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Geopolitica

L’Iran, Hamas e la fine dell’Asse della Resistenza

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Consentitemi per una volta di proporvi, non un’analisi della situazione geopolitica, ma una testimonianza e una riflessione.

 

L’Asse della Resistenza è un concetto ideato dalla difesa iraniana, basato sulla mobilitazione delle minoranze sciite in Medio Oriente. Inizialmente l’intento era capitalizzare il fascino della rivoluzione islamica dell’ayatollah Ruhollah Khomeini organizzando e armando le minoranze sciite. Questa rivoluzione fu una lotta per la liberazione dal colonialismo anglosassone. Proteggere l’Iran era una necessità per tutti coloro che lottavano contro il colonialismo. L’interpretazione dell’islam dell’imam Khomeini trasformava il dolorismo sciita in forza: l’imam Ali aveva lottato per la giustizia. Imitare il suo esempio apriva la strada per il paradiso.

 

Tuttavia questo sistema di mandatari (proxy) violava la sovranità degli Stati in cui le minoranze sciite si dotavano di milizie. Questo divenne intollerabile nel 2011, con la rivolta della maggioranza sciita in Bahrein e il tentativo che ne seguì di rovesciare la famiglia regnante sunnita, gli Al Khalifa.

 

Fu in quel momento che Qassem Soleimani fu nominato maggiore generale. Trasformò l’Asse della Resistenza offrendo a ciascuno membro la possibilità di diventare indipendente e di condurre, ovunque si trovasse, la rivoluzione antimperialista dell’imam Khomeini. In pochi anni l’Iran non ebbe più proxy, ma milizie straniere alleate. Ai combattenti storici della base sciita si aggiunsero cristiani e sunniti. Il timore che ciascuna milizia incuteva ai poteri costituiti continuava a crescere.

 

Con Iran e Siria, Hezbollah e Hachd al-Chaabi, Ansar Allah e molti altri, l’Asse della Resistenza divenne la più importante forza armata del Medio Oriente.

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La Guida della Rivoluzione, ayatollah Ali Khamenei, perseguendo l’ambizione di riunire sotto la propria autorità l’intero mondo mussulmano, iniziò a stringere legami con tutti i gruppi, anche con quelli che non condividevano la concezione antimperialista dell’imam Khomeini. Cominciò ad armare Hamas, ramo palestinese della Fratellanza dei Fratelli Mussulmani, che nel 2014 accolse al proprio interno dei resistenti palestinesi.

 

Hamas nacque quando i discepoli di Izz al-Din al-Qassam (1882-1935) aderirono alla Fratellanza dei Fratelli Mussulmani. Da qui il nome di Brigate Izz al-Din al-Qassam scelto dai combattenti di Hamas. La strategia di Hamas è caratterizzata dall’assenza di distinzione tra obiettivi militari e civili, un modo di agire che in Occidente viene chiamato terrorismo. Fu Izz al-Din al-Qassam a organizzare i pogrom del 1935 in Palestina.

 

Nel 2011 o 2012, non ricordo con esattezza, l’ayatollah Khamenei mi invitò alla conferenza panislamista di Teheran. Sono cattolico, ma lui mi considerava «mussulmano» perché mi battevo per la verità. Vi erano rappresentate tutte le sette mussulmane del mondo, dagli ismailiti ai talebani, dai wahhabiti ai sufi. Durante i pasti passavo da un tavolo all’altro e seguivo le discussioni. Non parlando né arabo né farsi facevo domande in inglese. Presto mi resi conto di quanto ciascuno parlasse male degli altri. L’unità era solo una facciata. Rimasi colpito dall’animosità che i Fratelli Mussulmani e Al Qaeda manifestavano nei confronti della Guida Suprema di cui erano ospiti.

 

Torno ad Hamas. È assurdo giudicarlo nel suo insieme, prescindendo dalle due correnti che dal 2014 lo compongono. Era molto difficile per dei palestinesi entrare a far parte di reti di resistenza clandestine. Nel 2007 Hamas vinse fu eletto a Gaza, dunque divenne visibile. Dei palestinesi, delusi da Fatah, iniziarono ad aderirvi. Nel 2014, quando fu evidente che gli jihadisti erano stati sconfitti in Siria da Bashar al-Assad, i nuovi arrivati in Hamas chiesero all’organizzazione di tagliare i legami con la Confraternita dei Fratelli Mussulmani, che aveva combattuto contro la Repubblica Araba Siriana. Dalla carta intestata di Hamas venne tolta la dicitura «Ramo palestinese della Confraternita dei Fratelli Mussulmani».

 

Nel 2012 Bashar al-Assad aveva combattuto Hamas che, accompagnato da cani sciolti del Mossad israeliano e da combattenti di Al Qaeda, era entrato in Siria per massacrare i leader palestinesi rifugiati a Yarmuk (agglomerato urbano di Damasco). Ciononostante, il 19 ottobre 2022 al-Assad invitò il sindaco di Gaza, Khalil Hayya; però si rifiutò sempre di ricevere i Fratelli Mussulmani di Hamas.

 

È importante capire bene il conflitto: Hamas e i Fratelli Mussulmani combattono per l’istituzione di un califfato, uno Stato mussulmano che, poco a poco, si estenderà a tutta la terra. Gli antimperialisti invece combattono per istituire uno Stato palestinese all’interno di uno stato binazionale ebraico-arabo. I documenti ufficiali di Hamas successivi al 2014 mantengono una certa ambiguità sulla questione.

 

Incontrai l’ambasciatore di Hamas a Teheran, durante un pranzo offerto dal ministro degli Esteri iraniano, nel 2012 o 2013. Era seduto a destra del ministro e io di fronte a lui. Cominciai a rimproverarlo chiedendogli perché la sua organizzazione avesse assassinato i miei amici dell’FPLP [Fronte Popolare di Liberazione della Palestina] a Damasco. Negava. I toni si sono alzati. Tutti i commensali tacevano. Il ministro osservava in silenzio e mi lasciò parlare a lungo. Poi, all’improvviso, mise fine all’alterco e al pranzo.

 

Il 18 giugno 2025, cioè dopo la caduta di al-Assad, la Guida generale ad interim dei Fratelli Mussulmani, Salah Abdel Haq, propose all’ayatollah Khamenei di realizzare l’«unità della umma islamica» per affrontare il «nemico comune», ossia «l’entità sionista». È sempre necessario saper scegliere tra le priorità. Accettando questo compromesso, Khamenei ha certamente guadagnato potere e rafforzato l’unità del mondo mussulmano, ma ha abbandonato l’ideale principale: l’uguaglianza di tutti gli uomini.

 

I prigionieri israeliani della resistenza palestinese sono stati, in generale, trattati bene, come confermano le testimonianze degli ostaggi. Ma in alcuni casi non è stato affatto così. Ora sappiamo che il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, aveva ordinato di affamarli.

 

Con l’Operazione Diluvio di Al-Aqsa, l’unità panislamista è crollata sotto il peso delle proprie contraddizioni. Il 7 ottobre 2023, Hamas ha lanciato un vasto attacco contro Israele, probabilmente con la complicità di Benjamin Netanyahu. Sollevai immediatamente questa ipotesi in articoli e video. Un’eventualità che in Israele la Knesset vietò di menzionare, sotto pena di cinque anni di carcere, e che la censura militare vietò di trattare in qualsiasi articolo sui media. La verità verrà a galla solo quando la pace e la democrazia saranno tornate in Israele.

 

Hezbollah e Ansar Allah si sono rifiutati di unirsi ad Hamas nella lotta contro lo Stato Ebraico, ma alla fine hanno accettato per fermare i massacri di civili palestinesi. L’orrore e il terrore che tutti abbiamo provato sono stati cattivi consiglieri. Molti di noi sono stati di nuovo coinvolti in un conflitto razzista che oppone ebrei e arabi. A mio avviso, l’unica lotta che è giusto combattere è quella per l’uguaglianza di tutti gli uomini.

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Gradualmente, l’Asse della Resistenza si è trovato a lottare per una causa che non era la propria: contro l’esistenza di uno Stato esclusivamente ebraico. Ha istigato gli Stati Uniti che l’hanno schiacciato. Ciò che è seguito, l’assassinio di Sayyed Hassan Nasrallah – un laico che non intendeva trasformare il Libano in uno Stato religioso – è stato l’inizio della fine.

 

L’ayatollah Khamenei, guida della Rivoluzione della Repubblica Islamica d’Iran, è stato assassinato da Israele, con il consenso del presidente Trump, dopo aver accettato di unirsi agli antisemiti di Hamas.

 

Dobbiamo trarre insegnamento dalle nostre esperienze. Non tutte le alleanze vanno perseguite: stiamo attenti, non possiamo vincere a fianco di individui che differiscono da noi su un punto cruciale, quello dell’uguaglianza tra tutti gli uomini. Sono nostri nemici quanto lo sono quelli che oggi combattiamo.

 

Non è casuale che elementi della sinistra europea, che hanno sostenuto Hamas nel suo complesso, oggi arrivino a sostenere degli antidemocratici, come i cosiddetti antifascisti: miliziani che uccidono chi non la pensa come loro.

 

Non c’è disonore nel ritirarsi davanti a un avversario militarmente superiore e a sopportare anni di resistenza, ma c’è disonore nel vincere a fianco di nemici del genere umano.

 

Thierry Meyssan

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

Fonte: «Per quale vittoria combattiamo?», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 10 marzo 2026.

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

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Immagine di Khamenei.ir via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International 

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Geopolitica

USA e Cina istituiscono una linea diretta per le segnalazioni di «incidenti legati all’IA»

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Gli Stati Uniti e la Cina hanno deciso di aprire un canale di contatto diretto per gli incidenti connessi all’Intelligenza Artificiale, dando vita a un meccanismo di sicurezza circoscritto tra le due maggiori potenze del settore.   L’intesa è nata dalla visita di Stato di tre giorni del presidente cinese Xi Jinping a Washington ed è stata confermata da entrambi i governi.   Sabato il ministero degli Esteri cinese ha annunciato che le due parti istituiranno un canale di comunicazione per gli «incidenti legati all’IA» e avvieranno un dialogo formale Cina-USA sull’IA per confrontarsi su rischi e benefici della tecnologia. Il prossimo incontro è previsto per novembre.   La Casa Bianca ha usato formulazioni analoghe, parlando di un canale per incidenti che riguardano quella che l’amministrazione Trump definisce ormai ufficialmente «super intelligence» (SI). Né Washington né Pechino hanno precisato cosa costituisca un incidente né come opererà il canale.   Il meccanismo era già stato evitato prima del vertice Trump-Xi. Il Segretario del Tesoro Scott Bessent aveva proposto un sistema di notifica degli incidenti legati all’intelligenza artificiale nei colloqui con il vice Primo ministro cinese He Lifeng a Nuova York lo scorso fine settimana, sullo sfondo di timori che vanno dagli attacchi informatici e dall’uso improprio di tecnologie biologiche ai malfunzionamenti dei sistemi autonomi e alle minacce alle infrastrutture critiche.

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Pur avendo accettato l’apertura del canale, Trump ha sottolineato di non voler condividere con Pechino i progressi americani nel campo dell’IA. «Gli Stati Uniti d’America non hanno intenzione di frenare», ha detto ai giornalisti fuori dalla Casa Bianca, sostenendo che le richieste di rallentare lo sviluppo indebolirebbero il vantaggio degli Stati Uniti.   Interrogato su una più stretta collaborazione USA-Cina nello sviluppo dell’IA, Trump è rimasto altrettanto cauto. «Preferirei non integrare perché siamo molto avanti», ha dichiarato. «Quando si è al comando, non ci si apre agli altri».   Queste parole contrastaano con il tono più aperto tenuto da Xi durante la visita. Il leader cinese aveva detto a Trump che, pur essendo i due Paesi in competizione sull’AI, potrebbero «cooperare ancora di più» e dovrebbero agire insieme per prevenire abusi e malfunzionamenti.   «L’Intelligenza Artificiale deve rimanere sotto il controllo umano», ha affermato Xi, auspicando un approccio «incentrato sulle persone» e un confronto bilaterale su rischi e benefici. La Cina ha avanzato principi analoghi nelle sue iniziative globali di governance dell’IA.   Trump ha però indicato che l’IA ha occupato uno spazio relativamente ridotto nei colloqui con Xi. «Non abbiamo dedicato molto tempo a parlarne», ha detto sabato, aggiungendo che gran parte della discussione ha riguardato la sua scelta di sostituire l’espressione «intelligenza artificiale» con «super intelligenza».   L’accordo circoscritto arriva mentre dirigenti tecnologici statunitensi e funzionari internazionali avvertono che sistemi di IA sempre più avanzati potrebbero aggirare le attuali salvaguardie o essere usati per attacchi informatici di vasta scala e altre minacce.   Come riportato da Renovatio 21, Trump ha liquidato gli allarmi su una possibile presa di potere da parte dell’IA come una bufala, affermando che «chiunque vinca l’IA vince».

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Geopolitica

Trump ha detto a Zelen’skyj di incontrare Putin a Mosca

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe esortato il leader ucraino Volodymyr Zelens’kyj a recarsi a Mosca per colloqui di pace con il presidente Vladimir Putin. La Russia ha detto che Zelens’kyj può visitare Mosca in qualsiasi momento. Lo riporta Bloomberg, che cita fonti vicine a Zelens’kyj.

 

Secondo la testata, il presidente americano avrebbe avanzato la proposta durante un incontro con Zelens’kyj a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di questa settimana. Il leader ucraino avrebbe respinto l’idea, hanno riferito a Bloomberg persone a conoscenza della conversazione, aggiungendo che la proposta di Trump «lo ha turbato».

 

Mercoledì lo Zelens’kyj era visibilmente irritato con i giornalisti fuori dalla sede delle Nazioni Unite. Incalzato sulla possibilità di visitare Mosca, ha risposto: «Su un fottuto missile!»

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All’inizio di questa settimana l’Ucraina e 51 dei suoi sostenitori hanno rilasciato una dichiarazione in cui chiedevano alla Russia di accettare un «cessate il fuoco immediato e incondizionato» perché potessero iniziare i colloqui di pace. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha detto che Mosca non interromperà l’operazione militare, accusando i sostenitori europei dell’Ucraina di cercare una pausa solo «per rifornire di armi il regime di Kiev».

 

Trump ha recentemente rilanciato gli sforzi per risolvere il conflitto in Ucraina. Il suo inviato speciale, Steve Witkoff, e il genero Jared Kushner si sono recati a Mosca e Kiev all’inizio di questo mese. Witkoff ha dichiarato in seguito di essere soddisfatto dei colloqui e che l’amministrazione Trump spera che la diplomazia possa porre fine al conflitto.

 

Mosca ha detto di essere pronta a risolvere il conflitto in Ucraina a condizione che vengano affrontate le cause profonde e che si tenga conto della realtà sul campo.

 

Le richieste della Russia includono l’abbandono da parte dell’Ucraina dei piani di adesione alla NATO e l’adozione di uno status di neutralità, l’accettazione di restrizioni al suo esercito e il riconoscimento formale della Crimea e di altre quattro ex oblast’ ucraine come territorio russo. La Crimea ha votato per l’annessione alla Russia poco dopo il colpo di Stato del 2014 appoggiato dall’Occidente a Kiev. Le regioni di Donetsk, Lugansk, Zaporiggia e Kherson hanno tenuto referendum nel settembre 2022.

 

Kiev ha sempre respinto le condizioni di Mosca, insistendo sull’adesione alla NATO e sul ripristino del controllo su tutti i territori che rivendica. Lo Zelens’kyj ha tuttavia detto di voler incontrare Putin di persona per risolvere il conflitto, nonostante si sia legalmente precluso qualsiasi colloquio con il leader russo.

 

Mosca ha indicato l’atteggiamento aggressivo di Kiev e la posizione ostile dei suoi sostenitori europei come ostacoli principali a una soluzione di pace. Il Cremlino ha però ribadito di essere pronto ad accogliere lo Zelens’kyj a Mosca se questi desidera davvero raggiungere un accordo, nonostante la Russia lo consideri illegittimo, dato che il suo mandato presidenziale è scaduto più di due anni fa e non ha indetto nuove elezioni.

 

Mercoledì il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha dichiarato che la Russia è pronta a fornire garanzie di sicurezza a Zelens’kyj qualora si recasse a Mosca.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

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Geopolitica

Putin: la Russia non si sta preparando alla guerra con l’Europa

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Mosca non si sta preparando ad azioni militari contro i Paesi europei, ha dichiarato il presidente Vladimir Putin, respingendo le affermazioni su una minaccia russa come un tentativo di inasprire le tensioni.   Parlando ai media a margine del XII Forum delle Culture Unite a San Pietroburgo, venerdì, Putin ha detto che i Paesi europei stanno alimentando le tensioni per continuare a sostenere l’Ucraina.   Il presidente russo accusato «circoli aggressivi» in Europa di voler usare l’Ucraina come «carne da cannone» per ostacolare lo sviluppo della Russia.   Putin ha definito le dichiarazioni del ministro della Difesa estone Hanno Pevkur su un possibile conflitto con la Russia una «provocazione» e ha definito le affermazioni sui vantaggi di un attacco preventivo alla Russia «una pagliacciata politica».   «Il circo se n’è andato, ma i clown sono rimasti», ha detto.

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Putin ha inoltre affrontato la possibilità di riprendere i colloqui con Kiev, affermando che Mosca baserà qualsiasi decisione sugli interessi della Russia.   Secondo il presidente, l’Ucraina ha sollecitato attivamente l’ipotesi di un cessate il fuoco, anche per quanto riguarda gli attacchi alle infrastrutture energetiche e la fine del blocco della costa russa del Mar Nero, pur continuando a sferrare i propri attacchi contro la Russia.   La Russia ha risposto agli attacchi contro i civili, ha detto Putin, riferendosi in particolare all’attacco «di massa» ucraino a Mosca del 20 settembre e agli attacchi contro edifici residenziali e funzionari elettorali, descrivendo la rappresaglia russa come «delicata e distruttiva» per le forze ucraine.   «Devono sentire il peso di questi attacchi di rappresaglia da parte della Russia e capire che nessuna azione provocatoria, nessuna escalation della situazione porterà al risultato che desiderano. Non faranno altro che peggiorare la loro posizione», ha affermato il presidente russo.   Secondo Putin, le affermazioni secondo cui Mosca intende attaccare l’Europa vengono usate per giustificare, agli occhi dei cittadini europei, la continua spesa per l’Ucraina.  

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);  
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