Gaza non rischia di essere la tomba di Netanyahu e dei suoi folli seguaci, ma la nostra» continua Toaff, senza specificare se stia parlando degli ebrei o degli israeliani. «E non abbiamo fatto niente per impedirlo. Di fatto siamo suoi complici, ignobilmente complici.   «La giusta e crudele punizione non tarderà a raggiungerci. È uno dei capitoli più infami della storia del sionismo moderno» scriveva ancora lo storico nato ad Ancona. «I morti ammazzati di Gaza, donne e bambini, ci inseguiranno con le loro torce fiammeggianti fino al fuoco dell’inferno».   «E ora provate a bloccarmi e a cancellare il mio post ipocriti, pavidi e vigliacchi» aveva conclusoToaff. «Siete una vergogna nella storia del popolo di Israele». Il timore qui non è più per l’ovvia censura sui social, ma per vere e proprie situazioni da desaperecidos degli intellettuali israeliani dissidenti.  

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 Immagine di Ralf Roletschek via Wikimedia pubblicata su licenza GNU Free Documentation License  
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